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martedì 16 maggio 2023

Tesi di laurea del Pascoli

  




Discussa con Carducci, Pelliccioni e Gandino nel 1882, la tesi di laurea di Giovanni Pascoli su Alceo è piuttosto smilza, appena 25 pp. della presente edizione (Cooperativa libraria universitaria in Bologna, 1986), pure qua e là un po' sciatta tanto che Pelliccioni la definì - pur non essendo contrario alla lode - nient'altro che un esercizio letterario e un parto dell'entusiasmo.

Ma Carducci colse i presentimenti del genio e si associò alla proposta di lode.

《De' canti in cui celebrava Lico, bello de' suoi occhi neri e de' suoi neri capelli, ci restano due frammentini poco significanti (Fram. 58, 57). Quello che M. Tullio ci dice del neo di cui Alceo era dilettato nel corpo del fanciullo testifica una grande gentilezza di gusto. Né rimprovereremo troppo al poeta di Lesbo quest'unico amor maschile che di lui si ricorda.》 (G. P., II)
 







 


domenica 10 aprile 2016

Sergius Sobolevskius loquitur et Michael Pokrovskius

S. – […] penitus quidem veterum lectione imbuendi sumus, recentiores tamen sedulo evolvendi sunt vel eo consilio, ut ad antiquos quasi per gradus quosdam ascendamus. nam Ciceronis splendor ita primum oculos perstringit, ut caecutiant aspernentque caeleste illud lumen. itaque clarae luci paullatim recentiorum lectione assuescendum; quare non absurde Wyttenbachius, qui sese ad latinitatis studium quodammodo magis legendis Mureti orationibus, quam ipsius Ciceronis excitatum fuisse fatebatur, et si quid ad scribendi facultatem profecisset, eius se magnam partem Mureto debere, et memini me Petrarcae lectione primum impetum ad Ciceronem legendum cepisse.

Helgus Nikitinski, Sergius sive de eloquentia grammaticorum libri duo, I, pp. 25-27.















mercoledì 1 aprile 2015

Stati di Facebook (Marzo 2015)





Domani mi metto gli occhiali rossi.

2 marzo 2015

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Le Confessioni di Rousseau hanno cadenze qua e là proustiane. Ovviamente Proust le aveva avute presenti. Ma c'è del Proust in Rousseau, si può dire, come c'è del Diels in Eraclito o del Marullo in Lucrezio. Si può leggere Proust in Rousseau, come sanno pochissimi lettori.
3 marzo

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Ho trovato nei miei cassetti una smilza cartella di anni or sono contenente alcuni fogli dattiloscritti, in prosa. Andrebbe ripresa, fra i miei centocinquanta progetti e abbozzi. Ma si tratterebbe di lavorarci su carta, o scrivendo a mano o con la macchina meccanica, altrimenti perdo il ritmo.
7 marzo

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Le donne sono sempre determinanti nelle situazioni. Questa è una verità che bisognerebbe dire solo agli uomini (delle donne bisogna parlare solo agli uomini), ma oggi si può fare un'eccezione. Così arrivato all'isola dei Feaci, Odisseo rivolge prima il suo saluto alla regina, e solo successivamente al re, e non si spiega come una civiltà così evoluta culturalmente come quella greca abbia invece tenuto la donna in tanto scarsa considerazione, tranne che appunto nel mito e nei grandi personaggi della letteratura...
AUGURI, dunque, a tutte le donne, e in particolare a coloro cui ancora non ho avuto modo di farli in pvt!!

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«Il comportamento di Nietzsche a Torino si “spiegherebbe” o si dimostrerebbe con l’irruzione di un contro-Nietzsche rimosso (dopo la perdita di Tribschen e la rottura con Wagner e Cosima) – un contro-Nietzsche che nascerebbe accanto al Nietzsche prima lucido, ma che rivedrebbe, reinterpretandole, le posizioni appena prese e apparentemente definitive, e che, facendo così, si servirebbe delle dichiarazioni di Nietzsche (le penultime: Contra Wagner e l’Anticristo) per sovrapporvi non solo quello che era stato represso perché potesse pronunciarsi l’anti-wagnerismo, l’anti-cristianesimo, ma anche tutta la realtà affettiva rinnegata in nome della posizione precedentemente lucida.» (Pierre Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso)

La forza di gravità è debole. Gli atomi di cui siamo fatti sono gli stessi delle stelle, il sistema periodico è uguale in tutto l'universo visibile. La velocità di fuga delle galassie è superiore a quella della luce. È lo spazio a dilatarsi.

8 marzo

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“È un felice destino quello di esser chiamati dalla propria particolare vocazione a fare ciò che già in quanto uomini, per propria vocazione generale, si avrebbe il dovere di fare, - di rivolgere il proprio tempo e le proprie energie a nient’altro che a ciò in vista di cui quel tempo e quelle energie occorrerebbe altrimenti ritagliarseli con penosa parsimonia, - di avere per compito, ufficio ed unico lavoro quotidiano della propria vita ciò che per altri rappresenterebbe una dolce ricreazione dal lavoro!”
(J.G. Fichte, La missione del dotto)

"Non è che mancassimo da casa da molto tempo, ma ci dava una sensazione di sicurezza l'osservare il caro disordine del nostro salotto, punto di partenza di tante imprese e avventure famose, confessionale notturno di innumerevoli visitatori, uomini e donne turbati, terrorizzati, che venivano a noi coi loro bizzarri racconti di soprusi, paure e ogni sorta di follie umane..." ( Michael & Mollie Hardwick, Vita privata di Sherlock Holmes)

9 marzo

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«E da Cicerone al ciceroniano Erasmo (o sancte Socrates ora pro nobis!) il mito passa al pensiero moderno. Voltaire nel Trattato sulla tolleranza dedica un capitolo quasi ‘eroico’ all’imbarazzante processo contro il filosofo: Voltaire tenta lì di conciliare la devozione per Socrate con la sua visione favorevole di Atene e della ‘tolleranza’ degli Ateniesi; e la sua trovata è che, se quasi 300 giurati, pur soccombenti perché minoranza, avevano votato per l’assoluzione di Socrate, c’erano dunque ad Atene nientemeno che “quasi 300 filosofi”! […] Mezzo secolo dopo, Benjamin Constant, che pure tenderebbe a collocare Atene in una luce meno negativa tra le repubbliche antiche dalle quali raccomanda di prendere congedo una volta per sempre, indica comunque proprio il processo e la condanna di Socrate come l’indizio più chiaro della inaccettabile oppressività di quelle repubbliche (1819).» (Luciano Canfora, Il mondo di Atene)

“Guidava adagio, per la strada sonnolenta sotto il gran sole di agosto. Che cosa fosse venuto a fare in città, con quel gran caldo, Arrigo Laudi non lo sapeva esattamente. Villeggiava a Rapallo, con la madre e il padre. La sua amante ufficiale del momento tuffava il bel corpo nella incantata insenatura di Portofino.” (Liala, La passeggera nel vento)

13 marzo
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Tema di ordine generale: La letteratura non si vede in natura.
14 marzo
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Ho visto Cinquanta sfumature di grigio. Che dirne?
È il racconto del cerimoniale nevrotico, più noioso del marchese de Sade, cui si uniformano in una complicatissima macchinazione pseudo-erotica Anastasia Steele, studentessa di letteratura inglese, e Christian Grey, sorta di dandy dal cognome che vorrebbe vagamente alludere forse al Dorian Gray wildiano.
Naturalmente si capisce subito che proprio di letteratura inglese, qui convocata suo malgrado nella sua curvatura romantica, non c’è la più pallida traccia in questo film che è di una prurigine mal spesa e peggio evocata, un déjà vu tra 9 settimane e ½ e Baise moi – Scopami, con qualche citazione involontaria da Adele H. - Una storia d’amore di Truffaut (magari solo perché Dakota Johnson ricorda lontanamente Isabelle Adjani).
Battute come:
“Quando fai sesso, c’è qualcosa che non ti piace fare?” chiesto da lui a lei, o
“È l’ora del bagnetto” non te le facevano neppure le sorelle Brontë, per non parlare del più classico
“Hai un bellissimo corpo, Anastasia!”, che non sarebbe venuto in mente neanche al pur castigato Henry James.
Insomma, è un film sulla dialettica dominazione/sottomissione, ma Venere in pelliccia di von Sacher-Masoch è decisamente un’altra cosa.
Se non lo avete visto, non vi siete persi niente.
15 marzo

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"Si trattava, in sostanza, di un ennesimo appello umanitario. Per noi lasciava il tempo che trovava; per Moro segnò il momento peggiore di quei cinquantacinque giorni. Fra tutte le cattive notizie che Mario gli portò, nessuna - neppure il tradimento degli amici, neppure il falso annuncio della sua morte - lo scosse come il documento del papa." (Anna Laura Braghetti con Paola Tavella, Il prigioniero, p. 153)

"Nell'autunno 1924, dopo una serie infinita di incidenti e ostacoli, apparve finalmente il romanzo che mi aveva avvinto non sette, ma tutto sommato dodici anni, e se anche l'accoglienza che ebbe fosse stata meno favorevole avrebbe tuttavia superato le mie speranze fino a sbalordirmi. Di solito depongo un lavoro compiuto con una rassegnata alzata di spalle senza la minima fiducia che possa farsi valere nel mondo. Il fascino che il lavoro ha esercitato su di me si è già smorzato da un pezzo, il compito di arrivare alla fine è stato una questione di onestà produttiva e in fondo di ostinazione; e i molti anni di accanimento mi sembrano troppo determinati dall'ostinazione, troppo divertimento personale a trattar problemi perché io possa arrischiarmi a sperar che molti altri prestino attenzione alla traccia lasciata dalle mie singolari mattinate." (Th. Mann, Saggio autobiografico)

17 marzo

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"Utamur igitur libertate, qua nobis solis in philosophia licet uti, quorum oratio nihil ipsa iudicat, sed habetur in omnis partis, ut ab aliis possit ipsa per sese nullius auctoritate adiuncta iuducari."
(Cic., Tusc. disp. ad M. B. l. V, V 83)

18 marzo
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“Though few would now claim that the Lesbia poems reflect the history of a real love affair, the poems are almost always read as composing a story, even if fictional. Dominating the opening of the collection is what is usually referred to as a ‘Lesbia cycle,’ a sequence of poems that presents the basic narrative of a love affair. These love poems (cc. 2, 3, 5, 7, 8, and 11) have been scanned for signs of change in Catullus' (fictional) relationship with Lesbia, which is said to undergo a progression from light to serious and from optimistic to bitter. Full-blown versions of the novel of Catullus' love see a similar progression through the whole book, with Catullus discovering deeper feelings in himself at the same time as he realizes Lesbia's unworthiness, and not uncommonly he ends up turning to God. That this story has been so endlessly elaborated in Catullan scholarship is due to the need to find some way of stratifying the collection and, above all, of siting the playful, trivial poems so that they become part of a story of transcendence.” (William Fitzgerald, Catullan provocations)

19 marzo
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Quella di Leopardi è "prosa lavoratissima ma estrinseca, e che tiene sovente qualcosa del vaniloquio accademico." (Benedetto Croce, Poesia e non poesia)

“Quando Croce afferma che ‘la poesia è già intera quando il poeta l’ha già espressa in parole, cantandola dentro di sé’, identifica l’intuizione, come immagine interiore data nell’espressione, con il fatto estetico. Vale a dire che secondo lui lo stesso processo creativo è un evento esclusivamente interiore che, oltre a precedere la realizzazione tecnica che rende estrinseca quest’opera già compiuta, non ne ha nemmeno bisogno. Poiché l’opera come immagine interiore è dunque già pronta, la sua espressione-estrinsecazione viene in fondo definita come momento tecnico, anche se nel migliore dei casi, e cioè grazie al sentire della poesia, essa rimane inosservata: secondo la logica crociana la parola scritta deve essere preceduta dalla parola cantata dato che altrimenti non si è in grado di scrivere, e di conseguenza tutte le cancellature, tutti i cambiamenti sono dovuti solo alla realizzazione tecnica, e cioè al fatto che la mano precorre l’immagine interiore conservata dalla memoria.”
(Béla Hoffmann, Poesia e/o interpretazione)

Ecco il passo:
“È chiaro che la poesia è già intera quando il poeta l’ha espressa in parole, cantandola dentro di sé; e che, col passare a cantarla a voce spiegata per farla udire ad altri, o a cercar persone che la imparino a mente e la ricantino altrui come in una schola cantorum, o a metterla in segni di scrittura e di stampa, si entra in un nuovo stadio, certamente di molta importanza sociale e culturale, il cui carattere non è più estetico ma pratico.”(Benedetto Croce, Aesthetica in nuce)
20 marzo
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«Si sedeva davanti al computer tutti i giorni dalle nove alle undici, come aveva fatto per tre anni a quella parte (e per qualcosa come mille anni prima di allora aveva trascorso due ore seduto davanti a una vecchia Royal da ufficio), ma, per gli esaltanti risultati che ne stava traendo, meglio avrebbe fatto a scambiare quella macchina per un motoscafo e uscirsene sul lago a divertirsi coi ragazzi.
Quel giorno durante la sua seduta quotidiana aveva prodotto le seguenti righe di prosa immortale:
Quattro giorni dopo aver avuto la conferma definitiva che sua moglie lo tradiva, George l’affrontò.
“Devo parlarti, Abby”, disse.
Non andava.
Era troppo vicino alla realtà perché potesse andare bene, Non era mai stato molto brillante di fronte a episodi tratti dalla vita vissuta. Forse il problema era tutto lì.
Spense il computer, ricordandosi, solo un attimo dopo aver abbassato l’interruttore, che non aveva salvato il testo. Oh, be’, pazienza. Forse era stato il critico che aveva nell’inconscio a dirgli che non valeva la pena salvarlo.»
(Stephen King, Finestra Segreta, Giardino Segreto)

“Ho quasi vent’anni più di Fabrice, e sopportavo meno bene di lui il fatto di essere messo continuamente sotto esame da un manipolo di fighetti con la barba di tre giorni che potevano essere miei figli e prendevano un’aria di sufficienza davanti a quello che avevamo scritto. La tentazione di dire: ‘Ragazzi, se sapete così bene che cosa bisogna fare, fatevelo da soli’ era forte. E vi ho ceduto. Contro i saggi consigli di mia moglie Hélène e di François, il mio agente, non sono stato umile e me ne sono andato sbattendo la porta a metà della prima stagione.”
(Emmanuel Carrère, Il Regno)

Affascinante questo libro di Carrère. Uno che dice di aver creduto e ora si dichiara nuovamente agnostico. Ma avrà davvero creduto? Insomma ho la sensazione - di altro non potrei, al momento, parlare - che non abbia, in realtà, nonostante le quotidiane pratiche di devozione di quel periodo, mai creduto. Oppure, affermando adesso di non credere, sta dicendo di credere? Ma non lo sta dicendo... non lo so. Sono solo alle prime decine di pagine de Il Regno e magari mi sbaglio
23 marzo
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“Quando dal Machiavelli e dal Vico si passa a leggere il Contratto sociale, si ha l’impressione di non saper più in che mondo ci si trovi: certo, non nel mondo della storia politica né della filosofia della politica. Il problema del Machiavelli era di affermare la qualità propria e la necessità della politica come politica; quello del Vico, d’intendere come la dura e violenta politica si congiunga con la vita etica. Ma il problema del Rousseau non è di questa sorta, e, in fondo, non è un problema che si riferisca all’indagine della realtà. Si tratta, com’egli stesso dice, di escogitare una forma di associazione, nella quale ‘chacun s’unissant à tous, n’obéisse pourtant qu’à soi-même et reste aussi libre qu’auparavant’.” (Benedetto Croce, Elementi di politica)
“Al ‘come se’ della finzione, la parodia oppone il suo drastico ‘così è troppo’ (o ‘come se non’). Per questo, se la finzione definisce l’essenza della letteratura, la parodia si tiene per così dire sulla soglia di questa, ostinatamente protesa fra realtà e finzione, fra la parola e la cosa.
[…] Facendo morire il suo oggetto d’amore, Dante muove certamente un passo di là della poesia trobadorica. Ma il suo gesto resta ancora parodia, la morte di Beatrice è una parodia che, staccando il nome della creatura mortale che lo porta, ne raccoglie l’essenza beatificante. Di qui l’assoluta mancanza del lutto, di qui alla fine il trionfo non della morte, ma dell’amore. La morte di Laura è, invece, la morte della consistenza parodica dell’oggetto d’amore trobadorico e stilnovista, il suo diventare ormai soltanto ‘aura’, soltanto un flatus vocis. Gli scrittori si distinguono, in questo senso, secondo il loro iscriversi nell’una o nell’altra di due grandi classi: la parodia e la finzione, Beatrice e Laura. Ma sono possibili anche soluzioni intermedie: parodiare la finzione (è la vocazione di Elsa), o fingere la parodia (è il gesto di Manganelli e Landolfi).” (Giorgio Agamben, Profanazioni)
25 marzo
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"L'insistenza nel ricercare le cause, lo scambio tra causa ed effetto, l'acquietarsi in una falsa teoria provocano gravi danni, che non è il caso di sviluppare." (Goethe, Massime e riflessioni, 585)
Oggi ho tenuto parte di una lezione di storia sulla tetrarchia di Diocleziano in latino. Una sperimentazione a braccio.
Mi piace andare da solo al cinema. O se sono accompagnato, non ammetto commenti durante la visione. Totale silenzio.
Fini in Ragazzo ha “plagiato” - sia detto tra virgolette e dannunzianamente, e dunque eufemisticamente - alcune felici espressioni di Ervino Pocar relative al Faustus di Mann: diciamo peccato veniale, sono solo poche parole sia pure inconfondibilmente di Pocar (il più grande traduttore italiano di Thomas Mann e non solo, secondo me), quando afferma, a p. 69, che il Faustus è opera “sovrabbondante di citazioni erudite, carica di simbolismi ermetici”, il che è da confrontare con l’introduzione Mondadori (XII ristampa 1996) del romanzo di Mann, dove si dice: “sovrabbondante di citazioni erudite, misteriosa per simbolismi ermetici e allusioni non sempre palesi”... 
Ora. Le parole di Pocar sono di quelle che difficilmente si dimenticano, finiscono per far parte del DNA e nella stessa narrazione manniana si riscontrano affermazioni contrarie alla rivendicazione del copyright. Ma non è condivisibile la stroncatura che lì Fini fa del Faustus, che è sì opera stanca e smembrata, ma anche di potente suggestione, come rilevò Cusatelli. E dove la stanchezza è parte integrante della struttura, che è talmente grandiosa da recuperarla come elemento narrativo attraverso la suprema ironia dell'autore.
Talvolta Rousseau mi sembra Max Stirner.
26 marzo
*
L'ergastolo è un istituto ignobile. Sono contento per Raffaele Sollecito!
27 marzo

*                                                                                               
Due diversi (non poi tanto) tipi di intellettuale.
E in epoca non sospetta (si fa per dire):

«Carlo conosceva Blessi solo di nome. Assicuratosi di non esser visto dall’interno della libreria, Rinaldo disse:
“Ha un incarico di sociologia della letteratura a Teramo. Ha scritto diversi saggi aggrovigliatissimi e tre romanzi, perlomeno incolori. Ha un concetto della letteratura da studente delle medie. Guai se lo escludono da un’antologia, se non lo convocano a uno solo dei convegni disseminati per la penisola! Valuta il talento di un autore dal numero dei libri scritti e i libri dalla quantità delle pagine. Bega per apparire anche solo un istante in televisione, per parlare cinque minuti a una radio privata. In questi ultimi tempi s’è deciso, va dall’analista. Pare si stia scoprendo, ma questo non lo rende meno petulante. La moglie l’ha piantato un mese fa, è andata a vivere in una comune di donne. La Carella, che non manca di acume, l’ha paragonato a una ciocia. Sai, le calzature dei pastori! Certo si trova in libreria per raccomandarsi ai commessi, che mettano in vetrina il suo libro.”»
(Elio Pecora, Estate, Bompiani 1981, pp. 17-18)

«Nel chiacchierio generale Andrea si rivolse a Carlo:
“Il solito ritardo nostrano. Il poeta sofferente, ovviamente povero, continuamente minacciato da mali mortali. Sempre incompreso, anche se scrive per il giornale delle famiglie. Diverso perché bisognoso di compassione, recita la nevrosi intanto che si strugge per la consapevolezza della sua recita. Col piagnisteo si procura premi in quadri d’autore e in assegni, partecipa ai convegni, convince gli amici indecisi ad avallarlo sui fogli letterari, non cessa di sperare in qualche contentezza  almeno in punto di morte. È il vate veggente. Se ne sta al sicuro, traffica fra il letto e il frigorifero, sollecitando inviti a cena e fuori città intona sublimità in nome del mistero.”»
(Elio Pecora, Estate, pp. 103-104)

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De vitae secretae voluptatibus.
28 marzo

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Gli auguri per le Palme non se li scambiano solo i cattolici tra loro, o così non dovrebbe essere, è un discorso almeno di buona creanza universalmente (non nel senso di cattolicamente) acquisibile. Se no a questo punto non avrebbero senso neppure gli auguri di buon Natale, buona Pasqua, e così via, che pure tutti indistintamente non mi sembra rigettino.

Stabat Mater dolorosa.
- Stiamo.

29 marzo

*

“Quando un essere umano si trova in un momento decisivo della sua esistenza, i veri amici fanno di tutto per lui. Gli altri continuano invece a badare ai loro piccoli affari. Ma io ho avuto delle prove di amicizia perfino da gente che non conoscevo o conoscevo appena. Mi ha scritto anche Joseph Losey, che conoscevo appena. Mi ha mandato una lettera meravigliosa. Allora mi sono detto: ‘Guarda un po’, bisogna essere malati per conoscere meglio le persone, per capire la gente, per rendersi conto di chi è sensibile e di chi non lo è…’.” (Luchino Visconti a Costanzo Costantini, in L’ultimo Visconti. La sua lunga, dura, spietata lotta contro la malattia e la morte)


30 marzo

martedì 10 febbraio 2015

Stati di Facebook (gennaio 2015)



Che cosa c'è dietro il complesso di superiorità? Quello di inferiorità evidentemente, così negli individui come nei gruppi, quando si scelgono vie insane per riaffermare il proprio io umiliato, reagire alla profonda disistima di sé, a una così scarsa consapevolezza del proprio potenziale energetico, a una così plateale mancanza di fiducia in se stessi. D'altra parte uno dei paradossi del nostro tempo è proprio la crisi dell'individuo di fronte a realtà che lo trascendono, dopo un'epoca che raccomandava le sue prerogative, cioè di un individuo di cui tuttora in Occidente non si fa che parlare forse proprio per la problematica che sintomaticamente lo coinvolge in relazione alle masse. Soprattutto in Italia, si coglie un popolo costituito da "individui" impervi alla minima espressione della vitalità sociale e dell'organizzazione collettiva della partecipazione democratica. Io non mi sono mai sognato di sostenere alcun eurocentrismo, e se l'ho fatto dev'essere stato un incubo, né che una cultura sia superiore a un'altra ma, con buona pace di Lévi-Strauss, alla luce di quanto sta accadendo in Francia, bisogna aggiornare almeno sul piano culturale, ma non solo, i termini del rapporto con una "civiltà" che si dichiara superiore a un'altra, fosse pure alla nostra.
9 gennaio 2015
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Lo studioso, il lettore e il critico sono tre diverse persone ma identificabili perlopiù in una stessa persona.
17 gennaio

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«De' morti alle Termopile gloriosa è la fortuna, bello è il fine, altare la tomba, lode la sventura.»
(Pietro Giordani, versione in prosa da Simonide/ Diodoro Siculo XI 11, 6)
21 gennaio

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«Francesco De Sanctis scrisse quasi tutti i suoi libri che non era più giovane: toccava i cinquant'anni, e aveva, come tutti sanno, tenuta in Napoli per oltre un decennio, fino al 1848, una fioritissima scuola di letteratura, e, uscito dal carcere e andato in esilio, aveva insegnato a Torino e a Zurigo»
(BC, Francesco De Sanctis, in I critici. Per la storia della filologia e della critica moderna in Italia, Milano, Marzorati, vol. I, p. 179)
22 gennnaio
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Umile e ingrata fu, all’inizio, l’attività pratica cui si dedicò Quinto Orazio Flacco, appena arrivato a Roma. Più tardi si sarebbe rifiutato di fare il segretario del principe, che scherzosamente lo soprannominava “membro purissimo”, purissimum penem, secondo quanto racconta Svetonio, o tutt’al più “lepidissimo ometto”, homuncionem lepidissimum. Era un ometto ridicolo, piccolo e obeso. Di modesta estrazione sociale, faceva lo scriba quaestorius per sopravvivere. E nient’altro sembrava avere importanza attraverso quell’impiego nell’amministrazione del fisco, ottenuto dietro l’interessamento di Asinio Pollione: un lavoro come ogni altro, del resto, lontano dalla letteratura. Nemmeno l’aveva abbandonata, dopo essere stato ad Atene, nonostante l’audax paupertas e, si direbbe, proprio grazie a quella. Il futuro sarebbe stato illecito sapere - scire nefas! - e proprio in questo periodo maturò la conversione definitiva all’epicureismo, rivissuto alla sua maniera, del tutto personale, con influssi lucreziani (cfr. Sermones I, 3 ma anche I 2 e I 8). #‎HoratiusPapers  
23 gennaio   
Odi profanum volgus et arceo:
favete linguis; carmina non prius
audita Musarum sacerdos
virginibus puerisque canto
.
(Hor., Carm. III 1, 1-4)
Aborro il volgo empio e lo evito.
Silenzio! Carmi che mai s’udirono,
devoto servo delle Muse,
per le fanciulle e i fanciulli io canto.
(Versione di Mario Scaffidi Abbate)
23 gennaio   
*
«La perdita della figlia Tullia e le gravi disillusioni della vita privata avevano aggiunto un colorito romantico al suo isolamento, alla sua attitudine a cercar rifugio nelle lettere e nel colloquio con gli spiriti grandi: questo rimpianto di un passato irripetibile, unito all’incertezza di un presente in cui ogni giorno che passa vede diminuire le speranze, costituisce un po’ lo sfondo su cui si svolgono le opere di questo periodo. […]
Dopo la morte di Tullia (febbr. 45), Cicerone venne a Roma, dove passò tre settimane chiuso nella casa di Attico. Poi partì per la sua villa di Astura, dove arrivò il 7 marzo; e incominciò un lavoro febbrile che non avrebbe conosciuto interruzioni per oltre un anno. […] Terminato a metà aprile l’Hortensius, in due mesi e mezzo all’incirca sono scritti, e successivamente rifusi in quattro libri, i due degli Academica, e poi i cinque del De finibus, ultimati alla fine di giugno.
È a questi giorni che risale il primo progetto delle Tusculane. Il 29 maggio Cicerone chiede ad Attico il περὶ ψυχῆς di Dicearco, e questo proverebbe che già da allora egli aveva in mente il tema del primo libro. Tuttavia, anche se Cicerone raccoglieva materiale fin da quella data, è difficile pensare che le Tusculane siano state iniziate prima della fine di giugno: la redazione del De finibus e la rifusione in quattro libri degli Academica dovevano prendere già abbastanza tempo da non permettergli di occuparsi d’altro.
[…] La prima menzione dell’opera è fatta in una lettera ad Attico, del 18 maggio 44 (quod prima disputatio Tusculana te confirmat sane gaudeo): ma questo non significa necessariamente che Attico aveva ricevuto da poco le Tusculane: può darsi benissimo che egli scrivesse a Cicerone, in quei giorni burrascosi, per rassicurarlo sul proprio stato d’animo e per dirgli che non temeva nulla, perché aveva imparato dal primo libro delle Tusculane a disprezzare la morte.»

(Adolfo Di Virginio, introduzione alle Tusculanae disputationes, Mondadori 1996, pp. V-VIII)


24 gennaio 

domenica 17 febbraio 2013

Le dimissioni di Benedetto XVI






La mattina dell’11 febbraio 2013 circola improvvisamente in rete una notizia sbalorditiva: il papa si è dimesso, dal 28 febbraio p.v. la sede sarà vacante. Si pensa prima a uno scherzo, poi arrivano le conferme ufficiali anche dai telegiornali. Il paragone con Celestino V s’impone immediatamente, e a tratti impropriamente. Si continuerà a chiamarlo Santità? Ci saranno due Santità, quasi come papa e antipapa? E se aggiungiamo anche Sua Santità il Dalai Lama fanno esattamente tre. Io trovo subito tutto questo istintivamente inquietante, tanto più se consideriamo che Ratzinger aveva scelto di chiamarsi Benedetto XVI dopo Benedetto XV, che durante la prima guerra mondiale si era levato contro l’“inutile strage”. Che abdichi Benedetto XVI lo trovo dunque inquietante, proprio per i messaggi simbolici che non possono sfuggirgli. Alla fine della giornata posto un articolo nel mio blog, cogliendo l’occasione per una piccola polemica dantesca, dove affermo:
«È cominciato, c’era da aspettarselo, il bombardamento mass-mediatico in termini di riconoscimento di coraggio, responsabilità, umiltà da Napolitano a Cacciari passando per Monti e tanta bella allineata compagnia. Va da sé che sono dichiarazioni di carattere istituzionale e in quanto tali non suscitano interesse analitico nella loro prevedibilità e hanno solo importanza strategica, comprese le televisioni. Invece vi è un che di sinistro, percepibile, in questa notizia.
«Si tratta solo di una mia sensazione, ma i sentimenti e le sensazioni sono storiche a differenza della verità che mai sapremo. Questa notizia non promette nulla di buono e, anche se la si vuol far derivare da una legittima decisione di natura esclusivamente soggettiva, l’impatto crea turbamento. Oggettivamente, dai tempi di Celestino V, va ribadito (di cui Dante[1] peraltro non fa il nome, non è detto che si tratti di lui, quindi nessuno è legittimato stricto sensu a parlare di ignavia a proposito dell’abdicazione dei papi), non era mai accaduto nulla di così clamorosamente simile. Ho anche da ridire sul verbo “dimettersi” come se si trattasse di un lavoratore qualunque. Qualunque sia la motivazione, il gesto è enorme e implica la sua insormontabile necessità. Tutto questo dà inquietudine, non mi piace e preoccupa mentre va a incidere sulla situazione già poco sicura della traballante Europa, in particolare quella mediterranea. E si volge all’intero Occidente in senso più esteso, et Urbi et orbi.
«Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI, Benedetto XVI ha fatto la politica contraria. Nessuno dubita del valore filosofico e teologico di papa Ratzinger purché si rifaccia il processo a Galileo, ma è un dato di fatto che laddove Wojtyla è stato capace di accogliere, sempre sulla stessa linea conservatrice ma con risultati pastorali più evidenti, benché ambivalenti, sotto Benedetto XVI molti si sono allontanati dalla chiesa, e dal punto di vista laico è innegabile che le sue posizioni sono oscurantiste, anche per i cattolici. Questo per un cristiano è secondario perché si può ben essere cristiani anche fuori della chiesa, se lo si è, ma non è possibile seguirlo nella sua ossessione pre-moderna che rimuove il destino dell’individuo e riduce il cristianesimo a un’eresia per famiglie, visto che non si parla d’altro. Spiace dirlo - davvero, e lo dico col massimo rispetto e riverenza dantesca - , in questi termini forse perentori adesso, ma è quanto è accaduto.»
Potrebbe anche essere, al contrario, penso subito, un gesto estremo di arroganza, arroccamento, sub specie tempestatis.
Il 12 febbraio, ultimo giorno di Carnevale, arriva uno sconcertante articolo di Luciano Canfora sul Corriere: «Il testo originale del comunicato – vi si afferma - con cui Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni è scritto, come è ovvio, in un latino costruito con prestiti ricavati da autori delle più diverse epoche. È una specie di mosaico che abbraccia quasi due millenni di latinità: dal ciceroniano “ingravescente aetate” al disinvolto “ultimis mensibus” che figura in scritti ottocenteschi (addirittura del calvinista Bachofen), fino al “portare pondus” che ricorre in Flavio Vegezio, Epitoma rei militaris, ma più frequentemente in autori quali Raimondo Lullo (Ars amativa boni), Tommaso da Kempis o anche nei sermoni di Bernardo di Chiaravalle.
«Spicca come prelievo dal dotto e audace Rufino traduttore di Origene, l'espressione "incapacitatem meam". Per altro verso solide attestazioni di epoca classica, da Quintiliano a Plinio, sorreggono la frase più importante di tutto il testo e cioè: "declaro me ministerio renuntiare" ("dichiaro di rinunciare al mio ruolo di Papa"). Peccato però che, per una svista imputabile a qualche collaboratore turbato dalla gravità dell’annunzio, proprio nella frase cruciale sia stata inferta una ferita alla sintassi latina, visto che al dativo ministerio viene collegato l'intollerabile accusativo commissum (“incombenza affidatami”). Avrebbe dovuto esserci, per necessaria concordanza, il dativo commisso.
«Come consolarsi di questo lapsus? Pensando per esempio ai rari ma disturbanti errori di latino che macchiavano le Quaestiones callimacheae di un grande filologo come Giorgio Pasquali, rettificate però nella ristampa realizzata poi dal bravissimo Giovanni Pascucci, grammatico fiorentino. Ma non è impertinente comparare un filologo laico con un Pontefice regnante? L'errore — si sa — si insinua sempre. Come il periodo tedesco, così il periodo latino è “ein Bild” (un quadro), in cui ogni tassello ha un suo posto e la ferita inferta alle concordanze risulta tanto più dolorosa.
«Analogo incidente è avvenuto addirittura nella frase di apertura, dove il Pontefice dice ai “fratelli carissimi” che li ha convocati “per comunicare una decisione di grande momento per la vita della Chiesa”: ma si legge pro ecclesiae vitae laddove avremmo desiderato pro ecclesiae vita. Sia stato il turbamento o sia stata la fretta, resta il disagio per le imperfezioni di un testo destinato a passare alla storia. È bensì vero che il latino dei moderni riflette la ricchezza e la novità della lingua dei moderni, ma alcuni pilastri della sintassi non possono, neanche in omaggio al “nuovo che avanza”, essere infranti.»

Per giorni penso inorridito al quel pro col genitivo. Sappiamo (in quanti?) che la morfosintassi latina è una costruzione a posteriori, gli scrittori romani hanno sempre seguito il proprio ritmo onde gli errori di Cesare, di Cicerone che non sempre rispetta la consecutio, di Livio che li commetteva a bella posta, per non parlare di Persio che è autoreferenziale quant’altri mai. La scelta autoriale è sempre autonoma. Ma non si poteva almeno usare l’accusativo? a esprimere una finalità? Ecco che pro non regge più l’ablativo bensì, ma il genitivo, tra poco ci saranno due romani pontefici, che altro? Leggo nel frattempo su un blog la lettera di Antonio Moresco al papa. È una bella lettera, tranne che per l'affettato incipit: «Caro Benedetto XVI, scusi il modo diretto con cui mi rivolgo a lei, senza i soliti appellativi che si usano in questi casi.» Penso che sarebbe stato molto più appropriato iniziare con "Beatissimo Padre", "Vostra Santità", ma questa è un aspetto forse secondario, di stile. La vera ingenuità che commette non è tanto quella da lui stesso evidenziata, bensì quando sostiene che la chiesa è stata istituita da Gesù Cristo. Questo non è storicamente né antropologicamente vero, benché mi renda conto che possa suonare irriverente, e invece non lo è in quanto la fede si basa su altri fondamenti. Ida Magli ha scritto un libro fondamentale per l'antropologia della religione, in cui tutto ciò è spiegato molto bene. La famosa morale sessuale è un’invenzione del magistero, ma se questo punto venisse divulgato meglio, cioè tutto al contrario di come stanno facendo, si eviterebbero molte cose spiacevoli per la stessa istituzione ecclestiastica, che non può continuare a far finta di ignorare e istruire in queste ambiguità. Lo sbaglio che continua a fare il magistero insomma - ma, a questo punto, visto il latino, può darsi sia in buona fede - è quello di non voler istruire adeguatamente le masse, storicamente e antropologicamente. Figurarsi organizzare crociate in nome di qualcosa che non sta scritto da nessuna parte, se non nel Primo Testamento, con eccezioni, mentre si vuole stabilire l'eccezione dell'eccezione, ma dove anche la donna adultera veniva lapidata e sussisteva la legge del taglione, e un’infinità di altre barbarie. Non è necessario predicare il libertinismo, che pure nel Settecento ha svolto un preciso e utile ruolo culturale, e non si tratterebbe nemmeno di svendere la morale, perché esistevano regole e discipline anche nel mondo antico. La chiesa è un evento post-pasquale, e questo non vuol essere messo in discussione, essendo una questione di fede, di prendere o lasciare. Ma lo si dica. Gli studiosi, i presbiteri, i vescovi lo sanno.
La decisione così estrema, così senza precedenti almeno nella lunga modernità (dandola per tale anche, in parte, dopo la sua fine e Celestino V del resto era stato costretto precedentemente da Caetani all’abdicazione, come si sa, neppure fu una sua scelta legittima) non può non aver tenuto conto anche dell'età e delle condizioni soggettive (comprese quelle riguardanti il suo, non noto da adesso, prediligere l’otium - sit venia verbo -, gli studi e la contemplazione) ma sempre in rapporto alla popolarità. Non si hanno dati da nessuna parte, ovviamente, e certo non statistici, non necessariamente riguardanti Twitter. Ma la popolarità dell’attuale pontefice in Europa, nel mondo, non è - o quantomeno non lo era prima di queste “dimissioni” - alta, secondo quanto a me pare. Posso sbagliarmi, ma non credo ci darà le sue Tusculanae disputationes dopo questo ritiro dal negotium (o forse sì?). Né vanno dimenticati gli affari miliardari in euro dei quali è protagonista il Vaticano. Luciani in quel suo mese era sempre più sconvolto, poi dopo un mese misteriosamente morì. Forse in altre circostanze una popolarità più estesa (ma potrebbe ora cambiare) gli avrebbe dato forza di continuare (a Ratzinger), sempre se vale il mio presupposto, anche ingravescente aetate (io uso l'ablativo assoluto) il che equivale alle stesse affermazioni ufficiali, ma interpretate in questa prospettiva. Mysterium magnum.

«Di certo c'è un fatto. La battaglia – scrive Paolo Rodari sul Giornale del 13 febbraio - questa volta non sarà tanto fra progressisti e conservatori, fra porporati di area più liberal e personalità di area più tradizionale, quanto fra conservatori chiusi o aperti al mondo. Che i cardinali siano oggi per la maggior parte conservatori lo dice il fatto che sulla dottrina in pochi dentro la Chiesa cattolica hanno dubbi. I cosiddetti “dissidenti” restano più che altro ai margini, come il caso del teologo dissidente Hans Küng. Sempre più in dissenso, sempre più a latere.»
Ripenso, non riesco a levarmelo dalla testa, a quell’accusativo al posto del dativo. Azzardo un’interpretazione, a rigore: “Declaro me ministerio commissum renuntiare” è un po’ contorto ma può andare come participio congiunto al soggetto in accusativo dell’oggettiva, col significato di: “Dichiaro che io, affidato al ministero, rinuncio”. Ratzy ci dà da pensare fino all'ultimo, concludo provvisoriamente: dimettersi col participio congiunto al soggetto in accusativo dell’oggettiva è ancora più drastico. Ma come la mettiamo con “pro vitae ecclesiae”? Mi decido a tradurre il discorso in latino dell’abdicazione. Ma con quale originale confrontarmi? Con quello presente sul sito del Vaticano[2] o con quello criticato magistralmente da Canfora?
Nel primo caso traduco così:

Fratelli carissimi
Vi ho convocato a questo Concistoro non solo per tre canonizzazioni ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Avendo indagato la mia coscienza più volte e ripetutamente davanti a Dio sono giunto alla  sicura consapevolezza che le mie forze con l’avanzare dell’età non sono adatte ormai a occuparmi con equità dell’impegno petrino.
Sono ben cosciente che questo impegno per sua essenza spirituale non soltanto vada svolto con azioni e parole, ma nondimeno tollerando e pregando. Tuttavia nel nostro mondo attuale soggetto a veloci cambiamenti e sconvolto da questioni di grande rilevanza per la vita della fede per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo è necessaria anche una certa qual forza del corpo e dell'anima, che negli ultimi mesi in me è talmente diminuita che dovrei ammettere la mia inadeguatezza nel gestire bene il ministero a me affidato. Perciò, ben consapevole del peso di questo atto in piena libertà dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, a me affidato per mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005, cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore 20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali compete devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Fratelli carissimi, dal profondo del cuore vi ringrazio per tutto l’amore e il travaglio col quale avete sopportato con me il peso del mio ministero e vi chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze. Ma ora affidiamo insieme la santa Chiesa di Dio alla cura del suo sommo pastore, il Signore Nostro Gesù Cristo e imploriamo sua madre Maria affinché assista con la sua materna bontà i padri cardinali nell’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda anche in futuro vorrei con tutto il cuore servire la santa Chiesa di Dio con una vita dedicata alla preghiera.
Dal Vaticano, 10 febbraio 2013
BENEDICTUS PP. XVI

Ci sono stati vari portatori di varianti, l’archetipo naturalmente – corretto a posteriori, credo - è sul sito del Vaticano ma non è stato facile classificare le corruttele. Io avevo letto dapprima: "declaro me ministerio commissum renuntiare", e cioè: “dichiaro che io affidato al ministero rinuncio”. Ovvero: “declaro me ministerio mihi per manus Cardinalium commissum renuntiare", ossia: "dichiaro che io, affidato al mio (mihi) ministero per mandato dei cardinali, rinuncio. Era l’unica. E sicuramente “pro ecclesiae vitae” era guasto non sanabile, a meno di un’espunzione congetturale della “e” del dittongo di “vitae”. Un danneggiamento meccanico. Ma la variante “me commissum renuntiare” non era necessariamente corruttela, o di altra specie.
Sono stato più buono del Vaticano traducendo: “chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze” dove la versione ufficiale (la riporto in nota)[3] è: “chiedo perdono per tutti i miei difetti”… In compenso, il Vaticano traduce “non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando” e io, con un malizioso occhio a Voltaire: “non soltanto va eseguito con azioni e parole, ma nondimeno tollerando e pregando”.
Perché hanno tradotto col futuro indicativo il presente congiuntivo? “vacet” non è “vacabit”! Può darsi che abbiano considerato "vacet" come congiuntivo prospettivo, ora non è tanto questo il punto. Quell’uso, indoeuropeo, non ha lasciato grandi tracce neppure nel latino arcaico, molti negano anzi decisamente che il latino anche delle età successive contempli l’esistenza del congiuntivo prospettivo. Insomma, a parte la resa generale in italiano, non c'è dubbio che l'uso del congiuntivo per esprimere un evento futuro - in questo derivante dall'ottativo potenziale indoeuropeo - è usato solo ed esclusivamente «per esprimere una cauta affermazione circa il futuro» (cfr. L.R. Palmer, La lingua latina, Einaudi 1977, p. 379), e è da escludere che il papa abbia espresso una cauta affermazione circa la sua abdicazione del 29 febbraio p.v. O che il latino da Palmer 1977 si sia nel frattempo modificato?
C'è inoltre un congiuntivo presente, "debeam" che esprime una potenzialità, non adeguatamente resa, indipendentemente dall’ut che lo regge. La traduzione in italiano sul sito del Vaticano è piena di errori, sciatta, concettualmente mediocrissima, un vero orrore, per es.: “vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”: chi è che deve riconoscere, io o il vigore? subordinando implicitamente ecco che il soggetto diventa il vigore: il vigore deve riconoscere ecc. ecc.
Nel video delle dimissioni del papa è pronunciato chiaramente "commissum", "me ministerio mihi per manus Cardinalium commissum renuntiare", come aveva correttamente rilevato Canfora parlando della necessità di usare il dativo. Ora sul sito del Vaticano il testo è corretto, col dativo ma il papa ha usato l'accusativo e scandisce molto bene "renuntiare".


Il papa nella sua dichiarazione in latino ha usato l'accusativo ("commissum"), nel video disponibile su youtube (ma anche sul sito del Vaticano, escludo trattarsi di due video diversi) è pronunciato distintamente “commissum”. Può essere stato un lapsus, ma si noti che usando l’accusativo viene dato risalto maggiore al verbo “renuntiare” (mihi allora è dativo di possesso): “dichiaro che io, affidato al mio ministero di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, per mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005, rinuncio cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore 20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali compete devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice” (declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse).
È da ingenui credere alla lettera alla motivazione dell’età, io ci sento un movente d'arroganza, o di orgoglio se vogliamo essere eufemistici e considerare che sono compossibili le altre motivazioni addotte (la complessità del nostro mondo attuale nei rapporti con la chiesa, il prediligere la contemplazione e gli studi teologici al ministero petrino).
È fuori dubbio che un tratto d'arroganza riguardasse anche il predecessore. C’è dunque dell’altro, come qualsiasi persona pensante e non coinvolta istituzionalmente in vari modi e ambiti è naturalmente spinta a constatare. Il cardinal Bellarmino (santo e dottore della chiesa), che inquisì Giordano Bruno e più “benevolmente” Galileo, nel film della Cavani è chiamato "Vostra Beatitudine”, dispone di un trono personale e parla in prima persona plurale. Il vero papa era lui, non Paolo V. Galileo è stato riabilitato dopo quattro secoli, ma quando avverrà lo stesso con Bruno? forse col nuovo pontefice? o è ancora troppo presto? Quel che fa la chiesa cattolica incide, specialmente in Italia dove di continuo si immischia nella politica, ma ormai nessun pensatore corre il rischio né il pericolo di essere arso vivo a Campo de' Fiori! Oggi esistono altri mezzi.





[1] Non sarebbe il caso di smettere di attribuire a Dante questa indicazione? Sapegno chiarisce bene questo punto, Dante non nomina espressamente Celestino V. È probabile che si tratti anche di Ponzio Pilato, o solo di un simbolo dell’ignavia. Capisco che il pensiero vada a Celestino V, ma niente autorizza alla lettera tutta questa certezza: «Tra questi, quello di Pilato sembra senz’altro il più attendibile, perché il suo gesto di viltà, sia per la gravità intrinseca, sia per la rinomanza proverbiale che ne viene a chi l’aveva commesso, è il solo cui s’adatti appieno la qualifica di gran rifiuto. Del resto, a guardar bene, la questione così a lungo dibattuta appare irrilevante. La figura dell’innominato non ha nel contesto un suo risalto specifico; è piuttosto un personaggio –emblema, termine allusivo di una disposizione polemica, che investe non un uomo singolo, ma tutta la schiera innumerevole degli ignavi» (Natalino Sapegno)
[2] Fratres carissimi
Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.
Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

BENEDICTUS PP. XVI
[3] Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.