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venerdì 30 novembre 2012

Goethe è sempre eccezione





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Soltanto Goethe legge totalmente ottavianea l’opera di Ovidio, nessuno scarto anti-augusteo e anti-classico è in grado di scalfire la sua coincidentia oppositorum.
La terrificante vicenda di Tomi è una minuzia per Goethe. Irrilevante per la vita dello spirito, e anzi per “la vita della vita” che è lo spirito: «Ovidio resta classico anche nell’esilio: l’infelicità non la ricerca in sé, ma nella sua distanza dalla capitale del mondo» (1829, massima 1032, in Maximen und Reflexionen, Weimar 1907, p. 215).
Goethe fa eccezione, Goethe è l’eccezione, Goethe sta parlando di Roma e non di Ovidio, Goethe è attratto dalla Roma del 1788, in essa vede, vive, rivive in prima persona il dramma del “bando inesorabile”. Sensibile al tema dell’esilio, lo recupera nell’autenticità poetica, neutralizza la retorica nasoniana, reintegra le rovine rumene nei fasti romani della capitale, caput mundi, annulla la relegatio ottavianea. Tomi è anche Roma, Roma è la Romania. Goethe è sempre eccezione. Solamente un gigante dalla serenità olimpica come la sua è, per la verità, voce fuori dal coro che in modo quasi unanime stronca (già dai tempi di Quintiliano e, in età moderna, del Norden) tanto il periodo amoroso quanto quello dell’esilio. In una circostanza, Goethe stesso si sentì Ovidio, quando il 23 aprile 1788 dovette andar via da Roma per ritornare a Weimar: «Evitava di scrivere, per non far scomparire – sono parole di Pietro Citati – la tenera nebbia dei suoi dolori. Andava fantasticando; gli pareva d’essere Ovidio mentre, esiliato nelle lontane solitudini del Ponto, paragonava il proprio destino a quello del Tasso, trascinato come lui “verso un bando inesorabile”, costretto a fuggire sotto il nero mantello del pellegrino, come un selvaggio straniero inseguito dalle furie» (Goethe, Milano 1971, pp. 12-13).
Al contrario, la riserva leopardiana a sfavore di Ovidio consiste nell’evidenza dell’artificio retorico-sofistico che dispiacque a Schlegel. Scrivere è un artificio che non va manifestato, non deve essere visibile. Leopardi non riesce a identificarsi nel poeta bandito attestandosi su posizioni classicistiche diversamentre da quanto romanticamente fanno Shelley o Byron, più in sintonia con la facies dello sbandato. Leopardi ha tutte le ragioni per sentirsi sradicato, emarginato, eppure lo sostiene con forza estetica e morale il suo attaccamento al canone fondamentale.
Da questa stroncatura di Leopardi, più criticamente lucida della pur luminosa e affascinante identificazione goethiana, emerge la post-classicità ovidiano-ottavianea, dall’8 d.C. e anche da prima. 



sabato 28 luglio 2012

Pietro Citati






Il metodo di scrittura di Citati è particolarissimo. Tranne forse Storia prima felice, poi dolentissima e funesta, i suoi libri non sono romanzi in senso proprio. Ma lui ha scritto di Goethe Kafka Proust Fitzgerald Leopardi Tolstoj e così via, immedesimandosi in loro e scoprendo così, svelandoci di loro, quanto non sapevamo o avevamo tutt’al più lontanamente sospettato. "Per questo gli antichi parlavano di 'mania', - ha scritto Sossio Giametta - che è necessaria in ogni forma di grandezza, o anche di demoni agitanti". Una tecnica simile a quella della Yourcenar, ma diversa per quanto riguarda i tempi di stesura, più lenti nella Yourcenar. Per ciò i libri di Citati sono anche dei romanzi, specialmente per la sua scrittura, nel senso che ho detto e oltre.

martedì 7 febbraio 2012

Wilhelm Meisters Lehrjahre


Friedrich Schiller



Tra le vocazioni che crede di possedere e non possiede, tra i mestieri che intraprende per sbaglio, Wilhelm trascura proprio la sua autentica vocazione. Egli è un grande saggista e uno dei più acuti critici letterari del suo tempo, sebbene nessuna rivista accolga le sue geniali illuminazioni. I bellissimi saggi che dedica alla poesia (II libro), all’Amleto (IV-V libro), ai caratteri dell’aristocrazia e della borghesia (V libro), debbono certamente qualcosa a Goethe, di cui riflettono alcune idee dell’età giovanile e dell’età matura. Ma Wilhelm è un saggista più sistematico del proprio creatore, che indulgeva così volentieri alle incertezze e alle contraddizioni. Mentre teorizza, entusiastico e lucidissimo, mentre discute con Werner o Serlo, abbiamo sovente l’impressione di ascoltare la voce di Schiller, che in quegli anni stava per comporre o aveva appena composto i grandi studi Über Ammut und Würde e Über naive und sentimentalische Dichtung.

Pietro Citati, Goethe

domenica 2 ottobre 2011

Le «radici comuni» di Anna Maria Ortese e di Elsa Morante





Rapallo, 14 gennaio 1986

Caro Citati,

è stato un periodo tempestoso, per fortuna ora è finito, quello di dicembre-gennaio. Ne sono uscita come ammalata (e indignata vanamente), con la sensazione che le «fate» siano una fatalità demoniaca. Mi giunge adesso la sua lunga e intelligente lettera (che lezione, per me!); inoltre, le stradine sono vuote, non fa freddo ed è nevicato. Ricomincia quindi il respiro.

Giacomo Leopardi


Giacomo Leopardi fu un lirico cioè uno di quei poeti che nei loro versi parlano di sé e pongono in primo piano la propria esperienza esistenziale. La sua opera in prosa e in versi è qualcosa di unico e di originale ed è espressione dell’epoca storica in cui è vissuto, oltrepassando «con estrema originalità e impareggiabile forza inventiva i motivi della poetica neoclassica e della filosofia illuministica, nel momento in cui accoglie del Romanticismo alcune peculiari istanze» (Giorgio Petrocchi).