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martedì 18 giugno 2024

Recensione di Stefania Bergamini a EUGENIO (4 luglio 2023)

 

Foto di Stefania Bergamini

“Niente in Eugenio è certo. Nessuna azione, nessun dialogo, nessun luogo e incontrovertibilmente accertato, nessun amore è reale, dell'esistenza di ciascun personaggio si dubita. Ma proprio per questo, paradossalmente in Eugenio niente è inventato, i personaggi sono tutti reali, le storie d'amore tutte vere. La trama di questo romanzo, il cui titolo allude a un disegno letterario mai realizzato da Giacomo Leopardi, depista il lettore e lo sfida con pathos crescente, attraverso l'avvicendarsi di eventi in cui la vita è celebrata nell'eterno superamento di se stessa.”

Sandro De Fazi 


Eugenio è il romanzo bellissimo di Sandro De Fazi.

Dentro a una scrittura profonda, sensibile e raffinata Sandro De Fazi trascina in una No man's land (Berberova. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla), che diventa un segreto e geniale diario pieno di erotismo mai esagerato e quasi crudele nel porgerlo come sogno o la libertà di pensarlo come reale accaduto.

Dedicato al poeta Dario Bellezza, il romanzo, in certi punti, si avvicina al pensiero di Kierkegaard, il sottrarre bellezza al mondo per poi restituirla rielaborata godendone ora con l'immaginazione ora con l'intelletto e disorienta, c'è altro oltre questa dimensione?

Davvero una bella lettura.

4 luglio 2023

Postille a EUGENIO (Venezia Lido, Supernova, 2021)

 


PERSONAGGI PRINCIPALI DEL ROMANZO

 

Domenico Domenici = personaggio «senza qualità», un maturo impiegato che svolge senza entusiasmo il suo lavoro e, allo stesso tempo, affermato scrittore visionario dalle ambigue trame, depositario di anacronistici miti romantici.

 

Fritz Dahl → Gianfranco Tafuro = figura evanescente, una sorta di ossessione ritornante al modo dello spettro de Il fauno di marmo di Nathaniel Hawthorne, enigmaticamente legato al passato di Domenici.

 

Fabrizio Lombardi = giovanissimo cameriere, brillante e seduttivo.

 

Diego Tozzi = amico e confidente di Domenici.

 

Eugenio Altobelli = venticinquenne dai lineamenti efebici.

 

Hermann Schleppfus = giovane poeta svizzero ma residente da molti anni in Italia, dal fascino ambiguo e di dubbia reputazione.

 

Angela Albrizzi = amica psicoanalista di Domenici.

 

Narratore = assonanza vagamente proustiana, la sua identità verrà svelata alla fine del libro.

 

 

LUOGHI

 

I fatti si svolgono all’interno di un locale, «Caffè Hackert», nonché in località balneari del Lazio e in una sorta di Graeca urbs, città meridionale imprecisata e in parte a Napoli (e Venezia?).

 25 agosto 2018

***

 

«Ne La modificazione [di Michel Butor]», ed è una caratteristica del romanzo moderno, il racconto non corrisponde ad un resoconto fedele degli avvenimenti ma all’invenzione di situazioni create dall’immaginazione di un personaggio o del narratore» (Bernard Vallette).

 

Mi piace fare una narrativa ottocentesca, cioè ispirandomi ai prosatori italiani (essendo io un autore in lingua italiana) della nostra migliore tradizione: Nievo, De Roberto, Tarchetti, Gualdo, Dossi, Boito, lo stesso Tommaseo, al netto ovviamente di Manzoni e Leopardi, sempre imprescindibili. Naturalmente non intendo con ciò protestare contro la sciatteria linguistica e concettuale dominante anche da parte di tanta produzione «letteraria» contemporanea: sarebbe una protesta inadeguata, inutile, sterile. È invece il mio modo di reagire, soprattutto in termini espressivi, a tale stato di cose, andando controcorrente. Lo stesso discorso vale per la poesia.

4 agosto 2019

 

Anche in Eugenio, come in Kierkegaard, c’è seduzione (da parte di Domenico nei confronti di Eugenio) e poi abbandono. Con la differenza che avviene il contrario nella situazione Fabrizio-Domenico: è Fabrizio che lo seduce e poi lo abbandona; per non parlare di Gianfranco Tafuro, pervasivamente assente nella vita, presente nella memoria di Domenico. Tuttavia c’è da considerare che il vero narratore è Fabrizio, come si scopre alla fine: dunque Fabrizio seduce e poi, invece di abbandonare, racconta. Qui l’abbandono è declinato nel senso del racconto.

.       Il romanzo è anche una riscrittura in chiave parodica de La morte a Venezia: Domenici, diversamente da Aschenbach, entra in rapporto col suo idolo e non muore, bensì è sopraffatto dalla narrazione di Fabrizio.

Gaeta, 5 agosto 2019

 

          Questo romanzo è bellissimo.

6 agosto 2019

 

          C’è da una parte la celebrazione della parola – enfatica, romantica, dannunziana qua e là -, dall’altra la consapevolezza di come la parola sia inadeguata (la comunicazione tra il protagonista e Fabrizio è fatta più di sguardi e linguaggio del corpo che non di parole).

         Storia bugiarda (altro titolo possibile, morantiano). Il romanzo ruota intorno a Fabrizio: un amore infelice, perché non va a buon fine. Il titolo è fuorviante, allude leopardianamente alla questione dei romanzi scritti dai poeti, al netto di percorsi secondari (Gianfranco, Eugenio o altri) pure coinvolgenti ma che la narrazione in finale esclude.

17 agosto 2019

 

- Altro dialogo tra Diego e Domenico nell’acqua marina: si parla delle avventure effimere, Domenico dice che a lungo andare, specialmente alla sua età, pure queste diventano stucchevoli, ripetitive ecc. E d’altra parte Domenico non crede che le storie d’amore possano durare più di due o tre mesi.

 

- Nicola? (Nicola → Eugenio?).

 

     Niente in Eugenio è certo. Dell’esistenza di ciascun personaggio si dubita, nessuna azione, nessun dialogo, nessun luogo è incontrovertibilmente accertato. Nessun amore è esistente, nessun rapporto sessuale è assodato. Esiste una trama, ma è tutta un’invenzione di uno dei personaggi (Fabrizio, il cameriere, che non è mai narratore se non nell’epilogo).

Risulta quindi che tutto è stato inventato sulla base di indizi da lui raccolti, di elementi di cui è venuto a conoscenza e che ha arbitrariamente assemblato.

21 agosto 2019

 

       Che miracolo è stato scrivere questo romanzo, quali combinazioni astruse di realtà e immaginazione l’hanno ispirato, quali contaminazioni autobiografiche tra passato e presente! Ma editorialmente è tutto fermo; ci mancava l’emergenza per il coronavirus a renderne ora difficile e per taluni aspetti quasi impossibile la pubblicazione.

10 aprile 2020

 

È una riscrittura de La morte a Venezia.

          C’è del Moravia, del Proust.

          Il titolo è un omaggio a Leopardi.

          Anche è una struttura narrativa che riflette su se stessa.

30 agosto 2020

 

        È un gioco a intarsi, un enigma che deve essere precisato. C’è una parentela con una specifica tradizione letteraria, non solo Leopardi e Kierkegaard, citati nel testo, ma anche con Adolphe di Benjamin Constant: Domenico sta a Eugenio (e sue adiacenze) come Adolphe sta a Ellénore. Non esiste soluzione di continuità, per Adolphe, tra presenza e assenza di Ellénore, il sentimento romantico si eleva fino a costituirsi come l’unica realtà totalizzante del romanzo. In Eugenio analogamente è Gianfranco Tafuro il presente/assente.

          In realtà Constant distrugge totalmente il sentimento romantico, perché Adolphe è Anna Lindsay e Ellénore è Benjamin Constant (sarà proprio lui a confessarlo a Juliette Récamier). Chi abbandona nella realtà non è dunque Constant ma la Lindsay (e sue adiacenze, tra cui Charlotte von Hardenberg). Come Adolphe ha capovolto tutte le premesse autobiografiche di Constant, il vero narratore di Eugenio è Fabrizio e non Domenico. Chi vuole abbandonare è, kierkegaardianamente, Eugenio e non Domenico, che invece si dibatte nell’affanno amoroso.

          In questo romanzo tutto acccade e non accade, c’è una rappresentazione realistica – la ricostruibilità di una trama – ma allo stesso tempo ci sono elementi che la sovrastano, una realtà ulteriore, o parallela, che si insinua nel racconto degli avvenimenti.

13   ottobre 2020

 

Sono presenti i bar come in Penses-tu réussir! di Jean de Tinan:

«n’avait rien d’autre à faire que se cultiver, écrire, traîner dans les bars avec ses amis et séduir les filles» (Anna Rozen).

25 ottobre 2020

 

       «è caratteristica del romanzo modernista di narrare in modo non convenzionale, lasciando, per esempio, ampio spazio all’interpretazione e alla capacità di scavo del lettore. Al punto che non è raro vedere come al di là della trama di superficie narrata da un romanzo ne emergano un’altra o più altre che il romanzo stesso contiene in se stesso a un livello più profondo o, diciamo così, a un secondo o terzo grado di articolazione» (Luca Crescenzi).

 

          Qual è il sottotesto contenuto nella trama di superficie?

 

          Prima parte

          Tra Gianfranco e Domenico c’è stato un solo bacio, molto tempo prima.

          C’è un’aura dostoevskijana all’inizio.

          Elementi libertini da pamphlet del Settecento, che ruota intorno a Fabrizio.

          Testo parecchio hard.

          Il romanzo inizia d’estate.

          Matrice/spunti kierkegaardiani.

          Divertissement intellettuale.

         

Seconda parte

L’amore mentale come un personaggio dell’intreccio.

È un gioco intellettuale sofisticato.

La centralità è data dalla storia con Eugenio, come indica il titolo.

Ribalta la prima parte, fino allo svelamento finale.

Eugenio è sedotto e poi respinto, come in Kierkegaard. È stata tutta un’invenzione di Fabrizio Lombardi.

2 gennaio 2021

 

Libro onirico, quasi nulla vi accade realmente, nessun fatto narrato è certo, le forze attanziali si sovrappongono l’una sull’altra a cominciare dai narratori che si alternano fino all’epilogo. Ma proprio per questo, paradossalmente in questo romanzo niente è inventato, i personaggi sono tutti reali, le storie d’amore tutte vere, la vita vi è celebrata nella sua eterna vicenda – che, daccapo, non può che essere d’amore – e d’amore romantico – nell’eterno superamento di se stessa. Nel momento in cui sembra contraddetta, infatti, dall’episodio successivo, la trama di Eugenio -  romanzo leopardiano, alludendo a un disegno letterario del Recanatese, mai da lui realizzato in compimento unitario – depista il lettore e insieme lo sfida a individuare dove sussista il vero fulcro della narrazione, e ciò accade perché uno dei personaggi ha arbitrariamente assemblato le pagine in una sua interpretazione tanto univoca quanto soggettiva.

2 gennaio 2021

 

Ci sono false narrazioni e sovrapposizioni, simulacri di personaggi e la sua apertura come opera («aperta») ne fa un romanzo-enigma. Soprattutto del vero narratore, che nel suo (doppio) finale si rivela come uno dei personaggi dell’intreccio.

16 luglio 2021

 

Ho riletto tutto il libro pubblicato. Mi è parso una sorta di pamphlet illuministico, un testo libertino, e anche una narrazione romantica. Un romanzo scapigliato, tardo-romantico, ottocentesco, e infatti alcuni stilemi li ho riprodotti proprio sull’esempio della letteratura ottocentesca. Non per niente il titolo Eugenio allude a un disegno di Leopardi.

Naturalmente non è un romanzo ottocentesco, anche perché le mie libertà strutturali e contenutistiche non si usavano all’epoca.

19 luglio 2021

 

Quanto si trova in un romanzo pubblicato oggi, è ciò che lo scrittore dice riguardo all’oggi.

29 agosto 2021

 

Felici i tempi in cui scrivevo Eugenio, finito il 4 maggio 2019! Prima della pandemia, che di lì a poco – e chi se lo sarebbe mai aspettato – sarebbe esplosa e tuttora è in corso, tuttora impossibili presentazioni in presenza.

Quasi un manifesto d’estetismo.

È stato un miracolo, ne trassi forza, per scriverlo, dalla prosa di Defending Bosie.

8       settembre 2021

 

- Il mio ultimo romanzo Eugenio, diverso dai precedenti (Ti scrivo brevemente…; Defending Bosie che pur è un romanzo). Qui la dialettica presente/reale.

 

Nuova letteratura odierna

Contiene una riflessione sui destini del romanzo, partendo da un «Eugenio leopardiano congetturale».

La tensione letteraria in alcuni momenti è molto alta.

Narrazione menzognera: doppia sorpresa finale sull’identità del vero narratore-affabulatore.

Dialettica dato presente/dato reale.

 

Narrazione menzognera, Morante presente nel metatesto.

9 settembre 2021

 

         Mi gratificava l’immagine di me che mi veniva rimandata, mi gratificava il dattiloscritto che andava accrescendosi, mi divertivo, mi crucciavo, insomma ero felice. Può darsi che questa felicità o divertimento passi al lettore; penso di sì, mi è anche stato detto. Eugenio è stato scritto in un momento di grazia.

Ho combinato varie mie situazioni di vita, anche del passato, con la fantasia.

16 novembre 2021

 

          A è molto intrigato da B col quale ha un momento di intimità. Ma sullo sfondo c’è sempre l’irraggiungibile C. A un certo punto A incontra D, col quale imbastisce una storia. Si scopre poi che con C c’era sempre stato un rapporto. Ma tutta la storia è raccontata da B, che ha architettato tutta la narrazione.

          E tuttavia, l’epilogo si conclude con le parole:

«E apro gli occhi, ed era stato un bellissimo sogno».

Ciò può smentire l’ultimo dato dichiarato: se è stato un sogno, non è realtà e cioè non è più B il narratore.

Per la particolarità evanescente del personaggio, è aperta l’ipotesi del narratore C: infatti, precedentemente nell’epilogo, si afferma:

«io dico che la clandestinità della loro relazione è la chiave risolutiva dell’intrigo».

Chi lo dice? Non già B, per via dell’espressione:

«E apro gli occhi, ed era stato un bellissimo sogno».

Ma chi è a dirlo? Non già B, mentre A è da escludere programmaticamente, altrimenti il senso della narrazione sarebbe quello di un cane che si morde inutilmente la coda e perciò, tenuto conto dell’intera vicenda, non restano che… non resta che (se si parla di clandestinità, ci si arriva per deduzione logica) C.

12 novembre 2022

 

È la testimonianza musivamente costruita della mia passione per ***, rivisto ieri.

16 giugno 2024

 

 

 

 

 

 


mercoledì 22 novembre 2023

Recensione di Stefania Bergamini a INTRIGO

 


"I libri andrebbero scritti unicamente per dire cose che non si oserebbe confidare a nessuno."

E.M. Cioran, L'inconveniente di essere nati.

 

Questa citazione nel capitolo "Intrigo. Frammento di vita contemporanea”, insieme al tema del "Desiderio", potrebbe essere il filo conduttore di Intrigo, la nuova opera di Sandro De Fazi.

Cito Baudelaire: "Celui qui regarde du dehors à travers une fenêtre ouverte, ne voit jamais autant de choses que celui qui regarde une fenêtre fermée."

“Chi guarda stando fuori da una finestra aperta non vede mai tante cose quanto colui che guarda una finestra chiusa.”

Desiderio inappagato e per questo tormentato e illusorio.

Desiderio desiderato se leggiamo il capitolo “Degrado estasiato”:

"Forse lo sa anche lui.

Del resto non so chi sia.

So di lui pochissimo".

Capitolo bellissimo in cui l'io narrante fa riferimento a Sexy, di Joyce Carol Oates riletto dopo anni e rimanendo deluso da questa rilettura avendo la sensazione di una trama modificata dal tempo trascorso e nel suo rielaborare il testo.

Il desiderio appagato, quindi non più desiderio ma, andando a Kierkegaard, che apre il capitolo “La scatola”:

"I grandi amanti, coloro nei quali l'amore ha bagliori di appassionata bellezza, non sono, di solito, coniugati."

Remo Cantoni, Kierkegaard e la vita etica.

 

E, nel Diario di un seduttore, Johannes è un fautore del desiderio non appagato, appena si realizza perde interesse per l'amata e fugge, provocando dolore e disperazione.

"Soffriva di una specie di eccitazione mentale, per cui la realtà non bastava a stimolarlo se non sporadicamente"

Intrigo, di Sandro De Fazi, è esattamente il "Desiderio" cerebrale e fisico, giocare assieme con i rimandi letterari, le seduzioni proibite, i pensieri sull'altro che sono sguardi infiniti, un gioco che avvicina le fantasie fatalmente immorali a un'inspiegabile ansia, una inattesa malcelata inquietudine, come un'impressione inesprimibile di un ritrarsi ombroso e raffinatamente kierkegaardiano.

Poi c'è il desiderio appagato che porta il lettore a considerare l'inevitabile vicinanza tra il non esaudire e l'esaudire .

A mio parere un'opera raffinata e coinvolgente per la trama, i riferimenti letterari, il detto e non detto, il fatto e non fatto, il vero e il non vero che attrae il lettore portandolo all'interno di un cerchio che non ha un inizio e non ha una fine.

 

Stefania Bergamini

21 novembre 2023



venerdì 10 novembre 2023

Recensione di Andrea Rossetti a EUGENIO (2 ottobre 2021)

Ogni volta che leggo un libro di Sandrino De Fazi - e li ho letti quasi tutti - mi sento sempre piacevolmente trascinato in un maelström fitto di rimandi, vivace di citazioni e soprattutto di digressioni, di geniale e un poco perfida infedeltà a ogni genere precostituito. Ciò che rende unica la scrittura di Sandro è proprio l'ariosa libertà, il gusto per la contaminazione, il racconto sempre insidiato dal saggio (e chi più di me, da sempre folle amante di Robert Musil, può apprezzarlo?), il gusto squisito per l'erudizione mai accademica e sempre raccontata come una favola bella.

In questo romanzo - Eugenio - che si offre all'apparenza come una sorta di intimo diario erotico, perso in un intricato fil rouge che va da Kierkegaard a Dario Bellezza (ma a mio parere anche a Tondelli e, andando oltreoceano, a David Leavitt), Sandro De Fazi mi ha fatto pensare soprattutto al mio amatissimo Pirandello, un Pirandello meno razionalmente paradossale e più morbido, direi addirittura giocoso, giacché la domanda di fondo che incombe fin da subito sul racconto è: chi ha scritto e cosa?

In fondo Eugenio è anche un thriller, come ogni meta-narrazione che si rispetti.

Da leggere.


(Andrea Rossetti, 2 ottobre 2021)

domenica 6 novembre 2022

SØREN KIERKEGAARD (da "Saggio sulla bellezza")


1. Non c’è dubbio che Kierkegaard sia complice dei suoi esteti.

«È regola di delicatezza quando si scrive, utilizzando gli avvenimenti della propria vita, non dire mai la verità, ma tenerla per sé e lasciarla soltanto rifrangersi sotto angoli diversi» (Diario, 842-44).

In Kierkegaard la dimensione estetica è intrecciata alla morte, perché la bellezza e l’eros non rispondono alla domanda ultima dell’esistenza. In lui l’estetica è una contemplazione della morte. Ma allo stesso tempo si compiace del carpe diem o, meglio, si vorrebbe compiacere dell’istante se non dovesse contemplare la morte. Va nella posizione mediana dell’etica per risolvere temporaneamente il conflitto. Lo stadio etico è una fuga necessaria quanto non risolutiva, perché l’esteta si rivolge di nuovo a una miriade di figurazioni attraenti senza arrivare mai peraltro alla realizzazione del sentimento. Il piacere è sempre rinviato, il seduttore si agita a destra e a sinistra per compiacersi del proprio destreggiarsi. Manca un centro totalizzante nella sua ricerca, nel senso che non viene trovato e lo stadio religioso è l’altrove che intensifica illusoriamente quella mancanza di centralità radicale, tant’è vero che il cristianesimo diventa paradossalmente più appetibile in termini di tensione erotica di quanto non lo fosse la stessa etica sessuale antica. Se per caso trova la centralità (Regina Olsen), la abbandona in quanto gli occorre lo stadio religioso per rinforzare il rapporto con gli oggetti della seduttività molteplice, come se ogni singola avventura fosse da rivivere sub specie aeternitatis. Così si assolutizza il carpe diem, in Kierkegaard non esiste che l’istante. Non lo dice apertamente perché banalizzerebbe l’esperienza.

In Kierkegaard c’è l’impossibilità di raggiungere la fede cristiana ed esservi coerente, senza la consolazione di Pascal di averla trovata proprio perché la sta cercando. Si direbbe piuttosto che non vuole realmente perseguire la ricerca.

 

2. Un genio in una città provinciale[1]

Peter P. Rohde, autore di Søren Kierkegaard. Un genio in una città provinciale, è stato uno tra i maggiori studiosi danesi del filosofo:[2]. In realtà il sottotitolo del libro è un’espressione dello stesso Kierkegaard contenuta nei suoi diari: lui lamentava l’incomprensione e l’invidia che lo circondava nell’arco della sua breve esistenza a Copenaghen, una città che tuttora ha pochi segni tangibili che lo ricordino, a parte un brutto monumento (a differenza di Praga, che conserva molte tracce del passaggio di Kafka), come se Kierkegaard non fosse mai stato a Copenaghen, il che è molto strano se si considera la svolta epocale, in polemica con la dialettica hegeliana, che il suo pensiero ha costituito, con parecchi continuatori a cominciare dal teologo Karl Barth che si ispirò al danese.

        Il libro di Rohde non mantiene quello che promette, non affronta il rapporto con Copenaghen se non indirettamente e nella sua sintesi piuttosto delinea i tratti fondamentali della filosofia kierkegaardiana e i rapporti con le poche persone che hanno contato nella sua vita: il padre, Regina Olsen naturalmente e i suoi maggiori antagonisti Goldschmidt e i vescovi Mynster e Martensen. Così se si vogliono ripercorrere i tratti salienti della sua vita bisognerà cercare altrove, nel recente volume di Clare Carlisle[3], che tuttavia ha il limite di considerarlo soprattutto un teologo, e dagli studi fatti in Italia da Maria Rosaria Pepe, in particolare riguardo al rapporto divenuto poi non-rapporto con Regina Olsen[4], al di là del gossip naturalmente in quanto quello è un momento cruciale in cui si realizza nella vita la filosofia di Kierkegaard.

            La sua vita è stata povera di eventi, anche perché è morto molto giovane lasciando una produzione abnorme di scritti. Quando è a Berlino, la mattina esce per poco, poi rincasa e scrive fino alle tre, poi esce di nuovo per andare al ristorante. Torna a casa e continua a scrivere. Ma anche a Copenaghen la sua giornata non è troppo diversa. Passeggia tra la folla, fa veri e propri bagni di folla, proprio lui che ha tanto scritto sul Singolo minacciato dalla massa. Eppure dava luogo a tutti, parlava con tutti e presumibilmente non di filosofia; era molto benvoluto e mi piace sottolineare questo aspetto che non c si aspetterebbe in uno scrittore come lui sempre un po’ allineato con l’odi profanum vulgus di oraziana memoria e invece questo profanum vulgus lo prendeva a braccetto, lui si lasciava prendere a braccetto amabilmente, come se una volta tanto fosse anche lui uno di loro.

            Ha una casa spaziosa nel centro di Copenaghen, ogni mattina ne esce indossando il cilindro e usando un bastone da passeggio o un ombrello chiuso, con un’aria da dandy e cammina moltissimo. Questo camminare a piedi l’ha in comune con altri pensatori, con Rousseau nelle sue ultime passeggiate solitarie in preda alla paranoia lucida, con Nietzsche che pure faceva lunghe marce nelle città dove abitava perché riteneva che all’aria aperta i pensieri si mostrassero più affidabili e che anzi bisogna diffidare dei pensieri che non si presentino all’aria aperta, con lo stesso Leopardi che a Napoli pure passeggiava da solo prima che Ranieri andasse a ripescarlo mentre la folla, il popolo si era radunato intorno a lui chiamandolo ‘o ranavuottolo.

         C’è quindi questo aspetto amabile in Kierkegaard. Conversa coi conoscenti che incontra. Bisogna però precisare che ha l’aria giudicante quando i passanti lo incrociano e lo prendono a braccetto, sono intimiditi dall’azzurrità del suo sguardo penetrante e a sua volta lui deve ritrarsi, ha bisogno della solitudine del Singolo per scrivere. Tutto questo non lo dice Rohde. Rohde si sofferma a delineare le fasi della filosofia di Kierkegaard, non senza cadere in qualche luogo comune, per esempio nel considerarlo un precursore dell’esistenzialismo, dei vari Sartre e Heidegger. Infatti il pensatore esistente, di cui parla nella Postilla conclusiva non scientifica, non è il pensatore esistenzialista proprio perché in lui c’è il cristianesimo, e di questo avviso era anche Cornelio Fabro, massimo studioso di Kierkegaard (a parte il fatto che pure Gabriel Marcel rifiutava l’etichetta di esistenzialista, che fu affibbiata a Heidegger a sua volta non senza suo disappunto). E a mio parere tale equivoco, rinforzato da Rohde, è il punto debole del suo libro.

Non si può prescindere dal cristianesimo, ma il suo è estetizzante, la sua fede è corrotta dall’interno (cfr. Hannah Arendt, Quaderno XIII, 27[5]). Kierkegaard critica ferocemente Hegel perché secondo lui l’idealismo è anticristico, non è possibile che nel concetto (cum-capio) ci siano sia l’umano che il divino, si tratta invece di un rapporto che è impossibile porre dialetticamente.

L’estetica di Kierkegaard è il sentire, il percepire per mezzo dei sensi (da αỉσθάνομαι, sento, intendo, comprendo), insomma la vita del Singolo e tuttavia l'estetica, portata alle estreme conseguenze, diviene inadeguata a risolvere l’angoscia. Ma pure lo stadio etico non risolve l’angoscia perché anche l’etica è nel tempo. Il Singolo se prova nausea per l’estetica e si rivolge all’etica ecco che di nuovo ne è strozzato fino al paradosso dello Stato etico, mentre occorre l’eccezione del Singolo, ma lo Stato etico soffoca l’eccezione e diventa una dittatura. Solo Abramo può eccedere l’etica, Abramo uccide il figlio ubbidendo a Dio ma poi Dio glielo restituisce, di nuovo l’umano si trova nella sua dimensione senza che però l’abisso col divino sia colmato, - né può colmarlo la dialettica hegeliana. Ma i tre stadi non si susseguono.


[1] Testo della lectio magistralis tenuta presso il Liceo “Don Gnocchi” di Maddaloni (Caserta) il 22 dicembre 2021.

[2] Traduzione e cura di Igor Tavilla, Roma, Castelvecchi, 2018.

[3] Kierkegaard. L’inquieto filosofo del cuore, trad. it. di Francesca Ilardi e Massimo Bocchiola, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 2020.

[4] La Paralisi della Possibilità: Søren Kierkegaard e Regina Olsen, Acerenza, Telemaco Edizioni, 2015.

[5] Nel deserto del pensiero. Quaderni e diari. 1950-1973, edizione italiana a cura di Chantal Marazia, Milano BEAT, 2015, p. 256. 







martedì 15 marzo 2022

NEVE E SANGUE di Maurizio Gregorini

Ho letto con trascinante entusiasmo Neve e sangue di Maurizio Gregorini (Edizioni del Cardo, 2007). Il primo episodio è dettato da un'audacia espressiva così radicale che, abbacinato dalla sua energia, quasi esitavo a proseguire, come a volermi soffermare sulle profonde e paradossali verità che si manifestavano. L'eros è raccontato in termini di fisicità allo stesso tempo materiale e spirituale o, meglio, come un 《dialogare privatamente col divino》. La vicenda sentimentale di Luca Greco, personaggio che ho trovato esilarante nel modo poetico in cui si allude a tratti appartenenti allo stesso autore, mi ha fatto venire in mente l'estetica di Kierkegaard specialmente nel passaggio dalla soggettività all'apertura all'Altro che diviene, però, a sua volta, una nuova chiusura, nel gioco dialettico delle possibilità. Ma in Neve e sangue non prevale il momento effimero: nella seconda parte del romanzo la fatalità - o qualcosa che pur, a uno sguardo ulteriore, va chiamato destino - interviene a caratterizzare l'andamento della storia, dopo tanta agognata agnizione, e il cui finale in questa sede non va svelato.

(8 novembre 2021)



domenica 15 luglio 2018

Le alternative della possibilità


- È stato un mio antico amore.
- Siete stati insieme?
- In che senso?
- Eravate fidanzati?
- No, non direi.
- Hai detto che era un tuo amore, ma non eravate in coppia.
- Infatti. E con ciò?
- Non ti ricambiava?
- E come avrebbe osato una cosa del genere?
- Non capisco.
- È semplice: potrebbe trattarsi di un flashforward, ecco tutto.
- Un flashforward raccontato al passato?
- Sì, nella categoria della possibilità è già un flashback. Bello, no? Ma andiamo pure avanti.




Diciamo che è una questione di futuro anteriore, che rende un evento perfetto nel futuro. Un'asserzione al futuro anteriore è inconfutabile, dal momento che il futuro è imprevedibile, per es.: "X e Y tra una settimana si saranno incontrati in una camera d'albergo" al presente è solamente possibile, ma non se ne può escludere l'impossibilità se X e Y non si incontreranno. Ma se da ora e per tutti gli istanti successivi fino al momento in questione si stabiliscono piani e si immaginano dettagli e si prevedono particolari realistici, ecco che X e Y si saranno sempre incontrati in quella camera. Tra X e Y è così accaduto già ora tutto quel che poteva accadere, rendendo superfluo ogni altro accadimento futuro. 


lunedì 18 dicembre 2017

Amori ipotetici

Giorgio De Chirico, Le Muse inquietanti (1917)

Perché Leopardi non si innamorò di Laura Cipriani-Parra o di Elena Mastiani-Brunacci, le pisane, nel quasi sereno soggiorno a Pisa e preferì l’ignobile Fanny Targioni-Tozzetti, tutta letteratura e signoria, a Firenze, che lo illuse? Il motivo, o perlomeno uno dei motivi più convincenti è il seguente: gli amori ipotetici sono più interessanti di quelli reali, perché gli amanti in questo caso sono autori che alludono a una sottile rottura tra il reale che pure fingono di rappresentare e la propria opera. Non essendo la realtà (dell'amore romantico) data nell'opera se non in modo frammentario, essa si insinua di meno col suo irrinunciabile riscontro sul piano sentimentale ma pure con la sua inevitabile prosaicità, perciò tali amori ipotetici risultano anche più belli. Kierkegaard ha abbandonato Regine Olsen per poter continuare ad amarla al di là del quotidiano, Matilde Wesendock e Charlotte von Stein hanno tanto contato nella vita rispettivamente di Wagner e di Goethe proprio perché né Wagner né Goethe le hanno mai potute (o volute?) sposare. Viceversa, certi amori cosiddetti reali, paradossalmente, vissuti nell’ambito istituzionale di un fidanzamento o di un matrimonio, sono di fatto assai più ipotetici e irreali di quelli della finzione.


giovedì 1 ottobre 2015

Stati Facebook (Settembre 2015)

Il Pd di Renzi mi pare la Fratellanza islamica del libro di Houellebecq. Inquietante.
1 settembre
*
anne caelestes dii catholicorum dominantur, terreni incolunt singula?
2 settembre
*
Ma cos'è tutto questo odio contro chi opera nella scuola? Ho rimosso una fbamicizia. Proprio non si tollera che si spari a zero contro gli insegnanti specialmente in una congiuntura così complessa. Trovo che sia da balordi.
3 settembre

《Venezia è città che sveglia nei ben vivi tutte le potenze vitali, impedendoli di acquietarsi nell'automatismo dei consueti sentimenti e pensieri, donando loro sempre nuovi motivi di stupore e di esaltazione.》
(Diego Valeri, Guida sentimentale di Venezia)
4 settembre
*
Capito i giornalisti di regime? Al TG1: gli 80 euro di Renzi hanno fatto risalire i consumi!... che roba.
In un bel bar che frequento da poco, il proprietario per due volte mi ha chiamato maestro. 
Alla seconda volta ho replicato: "Io però sono professore, non maestro!"... ahahah poi mi ha spiegato che mi vede come artista, o di quadri, musica, scrittore ecc.
"Beh grazie, comunque ha colto bene, scrivo. Sono contento di non passare inosservato ahahah"

5 settembre

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Se tu venissi nell’Autunno,
spazzerei via l’Estate,
con un gesto annoiato e un sorriso
come le massaie scacciano una mosca.
Se a vederti mancasse ancora un anno,
avvolgerei in gomitolo ogni mese –
riponendo ciascuno in un cassetto,
per timore che i numeri si fondano -
Se il ritardo non fosse che di secoli,
conterei sulla mano, sottraendo,
finché non mi cadessero le dita
nella terra di Van Dieman.
Se fossi certa, dopo questa vita,
che la tua e la mia saranno ancora,
la scaglierei, come una scorza vana,
e prenderei l’Eterno –
Ma ora, incerta della misura
di questo, che ci divide,
mi punge, come l’Ape coboldo –
che non definirà – il suo aculeo.

(Emily Dickinson, 1862, versione di Ginevra Bompiani)

7 settembre

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Ma la famiglia di Marta Russo pensa che sparando a zero contro‪ ‎Giovanni Scattone riportano in vita la ragazza? A che serve tutta questa polemica? Se la legge non ha niente da obiettare alla sua assunzione, perché devono avere da ridire gli altri? Ma ho appreso adesso che Scattone ha rinunciato al posto che gli competeva. A me pare un'ingiustizia.

Mi sono beccato il classico raffreddore settembrino, mi sento tutto amorfo e traballante come il protagonista di Sottomissione di Houellebecq. Ma, a differenza di questo (del protagonista e non, si spera, di Houellebecq), all'islam non mi converto.

10 settembre

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E così François non ha resistito all’islam. L’ultimo capitolo però è scritto al condizionale passato: a rigore, viene da pensare a un’ipotesi di futuro e non a una necessità ineluttabile. François, che è anche una metafora della cultura occidentale, non dà il minimo segno di resistenza in tutto il libro, sia nelle sue vicende private che in quelle pubbliche. Nemmeno ha un sussulto di autostima in finale, a parte essere e considerarsi il più grande studioso vivente di Huysmans. Ma mi piace pensare a un finale aperto, anche se non si danno altre ipotesi e l’unica praticabile è la sottomissione all’islam.

11 settembre
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Ho acquistato sapientissimi cristalli di quarzo alla Fiera d’Oriente: si lascia che il loro aroma si disperda per l’ambiente, regolano l’equilibrio psico-fisico e combattono gli spiriti maligni, comunque li si intenda. Poi una volta a settimana bisogna rimescolarli, agitarli.
Io sono ancora un po' raffreddato e non sento del tutto il loro profumo, ma non dubito dell'effetto benefico.

13 settembre

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《Quando il maggior pericolo è la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce il pericolo ancora più terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta speranza, la disperazione è assenza della speranza di poter morire.》

( S. Kierkegaard, La malattia mortale)
14 settembre


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Dal mio vivace foco
nasce un effetto raro,
che non ha forse in altra donna paro:
che, quando allenta un poco,
egli par che m'incresca,
si chiaro è chi l'accende e dolce l'ésca.
E, dove per costume
par che 'l foco consume,
me nutre il foco e consuma il pensare
che 'l foco abbia a mancare.

(Gaspara Stampa, CCXXXIX)
17 settembre

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Adamo in giardino con la sua sposa
la nudità in sé non è cattiva né buona
ma lo slip che li tolse dall'idiota
beatitudine per gettarli nella vita
era parure di frasche e fu commesso
da qualcuno con l'intenzione di corrompere
- frasca o slippino ai nostri occhi è roba
uscita dalla mente di un tecnologo coi fiocchi.

(Nelo Risi, da Di certe cose)

19 settembre

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Fama volat parvam subito volgata per urbem,
ocius ire equites Tyrrheni ad litora regis.

(Verg., Aen., VIII 554-555)

20 settembre


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Ma no. Maurizio anche questa volta non ride. Appartiene ad una generazione impassibile, che non dà importanza alle idee ma alla capacità delle idee di mettere automaticamente chi le professa "sopra", e chi le osteggia, "sotto". Dice, infatti, serenamente: "Un intellettuale? Giusto. Dunque un borghese."
"L'intellettuale non è un borghese."
"L'intellettuale è un borghese."
"No, che non lo è."
"Sì, Rico, lo è."
"Se è vero che l'intellettuale è un borghese, allora tu sei un borghese due volte: come persona di estrazione borghese e come intellettuale."

(Alberto Moravia, Io e lui, cap. II)

22 settembre

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SIGNORA BOYLE. Mi scusi, sa, ma bisognava procurarsi un personale adeguato ancora prima di aprirlo, un esercizio del genere. La vostra inserzione era tutta fumo negli occhi. Posso chiederle se sono la sola ospite... oltre al maggiore, s'intende?
MOLLIE. Oh no, ci sono parecchie persone.
SIGNORA BOYLE. E questo tempaccio, poi... Una bufera, nientemeno. E' tutto veramente increscioso!
MOLLIE. Ma non potevamo prevederlo, il tempo!

(Agatha Christie, Trappola per topi, Atto I, scena 1)

24 settembre

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"il dialoghismo è seducente e felice a segno che non trova l'invidia ove l'emende; e tutto ciò in un idioma straniero!"

(Metastasio a Carlo Goldoni, Vienna 30 Dicembre 1771)

28 settembre

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Tempus in quo praerumpuntur pilae.

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A

1. necessità logica negativa = impossibilità assoluta
2. necessità logica positiva = necessità assoluta
3. necessità effettuale negativa = impossibilità relativa
4. necessità effettuale positiva = necessità relativa

B

1. esclusione dell'impossibilità assoluta = "possibilità"
2. esclusione della necessità assoluta = "contingenza"
3. esclusione dell'impossibilità relativa = "compossibilità"
4. esclusione della necessità relativa = "arbitrarietà"


30 settembre