domenica 5 novembre 2017

Rapporto vita/arte

La "vita al di fuori dell'opera", che per alcuni esteti decadenti coincideva con l'arte - essendo per loro la vita un'opera d'arte, - si pone su una base equivoca. Perciò ad esempio l'opera di Wilde è stata tutt'altro che mediocre, la sua pagina è il riflesso di quella, e quindi è decadente: da integrare col mito. Invece d'Annunzio è il primo scrittore italiano a costruire la vasta macchina decadente riuscendo a essere più unitario (nel rapporto vita/arte) di quanto non sia stato Wilde. Ma i due elementi dialogano tra loro, la vita vissuta fuori della pagina non rientra nella creazione artistica. Mi pare di cogliere un'assonanza con questo discorso nella seguente, appropriata interpretazione del mito di Orfeo:
«Il poeta è un asceta della finzione, perché la finzione è mascheramento della verità nell'immanenza.

Mi sono interrogato a lungo sulla vicenda di Orfeo ed Euridice, convincendomi che Orfeo non si voltò a causa del desiderio di vedere Euridice: si voltò perché aveva sbagliato strada. La poesia, infatti, misura sempre lo stesso luogo e allo stesso fa ritorno. Poco importa se questo significa perdere per sempre Euridice, cioè la vita stessa che scambiamo per la ragione del nostro viaggio. Orfeo non poteva procedere, semplicemente. Questo è tutto.
La poesia non è vita, la poesia è camminare rimanendo fermi mentre tutto il mondo scorre via nei pressi del poeta. Mentre comprende -letterale - che la poesia è male incurabile e cura, perdizione - letterale- ed esorcismo.
Solo chi ha visto per caso sparire Euridice può ben per calcolo sparire alla Madonna» (Andrea Rossetti, Sono sparito alla Madonna. Scritti sul mio teatro, prefazione di Stefano Giovanardi, Torino, Marco Valerio Editore, p. 63)




“Fantasmi vesuviani” di Felice Piemontese

Ho trascorso il pomeriggio rileggendo Fantasmi vesuviani di Felice Piemontese (Hacca, 2009). Un frammento di tempo ritrovato questo libro sulla cultura napoletana della seconda metà del trascorso Novecento. Sono tante le personalità che si susseguono, tra maggiori e minori: Lucio Amelio, Luigi Incoronato, Luigi Compagnone, Domenico Rea, e soprattutto Giancarlo Mazzacurati, successivamente trasferitosi a Pisa, sempre coinvolto dagli "irregolari" e lui stesso un "corpo estraneo" nella facoltà, e le cui lezioni di letteratura Italiana erano le più frequentate - affollatissime, me ne ricordo bene - dell'ateneo napoletano. E Anna Maria Ortese immancabilmente legata al racconto Il silenzio della ragione, ne Il mare non bagna Napoli, che suscitò com'è noto un'infinità di risentite polemiche. Poi la fortuna postuma di Enzo Striano, il significativo resoconto dell'incontro coi paesi del socialismo reale, lo sconosciutissimo Albino Pierro candidato al Nobel, provocando lo sconcerto di Mario Luzi che arrivò addirittura a invocare, sulle pagine del Corriere della sera, l'intervento della magistratura (erano gli anni di Mani pulite) perché si indagasse sull'inammissibile affronto da lui subito.
Ciò che soprattutto colpisce è che nel libro nulla è concesso al lirismo, né alla facile maniera che l'argomento "Napoli" avrebbe potuto indurre: il memoriale va avanti come un commentarium cesariano asciutto e implacabile nella sua precisione e imparzialità, mentre si percepisce bene tra le righe l'attenzione appassionante del venerato maestro per il labirinto di realtà e di destini quale è tuttora l'area napoletana.