domenica 6 novembre 2022

SØREN KIERKEGAARD (da "Saggio sulla bellezza")


1. Non c’è dubbio che Kierkegaard sia complice dei suoi esteti.

«È regola di delicatezza quando si scrive, utilizzando gli avvenimenti della propria vita, non dire mai la verità, ma tenerla per sé e lasciarla soltanto rifrangersi sotto angoli diversi» (Diario, 842-44).

In Kierkegaard la dimensione estetica è intrecciata alla morte, perché la bellezza e l’eros non rispondono alla domanda ultima dell’esistenza. In lui l’estetica è una contemplazione della morte. Ma allo stesso tempo si compiace del carpe diem o, meglio, si vorrebbe compiacere dell’istante se non dovesse contemplare la morte. Va nella posizione mediana dell’etica per risolvere temporaneamente il conflitto. Lo stadio etico è una fuga necessaria quanto non risolutiva, perché l’esteta si rivolge di nuovo a una miriade di figurazioni attraenti senza arrivare mai peraltro alla realizzazione del sentimento. Il piacere è sempre rinviato, il seduttore si agita a destra e a sinistra per compiacersi del proprio destreggiarsi. Manca un centro totalizzante nella sua ricerca, nel senso che non viene trovato e lo stadio religioso è l’altrove che intensifica illusoriamente quella mancanza di centralità radicale, tant’è vero che il cristianesimo diventa paradossalmente più appetibile in termini di tensione erotica di quanto non lo fosse la stessa etica sessuale antica. Se per caso trova la centralità (Regina Olsen), la abbandona in quanto gli occorre lo stadio religioso per rinforzare il rapporto con gli oggetti della seduttività molteplice, come se ogni singola avventura fosse da rivivere sub specie aeternitatis. Così si assolutizza il carpe diem, in Kierkegaard non esiste che l’istante. Non lo dice apertamente perché banalizzerebbe l’esperienza.

In Kierkegaard c’è l’impossibilità di raggiungere la fede cristiana ed esservi coerente, senza la consolazione di Pascal di averla trovata proprio perché la sta cercando. Si direbbe piuttosto che non vuole realmente perseguire la ricerca.

 

2. Un genio in una città provinciale[1]

Peter P. Rohde, autore di Søren Kierkegaard. Un genio in una città provinciale, è stato uno tra i maggiori studiosi danesi del filosofo:[2]. In realtà il sottotitolo del libro è un’espressione dello stesso Kierkegaard contenuta nei suoi diari: lui lamentava l’incomprensione e l’invidia che lo circondava nell’arco della sua breve esistenza a Copenaghen, una città che tuttora ha pochi segni tangibili che lo ricordino, a parte un brutto monumento (a differenza di Praga, che conserva molte tracce del passaggio di Kafka), come se Kierkegaard non fosse mai stato a Copenaghen, il che è molto strano se si considera la svolta epocale, in polemica con la dialettica hegeliana, che il suo pensiero ha costituito, con parecchi continuatori a cominciare dal teologo Karl Barth che si ispirò al danese.

        Il libro di Rohde non mantiene quello che promette, non affronta il rapporto con Copenaghen se non indirettamente e nella sua sintesi piuttosto delinea i tratti fondamentali della filosofia kierkegaardiana e i rapporti con le poche persone che hanno contato nella sua vita: il padre, Regina Olsen naturalmente e i suoi maggiori antagonisti Goldschmidt e i vescovi Mynster e Martensen. Così se si vogliono ripercorrere i tratti salienti della sua vita bisognerà cercare altrove, nel recente volume di Clare Carlisle[3], che tuttavia ha il limite di considerarlo soprattutto un teologo, e dagli studi fatti in Italia da Maria Rosaria Pepe, in particolare riguardo al rapporto divenuto poi non-rapporto con Regina Olsen[4], al di là del gossip naturalmente in quanto quello è un momento cruciale in cui si realizza nella vita la filosofia di Kierkegaard.

            La sua vita è stata povera di eventi, anche perché è morto molto giovane lasciando una produzione abnorme di scritti. Quando è a Berlino, la mattina esce per poco, poi rincasa e scrive fino alle tre, poi esce di nuovo per andare al ristorante. Torna a casa e continua a scrivere. Ma anche a Copenaghen la sua giornata non è troppo diversa. Passeggia tra la folla, fa veri e propri bagni di folla, proprio lui che ha tanto scritto sul Singolo minacciato dalla massa. Eppure dava luogo a tutti, parlava con tutti e presumibilmente non di filosofia; era molto benvoluto e mi piace sottolineare questo aspetto che non c si aspetterebbe in uno scrittore come lui sempre un po’ allineato con l’odi profanum vulgus di oraziana memoria e invece questo profanum vulgus lo prendeva a braccetto, lui si lasciava prendere a braccetto amabilmente, come se una volta tanto fosse anche lui uno di loro.

            Ha una casa spaziosa nel centro di Copenaghen, ogni mattina ne esce indossando il cilindro e usando un bastone da passeggio o un ombrello chiuso, con un’aria da dandy e cammina moltissimo. Questo camminare a piedi l’ha in comune con altri pensatori, con Rousseau nelle sue ultime passeggiate solitarie in preda alla paranoia lucida, con Nietzsche che pure faceva lunghe marce nelle città dove abitava perché riteneva che all’aria aperta i pensieri si mostrassero più affidabili e che anzi bisogna diffidare dei pensieri che non si presentino all’aria aperta, con lo stesso Leopardi che a Napoli pure passeggiava da solo prima che Ranieri andasse a ripescarlo mentre la folla, il popolo si era radunato intorno a lui chiamandolo ‘o ranavuottolo.

         C’è quindi questo aspetto amabile in Kierkegaard. Conversa coi conoscenti che incontra. Bisogna però precisare che ha l’aria giudicante quando i passanti lo incrociano e lo prendono a braccetto, sono intimiditi dall’azzurrità del suo sguardo penetrante e a sua volta lui deve ritrarsi, ha bisogno della solitudine del Singolo per scrivere. Tutto questo non lo dice Rohde. Rohde si sofferma a delineare le fasi della filosofia di Kierkegaard, non senza cadere in qualche luogo comune, per esempio nel considerarlo un precursore dell’esistenzialismo, dei vari Sartre e Heidegger. Infatti il pensatore esistente, di cui parla nella Postilla conclusiva non scientifica, non è il pensatore esistenzialista proprio perché in lui c’è il cristianesimo, e di questo avviso era anche Cornelio Fabro, massimo studioso di Kierkegaard (a parte il fatto che pure Gabriel Marcel rifiutava l’etichetta di esistenzialista, che fu affibbiata a Heidegger a sua volta non senza suo disappunto). E a mio parere tale equivoco, rinforzato da Rohde, è il punto debole del suo libro.

Non si può prescindere dal cristianesimo, ma il suo è estetizzante, la sua fede è corrotta dall’interno (cfr. Hannah Arendt, Quaderno XIII, 27[5]). Kierkegaard critica ferocemente Hegel perché secondo lui l’idealismo è anticristico, non è possibile che nel concetto (cum-capio) ci siano sia l’umano che il divino, si tratta invece di un rapporto che è impossibile porre dialetticamente.

L’estetica di Kierkegaard è il sentire, il percepire per mezzo dei sensi (da αỉσθάνομαι, sento, intendo, comprendo), insomma la vita del Singolo e tuttavia l'estetica, portata alle estreme conseguenze, diviene inadeguata a risolvere l’angoscia. Ma pure lo stadio etico non risolve l’angoscia perché anche l’etica è nel tempo. Il Singolo se prova nausea per l’estetica e si rivolge all’etica ecco che di nuovo ne è strozzato fino al paradosso dello Stato etico, mentre occorre l’eccezione del Singolo, ma lo Stato etico soffoca l’eccezione e diventa una dittatura. Solo Abramo può eccedere l’etica, Abramo uccide il figlio ubbidendo a Dio ma poi Dio glielo restituisce, di nuovo l’umano si trova nella sua dimensione senza che però l’abisso col divino sia colmato, - né può colmarlo la dialettica hegeliana. Ma i tre stadi non si susseguono.


[1] Testo della lectio magistralis tenuta presso il Liceo “Don Gnocchi” di Maddaloni (Caserta) il 22 dicembre 2021.

[2] Traduzione e cura di Igor Tavilla, Roma, Castelvecchi, 2018.

[3] Kierkegaard. L’inquieto filosofo del cuore, trad. it. di Francesca Ilardi e Massimo Bocchiola, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 2020.

[4] La Paralisi della Possibilità: Søren Kierkegaard e Regina Olsen, Acerenza, Telemaco Edizioni, 2015.

[5] Nel deserto del pensiero. Quaderni e diari. 1950-1973, edizione italiana a cura di Chantal Marazia, Milano BEAT, 2015, p. 256. 







Paralipomeni del Paradiso

 Beatrice allor con sue parole argute:

“Se mi avessi disiata e non amata,

le belle membra mie avresti avute.”

Rispuosile io: “So che un’altra fiata

non mi si dà, madonna, ’n terra piùe,

or che vostra bellezza se n’è andata.

Però lasciam che fu ciò che già fue.”

Ma ella a me severamente disse:

“Ben ascolta: le colpe sono tue!

oscurandoti il genio le tue fisse

püerilmente ostili a questa altezza,

come se ’l pan degli angeli partisse

mentre sussiste ancora mia fattezza.

La sai, che l’asseconda in vita e in arte

per me ’l tuo verbo ornato nell’ebbrezza.”

Ond’io: “Contradizion nelle mie carte

non mi si svela: perché anteponeste

il disìo che d’amor è la gran parte

alla vita per cui chiusura aveste,

nova bensì, con velen d’argomento?

Ditelo a me, qualora lo voleste!”

“Eppure la ragion del mio sgomento”

ricominciò “dovrebb’esserti chiara

e del perché passò quel bel momento

che mi costrinse a usar parola amara

e a negarti il favor che poi ho dato

altrui di cor, senza essere avara.

Purtroppo tu non misurasti l’iato

chiedendo a me che le divine pose

oggimai si fondesser nel guatato:

comprendimi, dovevi finger cose

per ottener mie luci, non l’amore

si addiceva e ’l silenzio ti rispose.”

“Con tutto ciò, non capisco il furore

per cui pensaste che ’i disïavo

solo la vostra imago nelle ore

e garzone pertanto sragionavo.

Confortato, per l’etere che andiamo

in vostra compagnia mi faccio bravo

come in quel dì specificando: ‘v’amo’:

in seguito, svoltando salutai

incontrandovi a caso, in quanto bramo

ma per vostro sorriso non restai,

luce magis dilecta, nei miei drammi

né più grazie a Virgilio sono tai.”

E disse appresso: “La matera fammi

grande nel seggio e canoscenza spira,

l’esser del mondo lo suo raggio dammi.”

Silogizzò, qual colei che delira

né io compresi come si conviene

’l verbo alla cosa, constatai senz’ira.




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Greco e latino

Il greco e la mentalità greca sono attenti all'essenziale, il latino e la mentalità romana al particolare. Il greco è sintetico, il latino è analitico. In tale sintesi, il greco è più sbilanciato rispetto alla realtà di quanto non sia il latino.

L'essenziale del greco è una visione superiore ma non semplicistica (i Greci hanno vinto alle Termopili con la strategia, e cioè con la teoria). Il latino aderisce alla realtà immediatamente, la filosofia romana è quasi sempre morale. Il latino è barocco ed exundat senza essere dispersivo.

Lo spirito greco è comunitario per natura, la civitas romana è imposta dal diritto. Entrambi gli elementi attraverso percorsi diversi arrivano agli stessi risultati.