venerdì 6 dicembre 2013

Il filosofo cambia pensiero come si cambia di camicia/2




E dire che perfino Kierkegaard fu deluso dal corso dell'ultimo (o penultimo) Schelling, a suo giudizio non dissimile per noia dalle prediche di un pastore protestante: "A Berlino io non ho più niente da fare - avrebbe detto. - Io sono troppo vecchio per stare a sentire lezioni, ma Schelling è troppo vecchio per tenerle." Ma il problema è che non esiste accordo tra gli studiosi nel periodizzare le fasi del pensiero di Schelling, come ho già detto invece l'ultimo Schelling può benissimo rientrare nella terza fase, quella che cercava l'accordo tra soggettivo e oggettivo, trovato fondamentalmente nell'organo generale della filosofia, che è l'arte. La seconda essendo costituita naturalmente dalla revisione della filosofia kantiana e fichtiana della natura; la prima stagione è totalmente fichtiana. Mi piace anche ricordare che già adolescente Schelling padroneggiava il greco e l'ebraico, quindi il mito antico e la critica biblica, nonché il criticismo kantiano. Precocissimo dunque, prodigiosamente precoce in filologia, non solo in filosofia come assistente di Fichte grazie all'interessamento di Goethe, come è noto, per poi prenderne il posto e ereditarne gli allievi dopo i problemi che Fichte ebbe con l'Università per il suo ateismo. A quel punto, a Schelling non restava che smettere di essere un semplice ripetitore di Fichte, sia pure di primissima qualità, e inventarsi la filosofia della natura dove, torno a dire, c'è aporia ma Hegel non ha considerato, preso da altri problemi, che fa anche parte della stagione che prepara l'idealismo estetico. Kirkegaard non l'ha capito neppure lui, ovviamente.

*  *  *

Il non-io è realmente a priori rispetto all'io empirico e in quanto tale è propedeutico alla coscienza del singolo. Io e te siamo la realtà, l'Assoluto.

*  *  *

«La filosofia supera quest’antitesi in quanto stabilisce che l’attività inconscia è originariamente identica a quella conscia e germogliata dalla stessa radice di questa; l’identità di cui essa offre la prova direttamente nell’attività senza dubbio insieme conscia e inconscia che si manifesta nelle produzioni del genio, e indirettamente, fuori della coscienza, nei prodotti naturali, in quanto vi si osserva la più compiuta fusione dell’ideale col reale.»
(Friedrich Schelling, introduzione a Primo abbozzo di un sistema della filosofia della natura)

«...l’essenza originaria come assoluta identità del reale e dell’ideale è a sua volta posta solo soggettivamente, ma noi dobbiamo lo stesso intenderla oggettivamente: essa dev’esser non solo in sé, ma anche fuori di sé assoluta identità del reale e dell’ideale, cioè deve manifestarsi, deve attuarsi: deve insomma anche nell’esistenza mostrarsi come un qualcosa che per essenza è identità assoluta del reale e dell’ideale. Ma ogni cosa può rivelarsi solo nel suo opposto: quindi l’identità nella non identità, nella differenza, nella distinguibilità dei princìpi.»

(Friedrich Schelling, Conferenze di Stoccarda, corso 1809-1810)

mercoledì 4 dicembre 2013

Il filosofo cambia pensiero come si cambia di camicia



Che poi Schelling si era dissociato da Fichte, di cui era stato assistente – grazie a Goethe – perché Fichte, in seguito all’accusa di ateismo, aveva dovuto lasciare la cattedra.

E così, dopo aver esordito brillantissimo e precoce con L’Io come principio della filosofia (1795), commento a Fichte che era tanto piaciuto al maestro, ecco che Schelling si inventa le Idee sulla filosofia della natura (1797). Ma la nemesi fichtiana è in agguato e Hegel lo attacca nella prefazione a La Fenomenologia dello spirito (1807).

Schelling ripudierà il Sistema dell’idealismo trascendentale (1800). A un filosofo è più facile rinnegare la propria opera in quanto si sente sempre e comunque superiore ad essa, a differenza del poeta e dello scrittore che è tutto nella propria opera.

L’essere del filosofo è superiore al suo atto, inteso non solo come pensiero e opera (probabilmente qui agisce ancora il rifiuto socratico di mettere per iscritto il pensiero) ma anche come azione. E cambia filosofia come si cambia di camicia (i famosi tre – o anche quattro – “periodi” di Schelling). Rousseau è superiore al Rousseau che abbandona i figli all’orfanotrofio, Althusser è superiore all’Althusser che strangola la moglie (anche se era ovviamente subentrato un problema di psicopatologia).

Sartre disse, forse per vezzo, a Jeannette Colombel: “L’ontologia di L’essere e il nulla non vale niente, la manderò all’aria”.

Quindi Schelling rompe i rapporti con Hegel.

Da quel momento resta il grande silenziato, attaccato da tutte le parti, già i suoi contemporanei lo soprannominano “Cagliostro” per l’apertura al Divino e alla mistica nella parte finale del suo pensiero (ma Hegel riporterà il pensiero tedesco alle fonti mistiche molto più di Fichte e di Schelling) e gli attribuiscono la “sindrome di Spinoza”. Ma nel frattempo è anche diventato il filosofo del Romanticismo.

giovedì 21 novembre 2013

ELEGIA DI MARIENBAD di Wolfgang Goethe





E mentre l’uomo nel dolore è muto,
un Dio mi diede il bene di esprimere nel canto le mie pene.

E che posso sperare dal rivederci,
dalla fioritura di questo giorno, non ancora dischiusa?
Paradiso e inferno, ecco s’aprono a te:
quale tempesta s’agita nel cuore!
No, nessun dubbio più: Ella s’avanza dalla celeste porta,
fra le sue braccia in alto ti trasporta.

Così tu fosti in Paradiso accolto,
come se fossi degno di quella vita eternamente bella.
Speranza e brama e desiderio in petto si placarono:
il fine era quivi d’ogni intimo aspirare,
e nel soave incanto di lei, che sola è bella, inaridiva la fonte d’ogni appassionato pianto.

Come il giorno moveva rapide l’ali e come parea i minuti spingere a sé davanti!
Il bacio della sera, un fedele e amabile suggello, era insieme e promessa del nuovo dì.
Le belle ore, nel dolce andare, l’una all’altra parevano sorelle,
eppur nessuna all’altra in tutto eguale!

Ma il bacio crudelmente dolce, l’ultimo bacio, ecco spezza tutta una catena di ben tessuti amori.
Nel passare la soglia s’affretta e inciampa il piede,
come se un cherubino fiammeggiante via di là lo cacciasse.
Lo smarrito sguardo fissa il sentiero tenebroso,
poi si rivolge indietro di nuovo a riguardar la porta amata,
e la vede serrata.

Ed or chiuso in se stesso è questo cuore, come se giammai si fosse aperto
O come a lei dappresso, con le stelle del cielo splendendo a gara, non avesse goduto ore beate.
E tristezza, e rammarico, e segreto rimprovero, e pesante insister d’ogni cura,
gravan su lui nell’aria soffocante.

Ma non v’è dunque ancora tutto il resto del mondo?
Coronate d’ombre sacre non s’ergono là pareti di rupi?
Non maturano le messi?
E lungo il fiume non si distende ancora ricco di boschi e prati un verde piano?
O non s’incurva il cielo, grandezza ultraterrena, ora ingombra di forme, ora serena?

Come leggera, e chiara, e di squisita fattura là sovrasta,
simile a un serafino, fuor dal coro più cupo delle nuvole sorelle,
una svelta figura di vapor luminoso, nell’azzurro alto del cielo, a lei in tutto somigliante;
così tu la vedesti dominare nella gioconda danza, la più cara forma, tra le più care.

Eppur solo un istante un’aerea figura tu oseresti per lei scambiare.
Indietro rivolgiti a guardare, dentro il tuo cuore,
e l’imagine sua là troverai ben più bella e più chiara,
là nei suoi mille aspetti, trasmutevole e una,
di mille foggie e pure in ciascheduna a te sempre più cara.

E quale per accogliermi là presso alla porta indugiava,
e poi di grado in grado mi rendeva felice;
e quale ancora dopo l’ultimo bacio ella soleva raggiungermi,
e un bacio, l’ultimo dopo l’ultimo, sulle labbra stamparmi:
così chiara e palpitante nel fedele cuore l’imagin dell’amata a lettere di fuoco sta segnata.

Nel mio fedele cuore,
che saldo come un muro merlato a lei si custodisce, e lei in se stesso preserva;
che per lei si rallegra della propria costanza, e si conosce solo in quanto ella stessa si palesa;
che libero si sente in sì grate catene.
E solo ancora palpita,
per render grazie a lei di tanto bene.

Ogni forza d’amore, ogni bisogno di ricambio d’amore,
era da tempo spento, dileguato.
Ed ecco, d’improvviso, rifiorire il piacer della speranza per gli allegri progetti,
per il pronto decidere ed agire.
Se Amore ispirò mai un uomo innamorato,
nel modo più gradevole e giocondo a me questo fu dato.
E per suo dono!

Già pesava un’intima angoscia, quasi carico molesto, sopra spirito e corpo.
Circondato era intorno lo sguardo da forme di terrore, nell’ansio vuoto del deserto cuore.
Or da una nota soglia albeggia la speranza,
ed ella stessa, nel benigno e chiaro lume del sole, avanza.

Alla pace di Dio che noi mortali, — come si legge — più che la ragione, quaggiù rende beati,
io paragono la serena pace dell’amore, in presenza della creatura fra tutte diletta.
Quivi riposa il cuore,
e il sentimento più dolce e più profondo,
quello d’appartenerle,
nessuna cosa può turbare al mondo.

Grava nella purezza del nostro petto il desiderio occulto
di darci a qualche cosa di più alto, più puro e ignorato,
con un atto di grato e libero volere,
a noi chiarendo l’eterno inesprimibile mistero.
E questo noi chiamiamo essere santi.
Di sì felice altezza son partecipe io pure a lei davanti.

Al raggio del suo sguardo,
come alla calda forza del sole,
al suo respiro,
come all’alito della primavera,
l’orgoglio così a lungo perdurato, rigido come ghiaccio nel profondo delle invernali grotte, si discioglie.
E fuggono tremando al suo venire con l’egoismo le ostinate voglie.

E par ch’ella mi dica :
“D’ora in ora è a noi la vita dolcemente offerta.
Poca scienza lascia il dì passato;
conoscere il domani ci è negato;
e se talvolta davanti alla sera il cuore di paura mi tremò,
pure il sole calando per me una gioia ancora illuminò.

Fa’ dunque come io faccio,
e, lietamente saggio, osa guardare il momento negli occhi.
Non indugiare!
Tosto vagli incontro sereno e animoso,
operando per la gioia e per l’amore.
Ma dove sei, sii tutto, con candore!
Cosí tutto sarai, ed insieme invincibile sarai”.

“Tu dici bene” io penso.
“A te il cielo concesse il favor del momento,
e ognuno, al fianco tuo, per un momento si sente il favorito del destino.
Per me pavento il cenno che dal tuo fianco mi dovrà strappare;
apprender dunque tanto alta saggezza che mi può giovare?”

Ora io sono lontano, e che s’addice al momento presente? Io non lo so.
Ei la bellezza e molti beni ancorami porge;
e ciò soltanto mi pesa, e son costretto a fuggirmene tosto.
Una brama indomabile mi caccia di luogo in luogo,
e non mi resta intanto altro consiglio che infinito pianto.

Sgorgate dunque, lagrime, scorrete senza ritegno!
Già voi non potreste smorzar l’interno ardore.
Esso delira e s’agita furente nel petto mio, là dove morte e vita combattono tra lor ferocemente.
Ben v’hanno erbe a calmare la sofferenza delle nostre membra:
ma se risolutezza e volere allo spirito vien meno,
qual rimedio si può dunque apprestare?

Qual rimedio al pensiero? O ch’ei potrebbe dimenticarla?
Mille volte invero egli l’amata imagine ridesta
ch’ora indugia tremante, ora è travolta lontano
Ora confusa, ora splendente di purissima luce.
E qual conforto potrebbe ancorché piccolo recare questo flusso e riflusso,
questo andare e venir perpetuamente?

Lasciatemi qui dunque, miei fedeli compagni!
Qui, presso la rupe, solo, lasciatemi, tra il musco e la palude.
Andate!
A voi dischiuso è il mondo, e vasta la terra, e in alto il cielo ampio e divino.
Contemplate, indagate, radunate ad uno ad uno i fatti.
Ed il mistero della natura poi ribalbettate.

Per me tutto è perduto!
Son perduto a me stesso io che già fui prediletto ai Celesti.
Essi m’han messo a prova.
M’hanno offerto Pandora
ricca di doni e ancora più ricca di pericoli.

M’han premuto alla bocca apportatrice d’ogni bene al mondo.
Ora da lei mi strappano,
e mi gettano a fondo.



martedì 12 novembre 2013

THOMAS MANN NELL’INTERPRETAZIONE DI LUKACS: IL TEMPO SOGGETTIVO E IL TEMPO OGGETTIVO

per Eidoteca 11 novembre 2013


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Lirica greca



ἧμεῖς δ' οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθιμος ὥρη
ἔαρος, ὅτ' αἶψ' αὐγῇσ' αὔξεται ἠελίου
(dal fr. 2 DIEHL di Mimnermo)


È una similitudine in lingua ionica riportata nell’Antologia di Stobeo IV 34, già topica negli aedi omerici, usata in Iliade, Z 146-149 da parte di Glauco di Licia nel rispondere a Diomede che gli aveva domandato chi fosse. Ripresa da Apollo in Φ 462-466. Cfr. anche fr. 5 DIEHL, della Ναννώ, tramandato sempre da Stobeo in Florilegio IV 50;  Ateneo XI 470 a.b. per un altro frammento della Ναννώ (= fr. 10 DIEHL); della Smirneide (= fr. 13 DIEHL) conservato da Stobeo nel Florilegio, III 7, 1 al capitolo περὶ ἀνδρείας, brano la cui interpretazione non è univoca. Non c'è numero di rivista classica che non se n’esca con nuove interpretazioni dei frammenti lirici. Ma lirica c'è già in Omero, almeno come ipotesi eroica, la letteratura greca ne è piena fino alla corte di Bisanzio e a Paolo Silenziario. Per non parlare di Proclo (= 4, ed. VOGT), dove c'è un'interpretazione neoplatonica del Pater noster.

sabato 9 novembre 2013

Corrado Ocone, LIBERALISMO SENZA TEORIA (per l'EstroVerso, 5/11/2013)



Gli spiriti liberi non possono che rallegrarsi di fronte alla molteplicità di spunti di ricerca offerti in questo saggio di Corrado Ocone dal titolo Liberalismo senza teoria (Rubbettino, 2013), dove già nella premessa si parla di «dubbio, spirito critico, anticonformismo, antidogmatismo, pluralismo, antiperfezionismo, antipaternalismo» contro la vulgata trionfante. Il nuovo paradigma “non teorico” qui proposto è la discussione del liberalismo e della scienza politica «sul terreno della filosofia».

Giurie così non sono mai esistite


La parola ai giurati (Twelve Angry Men) fu nel 1957 l'esordio alla regia di Sidney Lumet. È un film intelligente per l’analisi dei comportamenti dell’americano medio, per l’indagine sul rapporto tra antropologia e giustizia. La differenza tra colpa e innocenza, menzogna e verità è labilissima. Il ritmo della narrazione che va dall’uno contro tutti all'unanimità - dodici su dodici voti di non colpevolezza, in finale - è incalzante. Giurie così non sono mai esistite. Ma sul piano etico, la prospettiva del ribaltamento di una verità scontata ma percepita falsa da una minoranza - anzi, da uno solo - è sempre più inesorabile, anche se paradossalmente è proprio Henry Fonda, nel suo solito ruolo edificante con cenni di puritanesimo tipicamente americano, quello che convince di meno.


venerdì 25 ottobre 2013

Manios med fhefhaked Numasioi

Sono più favorevole alla Franchi De Bellis che non alla Guarducci riguardo all’autenticità della fibula Praenestina, il più antico documento di lingua latina. Certo fu eclatante Margherita Guarducci quando nel 1980, con la chiamata in causa del Mommsen, sembrò attribuire inconfutabilmente la famosa spilla a Helbig e Martinetti che nel 1886 avrebbero elaborato la falsificazione testuale del perfectum col raddoppiamento  (fhefhaked), in linea con l’intuizione linguistica di Theodor Mommsen , secondo l’alfabeto già in uso nel VII sec. a.C. Ma questo che cosa dimostra? Il perfectum ha il raddoppiamento in alcuni temi anche nel latino augusteo, per es. ce-cin-ī, pe-pul-ī, pe-per-ī, o nei più antichi memordī, peposcī, cecurrī etc. Annalisa Franchi De Bellis porta a favore dell’antitesi la presenza del raddoppiamento in epigrafi italiche di scoperta successiva alla tesi della Guarducci e al presunto falso di Wolfgang Helbig.


giovedì 5 settembre 2013

Dicotomia destra/sinistra


Quanto accade sul piano laico non è simmetricamente applicabile alle questioni teologiche interne (o anche esterne) alla storia della chiesa. La teologia della liberazione è stata una fase importante di quella ricerca, molto tra le righe avallata anche dalla stessa Populorum progressio. Che sia finita la teologia della liberazione dunque, come annuncia Stefano Filippi recensendo il libro del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez sul Giornale di oggi, a me non piace. Non c'è da esultarne. Certo il cristianesimo fin dalle sue origini non si è mai posto come forza sociale in grado di cambiare il mondo, - fu l'aspettativa delusa di Giuda, come si sa, secondo quanto si evince dal racconto dei Vangeli - ma se vogliamo andare oltre la oggettivamente superata dicotomia destra/sinistra, e attaccare i luoghi comuni del politically correct e gli automatismi acritici e conformistici delle opinioni correnti e il radicalchicchismo tanto di sinistra quanto di destra (è chiaro che i due aspetti sopravvivono nella mentalità degli italiani, sia pure in modo confuso), nemmeno dobbiamo essere "ideologici" a nostra volta, a cominciare da Bergoglio al quale, non è un caso, porta alla fine l'articolo di Filippi.

Femminicidio

"Femminicidio" è una parola orrenda, ma la cronaca giornalistica ne sta ormai abusando. Il problema è ancora una volta culturale prima che giuridico, in quanto i ruoli sessuali non esistono, e invece vengono riproposte stereotipie meccaniche e repressive, probabilmente avallate da entrambe le parti in causa. I motivi possono essere svariati: paura, pigrizia mentale, identità sessuali problematiche, semplice moralismo di facciata o, peggio, autorepressione e dunque bisogno di esercitare la forza sul più "debole", come attraverso uno specchio deformato. Ma i ruoli sessuali sono delle convenzioni culturali arbitrarie e perciò dissacrabili e rovesciabili reciprocamente, anche nello stesso sistema di riferimento. Ancorarsi a un'idea pregiudiziale fissa in tal senso è indice di mentalità primitiva, la possibilità di un ribaltamento del genere è insita nel linguaggio, di questo è necessario avere consapevolezza, non obbligatoriamente giocare col ruolo al di fuori del linguaggio. Ecco in che senso il termine "femminicidio" è entrato nell'uso a indicare l'inaudito degrado delle relazioni tra i due sessi fino alla violenza estrema.

(1 settembre 2013)

giovedì 18 luglio 2013

Ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος



Ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος
πάντων ὅσ' ἐστὶ καὶ τίθησ' ὅκηι θέλει.
νóος δ' οὐκ ἐπ' ἀνθρώποισιν· ἀλλ' ἐπήμεροι
ἃ δὴ βοτὰ ζώομεν οὐδὲν εἰδότες
ὅκως ἕκαστον ἐκτελευτήσει θεός.
ἐλπὶς δὲ πάντας κἀπιπειθείη τρέφει
ἄπρηκτον ὁρμαίνοντας. οἳ μὲν ἡμέρην
μένουσιν ἐλθεῖν, οἳ δ' ἐτέων περιτροπάς.
νέωτα δ' οὐδεὶς ὅστις οὐ δοκεῖ βροτῶν
πλούτωι τε κἀγαθοῖσιν ἵξεσθαι φίλος.
φθάνει δὲ τὸν μὲν γῆρας ἄζηλον λαβὸν,
πρὶν τέρμ' ἵκηται· τοὺς δὲ δύστηνοι νóσοι
φθείρουσι †θνητῶν· τοὺς δ' Ἄρει δεδμημένους
πέμπει μελαίνης Ἀίδης ὑπὸ χθονός,
οἳ δ' ἐν θαλάσσηι λαίλαπι κλονεύμενοι
καὶ κύμασιν πολλοῖσι πορφυρῆς ἁλὸς
θνήσκουσιν, εὖτ' ἂν †μὴ δυνήσωνται ζόειν.
οἳ δ' ἀγχόνην ἅψαντο δυστήνωι μόρωι
καὐτάγρετοι λείπουσιν ἡλίου φάος.
οὕτω κακῶν ἄπ' οὐδέν, ἀλλὰ μυρίαι
βροτοῖσι κῆρες κἀνεπίφραστοι δύαι
καὶ πήματ' ἐστίν. εἰ δ' ἐμοὶ πιθοίατο,
οὐκ ἂν κακῶν ἐρῶιμεν οὐδ' ἐπ' ἄλγεσι
κακοῖv ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα.

[testo greco sicuro, salvo qualche aporia, del giambo di Simonide Amorgino riportato nei manoscritti di Stobeo e quale è recepito nelle edizioni moderne da Diehl 1923, West 1972, 1980, fino alla più recente Pellizer 1990. All’ecloga 15, introdotta dal lemma Σιμωνίδου c’è il giambo di 24 trimetri che comincia: ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος e finisce con: κακοῖv ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα corrispondente al canto XL di G.L.]

***
Simonide
(Stobeo)

Ogni mondano evento
È di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che giusta suo talento
Ogni cosa dispone.
Ma di lunga stagione
Nostro cieco pensier s’affanna e cúra,
Benchè l’umana etate,
Come destina il Ciel nostra ventura,
Di giorno in giorno dúra.
La bella speme tutti ci nutrica
Di sembianze beate
Onde ciascuno indarno s’affatica;
E quale il mese e quale il dì che amica
Gli fia la sorte aspetta;
E nullo in terra vive
Cui ne l’anno avvenir facili e pii
Con Pluto gli altri iddii
La mente non prometta.
Ecco pria che la speme in porto arrive
Qual da vecchiezza è giunto
E tal da’ morbi al nero Lete addutto:
Questo il rigido Marte e quello il flutto
Del pelago rapisce: altri consunto
Da l’egre cure, o tristo nodo al collo
Circondando, sotterra si rifugge.
Così di mille mali
I miseri mortali
Volgo fiero e diverso agita e strugge.
Ma se dal vano errore
Mai si recasse a men distorta via,
Patir non sosterria,
Nè fra tanto dolore
L’uomo al suo proprio mal porrebbe amore.

[Carte Leopardiane, Biblioteca Nazionale di Napoli (X 1. 2a)]

***
DAL GRECO DI SIMONIDE

Ogni mondano evento
È di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che giusta suo talento
Ogni cosa dispone.
Ma di lunga stagione
Nostro cieco pensier s’affanna e cura,
Benchè l’umana etate,
Come destina il Ciel nostra ventura,
Di giorno in giorno dura.
La bella speme tutti ci nutrica
Di sembianze beate,
Onde ciascuno indarno s’affatica;
Altri l’aurora amica,
Altri l’etade aspetta;
E nullo in terra vive
Cui nell'anno avvenir facili e pii
Con Pluto gli altri iddii
La mente non prometta.
Ecco pria che la speme in porto arrive,
Qual da vecchiezza è giunto
E qual da morbi al nero Lete addutto;
Questo il rigido Marte, e quello il flutto
Del pelago rapisce; altri consunto
Dall’egre cure, o tristo nodo al collo
Circondando, sotterra si rifugge.
Così di mille mali
I miseri mortali
Volgo fiero e diverso agita e strugge.
Ma per sentenza mia,
Uom saggio e sciolto dal comune errore
Patir non sosterria,
Nè porrebbe al dolore
Ed al mal proprio suo cotanto amore.


[G.L., autografo 1827 per l’edizione Starita, Leopardi apporterà su questa edizione le correzioni “ciel” al posto di “Ciel” al v. 8, “bruno Lete” al posto di “nero Lete” al v. 21, “da negre cure” al posto di “dall’egre cure” al v. 24]

sabato 13 luglio 2013

Bisogna vivere εỉκῇ témere, au hasard, alla ventura

Così Marcello Gigante, riferendosi al passo: «Bisogna vivere εỉκῇ témere, au hasard, alla ventura», contenuto in Zib., 2529 (30 giu. 1822), ha asserito: «Non credo al Lonardi che pur avendo bene scritto: “Leopardi ha sentito più di quel che si usi notare l’attrazione e il rimpianto di una vita libera dalla finalizzazione, paga del presente e di una speranza abbandonata e vitale” fa risalire l’accezione di εỉκῇ all’omerico αὔτως “così come si sia εỉκῇ”: tale presunta ascendenza omerica è errata (Cf. A Greek-English Lexicon, compiled by H.G. Liddel and R. Scott, revised and augmented throughout by sir H. Stuart Jones, with a revised supplement, Oxford 1996, s.v. αὔτως: i grammatici distinsero αὔτως ‘similmente’ da ατως ‘invano’). Né può valere la presunta autorità dello stesso Leopardi il quale nello Zib., 4224 chiosa αὔτως di Arato (Fenomeni, 107): “’così’, come si sia, εỉκῇ”. Ma in Zib., 2529 Leopardi ha scritto “bisogna vivere εỉκῇ”, non αὔτως. Egli, credo, aveva letto il v. 979 dell’Edipo Re di Sofocle:
εỉκῇ κράτιστον ζῆν, ὅπως δύναιτό τις»

(cfr. Marcello Gigante, Leopardi e l’antico, Napoli 2002, p. 53).