L’assalto tardomoderno e lo sguardo del lettore classico
Attraversare le pagine de
Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni (Edizioni Divinafollia, 2026)
significa accettare un invito al disorientamento e all’urto critico, e si
tratta di una sfida che raccogliamo volentieri. Per chi, come il sottoscritto,
si è formato sui canoni del classicismo — sulla ricerca della misura,
dell’armonia formale e della compostezza stilistica, anche e soprattutto nel
senso barocco e quindi non immediatamente apollineo di tali impostazioni —, la
cifra espressiva di Pozzoni rappresenta una rottura drastica e deliberata. Non
è infatti una poesia che cerca la grazia o l’elegia tradizionale; è una riot
poetry, un sovraccarico linguistico e praxeologico che fa
dell’estraniamento, dell’invettiva e della dissacrazione il proprio codice
fondante.
Ebbene, la distanza di
sensibilità estetica non impedisce di riconoscere e apprezzare la lucidità
d’intenti che muove l’intera operazione. Indipendentemente dal registro
provocatorio e dall’impianto teorico del suo "Tardomodernismo", il
cuore battente dell’opera risiede in una protesta radicale e sacrosanta contro
le distorsioni del panorama culturale contemporaneo. Pozzoni mette a nudo i
meccanismi di quello che definisce ironicamente “Lo Stato Pontificio”: un
sistema editoriale e critico spesso ripiegato su logiche di consorteria,
sull’autoreferenzialità dei lit-blog, sulle passerelle promozionali e
sulla trasformazione del fatto poetico in merce di consumo a rapida scadenza.
La sua critica al mainstream consumistico dominante — a una pseudo-arte
asservita alle dinamiche più chiuse del mercato e alla seduzione effimera — è
una diagnosi che, anche da una prospettiva rigorosamente tradizionale (ma non
certo convenzionale), non si può che sottoscrivere. È il rifiuto esplicito di
ogni compravendita dell'arte: «Dobbiamo cacciare a calci nel culo i mercanti
dal Tempio dell’arte, / è inutile che mi offriate diplomi, percentuali, io non
ne faccio parte». O ancora, la rivendicazione di un’autonomia selvaggia di
fronte alle linee editoriali di regime: «e noi, versoliberisti, ci vendiamo
al mercato, non ci subordiniamo alle bizze di un direttore coglione». Se il
classicismo difende la necessità dell’etica e della responsabilità della parola
di fronte al degrado del linguaggio contemporaneo, la polemica di Pozzoni si
scaglia con violenza contagiosa proprio contro quella deriva.
Sul piano formale, l’autore
rifiuta il concetto di ποίησις come creazione contemplativa e la converte in πρᾶξις comiziale e militante. Il testo
abbina dunque a un manifesto teorico denso di riferimenti filosofici e
sociologici (da Habermas a Bachtin, da Chomsky a Lyotard) una serie di
componimenti in versi sferzanti, crudi, dove la citazione colta convive col sermo
vulgaris, il calembour, il turpiloquio e l’immaginario pop. Lo Stato
Pontificio non è dunque un’opera pensata per rassicurare o compiacere il
lettore. È un gesto di guerriglia culturale, un’azione di disturbo contro
l’ipocrisia dell’industria culturale. Può risultare distante dai modelli di chi
predilige la compostezza (apparente) del cosiddetto gusto classico, ma si
impone per il coraggio della denuncia e per la coerenza con cui Ivan Pozzoni
rivendica la necessità di un’arte che non sia merce, ma atto di resistenza e di
rifiuto.
Sandro De Fazi
Caserta, ottobre 2026
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