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martedì 3 novembre 2026

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni (Una recensione)

 L’assalto tardomoderno e lo sguardo del lettore classico

Attraversare le pagine de Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni (Edizioni Divinafollia, 2026) significa accettare un invito al disorientamento e all’urto critico, e si tratta di una sfida che raccogliamo volentieri. Per chi, come il sottoscritto, si è formato sui canoni del classicismo — sulla ricerca della misura, dell’armonia formale e della compostezza stilistica, anche e soprattutto nel senso barocco e quindi non immediatamente apollineo di tali impostazioni —, la cifra espressiva di Pozzoni rappresenta una rottura drastica e deliberata. Non è infatti una poesia che cerca la grazia o l’elegia tradizionale; è una riot poetry, un sovraccarico linguistico e praxeologico che fa dell’estraniamento, dell’invettiva e della dissacrazione il proprio codice fondante.

Ebbene, la distanza di sensibilità estetica non impedisce di riconoscere e apprezzare la lucidità d’intenti che muove l’intera operazione. Indipendentemente dal registro provocatorio e dall’impianto teorico del suo "Tardomodernismo", il cuore battente dell’opera risiede in una protesta radicale e sacrosanta contro le distorsioni del panorama culturale contemporaneo. Pozzoni mette a nudo i meccanismi di quello che definisce ironicamente “Lo Stato Pontificio”: un sistema editoriale e critico spesso ripiegato su logiche di consorteria, sull’autoreferenzialità dei lit-blog, sulle passerelle promozionali e sulla trasformazione del fatto poetico in merce di consumo a rapida scadenza. La sua critica al mainstream consumistico dominante — a una pseudo-arte asservita alle dinamiche più chiuse del mercato e alla seduzione effimera — è una diagnosi che, anche da una prospettiva rigorosamente tradizionale (ma non certo convenzionale), non si può che sottoscrivere. È il rifiuto esplicito di ogni compravendita dell'arte: «Dobbiamo cacciare a calci nel culo i mercanti dal Tempio dell’arte, / è inutile che mi offriate diplomi, percentuali, io non ne faccio parte». O ancora, la rivendicazione di un’autonomia selvaggia di fronte alle linee editoriali di regime: «e noi, versoliberisti, ci vendiamo al mercato, non ci subordiniamo alle bizze di un direttore coglione». Se il classicismo difende la necessità dell’etica e della responsabilità della parola di fronte al degrado del linguaggio contemporaneo, la polemica di Pozzoni si scaglia con violenza contagiosa proprio contro quella deriva.

Sul piano formale, l’autore rifiuta il concetto di ποίησις come creazione contemplativa e la converte in πρᾶξις comiziale e militante. Il testo abbina dunque a un manifesto teorico denso di riferimenti filosofici e sociologici (da Habermas a Bachtin, da Chomsky a Lyotard) una serie di componimenti in versi sferzanti, crudi, dove la citazione colta convive col sermo vulgaris, il calembour, il turpiloquio e l’immaginario pop. Lo Stato Pontificio non è dunque un’opera pensata per rassicurare o compiacere il lettore. È un gesto di guerriglia culturale, un’azione di disturbo contro l’ipocrisia dell’industria culturale. Può risultare distante dai modelli di chi predilige la compostezza (apparente) del cosiddetto gusto classico, ma si impone per il coraggio della denuncia e per la coerenza con cui Ivan Pozzoni rivendica la necessità di un’arte che non sia merce, ma atto di resistenza e di rifiuto.


Sandro De Fazi

   Caserta, ottobre 2026