Visualizzazione post con etichetta Diego Fusaro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Diego Fusaro. Mostra tutti i post

martedì 16 dicembre 2025

L’UOMO NEL NIHIL. Su LA FINE DEL CRISTIANESIMO di Diego Fusaro

La verità non è riducibile a un solo aspetto della coincidentia oppositorum, che per sua natura non è scioglibile. La situazione spirituale del Magistero – che non è mai superiore alla parola di Dio - salvo eccezioni che confermano la regola istituzionale, non si presenta attualmente come un circolo virtuoso. Con questa affermazione non intendo negarle sacralità: anche la sua situazione è circolare, poiché, come ogni processo interpretativo, nulla è ricevuto come comprensione immediata. Inseriti in un sistema di pre-concetti, ciò che dobbiamo comprendere è già ontologicamente compreso. La questione è politica: si tratta di discutere i preconcetti senza intaccare la struttura ontologica di una comprensione euristicamente efficace.

Diego Fusaro svolge una critica radicale alla postmodernità liquida e all’omologazione culturale, segnata simbolicamente e fattivamente dall’evaporazione di un cristianesimo autentico. Quel cristianesimo capace di opporsi alle derive consumistiche e secolaristiche in atto non è una fede passiva, ma un atto di coraggio filosofico e politico: una scelta eroica della verità contro la dissoluzione dei valori. In questo senso, il suo pensiero si intreccia con l’opera di Pier Paolo Pasolini, soprattutto con Teorema (1968), analizzato ne La fine del cristianesimo. La morte di Dio al tempo del mercato globale e di Papa Francesco[i]. Il film, con la sua forza perturbante, denunciava la crisi profonda della società borghese, mettendo a nudo la degradazione dei legami umani e spirituali tramite l’irruzione di una figura sacrale - l’Ospite - che sconvolgeva la vita di una famiglia apparentemente perfetta. La scristianizzazione, che Fusaro e Pasolini percepiscono come un vuoto culturale e spirituale, si è intensificata nell’era di Bergoglio, in netto contrasto col breve pontificato di Ratzinger. Mentre Ratzinger tentava di difendere la tradizione ponendo un argine alla secolarizzazione aggressiva, Bergoglio ha favorito una decostruzione continua del cristianesimo storico, aprendo al rischio di un sincretismo che diluisce l’identità e la radicalità della fede.

La fine del cristianesimo mostra così una realtà che, pur apparendo apocalittica, è quella in cui viviamo. I fondamenti della società – valori, costituzioni, identità statali – vengono progressivamente erosi dal turbocapitalismo, dove consumismo e mercificazione orientano ogni scelta. Come ricordava Costanzo Preve[ii], ogni fondamento è rimosso a vantaggio della merce. Nemmeno la sovranità dei singoli Stati può sottrarsi a queste logiche; e lo stesso messaggio evangelico sembra adattarsi perfettamente all’industria culturale, perdendo la sua funzione critica

È il trionfo della dittatura del relativismo, contro cui Ratzinger aveva cercato invano di mettere in guardia. In questo scenario, l’aforisma 125 de La gaia scienza di Nietzsche prefigura un uomo occidentale condannato a vivere nel nihil, incapace perfino di formulare le domande fondamentali. Fusaro connette questa profezia alla letteratura, trovando in Dostoevskij un riflesso del nichilismo nascente: Stavrogin nei Demoni incarna la condizione dell’uomo moderno, prigioniero del vuoto; mentre il principe Myškin nell’Idiota rappresenta la resistenza a questo nichilismo, pagata col marchio dell’“idiozia”. La grandezza della letteratura sta proprio qui: nel rivelare ciò che il mondo rimuove - la possibilità di interrogarsi sull’essere, sulla libertà, sulla finitudine - in un’epoca dominata dal nulla apparente.

Già in La notte del mondo. Marx, Heidegger e il tecnocapitalismo[iii] Fusaro osservava che la morte di Dio segna l’insensatezza di un mondo dominato dalla tecnica autoreferenziale come unico criterio di valore. “La Technik è la metafisica realizzata e, insieme, la metafisica è la Technik prefigurata”[iv]. L’uomo, ridotto a oggetto di calcolo, perde la propria autenticità: non è più pienamente consapevole della propria esistenza, ma diventa parte di una catena di prodotti e processi sociali, passivo e anonimo.

L’eresia luterana - nella sua essenza – inaugurò un nuovo mattino di progresso denunciando della corruzione di Leone X. Nella storia, le eresie hanno spesso spinto avanti la ricerca della verità. Il protestantesimo è stato a lungo, è in parte ancora è, all’avanguardia teologica: il pensiero cattolico del Novecento, con mirabile destrezza politico-teoretica, ne ha assorbito alcuni punti per neutralizzarne la carica, riconoscendolo infine altro da sé proprio a partire dalle identità acquisite. Come sempre: ciò che oggi è eretico, sarà domani dogmatico.

Soltanto una chiesa eretica potrebbe spezzare il circulus vitiosus; ma, nel farlo, dispererebbe radicalmente di custodire la verità.

 

11 dicembre 2025



[i] Piemme, 2023.

[ii] Storia del marxismo, 2007.

[iii] UTET, 2019.

[iv] p. 161.

lunedì 15 maggio 2017

L'affaire Ceausescu


Non è irrealistico, benché efficace sul piano metaforico entro determinati limiti concettuali, paragonare il regime rumeno di Nicolae Ceausescu a una monarchia assoluta di stampo orientale tra quante si configurarono in età alessandrina, sia pure ammantata di una verniciatura autoritaria di tipo socialista. Più esatto sarebbe definirlo una diarchia, visto il ruolo sempre più indiscutibile che venne man mano assumendo la moglie Elena. Ma naturalmente la differenza con gli antichi regni ellenistici, oltreché evidentemente epocale, consiste nel fatto che almeno i cittadini decaduti al rango di sudditi dopo la morte di Alessandro Magno conobbero progresso e relativo benessere materiale, il che non si può in alcun modo affermare specialmente degli ultimi anni della dittatura comunista in Romania. Fatta questa premessa, le vicende della Brexit[1] di questi ultimi tempi inevitabilmente hanno a che fare con nuovi equilibri geopolitici che si vanno costituendo o sono in via di ricostituirsi, non soltanto per l’Europa. La situazione internazionale si è trasformata radicalmente per la prima volta a partire proprio da quel 1989, quando crollò il muro di Berlino: un vero anno-sineddoche, dopo il quale il mondo non è più stato lo stesso.
Certo, se il suddito antico si disinteressava ormai alla vita politica, proprio questo distacco, caratterizzato da quello che con parola odierna chiameremmo “antipolitica”, paradossalmente finiva per restituire una sensazione di vitalità democratica e di libertà nonostante tutto, anche in termini cultural-cosmopolitici, livellando sullo stesso piano tutti gli abitanti del mondo greco e non greco. Il 1989 è stato invece un anno cruciale e preludio della successiva disfatta di due anni dopo, nel 1991, dell'Unione Sovietica. Queste due date, 1989 e 1991, hanno aperto la strada al famigerato Stato unico mondiale[2] quale soprattutto verrà a delinearsi in seguito agli attentati terroristici dell'11 settembre 2001. “A provare inequivocabilmente che la Russia di Putin deve essere geopoliticamente appoggiata -, ha scritto Diego Fusaro, riferendosi più strettamente alla situazione odierna - è non solo l’odio diplomatico e mediatico del circo giornalistico e intellettuale occidentale – cassa di risonanza del potere neocapitalistico e finanziario -, ma anche il moltiplicarsi delle basi americane in Romania e in Ungheria, nonché la speranza occidentalistica di incorporare nella Nato l’Ucraina, destabilizzandola nel 2014 tramite una ‘rivoluzione colorata’ gestita dalla potenza americana e, in subordine, dall’Unione Europea.”[3]
Per avere un’idea degli intricati antefatti, ecco la dichiarazione del generale Nicolae Militaru - spia sovietica - rilasciata alla giornalista Adina Anghelescu nel 1991: “C'erano quattro diverse possibilità per rovesciare Ceausescu. La prima prevedeva che il piano fosse posto in atto quando Ceausescu e la moglie si fossero trovati all'estero; la seconda prevedeva di agire quando i due, benché in Romania, fossero stati parecchio lontani da Bucarest; la terza quando si fossero trovati occupati al lavoro; la quarta quando fossero stati impegnati al Comitato politico esecutivo.”[4]
La decisione di far fuori Ceausescu era stata presa da Gorbaciov, non senza l’accordo con George Bush, già dal 1987 in seguito alla sua opera di decomunistizzazione dei paesi appartenenti al Patto di Varsavia avviata con la perestrojka, a cominciare dalla stessa Unione Sovietica. A dispetto dei consigli del fratello Ilie Ceausescu per una linea diplomatica e non ostile ai russi, l’errore fu chiudersi in una posizione di intransigente fedeltà al socialismo, nell’illusione di ripetere l’autonomia rumena orgogliosamente proclamata nel 1968, all’epoca dell’aggressione sovietica della Cecoslovacchia, quando il popolo gli era stato favorevole.  Non erano più quei tempi. Fu esecrabile il modo in cui, dopo l’incredibile fuga in elicottero dalla sede del Comitato Centrale, i due dittatori furono abbandonati sulla strada. Nessun abitante della zona volle soccorrerli, dar loro ospitalità. Nessuno più obbediva agli ordini del Conducator. Alla fine della sentenza di condanna a morte di Nicolae e Elena Ceausescu c'era scritto: “Con diritto di ricorso”, diritto che però fu fatto in modo che non si esercitasse. Il processo di Targoviste fu sommario, l'esecuzione selvaggia. È stata chiesta la revisione di quel processo che, ha ragione il genero del dittatore, Mircea Oprean, fu una vergogna. Anche perché il massacro di Timisoara fu una menzogna: i morti furono disseppelliti da un cimitero affinché si desse la sensazione del genocidio perpetrato dal regime.





[1] “Brexit non è una barbarie ma certo è un grosso trauma che potrebbe ripetersi ovunque. È la rivolta contro le politiche di austerità, è il ributtare in faccia a Renzi l'elemosina degli ottanta euro con i quali pensava di aver comprato consensi e voti, è dire basta all'immigrazione non più compatibile. [...] Ma resto ottimista. Perché Albione sarà anche perfida, ma è grazie a lei se già più di una volta nella storia d'Europa si è salvata da guai ben peggiori della brutta stagione che stiamo vivendo.” (Alessandro Sallusti, “il Giornale”, 25 giugno 2016).
[2] Cfr. a questo proposito Massimo Fini, Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità, Venezia, Marsilio, 20045, p. 9
[3] Diego Fusaro, Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione, Milano, Bompiani, 2014, p. 469.
[4] Grigore Cristianu Cartianu, La fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche, trad. it. di Luca Bistolfi, Reggio Emilia, 2012, p. 50.