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domenica 15 ottobre 2023

L’ULTIMO VIAGGIO DI WERNER MÜDE di Andrea Rossetti. Una recensione

 


Guido Valderani raccoglie le ultime lettere dell’amico Werner Müde a lui indirizzate prima che questi si rechi in Svizzera per il suicidio assistito, dopo aver scoperto non ancora quarantenne di avere l’Alzheimer. L’ultimo viaggio di Werner Müde (Giacovelli Editore, 2023) di Andrea Rossetti potrebbe apparire come la riscrittura sapiente e originale, ai giorni nostri, del capolavoro foscoliano. Werner va perdendosi in viaggi da Lisbona a Roma, da Palermo a Selinunte a Capri (proprio a Villa Lysis), da Firenze a Lucca a Milano, da Bologna a Ferrara a Zurigo. Quello di Rossetti è un romanzo epistolare dai motivi fortemente romantici e felicemente anacronistici, e allo stesso tempo è una professione di poetica e un atto eroico di resistenza estetica, nonché etica.

Werner indirizza unilateralmente a Guido il suo romanzo epistolare, nel senso che non conosciamo le eventuali risposte dell’altro e qui il pensiero al Foscolo dell’Ortis si impone obbligatoriamente, stabilendosi un’indubbia analogia tra Werner Müde-Jacopo Ortis e Guido Valderani-Lorenzo Alderani nella memoria del lettore. In appendice Guido riporta il testo di un dialogo avvenuto in chat tra Werner e Chiara, facente funzione di Teresa. Personalmente sento più vicino, però, detto questo, il romanzo di Rossetti non tanto all’Ortis bensì, ma al Sesto tomo dell’io del Foscolo, anche se i primi cinque tomi non furono mai scritti da Niccolò Ugo (cfr. Edizioni Croce 2019, con una dottissima introduzione e a cura di Maria Serena Sapegno), per la molteplicità delle tematiche affrontate. Il romanzo di Andrea Rossetti può essere benissimo Il settimo tomo dell’io della letteratura italiana nel contesto europeo per la sua tonalità picaresca, l’estetismo assoluto che fa venire in mente Joris-Karl Huysmans. E va aggiunto, a questo proposito, che prima di Andrea è esistito in Italia un altro Rossetti, esattamente il napoletano Gabriele Rossetti (1783-1854) autore di libretti d’opera e scritti danteschi tra cui Beatrice di Dante (Londra, 1842; Imola, 1935), e poeta in proprio (in Arcadia aveva il nome di Filidauro Labidiense).

Per vero si tratta di e-mail e di messaggi che hanno avuto luogo in chat: il nostro tempo non concede l’uso di penna e calamaio, anche se mi risulta che l’autore neppure disdegni tale pratica. Parliamo di una prosa lirico-narrativa di altissimo livello in forma epistolare-wertheriana post-moderna (e-mail di un solo personaggio fondamentalmente a un solo destinatario, anche se Chiara è ricorrente nel testo). Rossetti ci sfida quando fa dire al suo personaggio: «è la vita il vero capolavoro del genio, quella vita della quale le sue opere non sono che sinceri, ambigui e reticenti testimoni della difesa. La fede senza le opere è muta ma le opere senza la fede straparlano» (p. 35). Rossetti realizza un vero momento di impegno civile nel quale l’identità della critica al presente – al politically correct, alla sua degenerazione nella cancel culture che ci affligge fino al paradosso di danneggiare con tante buone intenzioni proprio i diritti egualitari e inclusivi che ne costituivano le premesse necessarie, fino, per intenderci, implicitamente e come conseguenza logica, alla neo-chiesa liberal-progressista di Bergoglio - è ben precisa e anche il suo ruolo: «Siamo immersi nell’infinita chiacchiera, siamo in pieno pianerottolo globale, tra falsi profeti, finti scoop, segreti di Pulcinella svelati, menzogne, idiozie e, soprattutto, opinioni irrilevanti» (p. 37).

Ma su tutto e tutti primeggia, superbamente intangibile, Chiara. La passione d’amore di Werner è un tutt’uno con quella letteraria, il romanzo di Rossetti è anche un breviario poetico-esistenziale: Chiara è un amore non troppo virtualmente diverso da come avrebbe, per la sua portata simbolica, potuto essere l’amore di Dante per Beatrice. «Fui almeno, fra tanti falsi mancanti, un vero assente» (p. 178) è la frase che Guido Valderani ci riporta nella sua nota finale a chi legge.

  

 



domenica 6 novembre 2022

Paralipomeni del Paradiso

 Beatrice allor con sue parole argute:

“Se mi avessi disiata e non amata,

le belle membra mie avresti avute.”

Rispuosile io: “So che un’altra fiata

non mi si dà, madonna, ’n terra piùe,

or che vostra bellezza se n’è andata.

Però lasciam che fu ciò che già fue.”

Ma ella a me severamente disse:

“Ben ascolta: le colpe sono tue!

oscurandoti il genio le tue fisse

püerilmente ostili a questa altezza,

come se ’l pan degli angeli partisse

mentre sussiste ancora mia fattezza.

La sai, che l’asseconda in vita e in arte

per me ’l tuo verbo ornato nell’ebbrezza.”

Ond’io: “Contradizion nelle mie carte

non mi si svela: perché anteponeste

il disìo che d’amor è la gran parte

alla vita per cui chiusura aveste,

nova bensì, con velen d’argomento?

Ditelo a me, qualora lo voleste!”

“Eppure la ragion del mio sgomento”

ricominciò “dovrebb’esserti chiara

e del perché passò quel bel momento

che mi costrinse a usar parola amara

e a negarti il favor che poi ho dato

altrui di cor, senza essere avara.

Purtroppo tu non misurasti l’iato

chiedendo a me che le divine pose

oggimai si fondesser nel guatato:

comprendimi, dovevi finger cose

per ottener mie luci, non l’amore

si addiceva e ’l silenzio ti rispose.”

“Con tutto ciò, non capisco il furore

per cui pensaste che ’i disïavo

solo la vostra imago nelle ore

e garzone pertanto sragionavo.

Confortato, per l’etere che andiamo

in vostra compagnia mi faccio bravo

come in quel dì specificando: ‘v’amo’:

in seguito, svoltando salutai

incontrandovi a caso, in quanto bramo

ma per vostro sorriso non restai,

luce magis dilecta, nei miei drammi

né più grazie a Virgilio sono tai.”

E disse appresso: “La matera fammi

grande nel seggio e canoscenza spira,

l’esser del mondo lo suo raggio dammi.”

Silogizzò, qual colei che delira

né io compresi come si conviene

’l verbo alla cosa, constatai senz’ira.




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 23 gennaio 2018

L'ESSERE DELL'IDEA: DA BEATRICE AL GEORGE-KREIS



Il platonismo vissuto, quale si trova in Dante e negli altri stilnovisti, nonché nelle Rime di Michelangelo, è la legittimazione letteraria dell'esaltazione fisica.
Esso è certo a prima vista riduttivo dell'esperienza concreta: basandosi quest'ultima sulla mera apparenza dei particolari corporei - il bel viso, ma poi la carne in generale - potrebbe incontrare l'obiezione, ipoteticamente proprio da parte degli oggetti così celebrati, che l'amore risultante non sia autentico, perché parziale, né da prendersi seriamente. Ma, essendo Beatrice o Tommaso Cavalieri soltanto oggetti simbolici, le loro persone reali soltanto pretesti, essi finiscono per moltiplicare le loro identità trasfigurate, per farsi energia dell'esperienza amorosa fuori della letteratura.

l tentativo superoministico di Stefan George è stato insieme vitalistico e letterario.
Esso ha rappresentato qualcosa di più di una poetica tensione ideale o esperienza praticata nell'ambito comunitario, sia pur elitario, del George-Kreis. È stato la conferma, sul finire dell'Ottocento e agli inizi del Novecento, di come l'Eros culturale si coniughi perfettamente, nel contesto delineato, con l'essere dell'idea. E se ne capisce pure bene il motivo. Tenere vivo il desiderio senza giungere al suo compimento valorizza la sublimazione. Il giovanissimo Maximin Kronberger come Beatrice muore infatti prematuramente. [...] Sta di fatto che il fondamento del George-Kreis diventò spinta propulsiva in senso civile, in termini di estetismo ellenico e coincidendo col nazionalismo tedesco, successivamente confluito nella deriva nazista, dalla quale George si dissociò (benché questo punto sia controverso). Certo il nazismo strumentalizzò George non diversamente da Nietzsche. Ma importa soprattutto evidenziare l'analogia con l'educazione dell'uomo greco dell'antichità in direzione della polis. E Werner Jaeger si appellerà a un ritorno alla paideia, dopo la seconda guerra mondiale.

* * *
Crocevia
Crocevia...
siamo alla fine.
Già è scesa la sera:
anche questa è la fine.
Breve il cammino:
chi può esserne stanco?
Per me è già troppo lungo:
il dolore stanca.
Mani si offrivano:
perché non le hai prese?
Sospiri sospesi...
non li hai intesi!
La mia strada
tu non la segui.
Lacrime scorrono
tu non le vedi.

(Stefan George,
trad. Quirino Principe)



lunedì 30 maggio 2016

Giorgio Albertazzi

Cinematograficamente con Resnais aveva dato il massimo. Avevo visto Giorgio Albertazzi varie volte, ricordo un Re Lear prodigioso, credo nei primi anni '90, alla Reggia di Caserta, poi insieme alla Proclemer (lei superba) in una Lectura Dantis. Televisivamente il Jekyll con la sua regia è un capolavoro. In particolare, avevo già prima avuto occasione di parlarci a metà degli anni '80, non ricordo esattamente l'anno. Un bell'impatto; era un attore ma lo percepii come uno scrittore, del resto era un grande artista colto, cosa non frequente, autore raffinato controcorrente soprattutto non allineato e capace di energia medianica. Ricordo il modo in cui portava una delle sue sciarpe eleganti al collo nonostante fosse un clima già estivo. Il mondo è oggi meno bello. Mi spiace moltissimo. E da non dimenticare Adriano. Sit tibi terra levis.

domenica 14 aprile 2013

I gentilissimi




Il romanzo Vita di Alberto Pisani di Carlo Alberto Pisani Dossi (ma non è un’autobiografia, come il lettore sprovveduto potrebbe ritenere) non segue una linearità cronologica progressiva, del resto Dossi ammirava molto Sterne. Inizia col Capitolo quarto, prosegue col Capitolo primo, col Capitolo secondo, Capitolo terzo, Capitolo quinto, dopodiché c'è la sequenza regolare dei capitoli sesto, settimo, ottavo, nono, decimo, undecimo, duodecimo, decimoterzo, decimoquarto, decimoquinto. Insomma c'è la famosa prolessi del Capitolo quarto, spostato in esordio. - sdf

*

Fu la mirabile Beatrice, vera? e tutta vera? oppure Dante, dalla sua unicità condannato a non trovar altri, se la plasmò o compì nell’alta fantasìa, poi illuso gioì e sofferse, dell’ombra sua?... Ma, chèh! Dante a parte; quantunque da ognuno si dica che Amore ci è, chi veramente il travide? – In questa folla che passa, mai non cessando, e si traùrta come i pajoli, tingèndosi anche, i più, cioè il marame, crèdono amore, cose che non ponno avere altri nomi; i gentilissimi, e pochi, sospirano inutilmente il loro secondo ed ultimo tomo.

Carlo Dossi, dal Capitolo quarto di Vita di Alberto Pisani

mercoledì 3 aprile 2013

Verso e contro-verso. Cavalcando/2


Un ellittico verso senza virgola è “forse cui Guido vostro ebbe a disdegno“ (Inf., X 63), uno dei più controversi della Divina: “forse” si riferisce a “mi mena” del verso precedente (“colui ch’attende là, per qui mi mena”) e non a “ebbe”. E sì che sarebbe bastata una virgola per chiarire il tutto ma, con quella semplice aggiunta asindotica  (ἀσύνδετον), dove sarebbe finita la polisemia del testo? Infatti non c'è dubbio che Cavalcanti (“Guido vostro”) avesse a disdegno ma chi (“cui”), Beatrice o Virgilio? Tutt’e due, la portata simbolica di entrambi. Sincretismi danteschi.

martedì 12 febbraio 2013

Il «gran rifiuto»






Allor Virgilio disse: “Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi”;
e io rispuosi come a me fu imposto.
(Inf., XIX, 61-63)



È cominciato, c’era da aspettarselo, il bombardamento mass-mediatico in termini di riconoscimento di coraggio, responsabilità, umiltà da Napolitano a Cacciari passando per Monti e tanta bella allineata compagnia. Va da sé che sono dichiarazioni di carattere istituzionale e in quanto tali non suscitano interesse analitico nella loro prevedibilità e hanno solo importanza strategica, comprese le televisioni. Invece vi è un che di sinistro, percepibile, in questa notizia. 
       Si tratta solo di una mia sensazione, ma i sentimenti e le sensazioni sono storiche a differenza della verità che mai sapremo. Questa notizia non promette nulla di buono e, anche se la si vuol far derivare da una legittima decisione di natura esclusivamente soggettiva, l’impatto crea turbamento. Oggettivamente, dai tempi di Celestino V, va ribadito (di cui Dante[1] peraltro non fa il nome, non è detto che si tratti di lui, quindi nessuno è legittimato stricto sensu a parlare di ignavia a proposito dell’abdicazione dei papi), non era mai accaduto nulla di così clamorosamente simile. Ho anche da ridire sul verbo “dimettersi” come se si trattasse di un lavoratore qualunque. Qualunque sia la motivazione, il gesto è enorme e implica la sua insormontabile necessità. Tutto questo dà inquietudine, non mi piace e preoccupa mentre va a incidere sulla situazione già poco sicura della traballante Europa, in particolare quella mediterranea. E si volge all’intero Occidente in senso più esteso, et Urbi et orbi.
Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI, Benedetto XVI ha fatto la politica contraria. Nessuno dubita del valore filosofico e teologico di papa Ratzinger purché si rifaccia il processo a Galileo, ma è un dato di fatto che laddove Wojtyla è stato capace di accogliere, sempre sulla stessa linea conservatrice ma con risultati pastorali più evidenti, benché ambivalenti, sotto Benedetto XVI molti si sono allontanati dalla chiesa, e dal punto di vista laico è innegabile che le sue posizioni sono oscurantiste, anche per i cattolici. Questo per un cristiano è secondario perché si può ben essere cristiani anche fuori della chiesa, se lo si è, ma non è possibile seguirlo nella sua ossessione pre-moderna che rimuove il destino dell’individuo e riduce il cristianesimo a un’eresia per famiglie, visto che non si parla d’altro. Spiace dirlo - davvero, e lo dico col massimo rispetto e riverenza dantesca - , in questi termini forse perentori adesso, ma è quanto è accaduto.




[1] Non sarebbe il caso di smettere di attribuire a Dante questa indicazione? Sapegno chiarisce bene questo punto, Dante non nomina espressamente Celestino V. È probabile che si tratti anche di Ponzio Pilato, o solo di un simbolo dell’ignavia. Capisco che il pensiero vada a Celestino V, ma niente autorizza alla lettera tutta questa certezza: «Tra questi, quello di Pilato sembra senz’altro il più attendibile, perché il suo gesto di viltà, sia per la gravità intrinseca, sia per la rinomanza proverbiale che ne viene a chi l’aveva commesso, è il solo cui s’adatti appieno la qualifica di gran rifiuto. Del resto, a guardar bene, la questione così a lungo dibattuta appare irrilevante. La figura dell’innominato non ha nel contesto un suo risalto specifico; è piuttosto un personaggio –emblema, termine allusivo di una disposizione polemica, che investe non un uomo singolo, ma tutta la schiera innumerevole degli ignavi» (Natalino Sapegno).

giovedì 1 novembre 2012

Beatrice 1 e Beatrice 2




Fontana di Diana e Atteone (Parco della Reggia di Caserta)


Beatrice non e-siste in quanto Bice né in quanto Beatrice. «La scoperta di una chiosa di Pietro di Dante nel manoscritto Ashburnhamiano 841 (a quella data recuperato da poco in Laurenziana, dal governo del nuovo Regno, dalla vendita britannica), che conservava la seconda redazione del Commentum di Pietro, sembrò dare una perentoria conferma della realtà storica della donna. In effetti, nel “Giornale Storico della Letteratura Italiana” del 1886 (7, p. 366) apparve una nota di Rodolfo Renier, da sempre agnostico sulla realtà fisica di Beatrice, che ammetteva volentieri che tale chiosa era risolutiva della questione. Da allora, a quanto pare, nessuno si è dato più cura di indagare sulla realtà di Beatrice, tacitamente ammessa; la questione, un tempo centrale nel dibattito, è stata accantonata e dimenticata del tutto» (Gorni).
Dante sta a Klossowski come la Vita nova sta a La Vocation Suspendue, nel suo campo di luce si danno giochi speculari, sottilmente perfidi. Bice e Beatrice non sono la stessa persona, si può parlare di Beatrice 1 (Bice) e Beatrice 2 (Beatrice): dell’esistenza fisica della prima non è lecito dubitare ma sull’in-sistenza identitaria della seconda la Vita nova non fornisce informazioni attendibili, è chiusa rappresentazione essoterica (all’esistenza di Beatrice 1 Dante ha sostituito l’in-sistenza e la per-sistenza di Beatrice 2). Semmai è il Boccaccio del Trattatello (§ 32 e passim) a darci ragguagli in merito, né sono mancati, fin dalla scuola ottocentesca di Adolfo Bartoli, quelli che hanno dubitato fortemente della realtà fisica di Beatrice 1. La Vita nova è un romanzo paradossale – un prosimetro – un “romanzo” che si interroga sulla propria struttura – in quanto Beatrice 2 è una realtà meta-storica, esoterica e tutt’al più meta-testuale. Tra la prima e la seconda si inserisce astutamente il simulacro a capovolgere i due estremi dell’antitesi: Beatrice 2 è la Medesima, l’Esattamente Rassomigliante a Beatrice 1 nella Vita nova prima e al punto da diventare poi nella Commedia il luogo deputato della teologia.
Ma, appunto, nella Commedia divinamente rappresentata, di Beatrice 1 restano solo le spoglie mortali incielate nella trasumanazione della Commedia divina, significate per verba al punto che Beatrice 1 in-siste e per-siste nella vita di Dante in quanto Beatrice 2. Ignorando l’alta letteratura medievale la sessualità, nel romanzo di Dante l’inesistenza è compensata dalla persistenza.  
Ma se fosse esattamente vero il contrario? Se Beatrice 2 non fosse il simulacro e Beatrice 1 a sua volta fosse l’Esattamente Rassomigliante? Infatti «l’uguaglianza A=A si anima di un movimento interiore e senza fine che allontana ognuno dei due termini dalla sua propria identità e li rinvia all’altro con il gioco (la forza e la perfidia) di questo stesso scarto» (Foucault, La prosa di Atteone). Beatrice 1 in-sisterebbe e per-sisterebbe come doppio dell’altra quando tutto sembrava convincerci del contrario.








mercoledì 24 ottobre 2012

De vulgari excellentia






Dante Alighieri e Guido Cavalcanti



Esistono varie vite di Dante, ma per noi è come se non ce ne fosse nessuna che non sia l’opera.
Quella di Emilio Pasquini (Vita di Dante, BUR 2006) è uno dei più bei libri su Dante che siano mai stati scritti. Svia già dal titolo (ma non dal sottotitolo I giorni e le opere), non trattandosi precisamente della vita di Dante, non essendo peraltro sempre realmente esistita una vita di Dante che non fosse nell’opera, coincidendo cioè, almeno da un certo punto in poi (la prima sentenza di condanna al confino per baratteria è del 27 gennaio 1302, la condanna a morte arriva poco dopo in contumacia, il 10 marzo) la vita con l’opera di Dante. Sono ancora fondamentali, non c’è dubbio, gli Scritti su Dante di Erich Auerbach (Feltrinelli 2009) che però non sono una vita di Dante. Biondo era e bello di Mario Tobino (Mondadori 1979) è più un romanzo che una biografia, peraltro dovizioso nella contestualizzazione storica.  
Della sua giovinezza non sappiamo quasi niente.
La stessa Vita nova è reticente, fuorviante al punto che nulla è in grado di rivelarci di biografico neppure su Beatrice, qualora sia, e non è certo (non nella Vita nova) che sia proprio lei, la gentilissima, Bice Portinari.
Si ruppe il rapporto d’amicizia con Guido Cavalcanti dopo il saluto negato di Beatrice. Ciò dà da pensare: l’ostinazione dantesca a perseguire la sublimazione dell’”amore autosufficiente”, istituzionalmente non corrispondibile, con l’aggravante dell’apoteosi pagano-cristiana in cielo dopo la morte di Beatrice non poteva trovare alleato il "dolce" stilnovista anomalo che non riconosceva l’iter liberatorio della donna-angelo e per il quale ostacolo alla conoscenza è l’angelo: tutto il contrario che in Dante. Ciò è riscontrabile a partire dal sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, «dove egli invita gli amici con le loro compagne: per Dante, una delle donne-schermo. Assai meno nota la risposta di Guido, non certo improntata alla stessa leggerezza: egli infatti si chiama fuori da quella seducente evasione appellandosi alla natura dolorosa del suo amore, fonte per lui non di sogni ma di “pesanza”, cioè proprio di angoscia» (Emilio Pasquini, op. cit., p. 23).  
Non sappiamo a chi siano rivolti i versi delle “petrose” rime, collocabili tra il 1296 e fine 1297 o inizio del 1298. A Pietra, sì, ma al di là del nomen omen di questo misterioso amore, ignoriamo l’identità di Donna Pietra: «sono quattro canzoni per un amore non corrisposto verso una giovane donna, la cui durezza è paragonata alla pietra» (Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Laterza 2008, p. 71).
Dante di Cesare Marchi (Rizzoli 1983) è soprattutto uno studio accurato e denso di dettagli tendenti al romanzesco («Gemma era una povera donna, non certo votata all’eroismo, vittima d’un gioco di passioni più grande di lei; una donna di casa come tante, cui il turbine della politica aveva tolto la serenità familiare», p. 91). Probabilmente il testo di maggior ampiezza nella documentazione è Dante. Storia di un visionario di Guglielmo Gorni (Laterza 2008), ma pure in questo caso gli elementi biografici, reperiti attraverso un vaglio filologico di prim’ordine, corrispondono agli aspetti esoterici e visionari presenti nella Commedia e nelle opere minori.
«Una Beatrice di Folco Portinari – scrive Gorni - andata sposa a un Simone Bardi e morta in giovane età, si concede, per quello che è dei referti terreni. Ma perché Dante, così mutevole per natura, “trasmutabile” e innovativo in ogni campo, ne fece una costante, di vita e d’ispirazione? […] Beatrice, che designa la quintessenza del femminile nei rapporti di Dante con le donne, è soprattutto un nome» (p. 113).    





domenica 21 ottobre 2012

L’alta tragedìa

William-Adolphe Bouguereau, Dante e Virgilio nell'Inferno, 1850





In vita gli si tributarono onori in una misura sproporzionata alla ritrosia del suo carattere, che lo faceva riparare nella prima casa che trovasse disponibile per evitare quelli che per strada lo riconoscevano e pretendevano di congratularsi con lui. Se si recava a teatro, la folla acclamante si alzava in piedi al suo ingresso, nello stesso atto di omaggio solitamente destinato all’imperatore. La sua gloria crebbe dopo la morte tanto presso il pubblico dei raffinati quanto presso il popolo, al punto che si preferirono le sue opere negli ambienti intellettuali e nelle scuole per lo studio della grammatica, della retorica e della filosofia nel momento in cui, presso il popolino, era ritenuto nel Medioevo operatore di miracoli, indovino e taumaturgo. Fu giudicato più grande di Aristotele. Dante sceglierà come guida la poesia eroica, cioè i filosofemi e l’alta tragedìa (Inf., XX, 112-114: «Eurìpilo ebbe nome, e così ‘l canta / l’alta mia tragedìa in alcun loco: / ben lo sai tu che la sai tutta quanta») e non il linguaggio razionale di Aristotele, perché questi si era limitato a presentare la sua speculazione in una forma razionale nota a Virgilio ma superata da Virgilio.
Dante credeva alla profonda sapientia di Virgilio non solo riguardo all’ars poetica, realtà indiscutibile, ma anche nel campo della filosofia e di tutto lo scibile. Bernardo di Chartres cercava di mostrare che nell’Eneide fosse descritta in philosophicis la natura della vita umana e quel che facesse o soffrisse la mens provvisoriamente reclusa nel corpo. Nel XII secolo anche Giovanni di Salisbury affermava probabilisticamente che dietro l’apparenza dei miti nel poema era espressa la verità della filosofia. Dante educato in un ambiente del genere, impregnato di tali idee e nelle scuole dove, dopo l’imprescindibile tirocinio grammaticale, si insegnava a liberare il senso recondito e allegorico di un testo, seguendo Giovanni di Salisbury spiegò nel Convivio l’Eneide come romanzo allegorico.
Le sortes Vergilianae fin dall’età degli Antonini furono una pratica basata sull’esoterismo del testo e consisteva nell’aprire a caso l’Eneide traendone oracolo dal primo o dai primi versi che si leggessero. Era un procedimento analogo a quello dell’I King studiato da Jung. Hanno parlato di esoterismo espressivo anche i commentatori delle Bucoliche per via soprattutto della IV egloga, esempio insigne di sincretismo pagano-cristiano, intrisa di accenti cumani antecedenti al libro VI. Furono i padri della chiesa per primi a darle un’interpretazione in senso messianico, contribuendo non poco a far nascere il mito di un Virgilio profeta: basti rileggere i vv. 4-10 - dove la Virgo è la dea della giustizia, Astrèa, individuata nella costellazione della Vergine ma la suggestione è forte soprattutto laddove la “profezia”, satura di principi cosmogonici esiodei, annuncia la nascita di un bambino prodigioso per giunta “dall’alto del cielo”(v. 7: caelo alto) e apportatore di una nuova stirpe dell’oro dopo quella del ferro, sotto il consolato di Asinio Pollione cui è dedicata l’egloga - per farsene un’idea:

Ultima Cumaei venit iam carminis aetas,
magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;
iam nova progenies caelo demittitur alto.
Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum
desinet ac toto surget gens aurea mundo,
casta, fave, Lucina: tuus iam regnat Apollo.

Oppure il famoso, e dibattuto in sede filologica, explicit dei quattro esametri (vv. 60-63):

Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem
(matri longa decem tulerunt fastidia menses);
incipe, parve puer: cui non risere parentes,
nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est

che fece vedere a Auerbach come, nell’interpretazione tipologica medievale degli inni-elogio, l’espressione risum fecit mihi Dominus (mi sorrise il Signore) in Gen., 21, 6 «è la gioia causata dalla nascita del bambino miracoloso, lungamente atteso, che può anche ridere ed esser chiamato “noster risus”, il gaudium magnum” di Luca 2, 10. È mia opinione – scrive Auerbach - che la quarta Egloga di Virgilio abbia contribuito anch’essa a questa figura; l’interpretazione medievale del testo di Virgilio come profezia di Cristo è ben nota» (Erich Auerbach, Studi su Dante, trad it. a cura di Maria Luisa De Pieri Bonino e Dante Della Terza, Milano 2009, p. 290).
«“Incipe parve puer risu cognoscere matrem” [o pargolo incomincia a riconoscere la mamma col tuo sorriso]. La lettura – continua l’Auerbach alla nota 37 (ibidem) - delle parole “qui non risere parenti” [che non risero al genitore], (invece di “cui non risere parentes” [“a cui non risero i genitori”]) si fonda su un passo di Quintiliano (IX, III, 8) ed è stata sostenuta da E. Norden, Die Geburt des Kindes; Geschichte einer religiösen Idee (Leipsig 1924), p. 62.»
Abbiamo scelto per questo passo delle Bucoliche il testo stabilito da E. De Saint Denis, Virgile, Bucoliques (Les Belles Lettres, Parigi 1987). Per la verità, di Quintiliano e della IV Egloga, nonché di corruttela esclusa per la qualità del testimonio parla Paul Maas sia pur motivando la lezione del Norden con una congettura di Schrader (parentes > parentei > parenti):
«In Virgilio, Ecl. 4, 62, dove i manoscritti offrono la lezione

                                       cui non risere parentes,
nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est.

Quintiliano (9, 3, 8) leggeva qui non risere e si meravigliava che a questa espressione seguisse hunc al singolare. Egli non avrebbe fatto ciò, se allora ci fosse stata una variante cui non risere. Di tale variante non è dunque da tener conto per la recensione. Ma dopo qui non ha senso parentes: plausibile congettura di J. Schrader parenti (= parentei L. Havet). Dipende probabilmente da contaminazione da tradizione corrotta di Virgilio il fatto che i manoscritti quintilianei scrivano egualmente cui e parentes. Perché Virgilio poi non abbia scritto hos, potremo sentire, se pensiamo al letto della Dea: la costruzione, irregolare in latino, è un grecismo (cfr. Euripide, Heracles 195 ὅσοι ἔχουσι…., ῥύεται), come l’intero motivo della chiusa vuole essere una reminiscenza di Teocrito IX (“colui che non è stato ammaliato da Circe, ha diviso con lei la mensa e il talamo”). Da ultimo e nel modo più deciso ha sostenuto questa lezione E. Norden, Geburt des Kindes (1924), 61 sgg.» (Paul Maas, Critica del testo, con lo «Sguardo retrospettivo 1956» e una nota di Luciano Canfora, trad. it. a cura di Nello Martinelli, Firenze 1990, p. 47).  

venerdì 5 ottobre 2012

Spunti dalla Lectio Magistralis “Doppio ritratto” di Massimo Cacciari







5/10/2012

presso la Cattedrale di Caserta




San Francesco in Dante e in Giotto


Prima di Francesco, la sanctitas era qualcosa di separato da noi, di fronte al quale siamo profani. Nella santità è una separatezza, o almeno una forte distinzione, l’agios (sacro) è una figura ieratica. Questa rappresentazione è totalmente rivoluzionata dalla figura di Francesco, che in Dante (Par., XI) è un segno ultimo escatologico: non può esserci una santità maggiore, dopo Cristo nessuno è stato povero come Francesco.
Il cristiano crede in una storia, legge testi che ritiene rivelati ma che sono una storia e non un trattato, crede che quei fatti sono accaduti realmente come vengono raccontati. La vicenda francescana si articola a sua volta attraverso una serie di storie. La vita di Francesco è un’imitazione della vita di Cristo, la sua è una santità che sconvolge il senso della separatezza bizantina. Di qui la rivoluzione artistica di Giotto e l’irrompere del nuovo linguaggio, il volgare illustre: 
«Questo senso della metanoia francescana, il rovesciamento dei valori che essa comporta (e proprio anzitutto intorno al significato che qui assume lo stesso termine metanoia, dove il nous rinuncia ad ogni primato, si svuota di ogni astrattezza e si invera nell’operari) è lo spirito che aleggia ovunque nell’anima dei ‘fabbri’ dei nuovi linguaggi artistici» (Massimo Cacciari, Doppio ritratto. San Francesco in Dante e Giotto, Adelphi 2011, p. 13). 
Io mi unisco al divino perché come il Maestro mi incarno e vivo storie figurativamente rappresentabili. Lo spirituale sente il suo corpo come incarnazione del divino. Lo spirituale francescano non ha nulla di spiritualistico, come nulla di spiritualistico ha l’annuncio cristiano. 
In Par. XI, Francesco è sposo di madonna Povertà, «Sole nel Cielo del Sole, ex oriente lux, Assisi nuovo Oriente. Che sia vero profeta lo mostra anzitutto la sua de-cisione dal mondo, il suo venire  “in guerra” col padre terreno, per correre alle nozze mistiche con Povertà» (op. cit., p. 30). 
Questo è il motivo che Dante declina in modo violentemente polemico con la chiesa del tempo. Altissima paupertas, la povertà è un’idea altissima. Dopo Cristo nessuno è stato povero come Francesco. Povertà è la vera imitazione di Cristo, è lo svuotarsi della propria identità, far vuoto in sé per accogliere in sé il tutto, è la kenosis di cui parla san Paolo. L’idea che collega povertà e kenosis è centrale nella mistica francescana. Il tema del perdono si lega teologicamente al tema della povertà, filosoficamente è la possibilità trascendentale del perdono. Francesco è il centro di ogni programma di riforma della chiesa, insieme alla riforma politica: due aspetti consustanziali della visione dantesca. Povertà e perdono non sono intese come sacrificio, ma si legano al tema fondamentale della laetitia:  mostrarsi sempre lieti, laddove apparentemente la tua sofferenza è massima. Francesco si presenta al papa regalmente. 

mercoledì 19 settembre 2012

"Intellettuale"



I primi intellettuali in senso tecnico sono stati Zola e Proust, primi firmatari del Manifeste des intellectuels, dopo il "J’accuse" di Zola a favore di Alfred Dreyfus. Siamo nel 1898. Con l’affare Dreyfus, lo scrittore non si occupa più soltanto delle proprie specifiche mansioni ma interviene nel sociale. Prima dell’affare Dreyfus, non esistono intellettuali nel senso contemporaneo che usiamo tutti convenzionalmente. Tutti i letterati del mondo antico e successivamente, Dante, Ariosto, Leopardi, Manzoni, non sono intellettuali nel senso di Zola e Proust, anche se sono stati nella stragrande maggioranza dei casi cortigiani e consiglieri del principe. Orazio non è un intellettuale, anche se con Virgilio ha aderito nell’opera alla propaganda augustea; nemmeno Machiavelli e Guicciardini sono intellettuali. In summa, la questione è articolata anche perché quando un’opera letteraria o d’arte o di musica è fatta pubblica, è di per sé un intervento nel sociale, e il singolo studioso è un intellettuale non secondo la logica del dominio da parte di un gruppo sociale, proprio perché singolo e di per sé eccezione. Ma nel mondo antico, fino alla rivoluzione francese e oltre, il sociale in larga parte era escluso dalla fruizione del sapere. Può sussistere un dubbio sulla funzione "intellettuale" dei philosophes, infatti secondo qualcuno (per es. Zygmunt Bauman) è da quel momento che inizia la storia del termine ma, daccapo, non con le conseguenze legate innegabilmente anche per Bauman alla produzione culturale proto-industriale che si sono verificate con l’affare Dreyfus. Gli intellettuali sono stati successivamente, nel Novecento, essi stessi il principe, almeno fino a Sartre. Dopo, da dominanti sono ritornati cortigiani. Per Bourdieu, gli intellettuali sono il gruppo dominato della classe dominante. Essere intellettuali vuol dire, dopo Sartre, non essere più il principe ma svolgere una funzione sociale al di là delle proprie competenze specifiche (settoriali, ecc.) e allo stesso tempo essere il gruppo dominato della classe dominante.