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lunedì 9 ottobre 2023

Recensione di Andrea Rossetti a INTRIGO


Quando leggo un libro di Sandro De Fazi - e li ho letti quasi tutti - do per scontato sin da principio che qualcosa mi sorprenderà, perché la cifra della sua scrittura è sempre l’inganno elegante, che io amo definire l’abuso estetico della digressione. De Fazi usa infatti la digressione in modo a dir poco mirabile, così da fuorviare, in una sorta di vergiliato malizioso, il lettore, senza sottrarsi al coinvolgimento diretto, cosicché leggere un romanzo, un saggio, un racconto, una poesia di Sandro De Fazi comporta l’onere e l’onore di una passeggiata, nel senso più walseriano del termine, sottobraccio all’autore.

In questo Intrigo che, come il Decameron, è un romanzo di racconti, si viene subito fuorviati, anzi è forse più appropriato dire confusi: Intrigo è un titolo hitchcockiano, fa pensare a un complotto, a un mistero; ma Intrigo significa anche attrazione, complicazione, imbarazzo. Ebbene De Fazi gioca magistralmente col lettore portandolo infatti a credere ciò che vuole e a volere ciò in cui non crede.

In realtà, questo romanzo di racconti è un intrigo tanto nel senso del labirinto che del mosaico.

L’etimologia, controversa e misteriosa, della parola labirinto ci offre ricchi spunti di riflessione. Una prima interpretazione sembra ricondurre la parola al greco λαβύρινθος, usato nella mitologia per indicare il labirinto di Cnosso; la parola trae la sua derivazione dal lidio labrys = bipenne, l’ascia a due lame, simbolo del potere reale a Creta. In effetti, il libro di De Fazi è un luogo complesso, nel quale il racconto viene sezionato e direi quasi disorientato dalla ricerca potente e regale della propria prescritta e fatale unità (come l’ascia bipenne, alla quale le due lame, sebbene a sé stanti, comunque appartengono). Credo tuttavia che non si debba dimenticare in questo caso anche un’etimologia più complessa e magari discutibile, quella cioè che connette λαμβάνω, prendo, e ρινάω, inganno, ovvero “vengo ingannato”. Sandro De Fazi, maestro della digressione come l’ho definito a suo tempo, non può non essere anche un grande ingannatore. Ed è proprio qui, nell’al di là di un tempo giocosamente intrecciato nel romanzo, che ci soccorre l’altro concetto che ho prima evocato: il mosaico. Intrigo ci sfida da labirinto, nel corpo a corpo, come Gamiani di Alfred de Musset (non a caso opera attribuita con certezza al suo autore ma da lui mai firmata), e ci incanta come mosaico, nella distanza spirituale di una contemplazione estatica d'insieme.

In definitiva, De Fazi ci racconta sfacciatamente l’eros solo per dircene manzonianamente “il sugo”, per digredire da par suo in un incantevole e non di rado amaro saggio sull’amore.

 

Andrea Rossetti

Palermo, 9 ottobre 2023

 


domenica 5 febbraio 2017

“Eugenio, romanzo (Werther), frammenti”


Louis Aragon
Le Memorie del primo amore costituiscono un frammento del romanzo che Leopardi voleva scrivere, ma che non ha mai scritto, insieme alle Memorie della mia vita contenute nello Zibaldone e a varie altre prose sparse, soprattutto Storia di un’anima avente per protagonista Giulio Rivalta.
La questione di un Leopardi romanziere è stata affrontata per la prima volta da Manlio Torquato Dazzi, poi ripresa da Giuseppe De Robertis (Saggio sul Leopardi, Firenze, Vallecchi, 1973, pp. 137-140). Per la verità, Dazzi decideva alla fine per un Leopardi non romanziere. E se per romanzo si intende qualsiasi testo narrato, comprendendo con questa etichetta il genere dell’autobiografia o della biografia o qualsiasi altro testo dove sia possibile riscontrare personaggi che agiscano attraverso lo sviluppo di un’azione, questo romanzo leopardiano esiste in nuce, in quanto ricostruibile, in modo inevitabilmente arbitrario, se si assemblassero i frammenti di cui si è detto. De Robertis, pur riconoscendo la suggestione del tentativo di Dazzi, privilegia i Canti come reale autobiografia sublime elaborata dal poeta. Ma l’intenzione di cimentarsi con una narratività specifica nell’ambito del genere letterario è attestata da Leopardi stesso nel lunghissimo elenco dei disegni letterari che ci ha lasciato, dove è rintracciabile espressamente l’espressione:

“Eugenio, romanzo (Werther), frammenti”.

Si trattava dunque di un progetto di romanzo che prendesse a modello Goethe e avesse carattere di frammentarietà. In alternativa, abbiamo il titolo Storia di un’anima. Fatto sta che questo romanzo non c’è come opera compiuta dell’autore e, anche laddove si volesse considerare romanzo un testo narrato (con personaggi) che si limitasse allo sviluppo di un presupposto teorico o opera aperta, esso esiste solo implicitamente in quanto sottoposto all’arbitrio tutto sommato illegittimo di un ipotetico curatore. L’esperimento effettuato da Plinio Perilli e intitolato Storia di un’anima (a nome di Giacomo Leopardi, Roma, Carlo Mancosu Editore, 1993) potrebbe essere il romanzo leopardiano – utilizzando ampi stralci pure dell’epistolario – ma con quali risultati estetici? Certo non convincenti, a meno che non ricorriamo alla scivolosa categoria dell’antiromanzo e allora sarebbe possibile acquisirlo nella discussione, ancora prematura all’epoca di Leopardi (anche se il Fermo e Lucia di Manzoni frattanto nel 1823 veniva a costituirsi quale laboratorio stimolante e autoriflessione sul genere nascente quantomeno per la successiva redazione de I promessi sposi) ma, daccapo, sempre relativamente a un’opera che Leopardi non ha fatto.
Il che non vuol dire che non volesse comporla né che l’antiromanzo non esista in nuce. Sottotitolare con l’etichetta “romanzo” opere che non lo siano strutturalmente sotto il profilo di una rigida canonizzazione - ormai non più necessaria, da tempo – è diventata la risposta a un’esigenza di tipo commerciale, come fece già Louis Aragon nel 1921 inserendo direttamente nel titolo l’etichetta: Anicet ou le panorama, roman. 



sabato 2 maggio 2015

Stati di Facebook (Aprile 2015)



“Ma anche questa nuova Albertine è multipla, e proprio come con le più moderne tecniche fotografiche si può inquadrare una singola chiesa successivamente nelle arcate di tutte le altre, e l’intero orizzonte nell’arco di un ponte o fra due foglie vicine, decomponendo l’illusione di un oggetto solido nei molteplici aspetti che lo compongono, così il breve tragitto delle sue labbra verso la guancia di Albertine crea dieci Albertine, e trasforma un banale essere umano in una dea dalle molte teste.”
(Samuel Beckett, Proust)
2 aprile 2015

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Emozionante visitare la sala “Marcello Gigante” di papirologia ercolanese, stamattina alla biblioteca nazionale di Napoli.

3 aprile

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- Forse sbagliate, a lavorare solo per i pezzi grossi. I pezzi grossi sono noiosi. Dovreste variare, cercare degli scienziati, o dei professori, o degli scrittori. Dev’essere interessante, lavorare per qualche scrittore famoso. Non avete mai provato?
- No. Ammesso che gli scrittori abbiano bisogno di una segretaria.
- Certo che ne hanno bisogno.
- Conoscete qualche scrittore famoso?
- Conosco un uomo che ha scritto un libro sui bottoni, ma non è molto famoso. Beviamo qualcos’altro?
(Rex Stout, Nero Wolfe, difenditi!)

4 aprile


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Nella drammatica seduta del Sinedrio precedente alla chiamata in causa del procuratore romano, l’unico che si sbilanci cautamente a favore dell’imputato, in un certo senso l’unico “laico”, anticlericale, è Nicodemo, che aveva intrattenuto precedentemente colloqui notturni, segreti, con lui (“Quomodo potest homo nasci, cum sit senex”?) . Caifa fa il suo mestiere, dopotutto, come lo stesso Pilato, estraneo secondo la mentalità romana al culto del popolo sottomesso: si decide a prendere posizione, come si sa, solo quando subentrano pericoli per l’ordine pubblico, che sì riguardavano Roma. E lo stesso Giuda non aspettava che un liberatore politico. Insomma, ogni tassello è al suo posto altrimenti la narrazione evangelica non avrebbe potuto sussistere né la cultura ebraica essere portata a compimento (il che non è sempre presente nella consapevolezza dei redattori - quantomeno sinottici - che operavano non contemporaneamente ai “fatti” ma nell’ambito delle prime comunità cristiane, mosse da evidenti intenti apologetici, e questo punto nessuno discute).
Certo l’espressione “sub Pontio Pilato” è la più controversa del Credo di Nicea, in quanto ripropone il problema del rapporto tra storicità e mito, o se si preferisce tra razionalismo e fideismo, nel senso della scelta tra fides quaerens intellectum piuttosto che – esigenza avvertita da due o tre secoli a questa parte - intellectus quaerens fidem.
È dunque la teologia, giovannea soprattutto, ad aver prodotto i fatti o i fatti hanno prodotto la teologia? E si badi che l’ammissione del mito – dell’invenzione narrativa – appartiene a esegeti tanto cristiani quanto ebraici (che parlano al riguardo di midrash).
Qual è la risposta? Bisogna quindi vedere che cosa sia “essenziale” per l’esegesi, come affermava Jean Guitton.  Probabilmente, anche, nelle parole di Luca X-21: “hai nascosto queste cose ai dotti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli… perché così a te piacque”.

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Apartment 1303 3D di Michael Taverna (2012) è un dramma familiare – una madre-diva sul viale del tramonto alcolizzata con due figlie adulte, Janette e Lara, disadattate ma combattive – camuffato da thriller poliziesco con risvolti metafisici. C’è suspense.
Tutto ruota intorno a un appartamento preso in affitto da Janette. Diventa a poco a poco una tragedia ma non dico di più per non spoilare.
Citazioni da Dario Argento, L’esorcista, Psycho di  Hitchcock.

6 aprile

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“È  stato affermato, da più d’uno, che io, da rigido marxista ortodosso, mi sia venuto via via mutando e abbia assunto, alla fine, atteggiamento di critico e di oppositore. Non avrei, naturalmente, nessuna difficoltà ad ammettere il fatto, se fosse vero; ma che non sia vero, non debbo spendervi parole intorno: i saggi qui raccolti, e che sono tutto ciò che ho mai pubblicato in materia, bastano a provarlo.”
(Benedetto Croce, dalla prefazione 1899 a Materialismo storico ed economia marxistica)

7 aprile

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"Zitto, zitto per pietà" disse Geltrude, "che non sentano: volete farmi diventare il ludibrio di quelle..."
Inizio modulo

"Prego coloro i quali fossero disposti ad ammettere questo sospetto, a riflettere che essi verrebbero ad accusare l'editore niente meno che di aver fatto romanzo, genere proscritto nella letteratura italiana moderna, la quale ha gloria di non averne o pochissimi." (Alessandro Manzoni, dalla prima introduzione contemporanea alla stesura dei primi capitoli di Fermo e Lucia)

"Scrivo male: e si perdoni all'autore che egli parli di sè: è un privilegio delle prefazioni, un picciolo e troppo giusto sfogo concesso alla vanità di chi ha fatto un libro: scrivo male a mio dispetto; e se conoscessi il modo di scriver bene, non lascerei certo di porlo in opera." (Alessandro Manzoni, dall'introduzione rifatta da ultimo a Fermo e Lucia)
9 aprile
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Una mattinata sconvolgente, da dimenticare. Ma non dimentico come sono stato trattato, e voglio parlarne almeno qui.
Con la premessa che non sono nato a Caserta e mi trovo del tutto incidentalmente ad abitare in questa città a dir poco incivile, quel che è accaduto stamattina alla Reggia è qualcosa di inaudito e incredibile a dirsi da parte mia per primo.
Volevo entrare al parco esibendo il modello del Miur che mi dà diritto come docente all’accesso gratuito nei musei statali e nei siti di interesse archeologico, storico e culturale italiani. Ma, appunto, Caserta non è in Italia ragion per cui non c’è da sorprendersi neppure del modo in cui sono stato trattato.
Mi è stato detto, con fare molto aggressivo, con fare sgarbatissimo, inconcepibile e da non credersi, che la tessera non era più valida dal dicembre 2014 e che o potevo usufruirne pagando al 50% il prezzo del biglietto, ammontante a 6 euro, oppure potevo farmi una tessera annuale che costa 10 euro. Che bisogno c’è, però, di essere così maleducati? Penso che chi venisse da fuori in visita, scapperebbe inorridito per siffatti stili di comportamento, quando poi ci si meraviglia delle pessime condizioni in cui è tenuto il Palazzo reale di Caserta.
Ometto l’estrema difficoltà linguistico-concettuale nel comunicare con le persone addette alla biglietteria.
Riservandomi di verificare in altra sede la veridicità di quanto mi si stava dicendo, mi ero dichiarato disponibile a fare nel frattempo la tessera annuale. Ma purtroppo, un nuovo attacco di aggressività gratuita mi stava di nuovo talmente investendo che per me è stato istintivo, quasi come in una legittima difesa, mandarli al diavolo e me ne sono andato, e solo per non voler scadere allo stello livello non li ho mandati a quel paese con ben più convincente turpiloquio.
Tutto questo è molto grave. Mi sono rivolto a un carabiniere che era lì presente, il quale mi ha dichiarato che niente poteva fare da parte sua, che, anzi, se non ci fossero loro si arriverebbe spesso allo scontro fisico. Ma vi rendete conto?
Mi consigliava quindi di ritornare in un giorno feriale, quando una minor ressa di persone avrebbe reso meno complicate le operazioni di ritiro della tessera.
Insomma, una mattinata letteralmente da incubo.
Io mi faccio i complimenti da solo per la mia azione di resistenza quotidiana nel vivere in questa città infestata da una inciviltà di fondo, trasversale a tutte le classi sociali e che inquina i rapporti interpersonali minimi tra le persone, rendendo la vita quotidiana estremamente difficile.
Di fatto, sono stato leso nella mia libertà e nel mio diritto di accedere al Parco reale.

12 aprile

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Verso la fine del Capitolo II intitolato “Fermo” (Tomo primo), il romanzo diventa all'improvviso un prosimetro, la prosa decolla verso la poesia:

«Quando furono sulla porta: “Mi promettete ora”, disse il curato, “di non dir niente?” Fermo, senza rispondere gli chiese di nuovo perdono e

da lui che molto anco volea

chiedere e udir qual lume al soffio sparve.»

14 aprile

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Qualcuno ha scritto questa e-mail, titolo per un breve racconto alla Stephen King o magari alla Agatha Christie.

17 aprile

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Non amo il telefono.
Mi capita di staccarlo, il pomeriggio, o di non rispondere. 
O devo ripristinare la segreteria telefonica, che da qualche tempo non funziona.
Sono già tre volte che chiamano nell'arco di mezz'ora e non sono andato a rispondere.
Ma perché le persone non vogliono stare sui social, non usano whatsapp, sono refrattarie alla tecnologia? Non capisco per quali motivi effettivi.
Trovo di gran lunga più agevole comunicare intanto mediante la tecnologia, in specie nelle giornate compresse che tutti abbiamo. Come si fa a prescinderne? Impossibile. Sarebbe come rinunciare all’energia elettrica.
Parlare per telefono non mi piace (più, da tempo, a me che da giovanissimo, o da giovane - diciamo da giovanissimo - ci passavo ore e ore).
Ovviamente non si può non usare il telefono, rete fissa e smartphone o quant’altro, ma per quanto mi riguarda solo per motivi rari, o specifici. Preferisco il rapporto diretto, la presenza fisica, guardare negli occhi, affidare tutto alla parola telefonica è pure faticoso, dopo cinque minuti mi spazientisco. No, se richiamano una quarta volta alzo la cornetta senza ascoltare e riattacco immediatamente.
E stacco.

19 aprile
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Non ho nessuna difficoltà a definirmi marxista, il che significa però aver rivisto gli equivoci marxistici non teoreticamente fondati, non essendo una filosofia della storia (Simmel meriterebbe una trattazione a parte) il materialismo storico, che è invece più giusto chiamare “astratto” o “metafisico”. Dopodiché andiamo pure avanti.

20 aprile

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Non mi faccio capace di come si possa celebrare la Resistenza senza considerare che Giovanni Gentile fu ucciso proprio dai partigiani gappisti, oppure senza studiare scientificamente il fascismo. 
L’assassinio di Gentile fu un atto di barbarie.
E chissà quando mai vedremo questo film “L’ospite” di Ugo Frosi, già silenziato prima ancora di arrivare nelle sale?

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"Ho fatto questa tiritèra perché nessuno trovi inverosimile che fra Canziano, senza alcuna obbiezione, senza stupirsi, si sia incaricato di dire, nullameno che al Padre Guardiano, che s'incomodasse a portarsi da una donnicciola che aveva bisogno di parlargli."
(Alessandro Manzoni, Fermo e Lucia, tomo I, cap. III, “Il causidico”)

22 aprile
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Leggo per dare alterità al mio monologo interiore più o meno joyciano.

23 aprile
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Mi sembra legittima una ripresa dell’umanesimo classico in termini bruniani, nonostante tutta la polemica antiumanistica pur molto presente in Giordano Bruno, che è simbolo di libertà intellettuale per la sua concezione critica e dialettica della verità. Anche quando si avanzano istanze di carattere gnomico, io penserei a una molteplicità di interpretazioni - o infiniti mondi -, dove quella più forte è naturalmente la più vera. È una questione di volontà di potenza: chi stabilisce la verità? Il più forte. Più forte dal punto di vista ermeneutico, non già della forza materiale bruta. Volontà di potenza e non il potere dei politicanti che ci governano o gli atroci strumenti repressivi che colpirono Bruno o i nostri contemporanei historici fures, ripetitori acritici di quanto già detto da altri e alla ricerca dell’applauso universale, altrimenti cadiamo di nuovo nell’equivoco della sorella di Nietzsche che fraintese tutto. Poi io sono su posizioni abbastanza immoralistiche o piuttosto più vicine all’etica che non alla morale: etica che a sua volta è prossima all’estetica.

24 aprile

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I politici con le loro celebrazioni istituzionali, irrimediabilmente e anche fastidiosamente retoriche, - con della buona fede magari, non dico di no, specialmente in alcuni cittadini - ci invitano a onorare la giornata testé trascorsa in nome della libertà di pensiero conquistata. Il che mi suona pure demagogico.
Il problema è che il pensiero in Italia è sempre stato in tensione coi poteri costituiti e appunto con lo stato inteso nel suo aspetto trascendentale; si pensi a Machiavelli esiliato, a Bruno mandato al rogo, a Galileo costretto all'abiura, e così via. Quindi di che stiamo parlando non si sa. Non è lo stato la categoria costitutiva del pensiero e guai se lo fosse o pretendesse di esserlo!
Fortunatamente il pensiero politico italiano è fuori dallo stato da sempre, a parte il fatto che in Italia ci sono stati sempre decine di stati. Ma ci mancherebbe soltanto ormai una filosofia dello stato! Non che manchino tentazioni in questa direzione, mi pare, di pensiero unico e omologato, però...
26 aprile

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Bisogna esser grati al cervello dei propri amici: il proprio non basta mai, così si saltano alcuni passaggi “che tenem per fede” e si fa prima, è una collaborazione cui tutti ci prestiamo a nostra volta.
Talora pure l'estraneo e addirittura il nemico - purché degno - danno a loro insaputa o loro malgrado un contributo, ma in questi casi bisogna impiegare del tempo a pensarci su.
27 aprile
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Andrebbero però sostituite le metafore atmosferiche ormai impraticabili con la parola latina cælum (nel passaggio mediolatino cfr. Du Cange et alii, alle voci cælestim: Vergil. Grammat. ap. Maium. collect. forma octonaria vol. pag. 72; cœlum: Concameratio, ex Anglico Seeling, quod idem sonat. Itali etiam Cielo di Camera, laquearium vel lacunar vocant. Gervasius Dorobern. de Combustione et reparat. Dorobern. Ecclesiæ: […] Cœlum inferius egregie dipictum, superius vero tabulæ plumbeæ ignem interius ascensum celaverunt), più ampia nel significato specialmente quando si affrontano determinati argomenti. Se Francesco Bergamasco l’avesse adottata nella sua traduzione dal francese, sarebbe stato magari infedele al testo originale ma più efficace nel seguente brano tratto da Carrère:
«Ti sentirai smarrito, solo nel buio. Chiamerai aiuto, non risponderà nessuno. Meglio che ti prepari a quel momento, anche se sarai sempre colto di sorpresa e barcollerai. Questo è ciò che si chiama la croce. Non c’è gioia dietro la quale non si scorga l’ombra della croce. Dietro la gioia c’è la croce, te ne accorgerai presto, del resto lo sai già. Quello che ci metterai più tempo a scoprire, forse tutta la vita, ma ne vale la pena, è che dietro la croce c’è la gioia, e una gioia inespugnabile. La strada è lunga. Non avere paura, ma non stupirti se ne avrai. Non stupirti se dubiterai, ti dispererai, accuserai il Signore di essere ingiusto e di chiederti troppo. Quando lo penserai, ricordati questa storia: c’è un uomo che si ribella e si lamenta, come hai fatto e farai ancora tu, perché gli tocca portare una croce più pesante di quella degli altri. Un angelo lo sente, e sulle sue ali lo conduce nella parte del cielo dove sono conservate le croci di tutti gli uomini. Milioni, milioni di croci, di ogni misura. L’angelo gli dice: “Scegli quella che vuoi”. L’uomo ne saggia alcune, le confronta, prende quella che gli sembra più leggera. L’angelo sorride e dice: “Era la tua”.»
(Emmanuel Carrère, Il Regno, p. 48)

29 aprile

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La cornice nella narrazione ce la metteva Boccaccio, sia pure rifatto da Busi. Lui ancora seguiva l'estetica aristotelica (Boccaccio, non magari Busi)!

30 aprile









lunedì 21 luglio 2014

Note a margine su Alessandro Manzoni


1. Passabilmente in questa sede è dato analizzare I promessi sposi solo individuando alcune linee portanti, perciò mi limiterò a poche riflessioni su determinati aspetti dell’opera, per le quali lo spunto mi è venuto dall’edizione Newton Compton 2014 della Quarantana (introduzione di Arnaldo Colasanti, a cura di Ferruccio Ulivi,  € 3,90), che si aggiunge alle altre in linea con l’iniziativa, ripresa da qualche tempo dalla casa editrice, di diffondere a basso prezzo classici della letteratura internazionale. 
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mercoledì 19 settembre 2012

"Intellettuale"



I primi intellettuali in senso tecnico sono stati Zola e Proust, primi firmatari del Manifeste des intellectuels, dopo il "J’accuse" di Zola a favore di Alfred Dreyfus. Siamo nel 1898. Con l’affare Dreyfus, lo scrittore non si occupa più soltanto delle proprie specifiche mansioni ma interviene nel sociale. Prima dell’affare Dreyfus, non esistono intellettuali nel senso contemporaneo che usiamo tutti convenzionalmente. Tutti i letterati del mondo antico e successivamente, Dante, Ariosto, Leopardi, Manzoni, non sono intellettuali nel senso di Zola e Proust, anche se sono stati nella stragrande maggioranza dei casi cortigiani e consiglieri del principe. Orazio non è un intellettuale, anche se con Virgilio ha aderito nell’opera alla propaganda augustea; nemmeno Machiavelli e Guicciardini sono intellettuali. In summa, la questione è articolata anche perché quando un’opera letteraria o d’arte o di musica è fatta pubblica, è di per sé un intervento nel sociale, e il singolo studioso è un intellettuale non secondo la logica del dominio da parte di un gruppo sociale, proprio perché singolo e di per sé eccezione. Ma nel mondo antico, fino alla rivoluzione francese e oltre, il sociale in larga parte era escluso dalla fruizione del sapere. Può sussistere un dubbio sulla funzione "intellettuale" dei philosophes, infatti secondo qualcuno (per es. Zygmunt Bauman) è da quel momento che inizia la storia del termine ma, daccapo, non con le conseguenze legate innegabilmente anche per Bauman alla produzione culturale proto-industriale che si sono verificate con l’affare Dreyfus. Gli intellettuali sono stati successivamente, nel Novecento, essi stessi il principe, almeno fino a Sartre. Dopo, da dominanti sono ritornati cortigiani. Per Bourdieu, gli intellettuali sono il gruppo dominato della classe dominante. Essere intellettuali vuol dire, dopo Sartre, non essere più il principe ma svolgere una funzione sociale al di là delle proprie competenze specifiche (settoriali, ecc.) e allo stesso tempo essere il gruppo dominato della classe dominante.







sabato 25 febbraio 2012

Non so come facciate a far finta di non accorgervene






Ho eliminato da Facebook un’altra quantità di inutilità culturale. Continuerà a "esistere" (?), ci mancherebbe altro; ma almeno non ne vedrò più nella home l’ingombrante fasullaggine che la contraddistingue. Nella quale home bastava nascondere i loro post, lo so, ma si vede che a me non bastava. La vasta e articolata consecutio delle proposizioni in un unico periodare lungo pochissimi sono capaci di tenerla, non solo per ignoranza della storia della lingua tanto più esistente quanto più testimoniata dai titolini accademici e dalle collaborazioncelle ai giornalini che fanno tanto bene alla lingua, eppure è stato il trait d'union per secoli tra la prosa ciceroniana classica fino alle migliori narrazioni del novecento italiano, passando per Boccaccio Leopardi Manzoni che già avvertiva il disagio e la necessità di aprire a una consecutio letteraria moderna. Ma l’estremo paradosso dei vostri scrittorini di oggi è l’afasia: telegrafica.
- Cfr. Gian Luigi Beccaria su Tuttolibri 25/2/2012.

domenica 2 ottobre 2011

Alessandro Manzoni



La vita
Alessandro Manzoni nasce il 7 marzo 1785 a Milano, da Pietro Manzoni (padre putativo, quello vero essendo probabilmente Giovanni Verri) e da donna Giulia Beccaria, figlia del celebre marchese illuminista Cesare Beccaria, autore del trattato Dei delitti e delle pene. Dopo la separazione dei genitori viene mandato dalla madre nel collegio gestito dai padri somaschi in Brianza e successivamente dai barnabiti a Milano. Tutta la sua adolescenza sarà contrassegnata da tali tetri educatori, che tuttavia lo iniziarono alla cultura classica, alla conoscenza degli autori latini tra i quali in primo luogo Virgilio, nonché di Dante e di Parini. «Il Manzoni ha avuto tragici rapporti coi genitori, specie con la madre (cosa che l’ha costretto, tra l’altro, a passare lunghi anni in collegio). È semplice per noi posteri, lettori di Freud, analizzare la conseguente nevrosi che è caratterizzata dall’eterna forma di complesso nei riguardi del sesso femminile (le vertigini che egli provava, solo se seduto su una sedia isolata, ne sono un sintomo “da laboratorio”): ciò non poteva che portarlo a una cristallizzazione della femminilità, condizione senza la quale sarebbe stato impossibile per lui pensare al rapporto sessuale. […] La vita sessuale – dice Freud – non è un fiume che scorre sul suo letto, ma è un rivolo di liquido vischioso, pieno di rami, pozzanghere, e solo faticosamente il suo corso principale giunge al proprio sbocco.
«L’omosessualità di Manzoni era evidentemente uno di questi corsi secondari, di queste pozzanghere: ma è sotto il suo segno che si svolge tutto il fitto intreccio di rapporti dei personaggi dei Promessi sposi» (Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni).
A Milano entra in contatto con Vincenzo Monti, riconoscendo in lui un vero e proprio ruolo paterno, dedicandogli anche alcuni versi. Terminati gli studi trascorre qualche tempo nella casa paterna, frequentando circoli dove conosce Ugo Foscolo, Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco.
In seguito, coltiva un interesse per la storia e per la letteratura componendo testi di stampo neoclassico, poi viene mandato a Venezia per essere sottratto all’influsso della Milano napoleonica. Nello stesso tempo muore Carlo Imbonati, amante della madre. Manzoni per invito di Giulia si reca a Parigi dove scrive il suo primo testo di rilevo, il carme In morte di Carlo Imbonati.
Da questo momento, inizia a dedicarsi a un programma di vita legato a un’etica laica di alto profilo morale, che egli non rinnegherà neanche dopo la discussa conversione: «il Carme si annunzia come un programma limitato sibi et paucis: con l’implicito riconoscimento, ancora più categorico che storico, della frattura insormontabile che da sempre condannava l’intellettuale italiano ad una sorta di perpetua alienazione nei confronti del proprio retroterra “popolare”.
«E intanto ne restava stimolata, a livello esistenziale, una nativa asocialità, che si può riempire di motivazioni culturali e psicanalitiche di più larga estensione (dal rousseauvismo all’agorafobia), ma che per l’appunto negli anni che vanno dal Carme alla conversione resta in evidenza anche come nodo traumatico di un oggettivo vuoto generazionale, confermato da molte biografie parallele, nel trionfo della retorica napoleonica e nel restringersi d’ogni alternativa» (Giancarlo Mazzacurati, Per un diaframma tardo-illuministico: Manzoni tra il Carme in morte di C. Imbonati e l’Urania, in Forma & ideologia).
A Parigi frequenta i salotti intellettuali dopo aver ricevuto un’educazione cattolica rigida ma, particolare spesso dimenticato, con idee illuministiche. Che il cattolicesimo in sede culturale e letteraria debba essere sfrondato anche da un pregiudizio laicista, peraltro legittimato purtroppo da una bieca tradizione scolastico-provinciale che tuttora agisce, è d’altra parte una necessità manifestata da una riflessione critica ulteriore, a partire proprio dal “laico in tutti i sensi” che fu Manzoni. «Fu inoltre considerato padre inetto e incapace di indirizzare a una professione i figli, - ha scritto Salvatore Silvano Nigro - che si indebitarono e lo indebitarono. Cattolico per nulla filisteo, e anzi “laico in tutti i sensi” e sostenitore – nella seconda parte delle Osservazioni sulla morale cattolica - della compatibilità della religione cattolica con lo spirito del secolo da dirigere e da correggere, fu contrario al temporalismo del corpo giuridico della Chiesa: difatti, tra la scandalizzata protesta dei cattolici intransigenti, non esitò in qualità di senatore del regno d’Italia a votare in favore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, come tappa intermedia verso la predestinata Roma, né ad accettare nel 1872 – nello spirito della legge delle Guarentigie fondata sul principio della separazione tra Stato e Chiesa – la cittadinanza onoraria offertagli dal comune di Roma.»
Alessandro incontra così la dimensione religiosa, conosce la donna che rivestirà un ruolo importante nella sua vita coniugale: Enrichetta Blondel. In questo stesso periodo, durante il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, tra la folla perde la moglie e si va a rifugiare nella chiesa di S. Rocco pregando affinché Enrichetta ritorni; quando la ritrova, si attribuisce proprio a questo episodio la conversione al cattolicesimo ma in realtà fu semmai un ritorno alla fede. Comincia ora la sua maturità artistica e grazie alla cospicua eredità lasciatagli dal padre e da Carlo Imbonati fissa la sua dimora a Milano.
Nel 1819 la famiglia Manzoni si trasferisce di nuovo per un determinato periodo a Parigi dove lo scrittore incontrerà molti personaggi da cui prenderà ispirazione per le sue opere. 

mercoledì 7 settembre 2011

Colette



La lista dei libri non scritti è come un insight formidabile o come quelle verità viste in sogno e lette in Colette o in Borges con la luna nuova. Ti folgorano per la loro evidenza e il senso di soddisfazione che immediatamente te ne derivano nel trovare la soluzione a un problema del quale non avevi forse sufficiente consapevolezza, laddove tutto sarebbe stato così semplice. Alla luce del giorno svaniscono, però, insieme alla casa dove l’amore si era finalmente degnato di farci entrare. Fled is that music. Non sai più se sei stato proprio tu a vivere quel momento nella realtà o in un libro o te lo sei inventato, se affabulava Gabrielle Colette raccontando di quel suo amico bibliotecario che prendeva il tè a casa sua o riferiva la verità o la menzogna dell’altro. Lui aggiornava costantemente un elenco di titoli che gli autori avrebbero voluto o dovuto scrivere e non lo fecero. Lei pure guardava la luna nuova da un'altra porta, allora vai inutilmente alla ricerca nella tua biblioteca privata o su google di quel passo contenente un luogo della mente e del corpo tanto prezioso: davvero Leopardi non scrisse il romanzo Eugenio, Manzoni non mise insieme una raccolta di versi erotici per non dimostrare fino in fondo che anche l’illuminismo di Giulia Beccaria era un’emanazione provvidenziale dei Vangeli apocrifi, che John Keats non compose in Italia un autodafé in prosa contro la letteratura che non avrebbe dato immortalità al suo corpo valetudinario. La voluttà del corpo amato invece a concedere una cospicua baldanza nel ricordo diventa il surreale diurno, il reale notturno moltiplica la praticabilità, tutto sommato ordinaria, di quell’esperienza goduta. Le opere sono tutte nella mente degli autori al punto di poter prevedere gli sviluppi successivi di un talento o di un genio, abbiamo testimonianza in alcuni casi di cataloghi di progetti letterari mai realizzati.

giovedì 30 giugno 2011

Commento a “Il Manzoni eretico. La sua filosofia e la sua teologia” di Filosofi Precari

Che il cattolicesimo in sede culturale e letteraria debba essere sfrondato anche da un pregiudizio laicista, peraltro legittimato purtroppo da una bieca tradizione scolastico-provinciale che tuttora agisce, è una necessità manifestata da una riflessione critica ulteriore, a partire proprio dal “laico in tutti i sensi” che fu Alessandro Manzoni. Questi intanto era figlio di un’adultera e impigliato, da giovanissimo, in una vita di scelleratezze già in qualche modo scapigliate nel segno di un libertinismo derivante dall’illuminismo materno, per tacere dello scandalo suscitato dal primo matrimonio dell’autore degli Inni sacri con una calvinista e dal secondo con Teresa Stampa, entrambe donne scelte, come a prolungare l’Edipo, in accordo con Giulia Beccaria. “Fu inoltre considerato padre inetto e incapace di indirizzare a una professione i figli, - ha scritto Salvatore Silvano Nigro - che si indebitarono e lo indebitarono. Cattolico per nulla filisteo, e anzi ‘laico in tutti i sensi ’ e sostenitore – nella seconda parte delle Osservazioni sulla morale cattolica - della compatibilità della religione cattolica con lo spirito del secolo da dirigere e da correggere, fu contrario al temporalismo del corpo giuridico della Chiesa: difatti, tra la scandalizzata protesta dei cattolici intransigenti, non esitò in qualità di senatore del regno d’Italia a votare in favore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze, come tappa intermedia verso la predestinata Roma, né ad accettare nel 1872 – nello spirito della legge delle Guarentigie fondata sul principio della separazione tra Stato e Chiesa – la cittadinanza onoraria offertagli dal comune di Roma”. (Salvatore S. Nigro, Manzoni, in VII. Il primo Ottocento, Roma-Bari, Laterza, 1978, 1985, pp. 7-8)
Sandro De Fazi
pubblicato in
http://www.filosofiprecari.it