venerdì 3 aprile 2026
mercoledì 24 dicembre 2025
La coerenza etica del dire: LA COMMERCIALISTA DI BANSKY di Giuseppe Morgillo. Una recensione
Qui il corpo è tenuto in penombra: l’atto amoroso è
presente come conseguenza e non come scena.
La commercialista di Bansky racconta una storia d’amore dichiaratamente
felice, vissuta sotto il segno dell’esposizione e della continuità. Non c’è
dramma risolutivo né crisi fondativa: l’amore è dato come evento che accade e
che, proprio per questo, chiede di essere continuamente riaffermato. Queste poesie
non riguardano l’innamoramento come frattura ma come stato che si prolunga e si
ripete, si misura col tempo e con la paura della dispersione. Ne deriva una
scrittura che assume la forma di una cronaca sentimentale, fedele non tanto
all’eccezionalità dell’amore quanto alla sua durata.
Talvolta il gioco paronomastico («La donna per cui ho / perso la testa. / La donna che ho / sempre in testa») è volutamente semplice, quasi dimesso, e proprio per questo significativo. Non c’è ascesa né metafisica: c’è invece un’insistenza mentale quasi ossessiva. L’angelicazione è evocata per essere immediatamente neutralizzata; la donna non è principio di elevazione, bensì presenza che abita il pensiero senza trasfigurarne lo statuto. In questo senso, la ripetizione che attraversa l’intera raccolta non va letta come impoverimento del dettato, ma come scelta etica. L’io poetico non cerca l’epifania né l’evento che risolve: affida invece la scrittura alla permanenza di un sentimento che chiede di essere detto ancora, non perché cambi, ma proprio perché resta.
La commercialista di Bansky è così un libro che rinuncia alla trasfigurazione per custodire la
continuità, e trova in questa rinuncia la propria coerenza più profonda.
Sandro De Fazi
Vigilia
di Natale 2025
martedì 19 agosto 2025
La scrittura come reale aumentato
Anche l’eros si fa materia e luce: i suoi moti si caricano di intensità, e la passione si manifesta come se la scrittura potesse trattenere l’invisibile e renderlo tangibile.
martedì 18 giugno 2024
Postille a EUGENIO (Venezia Lido, Supernova, 2021)
PERSONAGGI
PRINCIPALI DEL ROMANZO
Domenico Domenici = personaggio «senza
qualità», un maturo impiegato che svolge senza entusiasmo il suo lavoro e, allo
stesso tempo, affermato scrittore visionario dalle ambigue trame, depositario
di anacronistici miti romantici.
Fritz Dahl → Gianfranco Tafuro = figura
evanescente, una sorta di ossessione ritornante al modo dello spettro de Il fauno di marmo di Nathaniel
Hawthorne, enigmaticamente legato al passato di Domenici.
Fabrizio Lombardi = giovanissimo
cameriere, brillante e seduttivo.
Diego Tozzi = amico e confidente di
Domenici.
Eugenio Altobelli = venticinquenne dai
lineamenti efebici.
Hermann Schleppfus = giovane poeta
svizzero ma residente da molti anni in Italia, dal fascino ambiguo e di dubbia
reputazione.
Angela Albrizzi = amica psicoanalista di
Domenici.
Narratore = assonanza vagamente
proustiana, la sua identità verrà svelata alla fine del libro.
LUOGHI
I fatti si svolgono all’interno di un
locale, «Caffè Hackert», nonché in località balneari del Lazio e in una sorta
di Graeca urbs, città meridionale
imprecisata e in parte a Napoli (e Venezia?).
25 agosto 2018
***
«Ne La modificazione [di Michel Butor]», ed
è una caratteristica del romanzo moderno, il racconto non corrisponde ad un
resoconto fedele degli avvenimenti ma all’invenzione di situazioni create
dall’immaginazione di un personaggio o del narratore» (Bernard Vallette).
Mi piace fare una
narrativa ottocentesca, cioè ispirandomi ai prosatori italiani (essendo io un
autore in lingua italiana) della nostra migliore tradizione: Nievo, De Roberto,
Tarchetti, Gualdo, Dossi, Boito, lo stesso Tommaseo, al netto ovviamente di
Manzoni e Leopardi, sempre imprescindibili. Naturalmente non intendo con ciò
protestare contro la sciatteria linguistica e concettuale dominante anche da
parte di tanta produzione «letteraria» contemporanea: sarebbe una protesta
inadeguata, inutile, sterile. È invece il mio modo di reagire, soprattutto in
termini espressivi, a tale stato di cose, andando controcorrente. Lo stesso
discorso vale per la poesia.
4 agosto
2019
Anche in Eugenio, come in Kierkegaard, c’è
seduzione (da parte di Domenico nei confronti di Eugenio) e poi abbandono. Con
la differenza che avviene il contrario nella situazione Fabrizio-Domenico: è
Fabrizio che lo seduce e poi lo abbandona; per non parlare di Gianfranco
Tafuro, pervasivamente assente nella vita, presente nella memoria di Domenico.
Tuttavia c’è da considerare che il vero narratore è Fabrizio, come si scopre
alla fine: dunque Fabrizio seduce e poi, invece di abbandonare, racconta. Qui
l’abbandono è declinato nel senso del racconto.
. Il
romanzo è anche una riscrittura in chiave parodica de La morte a Venezia: Domenici, diversamente da Aschenbach, entra in
rapporto col suo idolo e non muore, bensì è sopraffatto dalla narrazione di
Fabrizio.
Gaeta, 5 agosto 2019
Questo
romanzo è bellissimo.
6 agosto 2019
C’è
da una parte la celebrazione della parola – enfatica, romantica, dannunziana
qua e là -, dall’altra la consapevolezza di come la parola sia inadeguata (la
comunicazione tra il protagonista e Fabrizio è fatta più di sguardi e
linguaggio del corpo che non di parole).
Storia bugiarda (altro titolo possibile,
morantiano). Il romanzo ruota intorno a Fabrizio: un amore infelice, perché non
va a buon fine. Il titolo è fuorviante,
allude leopardianamente alla questione dei romanzi scritti dai poeti, al
netto di percorsi secondari (Gianfranco, Eugenio o altri) pure coinvolgenti ma
che la narrazione in finale esclude.
17 agosto 2019
- Altro dialogo tra
Diego e Domenico nell’acqua marina: si parla delle avventure effimere, Domenico
dice che a lungo andare, specialmente alla sua età, pure queste
diventano stucchevoli, ripetitive ecc. E d’altra parte Domenico non crede che
le storie d’amore possano durare più di due o tre mesi.
- Nicola? (Nicola →
Eugenio?).
Niente
in Eugenio è certo. Dell’esistenza di
ciascun personaggio si dubita, nessuna azione, nessun dialogo, nessun luogo è incontrovertibilmente
accertato. Nessun amore è esistente, nessun rapporto sessuale è assodato.
Esiste una trama, ma è tutta un’invenzione di uno dei personaggi (Fabrizio, il
cameriere, che non è mai narratore se non nell’epilogo).
Risulta quindi che tutto è stato
inventato sulla base di indizi da lui raccolti, di elementi di cui è venuto a
conoscenza e che ha arbitrariamente assemblato.
21 agosto 2019
Che
miracolo è stato scrivere questo romanzo, quali combinazioni astruse di realtà
e immaginazione l’hanno ispirato, quali contaminazioni autobiografiche tra
passato e presente! Ma editorialmente è tutto fermo; ci mancava l’emergenza per
il coronavirus a renderne ora difficile e per taluni aspetti quasi impossibile
la pubblicazione.
10 aprile 2020
È una riscrittura de La morte a Venezia.
C’è
del Moravia, del Proust.
Il
titolo è un omaggio a Leopardi.
Anche
è una struttura narrativa che riflette su se stessa.
30 agosto 2020
È
un gioco a intarsi, un enigma che deve essere precisato. C’è una parentela con
una specifica tradizione letteraria, non solo Leopardi e Kierkegaard, citati
nel testo, ma anche con Adolphe di
Benjamin Constant: Domenico sta a Eugenio (e sue adiacenze) come Adolphe sta a
Ellénore. Non esiste soluzione di continuità, per Adolphe, tra presenza e
assenza di Ellénore, il sentimento romantico si eleva fino a costituirsi come l’unica
realtà totalizzante del romanzo. In Eugenio
analogamente è Gianfranco Tafuro il presente/assente.
In
realtà Constant distrugge totalmente il sentimento romantico, perché Adolphe è
Anna Lindsay e Ellénore è Benjamin Constant (sarà proprio lui a confessarlo a
Juliette Récamier). Chi abbandona nella realtà non è dunque Constant ma la Lindsay
(e sue adiacenze, tra cui Charlotte von Hardenberg). Come Adolphe ha capovolto tutte le premesse autobiografiche di Constant,
il vero narratore di Eugenio è
Fabrizio e non Domenico. Chi vuole abbandonare è, kierkegaardianamente, Eugenio
e non Domenico, che invece si dibatte nell’affanno amoroso.
In
questo romanzo tutto acccade e non accade, c’è una rappresentazione realistica –
la ricostruibilità di una trama – ma allo stesso tempo ci sono elementi che la
sovrastano, una realtà ulteriore, o parallela, che si insinua nel racconto
degli avvenimenti.
13
ottobre
2020
Sono presenti i bar
come in Penses-tu réussir! di Jean de
Tinan:
«n’avait rien d’autre à faire que se cultiver, écrire,
traîner dans les bars avec ses amis et séduir les filles» (Anna Rozen).
25 ottobre 2020
«è caratteristica del romanzo modernista
di narrare in modo non convenzionale, lasciando, per esempio, ampio spazio all’interpretazione
e alla capacità di scavo del lettore. Al punto che non è raro vedere come al di
là della trama di superficie narrata da un romanzo ne emergano un’altra o più
altre che il romanzo stesso contiene in se stesso a un livello più profondo o,
diciamo così, a un secondo o terzo grado di articolazione» (Luca Crescenzi).
Qual
è il sottotesto contenuto nella trama di superficie?
Prima parte
Tra
Gianfranco e Domenico c’è stato un solo bacio, molto tempo prima.
C’è
un’aura dostoevskijana all’inizio.
Elementi
libertini da pamphlet del Settecento, che ruota intorno a Fabrizio.
Testo
parecchio hard.
Il
romanzo inizia d’estate.
Matrice/spunti
kierkegaardiani.
Divertissement intellettuale.
Seconda parte
L’amore mentale come un
personaggio dell’intreccio.
È un gioco
intellettuale sofisticato.
La centralità è data
dalla storia con Eugenio, come indica il titolo.
Ribalta la prima parte,
fino allo svelamento finale.
Eugenio è sedotto e poi
respinto, come in Kierkegaard. È stata tutta un’invenzione di Fabrizio
Lombardi.
2 gennaio
2021
Libro onirico, quasi
nulla vi accade realmente, nessun fatto narrato è certo, le forze attanziali si
sovrappongono l’una sull’altra a cominciare dai narratori che si alternano fino
all’epilogo. Ma proprio per questo, paradossalmente in questo romanzo niente è
inventato, i personaggi sono tutti reali, le storie d’amore tutte vere, la vita
vi è celebrata nella sua eterna vicenda – che, daccapo, non può che essere d’amore
– e d’amore romantico – nell’eterno superamento di se stessa. Nel momento in
cui sembra contraddetta, infatti, dall’episodio successivo, la trama di Eugenio - romanzo leopardiano, alludendo a un disegno
letterario del Recanatese, mai da lui realizzato in compimento unitario –
depista il lettore e insieme lo sfida a individuare dove sussista il vero
fulcro della narrazione, e ciò accade perché uno dei personaggi ha arbitrariamente
assemblato le pagine in una sua interpretazione tanto univoca quanto
soggettiva.
2 gennaio
2021
Ci sono false
narrazioni e sovrapposizioni, simulacri di personaggi e la sua apertura come
opera («aperta») ne fa un romanzo-enigma. Soprattutto del vero narratore, che
nel suo (doppio) finale si rivela come uno dei personaggi dell’intreccio.
16 luglio
2021
Ho riletto tutto il
libro pubblicato. Mi è parso una sorta di
pamphlet illuministico, un testo libertino, e anche una narrazione
romantica. Un romanzo scapigliato, tardo-romantico, ottocentesco, e infatti
alcuni stilemi li ho riprodotti proprio sull’esempio della letteratura
ottocentesca. Non per niente il titolo Eugenio
allude a un disegno di Leopardi.
Naturalmente non è un
romanzo ottocentesco, anche perché le mie libertà strutturali e contenutistiche
non si usavano all’epoca.
19 luglio
2021
Quanto si trova in un romanzo
pubblicato oggi, è ciò che lo scrittore dice riguardo all’oggi.
29 agosto
2021
Felici i tempi in cui
scrivevo Eugenio, finito il 4 maggio
2019! Prima della pandemia, che di lì a poco – e chi se lo sarebbe mai aspettato
– sarebbe esplosa e tuttora è in corso, tuttora impossibili presentazioni in
presenza.
Quasi un manifesto d’estetismo.
È stato un miracolo, ne
trassi forza, per scriverlo, dalla prosa di Defending
Bosie.
8
settembre
2021
- Il mio ultimo romanzo
Eugenio, diverso dai precedenti (Ti scrivo brevemente…; Defending Bosie che pur
è un romanzo). Qui la dialettica presente/reale.
Nuova letteratura odierna
Contiene una
riflessione sui destini del romanzo, partendo da un «Eugenio leopardiano
congetturale».
La tensione letteraria in
alcuni momenti è molto alta.
Narrazione menzognera:
doppia sorpresa finale sull’identità del vero narratore-affabulatore.
Dialettica dato
presente/dato reale.
Narrazione menzognera,
Morante presente nel metatesto.
9 settembre
2021
Mi gratificava l’immagine di me che mi veniva rimandata, mi
gratificava il dattiloscritto che andava accrescendosi, mi divertivo, mi
crucciavo, insomma ero felice. Può darsi che questa felicità o divertimento
passi al lettore; penso di sì, mi è anche stato detto. Eugenio è stato scritto in un momento di grazia.
Ho combinato varie mie situazioni di vita, anche del
passato, con la fantasia.
16 novembre 2021
A
è molto intrigato da B col quale ha un momento di intimità. Ma sullo sfondo c’è
sempre l’irraggiungibile C. A un certo punto A incontra D, col quale imbastisce
una storia. Si scopre poi che con C c’era sempre stato un rapporto. Ma tutta la
storia è raccontata da B, che ha architettato tutta la narrazione.
E
tuttavia, l’epilogo si conclude con le parole:
«E apro gli occhi, ed
era stato un bellissimo sogno».
Ciò può smentire l’ultimo
dato dichiarato: se è stato un sogno, non è realtà e cioè non è più B il
narratore.
Per la particolarità
evanescente del personaggio, è aperta l’ipotesi del narratore C: infatti,
precedentemente nell’epilogo, si afferma:
«io dico che la clandestinità
della loro relazione è la chiave risolutiva dell’intrigo».
Chi lo dice? Non già B,
per via dell’espressione:
«E apro gli occhi, ed
era stato un bellissimo sogno».
Ma chi è a dirlo? Non
già B, mentre A è da escludere programmaticamente, altrimenti il senso della
narrazione sarebbe quello di un cane che si morde inutilmente la coda e perciò,
tenuto conto dell’intera vicenda, non restano che… non resta che (se si parla
di clandestinità, ci si arriva per deduzione logica) C.
12 novembre 2022
È la testimonianza musivamente
costruita della mia passione per ***, rivisto ieri.
16 giugno
2024
mercoledì 12 giugno 2024
venerdì 10 novembre 2023
Recensione di Andrea Rossetti a EUGENIO (2 ottobre 2021)
In questo romanzo - Eugenio - che si offre all'apparenza come una sorta di intimo diario erotico, perso in un intricato fil rouge che va da Kierkegaard a Dario Bellezza (ma a mio parere anche a Tondelli e, andando oltreoceano, a David Leavitt), Sandro De Fazi mi ha fatto pensare soprattutto al mio amatissimo Pirandello, un Pirandello meno razionalmente paradossale e più morbido, direi addirittura giocoso, giacché la domanda di fondo che incombe fin da subito sul racconto è: chi ha scritto e cosa?
In fondo Eugenio è anche un thriller, come ogni meta-narrazione che si rispetti.
Da leggere.
(Andrea Rossetti, 2 ottobre 2021)
domenica 15 ottobre 2023
L’ULTIMO VIAGGIO DI WERNER MÜDE di Andrea Rossetti. Una recensione
Guido Valderani raccoglie le ultime lettere dell’amico Werner Müde a lui
indirizzate prima che questi si rechi in Svizzera per il suicidio assistito,
dopo aver scoperto non ancora quarantenne di avere l’Alzheimer. L’ultimo viaggio di Werner Müde (Giacovelli
Editore, 2023) di Andrea Rossetti potrebbe apparire come la riscrittura sapiente
e originale, ai giorni nostri, del capolavoro foscoliano. Werner va perdendosi
in viaggi da Lisbona a Roma, da Palermo a Selinunte a Capri (proprio a Villa
Lysis), da Firenze a Lucca a Milano, da Bologna a Ferrara a Zurigo. Quello di Rossetti
è un romanzo epistolare dai motivi fortemente romantici e felicemente
anacronistici, e allo stesso tempo è una professione di poetica e un atto eroico
di resistenza estetica, nonché etica.
Werner indirizza unilateralmente a Guido il suo romanzo epistolare, nel
senso che non conosciamo le eventuali risposte dell’altro e qui il pensiero al
Foscolo dell’Ortis si impone
obbligatoriamente, stabilendosi un’indubbia analogia tra Werner Müde-Jacopo Ortis
e Guido Valderani-Lorenzo Alderani nella memoria del lettore. In appendice Guido
riporta il testo di un dialogo avvenuto in chat
tra Werner e Chiara, facente funzione di Teresa. Personalmente sento più vicino,
però, detto questo, il romanzo di Rossetti non tanto all’Ortis bensì, ma al Sesto tomo
dell’io del Foscolo, anche se i primi cinque tomi non furono mai scritti da
Niccolò Ugo (cfr. Edizioni Croce 2019, con una dottissima introduzione e a cura
di Maria Serena Sapegno), per la molteplicità delle tematiche affrontate. Il romanzo
di Andrea Rossetti può essere benissimo Il
settimo tomo dell’io della letteratura italiana nel contesto europeo per la
sua tonalità picaresca, l’estetismo assoluto che fa venire in mente Joris-Karl
Huysmans. E va aggiunto, a questo proposito, che prima di Andrea è esistito in
Italia un altro Rossetti, esattamente il napoletano Gabriele Rossetti (1783-1854)
autore di libretti d’opera e scritti danteschi tra cui Beatrice di Dante (Londra, 1842; Imola, 1935), e poeta in proprio
(in Arcadia aveva il nome di Filidauro Labidiense).
Per vero si tratta di e-mail e di
messaggi che hanno avuto luogo in chat:
il nostro tempo non concede l’uso di penna e calamaio, anche se mi risulta che
l’autore neppure disdegni tale pratica. Parliamo di una prosa lirico-narrativa
di altissimo livello in forma epistolare-wertheriana post-moderna (e-mail di un solo personaggio fondamentalmente
a un solo destinatario, anche se Chiara è ricorrente nel testo). Rossetti ci
sfida quando fa dire al suo personaggio: «è la vita il vero capolavoro del genio,
quella vita della quale le sue opere non sono che sinceri, ambigui e reticenti
testimoni della difesa. La fede senza le opere è muta ma le opere senza la fede
straparlano» (p. 35). Rossetti realizza un vero momento di impegno civile nel
quale l’identità della critica al presente – al politically correct, alla sua degenerazione nella cancel culture che ci affligge fino al
paradosso di danneggiare con tante buone intenzioni proprio i diritti egualitari
e inclusivi che ne costituivano le premesse necessarie, fino, per intenderci, implicitamente
e come conseguenza logica, alla neo-chiesa liberal-progressista di Bergoglio - è
ben precisa e anche il suo ruolo: «Siamo immersi nell’infinita chiacchiera,
siamo in pieno pianerottolo globale, tra falsi profeti, finti scoop, segreti di
Pulcinella svelati, menzogne, idiozie e, soprattutto, opinioni irrilevanti» (p.
37).
Ma su tutto e tutti primeggia, superbamente intangibile, Chiara. La
passione d’amore di Werner è un tutt’uno con quella letteraria, il romanzo di
Rossetti è anche un breviario poetico-esistenziale: Chiara è un amore non troppo
virtualmente diverso da come avrebbe, per la sua portata simbolica, potuto essere l’amore
di Dante per Beatrice. «Fui almeno, fra tanti falsi mancanti, un vero assente» (p.
178) è la frase che Guido Valderani ci riporta nella sua nota finale a chi
legge.
lunedì 9 ottobre 2023
Recensione di Andrea Rossetti a INTRIGO
Quando
leggo un libro di Sandro De Fazi - e li ho letti quasi tutti - do per scontato
sin da principio che qualcosa mi sorprenderà, perché la cifra della sua
scrittura è sempre l’inganno elegante, che io amo definire l’abuso estetico
della digressione. De Fazi usa infatti la digressione in modo a dir poco
mirabile, così da fuorviare, in una sorta di vergiliato malizioso, il lettore,
senza sottrarsi al coinvolgimento diretto, cosicché leggere un romanzo, un
saggio, un racconto, una poesia di Sandro De Fazi comporta l’onere e l’onore di
una passeggiata, nel senso più walseriano del termine, sottobraccio all’autore.
In
questo Intrigo che, come il Decameron, è un romanzo di racconti, si
viene subito fuorviati, anzi è forse più appropriato dire confusi: Intrigo è un titolo hitchcockiano, fa
pensare a un complotto, a un mistero; ma Intrigo
significa anche attrazione, complicazione, imbarazzo. Ebbene De Fazi gioca
magistralmente col lettore portandolo infatti a credere ciò che vuole e a
volere ciò in cui non crede.
In
realtà, questo romanzo di racconti è un intrigo tanto nel senso del labirinto
che del mosaico.
L’etimologia,
controversa e misteriosa, della parola labirinto ci offre ricchi spunti di
riflessione. Una prima interpretazione sembra ricondurre la parola al greco λαβύρινθος, usato nella
mitologia per indicare il labirinto di Cnosso; la parola trae la sua
derivazione dal lidio labrys =
bipenne, l’ascia a due lame, simbolo del potere reale a Creta. In effetti, il
libro di De Fazi è un luogo complesso, nel quale il racconto viene sezionato e
direi quasi disorientato dalla ricerca potente e regale della propria
prescritta e fatale unità (come l’ascia bipenne, alla quale le due lame,
sebbene a sé stanti, comunque appartengono). Credo tuttavia che non si debba
dimenticare in questo caso anche un’etimologia più complessa e magari
discutibile, quella cioè che connette λαμβάνω, prendo, e ρινάω, inganno, ovvero “vengo ingannato”. Sandro De Fazi,
maestro della digressione come l’ho definito a suo tempo, non può non essere
anche un grande ingannatore. Ed è proprio qui, nell’al di là di un tempo
giocosamente intrecciato nel romanzo, che ci soccorre l’altro concetto che ho
prima evocato: il mosaico. Intrigo ci
sfida da labirinto, nel corpo a corpo, come Gamiani
di Alfred de Musset (non a caso opera attribuita con certezza al suo autore ma
da lui mai firmata), e ci incanta come mosaico, nella distanza spirituale di
una contemplazione estatica d'insieme.
In
definitiva, De Fazi ci racconta sfacciatamente l’eros solo per dircene
manzonianamente “il sugo”, per digredire da par suo in un incantevole e non di
rado amaro saggio sull’amore.
Andrea Rossetti
Palermo, 9 ottobre 2023
domenica 5 novembre 2017
Rapporto vita/arte
martedì 26 settembre 2017
DEL PURO AMORE
lunedì 5 giugno 2017
I Mann e le questioni quotidiane
domenica 5 febbraio 2017
“Eugenio, romanzo (Werther), frammenti”
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| Louis Aragon |
domenica 17 aprile 2016
Assemblare materiali eterogenei a Baden-Baden
-
Camillo Miola, L'oracolo (1880) Fabularum Phaedri – Liber Primus – Lupus et agnus Ad rivum eundem lupus et agnus venerant...
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Nel 18 a.C. viene approvata, su proposta di Augusto, la lex Iulia de adulteriis coercendis : una legge fondamentale, la cui importanza ne...
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Il fascino dell' Eneide consiste, oltre che nella sua incompiutezza appena percepibile, nell'essere un'opera ideologic...












