mercoledì 24 ottobre 2012

De vulgari excellentia






Dante Alighieri e Guido Cavalcanti



Esistono varie vite di Dante, ma per noi è come se non ce ne fosse nessuna che non sia l’opera.
Quella di Emilio Pasquini (Vita di Dante, BUR 2006) è uno dei più bei libri su Dante che siano mai stati scritti. Svia già dal titolo (ma non dal sottotitolo I giorni e le opere), non trattandosi precisamente della vita di Dante, non essendo peraltro sempre realmente esistita una vita di Dante che non fosse nell’opera, coincidendo cioè, almeno da un certo punto in poi (la prima sentenza di condanna al confino per baratteria è del 27 gennaio 1302, la condanna a morte arriva poco dopo in contumacia, il 10 marzo) la vita con l’opera di Dante. Sono ancora fondamentali, non c’è dubbio, gli Scritti su Dante di Erich Auerbach (Feltrinelli 2009) che però non sono una vita di Dante. Biondo era e bello di Mario Tobino (Mondadori 1979) è più un romanzo che una biografia, peraltro dovizioso nella contestualizzazione storica.  
Della sua giovinezza non sappiamo quasi niente.
La stessa Vita nova è reticente, fuorviante al punto che nulla è in grado di rivelarci di biografico neppure su Beatrice, qualora sia, e non è certo (non nella Vita nova) che sia proprio lei, la gentilissima, Bice Portinari.
Si ruppe il rapporto d’amicizia con Guido Cavalcanti dopo il saluto negato di Beatrice. Ciò dà da pensare: l’ostinazione dantesca a perseguire la sublimazione dell’”amore autosufficiente”, istituzionalmente non corrispondibile, con l’aggravante dell’apoteosi pagano-cristiana in cielo dopo la morte di Beatrice non poteva trovare alleato il "dolce" stilnovista anomalo che non riconosceva l’iter liberatorio della donna-angelo e per il quale ostacolo alla conoscenza è l’angelo: tutto il contrario che in Dante. Ciò è riscontrabile a partire dal sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, «dove egli invita gli amici con le loro compagne: per Dante, una delle donne-schermo. Assai meno nota la risposta di Guido, non certo improntata alla stessa leggerezza: egli infatti si chiama fuori da quella seducente evasione appellandosi alla natura dolorosa del suo amore, fonte per lui non di sogni ma di “pesanza”, cioè proprio di angoscia» (Emilio Pasquini, op. cit., p. 23).  
Non sappiamo a chi siano rivolti i versi delle “petrose” rime, collocabili tra il 1296 e fine 1297 o inizio del 1298. A Pietra, sì, ma al di là del nomen omen di questo misterioso amore, ignoriamo l’identità di Donna Pietra: «sono quattro canzoni per un amore non corrisposto verso una giovane donna, la cui durezza è paragonata alla pietra» (Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Laterza 2008, p. 71).
Dante di Cesare Marchi (Rizzoli 1983) è soprattutto uno studio accurato e denso di dettagli tendenti al romanzesco («Gemma era una povera donna, non certo votata all’eroismo, vittima d’un gioco di passioni più grande di lei; una donna di casa come tante, cui il turbine della politica aveva tolto la serenità familiare», p. 91). Probabilmente il testo di maggior ampiezza nella documentazione è Dante. Storia di un visionario di Guglielmo Gorni (Laterza 2008), ma pure in questo caso gli elementi biografici, reperiti attraverso un vaglio filologico di prim’ordine, corrispondono agli aspetti esoterici e visionari presenti nella Commedia e nelle opere minori.
«Una Beatrice di Folco Portinari – scrive Gorni - andata sposa a un Simone Bardi e morta in giovane età, si concede, per quello che è dei referti terreni. Ma perché Dante, così mutevole per natura, “trasmutabile” e innovativo in ogni campo, ne fece una costante, di vita e d’ispirazione? […] Beatrice, che designa la quintessenza del femminile nei rapporti di Dante con le donne, è soprattutto un nome» (p. 113).    





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