mercoledì 8 febbraio 2012

Auseinandersetzung mit Wagner




I Pringsheim erano stati buoni conoscitori di Mahler e Thomas lo aveva incontrato alcuni anni prima, a un tè dato in suo onore alla Franz Joseph Strasse. L’estate precedente Mahler era tornato a Monaco per dirigervi la sua Ottava Sinfonia. Mahler non era affatto popolare nell’ambiente musicale, e quando mandò a chiedere al direttore artistico certi piccoli strumenti poco comuni, di cui aveva bisogno per la sinfonia, questi gli restituì la missiva comunicandogli che purtroppo quella sera aveva bisogno lui stesso di quegli strumenti.
«Porti i miei rispettosi saluti al direttore artistico», aveva replicato Mahler, «e gli dica che in un modo o nell’altro eseguirò lo stesso la mia sinfonia». Quanto a Thomas, non aveva il minimo dubbio sul genio di Mahler. A Katja confessò che per la prima volta aveva avuto l’impressione di incontrare un uomo veramente grande - «intenso in modo divorante» - come lo definì più tardi.
Il gruppetto dei Mann partì per Venezia la terza settimana del maggio 1911. Era la prima volta che vi giungevano dalla parte del mare – abitualmente vi si recavano in treno – e a bordo c’era una vecchia «checca» orrendamente imbellettata e circondata da un vivace stuolo di allegri giovanotti. Al molo cercarono qualcuno che li portasse al Lido. Immediatamente si presentò un gondoliere; ma erano appena arrivati al Lido quando qualcuno li avvisò che quel gondoliere non aveva la licenza per il tratto Venezia-Lido. Era una fortuna che non fosse successo niente, aggiunse.
Era uno strano inizio. Un facchino portò i loro bagagli all’Hotel des Bains e a tavola, il primo giorno, notarono un’interessante famiglia polacca – le ragazzine vestite in modo piuttosto austero, e accanto a loro un ragazzo tredicenne di straordinaria bellezza, vestito di blu, alla marinara. Il ragazzo affascinò Thomas – quella sua serenità, la testa greca, i movimenti misurati e sciolti, la grazia delicata. Sulla spiaggia Thomas si trovò a studiare il ragazzo, il modo in cui giocava con gli amici, l’inconsapevolezza assoluta con cui portava la sua bellezza – pur essendo allo stesso tempo conscio!
Ma Heinrich, forse perché si annoiava sulla spiaggia, o perché sentiva il disagio del caldo afoso, ben presto implorò che si trasferissero in montagna dove avrebbe fatto più fresco e avrebbero potuto fare lunghe passeggiate. E così, a malincuore, Thomas e Katja acconsentirono.
Ma a Bolzano la villa che volevano loro era occupata da una coppia di inglesi, e l’hotel non aveva comodità moderne. Trionfanti tornarono quindi a Venezia e al Lido. La famiglia polacca, con grande soddisfazione di Thomas, c’era ancora; e sulla carta intestata dell’Hotel des Bains egli cominciò a scrivere un articolo sulla rappresentazione del 1909 del Parsifal, che aveva promesso al giornale viennese «Merkur». Disputa con Wagner (Auseinandersetzung mit Wagner) era il titolo. In proposito egli disse a Ernst Bertram: «Edificare templi al proprio lavoro, pensavo amaramente, è qualcosa che solo una natura barbarica e semi-cieca può fare».
Intanto, sulla spiaggia e nei lussuosi saloni dell’Hotel des Bains, era l’immagine del bellissimo tredicenne polacco che continuava a esercitare uno strano fascino su Thomas. Lo riportava indietro a stati d’animo e amori della sua giovinezza, a Tonio Kröger, a Lubecca e Travemünde, con l’orchestrina sulla spiaggia. L’intero edificio dell’opera romantica tedesca cominciava a cedere. «Credo di poter dire», scrisse nel suo articolo «che la stella di Wagner nel firmamento della cultura tedesca stia per tramontare».
Ma se questo era vero, «Tadzio», il ragazzo polacco, pareva non accorgersene. La sua stella splendeva sul Lido, sull’Hotel e la spiaggia privata, sulle sedie a sdraio e le cabine, sul lieve sciaquio del mare. Sulla sabbia correva a piedi nudi con il suo costume da bagno a righe, nel salone presiedeva i pasti con la sua bellezza prepotente e gli occhi azzurri come l’acqua.
Una sera apparve nel recinto dell’albergo un «osceno» cantante napoletano dal volto subdolo e giallastro. La gente cominciò ad abbandonare l’albergo e si sentì dire che in città c’era il colera. Dopo che «Tadzio» fu partito, anche Thomas e Katja andarono a fare le prenotazioni per il ritorno in vagone letto, ma l’impiegato dell’agenzia Cook diede loro il consiglio di non trattenersi per un’altra settimana come avevano intenzione di fare, e, dato che si era verificato un numero impressionante di casi di colera, tenuto segreto dalle autorità, di partire l’indomani.
Senza «Tadzio» non c’era un motivo per restare. Fecero le valigie: era l’ultima volta che avrebbero visto Venezia prima della guerra; eppure il volto della città – il calore afoso dello scirocco, la bellezza di uno stato marinaro un tempo potente, ridotto a nascondere la malattia che avrebbe potuto rovinare la stagione turistica, il fasto e il sentore di morte – non fu dimenticato. Terminato il saggio su Wagner, Thomas cominciò a lavorare a quella cosa «immaginata come improvvisazione da sbrigare in fretta e da inserire nel lavoro del romanzo di Krull, come una storia che per soggetto e mole doveva essere adatta al ‹Simplicissimus›».
Ma l’improvvisazione non doveva essere terminata tanto rapidamente. «Io sono al lavoro», scrisse Thomas a Philipp Witkop il 18 luglio del 1911. «Una cosa parecchio singolare, che mi sono portata da Venezia, una novella, di tono puro e severo, che tratta di un caso di pederastia in un artista senescente».
Era in verità una storia sconcertante e depravata, per l’uomo che recentemente aveva criticato il dott. Lessing per la sua dissolutezza. La verità, come rifletteva Thomas più avanti, era che:

In verità ogni lavoro è un’attuazione frammentaria bensì, ma in sé conchiusa del nostro essere; e questa attuazione è l’unica faticosa via per fare esperienze di questo essere…
Anche nella Morte a Venezia non vi è nulla di inventato: il viaggiatore nel cimitero di Monaco, la tetra nave polesana, il vecchio bellimbusto, il gondoliere sospetto, Tadzio e i suoi, la partenza fallita per lo scambio dei bagagli, il colera, l’onesto impiegato dell’ufficio viaggi, il maligno saltimbanco, o che so io, tutto era vero e bastava metterlo a posto perché rivelasse in modo stupefacente la facoltà interpretativa della composizione…

Ma questa volta sentiva di aver trovato il filone giusto:

Durante il lavoro (lento come al solito) avevo in certi momenti la visione di una via tracciata, di un aiuto sovrano che non avevo mai provato.

Nella figura del protagonista, Gustav von Aschenbach, egli trasfuse il profilo, le caratteristiche fisiche di Mahler; ma suoi erano l’anima, la coscienza, lo spirito.
Gli ci volle quasi un anno per completarlo. Katja non stava bene, e in settembre andò con i bambini a Sils Maria. Thomas restò a Balz Tölz, e alla sera leggeva agli amici – e a Heinrich quando veniva a trovarlo – brani del racconto che si andava sviluppando.
Per «i lettori tedeschi che in fondo prestano attenzione soltanto alle cose serie e gravi e non alle leggere» scrisse Thomas dopo la pubblicazione, «La morte a Venezia, nonostante la materia piuttosto sospetta, provocò una certa riabilitazione morale dell’autore di Altezza reale».
L’elemento omosessuale dimostrò di non essere un ostacolo; non fece che arricchire lo strano e potente simbolismo della favola. In un’Europa che aveva raggiunto il culmine della civiltà e della cultura, il tema della fatale attrazione che un uomo celebre e che sta invecchiando prova per un ragazzo ebbe grande risonanza nel mondo letterario:

Verrà un giorno in cui un maestro, un cultore della bella forma, esempio per la gioventù e voce del suo popolo, siederà annientato sul bordo di un pozzo coperto di vegetazione nel centro di quel campiello in rovina di Venezia inondato dal tiepido efflusso della cartolina nella città appestata, a mormorare con labbra imbellettate belle parole corrotte al ragazzo che desidera.
Quell’uomo ha sprecato ciò che più di tutto gli appariva desiderabile: una vecchiaia fruttuosa, la ricerca dell’arte nel periodo finale della vita, in saggezza e perfezione. Mai più egli scriverà; non sarà sulla torre di guardia della tarda età da cui è dato all’uomo abbracciare per la prima volta veramente il proprio lavoro e la propria vita, - e in cui si raggiunge la freddezza. I suoi anni saranno diminuiti, le sue ultime ore sconvolte e rese magiche dall’urgere inconsulto dei sentimenti. E così quelle ore diverranno finalmente umane, lo libereranno ancora una volta insperatamente, tramite l’amore, un amore muto, inappagabile, dalla sua austera solitudine e gli ultimi battiti del suo cuore lo faranno palpitare come se fossero i primi. Dovrebbe pentirsene? Non se lo chiede nemmeno. Intorno a lui la città è infetta, e da quella cortigiana che è, lo dissimula per avidità di denaro. Essa è bellezza, una bellezza che ammalia e uccide. Da lontano, con visioni di sogno ed enigmatici messaggeri in vaghe maschere di morte, essa ha attirato a sé un essere che era maturo per morire nel suo seno. L’afa dolce e sospetta dell’aria, i colori radiosi della sua decomposizione, la sua depravazione sensuale: questa è identità, destino fraterno. L’anima di un uomo confonde i suoi ultimi, vividi istanti con quelli del mondo che lo circonda; e dal gioco congiunto di desiderio e timore sorgono eventi di grande profondità e significato, di silenzi riempiti tuttavia da mille voci: le voci delle procellarie, della peste, voci di calda umanità e voci di grandezza e di rovina. Esse echeggiano attraverso una città e il cuore di un uomo: echeggiano e si spengono nella Morte a Venezia.

Heinrich era stato presente, era stato testimone di quello strano sentimento, conosceva la bellezza corrotta della città un tempo potente, aveva osservato i primi brancolamenti di Thomas verso la forma e la favola sinistra, ne aveva visto – forse anche meglio di lui, in quanto si trovava al difuori – il significato storico. Fu nel primo numero del 1913 della rivista «März» che uscì questa sua recensione, forse la più toccante che il racconto abbia mai avuto.
Intanto le voci che correvano in Germania non parlavano di epidemia, ma del riconoscimento più ambito del mondo letterario: il Premio Nobel per la letteratura.

Nigel Hamilton, I fratelli Mann, trad. it. di Elena Grechi, Garzanti 1983, pp. 198-202.





martedì 7 febbraio 2012

Wilhelm Meisters Lehrjahre


Friedrich Schiller



Tra le vocazioni che crede di possedere e non possiede, tra i mestieri che intraprende per sbaglio, Wilhelm trascura proprio la sua autentica vocazione. Egli è un grande saggista e uno dei più acuti critici letterari del suo tempo, sebbene nessuna rivista accolga le sue geniali illuminazioni. I bellissimi saggi che dedica alla poesia (II libro), all’Amleto (IV-V libro), ai caratteri dell’aristocrazia e della borghesia (V libro), debbono certamente qualcosa a Goethe, di cui riflettono alcune idee dell’età giovanile e dell’età matura. Ma Wilhelm è un saggista più sistematico del proprio creatore, che indulgeva così volentieri alle incertezze e alle contraddizioni. Mentre teorizza, entusiastico e lucidissimo, mentre discute con Werner o Serlo, abbiamo sovente l’impressione di ascoltare la voce di Schiller, che in quegli anni stava per comporre o aveva appena composto i grandi studi Über Ammut und Würde e Über naive und sentimentalische Dichtung.

Pietro Citati, Goethe

sabato 4 febbraio 2012

Urbs Roma/1




L’intrinseca sacralità per legge della persona di Augusto, in quanto interprete indiscutibile della volontà degli dèi, risale alla tradizione leggendaria che vedeva in Romolo il detentore supremo di tale carisma («Nomen meum senatus consulto inclusum est in saliare carmen, et sacrosanctus in perpetuum ut essem et, quoad viverem, tribunicia potestas mihi esset, per legem sanctum est» August., Res gestae Divi Augusti, 10). Nonostante l’abile strategia populista impiegata nella fondazione della “repubblica apparente”, il principato augusteo ha in sé i limiti della sua stessa struttura, individuabili in primo luogo nel potere autocratico, al di fuori del controllo di qualsiasi altro organismo esterno e, di conseguenza, in un vacillante equilibrio nei rapporti col senato, di fatto esautorato di ogni funzione tranne quella della fronda e dell’adulazione, sia pure rispettato nella forma (non nella sostanza). Poi la propaganda di governo imposta agli intellettuali sarà tutta una serie di crack, come ha scritto recentemente Luca Canali: «la restaurazione etica fallì nella stessa famiglia imperiale; alla religione degli avi nessuno credeva più, se non come alla necessità di un governo che poggiasse anche sulle colonne dei templi; le dottrine filosofiche si perpetuavano iterando la loro esaustione paradossalmente significata dal prefisso νέος con cui tentavano di vitalizzarsi»[i]. Il conflitto latente col senato, che era esploso alle idi di marzo del 44 per l’incuria di Cesare di occuparsi degli avversari, è tuttavia magistralmente tenuto a freno insieme ai rigurgiti repubblicani; l’antagonismo tra ordine senatorio e ordine equestre mina la pax dalle fondamenta ma l’Italia, con circa cinque milioni di cives Romani, continua a godere di una supremazia forzata a dispetto dei ben sessanta milioni di provinciali che popolano l’impero. Tutta questa imponente opera di latinizzazione è stata realizzata dal III al I sec. a.C., periodo nel quale il populus Romanus è diventato un vero e proprio populus imperator. Il suo è un primato sia politico che economico dal momento che vengono accresciuti e stabilizzati sotto Augusto i privilegi di carattere giuridico e sociale, in un benessere economico che i secoli successivi non conosceranno più. È anche da questo preciso momento che la cultura latina è in grado di affrancarsi del tutto dalla subalternità al modello greco lungamente patito e contrastato con risultati sempre più convincenti fino all’età di Cesare, fondendo e trasmettendo fino a noi  l’elemento greco-ellenistico nella nozione di classicità tuttora egemone.


[i]  L. Canali, Identikit dei padri antichi. Sedici scrittori latini e cristiani, Roma, manifestolibri, 2010, p. 71.

domenica 29 gennaio 2012

LE PREGHIERE ANNODATE




Qualcuno sta sbucciando l'aglio,
l'impasto di macinato è già pronto sul tavolo,
il pane in forno, faranno polpette buonissime.
Ho letto che Campana-Edison fra gli internati
si vantava della fragranza delle sue,
avvenne tanti anni fa, a Castelpulci.
Versiamo la nostra salvezza nella ciotola dei giorni
l'uno all'altro uguali, nella concisione del gesto ripetuto
prima che la mente si dissolva in uno scoppio di nuvole
e piova in noi il silenzio senza riparo.
Poveri, poveri, nudi perfino delle nostre sconfitte
il nostro silenzio interroga il vostro
di voi che annodate la preghiera e il canto
e conoscete la terza dimensione, il nostro silenzio
si assiepa intorno al vostro e non sa
tra buio e buio e non cede
una via meno scoscesa di questa
dove alcuni ci chiamano uomini, alcuni creature.

PIERLUIGI CAPPELLO
supplemento La Lettura del Corriere della sera, 29/1/12

mercoledì 25 gennaio 2012

Raskòl’nikov





Giudicherà tutti e perdonerà tutti, i buoni e i cattivi, i saggi e i mansueti… E quando avrà finito con tutti gli altri, allora chiamerà anche noi: «Venite avanti anche voi!» dirà. «Venite, ubriaconi; venite, deboli; venite, svergognati!». E allora noi ci faremo avanti tutti, senza vergognarci e ci fermeremo davanti a lui. Ed egli dirà: «Porci! Voi siete l’immagine e l’emblema della bestialità, ma venite anche voi!». E diranno i sapienti, diranno i saggi: «Signore! Perché accogli costoro?». Ed Egli dirà: «Li accolgo, o sapienti, li accolgo, o saggi, perché nessuno di loro si è mai reputato degno di ciò…». 
FËDOR DOSTOEVSKIJ

Raskòl’nikov è in balia del suo Edipo e l’assassinio della vecchia usuraia – nonché, non si dimentichi, della sorella di lei, derivante esplicitamente da una casualità “non casuale”, ossia direttamente dall’inconscio – rappresenta il tentativo patologico, in termini clinici, da parte del protagonista di risolvere i conflitti latenti con la propria madre e la propria sorella, attraverso quello che di fatto è un cattivo affare: il delitto appunto, anzi i due delitti. Il giudizio di Pasolini su Delitto e castigo è inequivocabilmente a favore del romanzo, sul quale ha fatto un’analisi scientificamente attendibile anche sul piano dinamico, estesa per giunta ad assonanze nietzscheane, per taluni aspetti discutibili ma quando si parla di Nietzsche la moltiplicazione dei punti di vista è più che normale: “Questa mia non è che un’umile chiacchierata e un’analisi psicanalitica a braccio; ma potrei però dimostrare, in un saggio documentario, come in Delitto e castigo ci sia un numero impressionante di espressioni ‘esplicitamente’ psicanalitiche. Ciò mi riempie di una sconfinata ammirazione, pari almeno a quella che sento per la impareggiabile ‘sceneggiatura’ del romanzo.” (Descrizioni di descrizioni, 4 gennaio 1974)

giovedì 19 gennaio 2012

Franco Freda



19 gennaio 2012. Franco Freda parla bene di coloro che, artisti, intellettuali, «concorrono al bello, alla grande passione, a Dioniso e che rifuggono la mediocrità». E fin qui tutto benissimo. Ma, salvo Moresco, degli scrittori italiani contemporanei che cita come esempi non se ne salva manco uno. Niente Murgia, Niente Scurati, niente Pennacchi (per carità!), niente Tomassini, niente Buttafuoco, niente Culicchia (proprio niente), niente Valerio e soprattutto niente Saviano. Escludo che questi, tranne Moresco, concorrano al bello, alla grande passione e a Dioniso, tant'è vero che la mediocrità li premia. Peccato, perché su altre cose - non su tutto - che afferma nell'intervista a Andrea Pasqualetto (supplemento Sette del Corriere di oggi), saremmo in sintonia.

lunedì 16 gennaio 2012

UN POETA




Poco filo mi resta, ma spero che avrò modo
di dedicare al prossimo tiranno
i miei poveri carmi. Non mi dirà di svenarmi
come Nerone a Lucano. Vorrà una lode spontanea
scaturita da un cuore riconoscente
e ne avrà ad abbondanza. Potrò egualmente
lasciare orma durevole. In poesia
quello che conta non è il contenuto
ma la Forma.

Eugenio Montale, Quaderno di quattro anni

domenica 15 gennaio 2012

La clamorosa conferma dell'amore - BENVENUTA di André Delvaux



Benvenuta di André Delvaux (1984) è stato visto pochissimo. Si tratta infatti di una rarità, di un film difficile, iperletterario, dalle significazioni strutturali aperte e con valenze mistiche interne a due storie d’amore che si intrecciano su due piani diversi. Non ha avuto riscontro massivo in Italia, nonostante le eccellenti interpretazioni.
Il giovane scrittore François (Mathieu Carrière) arriva nella vecchia città di Gand, in Fiandra, per incontrare Jeanne (Françoise Fabian), l’autrice di Benvenuta, un romanzo esaurito da quasi vent’anni dal quale vuole ricavare una sceneggiatura cinematografica. Jeanne, che fa venire in mente la Norma Desmond di Viale del tramonto, lo riceve a casa, dove vive isolata, ma rispetto al personaggio di Wilder è meno istrionica anche se ne intuiamo un’analoga miscela di grandezza e follia. Resta in piedi, con gli occhiali scuri, algida, distante, ascoltando il discorso di François sul progetto del film, poi capovolge le parole attribuite a Flaubert esclamando: «Benvenuta non sono io, mi dispiace!»  Lo scrittore vuole fare colpo su di lei citando passi di autobiografie illustri contrabbandandoli per propri, rivelandole i particolari della propria infanzia e adolescenza difficili, presupposti della sua vocazione letteraria, ma la scrittrice smaschera il plagio e gli dice: «Mio piccolo François, ho letto Rilke anch’io». La storia di cui i due stanno parlando è in realtà raccontata attraverso dei flashback che rappresentano il romanzo scritto da Jeanne vent’anni prima.
La pianista Benvenuta (Fanny Ardant), dopo un concerto al consolato belga di Milano, conosce il maturo magistrato napoletano Livio (Vittorio Gassman), dai modi eleganti. Tra Benvenuta e Livio nasce un’attrazione, complicata dalla lontananza geografica. Lo raggiunge successivamente a Milano, stanno insieme per la prima volta in albergo. Alla stazione, lui le dice: «Eccoci condannati all’assenza adesso, condannati a scriverci».
Benvenuta confida la sua nuova relazione a Inge, l’amica con cui abita. La scrittura di Livio nelle lettere che seguiranno si rivelerà essere tutta un’accozzaglia di suggestioni dilettantesche, con rare perle: «Sapendo che tu eri nella via con lo sguardo levato, non puoi immaginare con quanta tenerezza ho acceso le luci sul mio cammino. Quasi segnali. Fiaccole di festa per salutarti giocondamente».
Tutto il film è incentrato sul rapporto tra Jeanne e François e, attraverso le analessi, tra Benvenuta e Livio, al punto che entrambi si attraggono attraverso la sceneggiatura di volta in volta concordata da François-Livio e Jeanne-Benvenuta. Il loro rapporto si va così approfondendo in una seduzione reciproca della realtà e della letteratura.
Jeanne esce con François, si lascia andare sempre di più, pur invitandolo a mantenere le distanze: «Mi accorgo che ho voglia improvvisamente di passeggiare, proprio qui con lei».
La storia d’amore tra Livio e Benvenuta conosce un drammatico momento di crisi: Federico, il figlio di Livio, ha un grave incidente correndo a Monza per la Ferrari. In preda alla disperazione, Livio fa un voto e promette di rinunciare alla carne, cioè all’amore per Benvenuta, in cambio della salvezza del figlio: «Nel disegno di Dio tutto è al suo posto come in un puzzle perfetto, basta saper trovare il pezzo giusto». Federico scampa miracolosamente alla morte, la preghiera di Livio è esaudita, anche secondo Benvenuta la vita del ragazzo è salva grazie a una «conferma clamorosa dell’amore». I due amanti cercano di non incontrarsi, per rispettare il voto. La pianista litiga con Inge, quest’ultima le fa notare che Livio la sta semplicemente lasciando.
François mostra a Jeanne le diapositive dei sopralluoghi che intanto ha fatto a Pompei per il film. Ormai la scrittrice ammette di essere Benvenuta.
Benvenuta e Livio, da parte loro, non hanno resistito e si sono rivisti, il voto è stato infranto. Inge fa un’indagine presso il vice-consolato e scopre che Livio è un professionista irreprensibile ma soffre di mania senile, il suo amore per Benvenuta non sarebbe che il frutto della sua attrazione maniacale per le donne giovani. Lei è furente, non ammette una tale ingerenza di Inge nella sua vita, non le perdona questa rivelazione, la loro amicizia è definitivamente guastata. Benvenuta e Livio sospendono la relazione per i sensi di colpa derivanti dall’accordo che hanno stipulato tra loro, continuando tuttavia ad amarsi come in uno «stato di orazione perpetua».
Jeanne si rivolge a François in stato d’estasi: «Sfido chiunque a dedicarti pensieri più precisi e più violenti dei miei». Benvenuta-Jeanne vive di vita propria, ricreata da François-Livio sulla base del romanzo di Jeanne.
La scrittrice parla di sé in terza persona, raggirando attraverso François il suo amore per Livio, in un monologo a due voci: «Era talmente raffinato il dolore, talmente eccessivo il godimento…»
«…Che niente potrà più impedire…»
«…Che cosa, François?»
«…Impedire che questo… sia accaduto tra te e me.»
«Lo sai? Credo che non sarò molto in forma domani».
Il diario che Benvenuta ha inviato per posta a Livio le viene rispedito: il destinatario è deceduto.
François torna, come ogni pomeriggio, a casa di Jeanne ma non risponde nessuno, entra dal giardino e la casa è deserta. La figlia della scrittrice lo informa al telefono che Jeanne è stata investita da una macchina, sta per entrare in sala operatoria.
Restano Benvenuta e François. Livio è morto e non si conosce il destino di Jeanne, l’esito dell’operazione è ancora ignoto. Benvenuta è restituita a François, Jeanne a Livio.

sabato 14 gennaio 2012

La morte di Virgilio di Hermann Broch/1




Il porto di Brindisi, brulicante di vita corrotta e di degradanti segni di sfacelo, accoglie di sera il malandato poeta, stanco e agonizzante. La plebe intorno a lui non lo riconosce, ne è incuriosita soltanto perché lui è al seguito dell’imperatore e dev’essere un personaggio importante. Viene trasportato lentissimamente in lettiga in mezzo alla folla urlante, scomposta – gli lanciano invettive d’invidia, insulti, è paurosamente costretto a chiudersi gli occhi con le mani per non vedere lo spettacolo offertogli della più nera quotidianità miserabile – fino al palazzo imperiale piantonato dalla coorte pretoriana. Un funzionario gli chiede chi sia per verificare se il suo nome è tra quelli degli ospiti e il famoso autore dell’Eneide, non senza risentirne nell’orgoglio, glielo dice: «Sì, Publio Virgilio Marone, questo è il mio nome». Gli si replica solo con un vago cenno affermativo del capo. Per l’intero tragitto dalla nave fin lì, del resto, aveva vagliato malinconico i cupi segni di thanatos devastanti in modo inverosimile, aveva resistito interrogandosi se quello che stava vivendo fosse un avvertimento del destino, una minaccia o l’irrevocabile inizio dell’ultima conoscenza.




venerdì 13 gennaio 2012

HA VINTO IL TOTALITARISMO FASCIOCOMUNISTA: ECCO PERCHE' SE GLI ITALIANI NON PARLANO DI POLITICA NON PARLANO DI NIENTE.




Se Leopardi fosse invitato in un talk show italiano e cominciasse a parlare dell’infinito, gli chiederebbero se con l’ermo colle si riferisce a Giorgio Napolitano e cosa pensa del governo Monti. Quando Bret Easton Ellis è venuto in Italia a presentare il suo ultimo romanzo, Antonio Scurati, che lo intervistava, gli chiese cosa pensava di Berlusconi.
Insomma, se c’è qualcuno che ha vinto l’egemonia culturale in Italia sono stati i marxisti, ma non solo: anche il fascismo, rovescio della stessa medaglia al valore civile. La cultura di sinistra, la cultura di destra, in mezzo il nulla, al massimo della neutralità da conversazione un criminologo e un sociologo che discutono di Avetrana. La politica e la società come totalitarismo del pensiero, infatti i giornalisti passano per scrittori e gli scrittori o sono giornalisti o non sono niente. Siamo il paese dell’impara l’arte e mettila da parte, e cioè un ferro da stiro va bene, il ferro da stiro con chiodi di Man Ray a che serve? 
E così da noi ogni controcultura è sempre stata di sinistra o di destra, non si è mai visto un centro sociale riconoscersi in Joyce o Proust. E caduta la dittatura mussoliniana, abbiamo tirato avanti per decenni con la dialettica fascismo vs antifascismo, sostituendola con quella global vs no-global, e subito dopo con quella berlusconismo vs antiberlusconismo, e adesso siamo in fase di assestamento, bisogna solo aspettare di tracciare il nuovo centrocampo, la nuova linea di separazione tra buoni e cattivi, e saremo pronti a ricominciare.
Non per altro da noi non regge nessun tema non politicizzabile a lungo termine, dalle cellule staminali al nucleare, dalle coppie di fatto all’eutanasia, dalla nascita alla morte: o si riesce a incasellarli in indiani e cow-boys, oppure non appassionano, e a parte Leopardi figuriamoci dove sarebbe mai potuto andare un Richard Dawkins in Italia a parlare del suo ultimo saggio sull’evoluzionismo che ha fatto il giro del talk show americani, forse da Benedetta Parodi se accettava di parlare dell’evoluzione di una carbonara.
I palinsesti televisivi sono tali e quali ai carteggi della cricca intellettuale dell’Einaudi dopo il secondo dopoguerra: perfino per Calvino e Pavese i libri non erano belli o brutti, erano portatori di valori di antifascisti oppure da scartare, e si scartò perfino Nietzsche, troppo superuomo.
E poi ci si domanda, retoricamente, perché De Gasperi lasciò a Togliatti la gestione della cultura: a noi il potere, a voi la cultura. Tanto era uguale, perché la cultura, appaltata al PCI, aveva per centro la lotta politica, quindi di nuovo la DC o peggio, il discorso sul potere. È per questo che ancora oggi si tira fuori il santino di Pasolini come un illuminato che, scrivendo “io so”, sapeva tutto e aveva previsto tutto: non ci siamo mai mossi da lì.
Io ogni tanto provo a aggrapparmi a Aldo Busi, uno dei pochi scrittori italiani a aver scritto romanzi veramente importanti, ma anche lui parla solo di società civile, dell’onestà, del governo in carica, come se fosse Beppe Grillo. Ho provato anche a chiederlo a Alberto Arbasino, ma la risposta, in sintesi, è stata che ha già dato. Ho provato a chiederlo a Antonio Moresco ma non l’ho trovato a casa, era impegnato a organizzare una marcia da Milano a Napoli per salvare l’Italia da Berlusconi e dalla cattiveria politica.
In definitiva ha vinto la cultura gramsciana dell’intellettuale organico, ossia che l’intellettuale debba occuparsi di politica, altrimenti è disimpegnato. Come gli uomini e no di Vittorini. Ha vinto l’idea che non ci sia tema importante culturalmente che non abbia al centro la politica, un problema sociale, uno scandalo giudiziario, un diritto civile, e senza più dissoluzione di continuità linguistica tra il discorso istituzionale e il discorso popolare. Il governo Monti è solo uno stand-by tecnico, infatti si esprimono come software, e i leghisti sono diventati di colpo cafoni perché parlano come parlavano tutti prima.
Ha vinto l’idea totalitaria che qualsiasi aspetto fondante dell’esistenza e dell’esperienza passi per la politica, rigorosamente declinata in chiave moralistica e barricadera. Qui perfino se venisse avvistato dalla NASA un asteroide in rotta verso la terra e della stessa dimensione di quello che causò l’estinzione dei dinosauri ci chiederemmo se è di destra o di sinistra o tecnico, altrimenti non sapremmo come prenderlo.
Ecco perché non c’è trasmissione dove si possa approfondire un romanzo o un saggio non improntato socialmente e politicamente, perché alle otto si danno le notizie di politica, alle otto e mezzo si approfondisce la politica, alle nove ci si ritrova in una piazza pulita politica, alle nove e un quarto si cerca guarda su Sky e Cielo un servizio pubblico politico, e quindi: i giovani, gli immigrati, la crisi, la cricca, la casta, gli onesti, i disonesti, l’Italia, l’Europa. Come ultima spiaggia resta L’Isola dei famosi, dove mon chéri Busi, il più grande scrittore italiano vivente eccetera, due anni fa voleva andare a fare la rivoluzione culturale. Ovviamente politica.

Massimiliano Parente per Il Giornale, 13 gennaio 2011