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venerdì 18 marzo 2022

CUGINI CARNALI di Sergio Martino


Questi film porno-soft dei primi anni Settanta erano considerati all'epoca, e non a torto, di basso livello. A riguardarli oggi, mostrano un aspetto vintage che li rende divertenti, del resto svolgevano una qualche funzione sociale contribuendo a loro modo a sfatare alcuni tabù. Denotano comunque una coerenza di gusto. 

 

sabato 23 febbraio 2019

Le incerte sorti del latino arcaico - IL PRIMO RE di Matteo Rovere


è un film ambizioso che non raggiuge del tutto i suoi obiettivi, benché sia un’interessante full immersion nel mos maiorum declinato nella sua dimensione più selvaggia e realistica, ma che tanto sarebbe piaciuto al divino Augusto il quale infatti avrebbe cercato inutilmente di ripristinare per legge l’austerità e il rigore morale dei nostri antichissimi padri e antichissime madri, sia pur con minore truculenza.
Ma veniamo al difetto più evidente del film, che presumibilmente era in partenza la maggiore ambizione di Matteo Rovere: vi si parla un latino più o meno classico, il che è un assurdo storico in quanto nell’Italia primitiva non ci si esprimeva certo così. In altri termini, mi sembra che si sia confusa la pronuncia scientifica, o restituta, del latino con il latino arcaico, o perlomeno, può illudere a dare un senso di arcaicità il fatto che viene adottata correttamente quella pronuncia, ma essa era in uso anche in età classica e in gran parte di quella post-classica laddove la grammatica storica e i primi documenti della lingua latina ci hanno evidenziato l'esistenza di una lingua che avrebbe subito vari mutamenti nei secoli successivi (per es., tra il VII e il V secolo, un'espressione come Manios med fhefhaked Numasioi dà bene l'idea del vero protolatino, quindi non poteva già dirsi Marius me fecit Numerio).
Del resto, come si sarebbe potuto fare altrimenti? Questa constatazione va a vantaggio di Matteo Rovere: già è tanto che un’opera cinematografica di ricostruzione storico-mitologica, invece dell’italiano abbia adottato oggi un latino purchessia, e non ecclesiastico, la cui pronuncia è quella circolante nelle scuole in Italia, ma che non è scientifica, come si sa, anche perché nelle scuole francesi o inglesi pronunciano il latino diversamente da come facciamo noi, e non come lo pronunciavano i Romani. Vogliamo parlare allora di una licenza poetica?
Romolo appartiene non alla storia ma al mito, sarebbe stato figlio, secondo una tradizione, di Enea o del re Latino, e di madre troiana, una tal Romé: ma sono tante le leggende che si intersecano con la storia. Se ne occuparono Fabio Pittore, Tito Livio, Plutarco e vari altri, ma gli storici antichi erano affabulatori e artisti prima ancora che storici. Semmai il senso primitivo del sacro, del divino, su cui tanto ha avuto da dire Dumézil, è ben presente nel film, ma in modo piuttosto freddo e intellettualistico, che non coinvolge né emoziona fino in fondo lo spettatore.




lunedì 16 aprile 2018

Ancora luoghi comuni su Alfred Bosie Douglas - THE HAPPY PRINCE di Rupert Everett


Rupert Everett è mostruosamente bravo nel ruolo di Oscar Wilde in The Happy Prince che, non c’è dubbio, dal punto di vista scenografico e decorativo è un film spettacolare. Ma non si sottrae a un certo manicheismo: da una parte la santificazione di Wilde, dall'altra la demonizzazione di Bosie (Colin Morgan), ovviamente anche qui automaticamente responsabile della rovina dello scrittore irlandese. C’era da aspettarselo. Ma Bosie Douglas ha una complessità maggiore dello stereotipo rappresentato, e che ora sarebbe troppo lungo spiegare, tant’è vero che ci ho scritto un intero libro. Diciamo che, per esempio, le ragioni per cui i due si dovettero separare a Napoli sono molto meno semplicistiche di quelle che racconta Everett. Una battuta in pieno stile wildiano, alla fine del film: “Sarai soltanto una nota a piè di pagina, sgualdrina!” urla Bosie a Robert Ross ai funerali di Wilde, accennando a quello che noi posteri avremmo detto di tutti loro. Io infatti ho dedicato a Robert Ross soltanto un capitoletto di Defending Bosie che uscirà tra non molto.

martedì 9 gennaio 2018

Paul Getty III – TUTTI I SOLDI DEL MONDO di Ridley Scott



Eccellente ricostruzione degli anni ’70, Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott rende omaggio a Paul Getty III (interpretato dal giovanissimo Charlie Plummer). è anche un avvincente ritratto del complesso personaggio che era il nonno (Christopher Plummer), l’uomo più ricco del mondo. Bello.

martedì 2 gennaio 2018

La mia spiegazione del “velo” - NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek



Il regista turco torna al meglio della sua ispirazione iniziale, non intaccata da tanto successo nel frattempo ottenuto. Napoli velata è un’opera esteticamente significativa nel rappresentare il meglio della napoletanità, capace di farsi universale anche oltre il tempo storico grazie, tra l’altro, ai molti scenari della città, tra cui spicca il Museo Archeologico.

Ma il film di Ferzan Ozpetek è importante e nuovo per l’apertura esoterica in esso presente, in termini di possibilità di letture molteplici della realtà, di energie spirituali che a vario titolo si intrecciano nei rapporti tra i personaggi. è insomma un film magico, opera aperta e “folle” in un senso anche inquietante ma in questo caso molto profondo, dà risposte significative sulle cose belle e anche brutte della vita, sempre con vitalità e poesia.

Si tratta anche di uno svelamento del “velo”, cui allude il titolo, gergalmente attribuito, di solito, a gay repressi che non si accettino e perciò chiamati “velate”. Qui invece è piuttosto la ricerca di una verità tanto ulteriore quanto primigenia, che forse alla fine non si troverà mai. Detto questo, i comportamenti disinvolti della protagonista, che va di avventura in avventura, sono più consoni allo stile di vita promiscuo del mondo omosessuale che non a quelli di una donna, per cui non si capisce perché non si sia scelto direttamente al suo posto un personaggio maschile.

Vero è che la dottoressa Adriana è clinicamente descritta con coerenza nel film. Ma sembra più un gay che una donna, sia pure fuori degli stereotipi convenzionali della femminilità.

Il finale è aperto e non lo si può svelare, perché è giusto che ogni spettatore si faccia liberamente una propria idea.

Mi limito soltanto a dire che, personalmente, credo a queste forze teurgiche che hanno attraversato l’arte e la letteratura già fin dagli antichi autori pagani, quindi per me la soluzione dell’intreccio è decisamente su questa linea. è quella che mi convince di più – lo spettatore saprà, dopo aver visto il film, a cosa mi riferisco -, senz’altro la più affascinante.

Va segnalata la superba bravura di Maria Luisa Santella, imprevedibile ed emozionante come sempre.


Peppe Barra offre uno spettacolo godibilissimo e, non in ultimo luogo, sono rilevanti naturalmente Giovanna Mezzogiorno, Lina Sastri, Anna Bonaiuto e Alessandro Borghi nei panni, o senza, dell’ambiguo Andrea.

martedì 5 dicembre 2017

Poirot romantico - ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS di Kenneth Branagh



Sono un fan di Agatha Christie, ho letto molti suoi romanzi e racconti e se per questo anche i fondamentali Quaderni segreti di Agatha Christie di John Curran, dove viene analizzata la genesi delle sue opere man mano che andava buttando giù appunti e stabilendo piani di lavoro. Perciò non ho saputo resistere dall’andare a vedere il remake di Assassinio sull’Orient Express fatto da Kenneth Branagh. Ma… c’è subito un ma perché questo suo Poirot assomiglia piuttosto a Sherlock Holmes per il metodo analitico-deduttivo, in questo caso più vicino a Conan Doyle che gli diede un taglio originale, che non alla Christie più sottile e ironica, più brillante, perfettamente britannica. Il Poirot di Branagh non è certo francese né tantomeno belga, ma tedesco. C’è pure da dire che il precedente film di Sidney Lumet era troppo pieno di mostri sacri – Lauren Bacall, Ingrid Bergman, Vanessa Redgrave, Wendy Hiller, lo stesso Albert Finney… – perché un remake sia pure con la genialità di Branagh potesse competere con esso. Non c’è quindi partita da questo punto di vista. Per il resto, si tratta di un film senza dubbio godibile, cupo, dai forti tratti romantici e con risvolti filosofeggianti in senso morale, tutto sommato più vicino a Edgar Allan Poe che non a Conan Doyle; ma ciò è legittimo, quando si tratta di un visionario multiforme quale è Branagh. Ma non è un film superlativo, non al pari con Lumet e soprattutto non con la Christie.

lunedì 6 novembre 2017

Milton e Fulvia - UNA QUESTIONE PRIVATA di Paolo e Vittorio Taviani

Beppe Fenoglio. è importante che un medium potente come il cinema dia risalto a uno dei massimi autori del Novecento letterario italiano insieme a Tomasi di Lampedusa e pochi altri, poco conosciuto dal grande pubblico purtroppo assuefatto a ben altro, nonostante la sua grandezza. Sono andato a vedere Una questione privata di Paolo e Vittorio Taviani, domandandomi come si potesse mai restituire sullo schermo la prosa di Fenoglio, per es.: “La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba” (l’incipit). E sì che viene raccontata in un romanzo breve, inferiore al capolavoro che è Il partigiano Johnny (pieno di anglismi e di inglese e di contaminazioni stilistiche dove il reale sprofonda come a confondersi con l’autosufficienza superlativa del testo), la storia della follia dell’amore di Milton per Fulvia, di cui la follia della guerra civile fa perdere completamente le tracce. Ma la maestria dei fratelli Taviani è riuscita a competere con la prosa di Fenoglio attraverso un estetismo asciutto e senza retorica, limpido, essenziale eppure convincente e ben riconoscibile (anche se qualche stupendo fotogramma mi ha fatto venire in mente Salò di Pier Paolo Pasolini, però senza l’estetismo estremo e lussureggiante di quel film)… Quale sarà il destino di Milton? Un’altra opera aperta? “Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò” (l’explicit). Film da vedere e romanzo da rileggere, o leggere per chi non lo avesse ancora fatto. 

lunedì 30 ottobre 2017

Noi vittoriani - VITTORIA E ABDUL di Stephen Frears




Stephen Frears è un regista che ho sempre apprezzato, soprattutto per film come Prick Up - L'importanza di essere Joe, Le relazioni pericolose, The Queen. Questo Vittoria e Abdul è strepitoso. Ambientato nel periodo tardo-vittoriano, sottolinea aspetti adorabili della personalità della regina che suo malgrado aveva contrassegnato piuttosto negativamente un’intera epoca. Il puritanesimo infatti derivava da precise esigenze economico-industriali cui, tra gli altri, Stuart Mill cercava di portare una luce critica, non tanto dalla personalità pure complessa di Vittoria. Qui è negli ultimi suoi giorni, annoiata dal suo ruolo di “prigioniera” nel susseguirsi di un cerimoniale che personalmente ritiene oramai inutile, avendo perso tutti gli affetti significativi. Si incapriccia del giovane indiano Abdul, che vuole sempre accanto a sé e che le ricorda il suo perduto Albert sempre insostituibile ma cercato successivamente e forse disperatamente in un più di una suggestione. Abdul l’aiuta a ritrovare vitalità a dispetto però di una corte comprensibilmente preoccupata a causa dello spazio sempre più ingerente che la sovrana, del resto imperatrice delle Indie, ma anche capo della chiesa anglicana, gli permette di acquisire. E sembra sia una storia vera (ma esistono le storie vere?) venuta effettivamente alla luce solo da qualche anno, silenziata per più di un secolo dunque, qui spettacolarmente romanzata. Oggi inevitabilmente si interseca col nostro minaccioso e minacciato scenario internazionale, e da questo punto di vista suscita perplessità, ma in quegli anni il predominio europeo non era stato ancora annullato dagli Stati Uniti, la Gran Bretagna era la prima potenza mondiale e sicuramente non esistevano problemi di globalizzazione. Perciò si può godere questo film come un bellissimo apologo, commovente in finale e Judi Dench si conferma l’attrice eccellente che è.

mercoledì 22 aprile 2015

L'ultimo Visconti

Visibilmente sofferente, Luchino Visconti era circondato da gigli e rose, omaggi augurali dei suoi ammiratori, da libri, da carte, da mimose, tutte espressioni d’affetto.
Sofferente ma forte e combattivo, lo attraversava un’immensa tensione della volontà, esercitava una pazienza grandiosa.
Doveva sottoporsi a una disciplina durissima, per la fisioterapia quotidiana. Il suo corpo decadeva ma lui ostacolava il decorso della malattia in primo luogo col cervello. Voleva riabilitarsi completamente. 






mercoledì 1 aprile 2015

Stati di Facebook (Marzo 2015)





Domani mi metto gli occhiali rossi.

2 marzo 2015

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Le Confessioni di Rousseau hanno cadenze qua e là proustiane. Ovviamente Proust le aveva avute presenti. Ma c'è del Proust in Rousseau, si può dire, come c'è del Diels in Eraclito o del Marullo in Lucrezio. Si può leggere Proust in Rousseau, come sanno pochissimi lettori.
3 marzo

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Ho trovato nei miei cassetti una smilza cartella di anni or sono contenente alcuni fogli dattiloscritti, in prosa. Andrebbe ripresa, fra i miei centocinquanta progetti e abbozzi. Ma si tratterebbe di lavorarci su carta, o scrivendo a mano o con la macchina meccanica, altrimenti perdo il ritmo.
7 marzo

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Le donne sono sempre determinanti nelle situazioni. Questa è una verità che bisognerebbe dire solo agli uomini (delle donne bisogna parlare solo agli uomini), ma oggi si può fare un'eccezione. Così arrivato all'isola dei Feaci, Odisseo rivolge prima il suo saluto alla regina, e solo successivamente al re, e non si spiega come una civiltà così evoluta culturalmente come quella greca abbia invece tenuto la donna in tanto scarsa considerazione, tranne che appunto nel mito e nei grandi personaggi della letteratura...
AUGURI, dunque, a tutte le donne, e in particolare a coloro cui ancora non ho avuto modo di farli in pvt!!

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«Il comportamento di Nietzsche a Torino si “spiegherebbe” o si dimostrerebbe con l’irruzione di un contro-Nietzsche rimosso (dopo la perdita di Tribschen e la rottura con Wagner e Cosima) – un contro-Nietzsche che nascerebbe accanto al Nietzsche prima lucido, ma che rivedrebbe, reinterpretandole, le posizioni appena prese e apparentemente definitive, e che, facendo così, si servirebbe delle dichiarazioni di Nietzsche (le penultime: Contra Wagner e l’Anticristo) per sovrapporvi non solo quello che era stato represso perché potesse pronunciarsi l’anti-wagnerismo, l’anti-cristianesimo, ma anche tutta la realtà affettiva rinnegata in nome della posizione precedentemente lucida.» (Pierre Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso)

La forza di gravità è debole. Gli atomi di cui siamo fatti sono gli stessi delle stelle, il sistema periodico è uguale in tutto l'universo visibile. La velocità di fuga delle galassie è superiore a quella della luce. È lo spazio a dilatarsi.

8 marzo

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“È un felice destino quello di esser chiamati dalla propria particolare vocazione a fare ciò che già in quanto uomini, per propria vocazione generale, si avrebbe il dovere di fare, - di rivolgere il proprio tempo e le proprie energie a nient’altro che a ciò in vista di cui quel tempo e quelle energie occorrerebbe altrimenti ritagliarseli con penosa parsimonia, - di avere per compito, ufficio ed unico lavoro quotidiano della propria vita ciò che per altri rappresenterebbe una dolce ricreazione dal lavoro!”
(J.G. Fichte, La missione del dotto)

"Non è che mancassimo da casa da molto tempo, ma ci dava una sensazione di sicurezza l'osservare il caro disordine del nostro salotto, punto di partenza di tante imprese e avventure famose, confessionale notturno di innumerevoli visitatori, uomini e donne turbati, terrorizzati, che venivano a noi coi loro bizzarri racconti di soprusi, paure e ogni sorta di follie umane..." ( Michael & Mollie Hardwick, Vita privata di Sherlock Holmes)

9 marzo

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«E da Cicerone al ciceroniano Erasmo (o sancte Socrates ora pro nobis!) il mito passa al pensiero moderno. Voltaire nel Trattato sulla tolleranza dedica un capitolo quasi ‘eroico’ all’imbarazzante processo contro il filosofo: Voltaire tenta lì di conciliare la devozione per Socrate con la sua visione favorevole di Atene e della ‘tolleranza’ degli Ateniesi; e la sua trovata è che, se quasi 300 giurati, pur soccombenti perché minoranza, avevano votato per l’assoluzione di Socrate, c’erano dunque ad Atene nientemeno che “quasi 300 filosofi”! […] Mezzo secolo dopo, Benjamin Constant, che pure tenderebbe a collocare Atene in una luce meno negativa tra le repubbliche antiche dalle quali raccomanda di prendere congedo una volta per sempre, indica comunque proprio il processo e la condanna di Socrate come l’indizio più chiaro della inaccettabile oppressività di quelle repubbliche (1819).» (Luciano Canfora, Il mondo di Atene)

“Guidava adagio, per la strada sonnolenta sotto il gran sole di agosto. Che cosa fosse venuto a fare in città, con quel gran caldo, Arrigo Laudi non lo sapeva esattamente. Villeggiava a Rapallo, con la madre e il padre. La sua amante ufficiale del momento tuffava il bel corpo nella incantata insenatura di Portofino.” (Liala, La passeggera nel vento)

13 marzo
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Tema di ordine generale: La letteratura non si vede in natura.
14 marzo
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Ho visto Cinquanta sfumature di grigio. Che dirne?
È il racconto del cerimoniale nevrotico, più noioso del marchese de Sade, cui si uniformano in una complicatissima macchinazione pseudo-erotica Anastasia Steele, studentessa di letteratura inglese, e Christian Grey, sorta di dandy dal cognome che vorrebbe vagamente alludere forse al Dorian Gray wildiano.
Naturalmente si capisce subito che proprio di letteratura inglese, qui convocata suo malgrado nella sua curvatura romantica, non c’è la più pallida traccia in questo film che è di una prurigine mal spesa e peggio evocata, un déjà vu tra 9 settimane e ½ e Baise moi – Scopami, con qualche citazione involontaria da Adele H. - Una storia d’amore di Truffaut (magari solo perché Dakota Johnson ricorda lontanamente Isabelle Adjani).
Battute come:
“Quando fai sesso, c’è qualcosa che non ti piace fare?” chiesto da lui a lei, o
“È l’ora del bagnetto” non te le facevano neppure le sorelle Brontë, per non parlare del più classico
“Hai un bellissimo corpo, Anastasia!”, che non sarebbe venuto in mente neanche al pur castigato Henry James.
Insomma, è un film sulla dialettica dominazione/sottomissione, ma Venere in pelliccia di von Sacher-Masoch è decisamente un’altra cosa.
Se non lo avete visto, non vi siete persi niente.
15 marzo

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"Si trattava, in sostanza, di un ennesimo appello umanitario. Per noi lasciava il tempo che trovava; per Moro segnò il momento peggiore di quei cinquantacinque giorni. Fra tutte le cattive notizie che Mario gli portò, nessuna - neppure il tradimento degli amici, neppure il falso annuncio della sua morte - lo scosse come il documento del papa." (Anna Laura Braghetti con Paola Tavella, Il prigioniero, p. 153)

"Nell'autunno 1924, dopo una serie infinita di incidenti e ostacoli, apparve finalmente il romanzo che mi aveva avvinto non sette, ma tutto sommato dodici anni, e se anche l'accoglienza che ebbe fosse stata meno favorevole avrebbe tuttavia superato le mie speranze fino a sbalordirmi. Di solito depongo un lavoro compiuto con una rassegnata alzata di spalle senza la minima fiducia che possa farsi valere nel mondo. Il fascino che il lavoro ha esercitato su di me si è già smorzato da un pezzo, il compito di arrivare alla fine è stato una questione di onestà produttiva e in fondo di ostinazione; e i molti anni di accanimento mi sembrano troppo determinati dall'ostinazione, troppo divertimento personale a trattar problemi perché io possa arrischiarmi a sperar che molti altri prestino attenzione alla traccia lasciata dalle mie singolari mattinate." (Th. Mann, Saggio autobiografico)

17 marzo

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"Utamur igitur libertate, qua nobis solis in philosophia licet uti, quorum oratio nihil ipsa iudicat, sed habetur in omnis partis, ut ab aliis possit ipsa per sese nullius auctoritate adiuncta iuducari."
(Cic., Tusc. disp. ad M. B. l. V, V 83)

18 marzo
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“Though few would now claim that the Lesbia poems reflect the history of a real love affair, the poems are almost always read as composing a story, even if fictional. Dominating the opening of the collection is what is usually referred to as a ‘Lesbia cycle,’ a sequence of poems that presents the basic narrative of a love affair. These love poems (cc. 2, 3, 5, 7, 8, and 11) have been scanned for signs of change in Catullus' (fictional) relationship with Lesbia, which is said to undergo a progression from light to serious and from optimistic to bitter. Full-blown versions of the novel of Catullus' love see a similar progression through the whole book, with Catullus discovering deeper feelings in himself at the same time as he realizes Lesbia's unworthiness, and not uncommonly he ends up turning to God. That this story has been so endlessly elaborated in Catullan scholarship is due to the need to find some way of stratifying the collection and, above all, of siting the playful, trivial poems so that they become part of a story of transcendence.” (William Fitzgerald, Catullan provocations)

19 marzo
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Quella di Leopardi è "prosa lavoratissima ma estrinseca, e che tiene sovente qualcosa del vaniloquio accademico." (Benedetto Croce, Poesia e non poesia)

“Quando Croce afferma che ‘la poesia è già intera quando il poeta l’ha già espressa in parole, cantandola dentro di sé’, identifica l’intuizione, come immagine interiore data nell’espressione, con il fatto estetico. Vale a dire che secondo lui lo stesso processo creativo è un evento esclusivamente interiore che, oltre a precedere la realizzazione tecnica che rende estrinseca quest’opera già compiuta, non ne ha nemmeno bisogno. Poiché l’opera come immagine interiore è dunque già pronta, la sua espressione-estrinsecazione viene in fondo definita come momento tecnico, anche se nel migliore dei casi, e cioè grazie al sentire della poesia, essa rimane inosservata: secondo la logica crociana la parola scritta deve essere preceduta dalla parola cantata dato che altrimenti non si è in grado di scrivere, e di conseguenza tutte le cancellature, tutti i cambiamenti sono dovuti solo alla realizzazione tecnica, e cioè al fatto che la mano precorre l’immagine interiore conservata dalla memoria.”
(Béla Hoffmann, Poesia e/o interpretazione)

Ecco il passo:
“È chiaro che la poesia è già intera quando il poeta l’ha espressa in parole, cantandola dentro di sé; e che, col passare a cantarla a voce spiegata per farla udire ad altri, o a cercar persone che la imparino a mente e la ricantino altrui come in una schola cantorum, o a metterla in segni di scrittura e di stampa, si entra in un nuovo stadio, certamente di molta importanza sociale e culturale, il cui carattere non è più estetico ma pratico.”(Benedetto Croce, Aesthetica in nuce)
20 marzo
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«Si sedeva davanti al computer tutti i giorni dalle nove alle undici, come aveva fatto per tre anni a quella parte (e per qualcosa come mille anni prima di allora aveva trascorso due ore seduto davanti a una vecchia Royal da ufficio), ma, per gli esaltanti risultati che ne stava traendo, meglio avrebbe fatto a scambiare quella macchina per un motoscafo e uscirsene sul lago a divertirsi coi ragazzi.
Quel giorno durante la sua seduta quotidiana aveva prodotto le seguenti righe di prosa immortale:
Quattro giorni dopo aver avuto la conferma definitiva che sua moglie lo tradiva, George l’affrontò.
“Devo parlarti, Abby”, disse.
Non andava.
Era troppo vicino alla realtà perché potesse andare bene, Non era mai stato molto brillante di fronte a episodi tratti dalla vita vissuta. Forse il problema era tutto lì.
Spense il computer, ricordandosi, solo un attimo dopo aver abbassato l’interruttore, che non aveva salvato il testo. Oh, be’, pazienza. Forse era stato il critico che aveva nell’inconscio a dirgli che non valeva la pena salvarlo.»
(Stephen King, Finestra Segreta, Giardino Segreto)

“Ho quasi vent’anni più di Fabrice, e sopportavo meno bene di lui il fatto di essere messo continuamente sotto esame da un manipolo di fighetti con la barba di tre giorni che potevano essere miei figli e prendevano un’aria di sufficienza davanti a quello che avevamo scritto. La tentazione di dire: ‘Ragazzi, se sapete così bene che cosa bisogna fare, fatevelo da soli’ era forte. E vi ho ceduto. Contro i saggi consigli di mia moglie Hélène e di François, il mio agente, non sono stato umile e me ne sono andato sbattendo la porta a metà della prima stagione.”
(Emmanuel Carrère, Il Regno)

Affascinante questo libro di Carrère. Uno che dice di aver creduto e ora si dichiara nuovamente agnostico. Ma avrà davvero creduto? Insomma ho la sensazione - di altro non potrei, al momento, parlare - che non abbia, in realtà, nonostante le quotidiane pratiche di devozione di quel periodo, mai creduto. Oppure, affermando adesso di non credere, sta dicendo di credere? Ma non lo sta dicendo... non lo so. Sono solo alle prime decine di pagine de Il Regno e magari mi sbaglio
23 marzo
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“Quando dal Machiavelli e dal Vico si passa a leggere il Contratto sociale, si ha l’impressione di non saper più in che mondo ci si trovi: certo, non nel mondo della storia politica né della filosofia della politica. Il problema del Machiavelli era di affermare la qualità propria e la necessità della politica come politica; quello del Vico, d’intendere come la dura e violenta politica si congiunga con la vita etica. Ma il problema del Rousseau non è di questa sorta, e, in fondo, non è un problema che si riferisca all’indagine della realtà. Si tratta, com’egli stesso dice, di escogitare una forma di associazione, nella quale ‘chacun s’unissant à tous, n’obéisse pourtant qu’à soi-même et reste aussi libre qu’auparavant’.” (Benedetto Croce, Elementi di politica)
“Al ‘come se’ della finzione, la parodia oppone il suo drastico ‘così è troppo’ (o ‘come se non’). Per questo, se la finzione definisce l’essenza della letteratura, la parodia si tiene per così dire sulla soglia di questa, ostinatamente protesa fra realtà e finzione, fra la parola e la cosa.
[…] Facendo morire il suo oggetto d’amore, Dante muove certamente un passo di là della poesia trobadorica. Ma il suo gesto resta ancora parodia, la morte di Beatrice è una parodia che, staccando il nome della creatura mortale che lo porta, ne raccoglie l’essenza beatificante. Di qui l’assoluta mancanza del lutto, di qui alla fine il trionfo non della morte, ma dell’amore. La morte di Laura è, invece, la morte della consistenza parodica dell’oggetto d’amore trobadorico e stilnovista, il suo diventare ormai soltanto ‘aura’, soltanto un flatus vocis. Gli scrittori si distinguono, in questo senso, secondo il loro iscriversi nell’una o nell’altra di due grandi classi: la parodia e la finzione, Beatrice e Laura. Ma sono possibili anche soluzioni intermedie: parodiare la finzione (è la vocazione di Elsa), o fingere la parodia (è il gesto di Manganelli e Landolfi).” (Giorgio Agamben, Profanazioni)
25 marzo
*
"L'insistenza nel ricercare le cause, lo scambio tra causa ed effetto, l'acquietarsi in una falsa teoria provocano gravi danni, che non è il caso di sviluppare." (Goethe, Massime e riflessioni, 585)
Oggi ho tenuto parte di una lezione di storia sulla tetrarchia di Diocleziano in latino. Una sperimentazione a braccio.
Mi piace andare da solo al cinema. O se sono accompagnato, non ammetto commenti durante la visione. Totale silenzio.
Fini in Ragazzo ha “plagiato” - sia detto tra virgolette e dannunzianamente, e dunque eufemisticamente - alcune felici espressioni di Ervino Pocar relative al Faustus di Mann: diciamo peccato veniale, sono solo poche parole sia pure inconfondibilmente di Pocar (il più grande traduttore italiano di Thomas Mann e non solo, secondo me), quando afferma, a p. 69, che il Faustus è opera “sovrabbondante di citazioni erudite, carica di simbolismi ermetici”, il che è da confrontare con l’introduzione Mondadori (XII ristampa 1996) del romanzo di Mann, dove si dice: “sovrabbondante di citazioni erudite, misteriosa per simbolismi ermetici e allusioni non sempre palesi”... 
Ora. Le parole di Pocar sono di quelle che difficilmente si dimenticano, finiscono per far parte del DNA e nella stessa narrazione manniana si riscontrano affermazioni contrarie alla rivendicazione del copyright. Ma non è condivisibile la stroncatura che lì Fini fa del Faustus, che è sì opera stanca e smembrata, ma anche di potente suggestione, come rilevò Cusatelli. E dove la stanchezza è parte integrante della struttura, che è talmente grandiosa da recuperarla come elemento narrativo attraverso la suprema ironia dell'autore.
Talvolta Rousseau mi sembra Max Stirner.
26 marzo
*
L'ergastolo è un istituto ignobile. Sono contento per Raffaele Sollecito!
27 marzo

*                                                                                               
Due diversi (non poi tanto) tipi di intellettuale.
E in epoca non sospetta (si fa per dire):

«Carlo conosceva Blessi solo di nome. Assicuratosi di non esser visto dall’interno della libreria, Rinaldo disse:
“Ha un incarico di sociologia della letteratura a Teramo. Ha scritto diversi saggi aggrovigliatissimi e tre romanzi, perlomeno incolori. Ha un concetto della letteratura da studente delle medie. Guai se lo escludono da un’antologia, se non lo convocano a uno solo dei convegni disseminati per la penisola! Valuta il talento di un autore dal numero dei libri scritti e i libri dalla quantità delle pagine. Bega per apparire anche solo un istante in televisione, per parlare cinque minuti a una radio privata. In questi ultimi tempi s’è deciso, va dall’analista. Pare si stia scoprendo, ma questo non lo rende meno petulante. La moglie l’ha piantato un mese fa, è andata a vivere in una comune di donne. La Carella, che non manca di acume, l’ha paragonato a una ciocia. Sai, le calzature dei pastori! Certo si trova in libreria per raccomandarsi ai commessi, che mettano in vetrina il suo libro.”»
(Elio Pecora, Estate, Bompiani 1981, pp. 17-18)

«Nel chiacchierio generale Andrea si rivolse a Carlo:
“Il solito ritardo nostrano. Il poeta sofferente, ovviamente povero, continuamente minacciato da mali mortali. Sempre incompreso, anche se scrive per il giornale delle famiglie. Diverso perché bisognoso di compassione, recita la nevrosi intanto che si strugge per la consapevolezza della sua recita. Col piagnisteo si procura premi in quadri d’autore e in assegni, partecipa ai convegni, convince gli amici indecisi ad avallarlo sui fogli letterari, non cessa di sperare in qualche contentezza  almeno in punto di morte. È il vate veggente. Se ne sta al sicuro, traffica fra il letto e il frigorifero, sollecitando inviti a cena e fuori città intona sublimità in nome del mistero.”»
(Elio Pecora, Estate, pp. 103-104)

*

De vitae secretae voluptatibus.
28 marzo

*

Gli auguri per le Palme non se li scambiano solo i cattolici tra loro, o così non dovrebbe essere, è un discorso almeno di buona creanza universalmente (non nel senso di cattolicamente) acquisibile. Se no a questo punto non avrebbero senso neppure gli auguri di buon Natale, buona Pasqua, e così via, che pure tutti indistintamente non mi sembra rigettino.

Stabat Mater dolorosa.
- Stiamo.

29 marzo

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“Quando un essere umano si trova in un momento decisivo della sua esistenza, i veri amici fanno di tutto per lui. Gli altri continuano invece a badare ai loro piccoli affari. Ma io ho avuto delle prove di amicizia perfino da gente che non conoscevo o conoscevo appena. Mi ha scritto anche Joseph Losey, che conoscevo appena. Mi ha mandato una lettera meravigliosa. Allora mi sono detto: ‘Guarda un po’, bisogna essere malati per conoscere meglio le persone, per capire la gente, per rendersi conto di chi è sensibile e di chi non lo è…’.” (Luchino Visconti a Costanzo Costantini, in L’ultimo Visconti. La sua lunga, dura, spietata lotta contro la malattia e la morte)


30 marzo