venerdì 16 marzo 2012
mercoledì 7 marzo 2012
sabato 25 febbraio 2012
Non so come facciate a far finta di non accorgervene
Ho eliminato da
Facebook un’altra quantità di inutilità culturale. Continuerà a
"esistere" (?), ci mancherebbe altro; ma almeno non ne vedrò più nella
home l’ingombrante fasullaggine che la contraddistingue. Nella quale home
bastava nascondere i loro post, lo so, ma si vede che a me non bastava. La
vasta e articolata consecutio delle
proposizioni in un unico periodare lungo pochissimi sono capaci di tenerla, non
solo per ignoranza della storia della lingua tanto più esistente quanto più
testimoniata dai titolini accademici e dalle collaborazioncelle ai giornalini
che fanno tanto bene alla lingua, eppure è stato il trait d'union per secoli
tra la prosa ciceroniana classica fino alle migliori narrazioni del novecento
italiano, passando per Boccaccio Leopardi Manzoni che già avvertiva il disagio
e la necessità di aprire a una consecutio letteraria moderna. Ma l’estremo
paradosso dei vostri scrittorini di oggi è l’afasia: telegrafica.
- Cfr. Gian Luigi
Beccaria su Tuttolibri 25/2/2012.
domenica 19 febbraio 2012
Prosa e poesia
![]() |
| manoscritto primitivo de L'educazione sentimentale di Flaubert (1843) |
Il tempo della letteratura è il futuro anteriore. Ciò perché
noi non viviamo in realtà al presente ma al passato-presente-futuro
(immaginario) contrariamente all’assetto logico delle convenzioni comuni, così
Frédéric Moreau “avrà amato” Mme Armoux nel non-luogo romanzesco (che è L’educazione sentimentale di Flaubert)
imposto dalla separazione della prosa dalla poesia. È paradossale che manchi il
concetto di individuo in una cultura come quella antica che conosceva esistenzialmente
la pratica (poetica) delle relazioni sociali senza l’interferenza della merce (nel
senso moderno), laddove è nato teoreticamente l’individuo quando la scienza moderna ha frantumato quell’antico fondamento che escludeva la merce. La tensione
lineare-progressiva dei tempi storici e dei tempi principali (presente e
futuro) è una contro-verità che si scontra con la letteratura: «Citarono in
appoggio a questa contro-verità le pagine in cui alcune briciole di madeleine inzuppate in un’infusione mi
ricordano (o almeno al narratore che dice “io”, e che non sono sempre io) tutto
un tempo della mia vita, dimenticato nella prima parte dell’opera» (Marcel
Proust).
Lo scrittore che si nasconde e che riappare
Ho sempre pensato
che gli scrittori in fondo, nel profondo, sono abili commedianti non tanto per
vocazione quanto per necessità. Leggo ora che nel 1979 Claudio Magris, prima di
andare a Zurigo telefonò a Elias Canetti per sentire se fosse possibile incontrarlo;
non gli rispose nessuno. Chiamò allora alla sua casa di Londra: stavolta gli
rispose un'anziana governante che subito, con un forte accento inglese, in modo
gentile, quasi festante, gli passò il poeta. Canetti gli spiegò che si era
ritirato a Londra per finire un libro, e aggiunse: "mi scusi, per un
momento fa, sa, ero io al telefono, prima, quando Lei ha chiesto di parlare con
me..." Presumibilmente se non si fosse trattato di Magris la vecchia
signora avrebbe annunciato, più o meno rammaricandosi, che Canetti non era in
casa. (cfr. Claudio Magris, Itaca e oltre)
mercoledì 8 febbraio 2012
Auseinandersetzung mit Wagner
I Pringsheim
erano stati buoni conoscitori di Mahler e Thomas lo aveva incontrato alcuni
anni prima, a un tè dato in suo onore alla Franz Joseph Strasse. L’estate
precedente Mahler era tornato a Monaco per dirigervi la sua Ottava Sinfonia.
Mahler non era affatto popolare nell’ambiente musicale, e quando mandò a
chiedere al direttore artistico certi piccoli strumenti poco comuni, di cui
aveva bisogno per la sinfonia, questi gli restituì la missiva comunicandogli
che purtroppo quella sera aveva bisogno lui stesso di quegli strumenti.
«Porti
i miei rispettosi saluti al direttore artistico», aveva replicato Mahler, «e
gli dica che in un modo o nell’altro eseguirò lo stesso la mia sinfonia». Quanto
a Thomas, non aveva il minimo dubbio sul genio di Mahler. A Katja confessò che
per la prima volta aveva avuto l’impressione di incontrare un uomo veramente
grande - «intenso in modo divorante» - come lo definì più tardi.
Il
gruppetto dei Mann partì per Venezia la terza settimana del maggio 1911. Era la
prima volta che vi giungevano dalla parte del mare – abitualmente vi si
recavano in treno – e a bordo c’era una vecchia «checca» orrendamente imbellettata
e circondata da un vivace stuolo di allegri giovanotti. Al molo cercarono
qualcuno che li portasse al Lido. Immediatamente si presentò un gondoliere; ma
erano appena arrivati al Lido quando qualcuno li avvisò che quel gondoliere non
aveva la licenza per il tratto Venezia-Lido. Era una fortuna che non fosse
successo niente, aggiunse.
Era
uno strano inizio. Un facchino portò i loro bagagli all’Hotel des Bains e a
tavola, il primo giorno, notarono un’interessante famiglia polacca – le ragazzine
vestite in modo piuttosto austero, e accanto a loro un ragazzo tredicenne di straordinaria
bellezza, vestito di blu, alla marinara. Il ragazzo affascinò Thomas – quella sua
serenità, la testa greca, i movimenti misurati e sciolti, la grazia delicata. Sulla
spiaggia Thomas si trovò a studiare il ragazzo, il modo in cui giocava con gli
amici, l’inconsapevolezza assoluta con cui portava la sua bellezza – pur essendo
allo stesso tempo conscio!
Ma Heinrich,
forse perché si annoiava sulla spiaggia, o perché sentiva il disagio del caldo
afoso, ben presto implorò che si trasferissero in montagna dove avrebbe fatto
più fresco e avrebbero potuto fare lunghe passeggiate. E così, a malincuore,
Thomas e Katja acconsentirono.
Ma a
Bolzano la villa che volevano loro era occupata da una coppia di inglesi, e l’hotel
non aveva comodità moderne. Trionfanti tornarono quindi a Venezia e al Lido. La
famiglia polacca, con grande soddisfazione di Thomas, c’era ancora; e sulla
carta intestata dell’Hotel des Bains egli cominciò a scrivere un articolo sulla
rappresentazione del 1909 del Parsifal,
che aveva promesso al giornale viennese «Merkur». Disputa con Wagner (Auseinandersetzung mit Wagner) era il titolo. In
proposito egli disse a Ernst Bertram: «Edificare templi al proprio lavoro,
pensavo amaramente, è qualcosa che solo una natura barbarica e semi-cieca può
fare».
Intanto,
sulla spiaggia e nei lussuosi saloni dell’Hotel des Bains, era l’immagine del
bellissimo tredicenne polacco che continuava a esercitare uno strano fascino su
Thomas. Lo riportava indietro a stati d’animo e amori della sua giovinezza, a Tonio Kröger, a Lubecca e Travemünde,
con l’orchestrina sulla spiaggia. L’intero edificio dell’opera romantica
tedesca cominciava a cedere. «Credo di poter dire», scrisse nel suo articolo «che
la stella di Wagner nel firmamento della cultura tedesca stia per tramontare».
Ma se
questo era vero, «Tadzio», il ragazzo polacco, pareva non accorgersene. La sua
stella splendeva sul Lido, sull’Hotel e la spiaggia privata, sulle sedie a
sdraio e le cabine, sul lieve sciaquio del mare. Sulla sabbia correva a piedi
nudi con il suo costume da bagno a righe, nel salone presiedeva i pasti con la
sua bellezza prepotente e gli occhi azzurri come l’acqua.
Una
sera apparve nel recinto dell’albergo un «osceno» cantante napoletano dal volto
subdolo e giallastro. La gente cominciò ad abbandonare l’albergo e si sentì
dire che in città c’era il colera. Dopo che «Tadzio» fu partito, anche Thomas e
Katja andarono a fare le prenotazioni per il ritorno in vagone letto, ma l’impiegato
dell’agenzia Cook diede loro il consiglio di non trattenersi per un’altra
settimana come avevano intenzione di fare, e, dato che si era verificato un
numero impressionante di casi di colera, tenuto segreto dalle autorità, di
partire l’indomani.
Senza
«Tadzio» non c’era un motivo per restare. Fecero le valigie: era l’ultima volta
che avrebbero visto Venezia prima della guerra; eppure il volto della città –
il calore afoso dello scirocco, la bellezza di uno stato marinaro un tempo
potente, ridotto a nascondere la malattia che avrebbe potuto rovinare la
stagione turistica, il fasto e il sentore di morte – non fu dimenticato. Terminato
il saggio su Wagner, Thomas cominciò a lavorare a quella cosa «immaginata come
improvvisazione da sbrigare in fretta e da inserire nel lavoro del romanzo di
Krull, come una storia che per soggetto e mole doveva essere adatta al ‹Simplicissimus›».
Ma l’improvvisazione
non doveva essere terminata tanto rapidamente. «Io sono al lavoro», scrisse
Thomas a Philipp Witkop il 18 luglio del 1911. «Una cosa parecchio singolare,
che mi sono portata da Venezia, una novella, di tono puro e severo, che tratta
di un caso di pederastia in un artista senescente».
Era
in verità una storia sconcertante e depravata, per l’uomo che recentemente
aveva criticato il dott. Lessing per la sua dissolutezza. La verità, come
rifletteva Thomas più avanti, era che:
In
verità ogni lavoro è un’attuazione frammentaria bensì, ma in sé conchiusa del
nostro essere; e questa attuazione è l’unica faticosa via per fare esperienze
di questo essere…
Anche
nella Morte a Venezia non vi è nulla
di inventato: il viaggiatore nel cimitero di Monaco, la tetra nave polesana, il
vecchio bellimbusto, il gondoliere sospetto, Tadzio e i suoi, la partenza
fallita per lo scambio dei bagagli, il colera, l’onesto impiegato dell’ufficio
viaggi, il maligno saltimbanco, o che so io, tutto era vero e bastava metterlo
a posto perché rivelasse in modo stupefacente la facoltà interpretativa della
composizione…
Ma
questa volta sentiva di aver trovato il filone giusto:
Durante
il lavoro (lento come al solito) avevo in certi momenti la visione di una via
tracciata, di un aiuto sovrano che non avevo mai provato.
Nella
figura del protagonista, Gustav von Aschenbach, egli trasfuse il profilo, le
caratteristiche fisiche di Mahler; ma suoi erano l’anima, la coscienza, lo
spirito.
Gli
ci volle quasi un anno per completarlo. Katja non stava bene, e in settembre
andò con i bambini a Sils Maria. Thomas restò a Balz Tölz, e alla sera leggeva
agli amici – e a Heinrich quando veniva a trovarlo – brani del racconto che si
andava sviluppando.
Per
«i lettori tedeschi che in fondo prestano attenzione soltanto alle cose serie e
gravi e non alle leggere» scrisse Thomas dopo la pubblicazione, «La morte a Venezia, nonostante la
materia piuttosto sospetta, provocò una certa riabilitazione morale dell’autore
di Altezza reale».
L’elemento
omosessuale dimostrò di non essere un ostacolo; non fece che arricchire lo
strano e potente simbolismo della favola. In un’Europa che aveva raggiunto il
culmine della civiltà e della cultura, il tema della fatale attrazione che un
uomo celebre e che sta invecchiando prova per un ragazzo ebbe grande risonanza
nel mondo letterario:
Verrà
un giorno in cui un maestro, un cultore della bella forma, esempio per la
gioventù e voce del suo popolo, siederà annientato sul bordo di un pozzo
coperto di vegetazione nel centro di quel campiello in rovina di Venezia
inondato dal tiepido efflusso della cartolina nella città appestata, a
mormorare con labbra imbellettate belle parole corrotte al ragazzo che
desidera.
Quell’uomo
ha sprecato ciò che più di tutto gli appariva desiderabile: una vecchiaia
fruttuosa, la ricerca dell’arte nel periodo finale della vita, in saggezza e perfezione.
Mai più egli scriverà; non sarà sulla torre di guardia della tarda età da cui è
dato all’uomo abbracciare per la prima volta veramente il proprio lavoro e la
propria vita, - e in cui si raggiunge la freddezza. I suoi anni saranno
diminuiti, le sue ultime ore sconvolte e rese magiche dall’urgere inconsulto dei
sentimenti. E così quelle ore diverranno finalmente umane, lo libereranno
ancora una volta insperatamente, tramite l’amore, un amore muto, inappagabile,
dalla sua austera solitudine e gli ultimi battiti del suo cuore lo faranno
palpitare come se fossero i primi. Dovrebbe pentirsene? Non se lo chiede
nemmeno. Intorno a lui la città è infetta, e da quella cortigiana che è, lo
dissimula per avidità di denaro. Essa è bellezza, una bellezza che ammalia e
uccide. Da lontano, con visioni di sogno ed enigmatici messaggeri in vaghe
maschere di morte, essa ha attirato a sé un essere che era maturo per morire
nel suo seno. L’afa dolce e sospetta dell’aria, i colori radiosi della sua
decomposizione, la sua depravazione sensuale: questa è identità, destino
fraterno. L’anima di un uomo confonde i suoi ultimi, vividi istanti con quelli
del mondo che lo circonda; e dal gioco congiunto di desiderio e timore sorgono
eventi di grande profondità e significato, di silenzi riempiti tuttavia da
mille voci: le voci delle procellarie, della peste, voci di calda umanità e
voci di grandezza e di rovina. Esse echeggiano attraverso una città e il cuore
di un uomo: echeggiano e si spengono nella Morte a Venezia.
Heinrich
era stato presente, era stato testimone di quello strano sentimento, conosceva
la bellezza corrotta della città un tempo potente, aveva osservato i primi
brancolamenti di Thomas verso la forma e la favola sinistra, ne aveva visto –
forse anche meglio di lui, in quanto si trovava al difuori – il significato
storico. Fu nel primo numero del 1913 della rivista «März» che uscì questa sua
recensione, forse la più toccante che il racconto abbia mai avuto.
Intanto
le voci che correvano in Germania non parlavano di epidemia, ma del
riconoscimento più ambito del mondo letterario: il Premio Nobel per la
letteratura.
Nigel Hamilton, I
fratelli Mann, trad. it. di Elena Grechi, Garzanti 1983, pp. 198-202.
martedì 7 febbraio 2012
Wilhelm Meisters Lehrjahre
![]() |
| Friedrich Schiller |
Tra le vocazioni che crede di possedere e non possiede, tra i
mestieri che intraprende per sbaglio, Wilhelm trascura proprio la sua autentica
vocazione. Egli è un grande saggista e uno dei più acuti critici letterari del
suo tempo, sebbene nessuna rivista accolga le sue geniali illuminazioni. I bellissimi
saggi che dedica alla poesia (II libro), all’Amleto (IV-V libro), ai caratteri dell’aristocrazia e della
borghesia (V libro), debbono certamente qualcosa a Goethe, di cui riflettono
alcune idee dell’età giovanile e dell’età matura. Ma Wilhelm è un saggista più
sistematico del proprio creatore, che indulgeva così volentieri alle incertezze
e alle contraddizioni. Mentre teorizza, entusiastico e lucidissimo, mentre
discute con Werner o Serlo, abbiamo sovente l’impressione di ascoltare la voce
di Schiller, che in quegli anni stava per comporre o aveva appena composto i
grandi studi Über Ammut und Würde e Über naive und sentimentalische Dichtung.
Pietro Citati, Goethe
sabato 4 febbraio 2012
Urbs Roma/1
L’intrinseca sacralità
per legge della persona di Augusto, in quanto interprete indiscutibile della
volontà degli dèi, risale alla tradizione leggendaria che vedeva in Romolo il
detentore supremo di tale carisma («Nomen
meum senatus consulto inclusum est in saliare carmen, et sacrosanctus in
perpetuum ut essem et, quoad viverem, tribunicia potestas mihi esset, per legem
sanctum est» August., Res gestae Divi
Augusti, 10). Nonostante l’abile strategia populista impiegata nella
fondazione della “repubblica apparente”, il principato augusteo ha in sé i
limiti della sua stessa struttura, individuabili in primo luogo nel potere
autocratico, al di fuori del controllo di qualsiasi altro organismo esterno e,
di conseguenza, in un vacillante equilibrio nei rapporti col senato, di fatto
esautorato di ogni funzione tranne quella della fronda e dell’adulazione, sia
pure rispettato nella forma (non nella sostanza). Poi la propaganda di governo
imposta agli intellettuali sarà tutta una serie di crack, come ha scritto recentemente
Luca Canali: «la restaurazione etica fallì nella stessa famiglia imperiale;
alla religione degli avi nessuno credeva più, se non come alla necessità di un
governo che poggiasse anche sulle colonne dei templi; le dottrine filosofiche
si perpetuavano iterando la loro esaustione paradossalmente significata dal
prefisso νέος con cui tentavano di vitalizzarsi»[i]. Il conflitto latente col
senato, che era esploso alle idi di marzo del 44 per l’incuria di Cesare di
occuparsi degli avversari, è tuttavia magistralmente tenuto a freno insieme ai
rigurgiti repubblicani; l’antagonismo tra ordine senatorio e ordine equestre mina
la pax dalle fondamenta ma l’Italia,
con circa cinque milioni di cives Romani,
continua a godere di una supremazia forzata a dispetto dei ben sessanta milioni
di provinciali che popolano l’impero. Tutta questa imponente opera di
latinizzazione è stata realizzata dal III al I sec. a.C., periodo nel quale il populus Romanus è diventato un vero e
proprio populus imperator. Il suo è
un primato sia politico che economico dal momento che vengono accresciuti e
stabilizzati sotto Augusto i privilegi di carattere giuridico e sociale, in un
benessere economico che i secoli successivi non conosceranno più. È anche da
questo preciso momento che la cultura latina è in grado di affrancarsi del
tutto dalla subalternità al modello greco lungamente patito e contrastato con
risultati sempre più convincenti fino all’età di Cesare, fondendo e
trasmettendo fino a noi l’elemento
greco-ellenistico nella nozione di classicità tuttora egemone.
[i]
L. Canali, Identikit dei padri
antichi. Sedici scrittori latini e cristiani, Roma, manifestolibri, 2010,
p. 71.
domenica 29 gennaio 2012
LE PREGHIERE ANNODATE
Qualcuno sta sbucciando l'aglio,
l'impasto di macinato è già pronto sul tavolo,
il pane in forno, faranno polpette buonissime.
Ho letto che Campana-Edison fra gli internati
si vantava della fragranza delle sue,
avvenne tanti anni fa, a Castelpulci.
Versiamo la nostra salvezza nella ciotola dei giorni
l'uno all'altro uguali, nella concisione del gesto ripetuto
prima che la mente si dissolva in uno scoppio di nuvole
e piova in noi il silenzio senza riparo.
Poveri, poveri, nudi perfino delle nostre sconfitte
il nostro silenzio interroga il vostro
di voi che annodate la preghiera e il canto
e conoscete la terza dimensione, il nostro silenzio
si assiepa intorno al vostro e non sa
tra buio e buio e non cede
una via meno scoscesa di questa
dove alcuni ci chiamano uomini, alcuni creature.
PIERLUIGI CAPPELLO
supplemento La Lettura del Corriere della sera, 29/1/12
mercoledì 25 gennaio 2012
Raskòl’nikov
Giudicherà tutti e perdonerà tutti, i buoni e i cattivi, i saggi e i mansueti… E quando avrà finito con tutti gli altri, allora chiamerà anche noi: «Venite avanti anche voi!» dirà. «Venite, ubriaconi; venite, deboli; venite, svergognati!». E allora noi ci faremo avanti tutti, senza vergognarci e ci fermeremo davanti a lui. Ed egli dirà: «Porci! Voi siete l’immagine e l’emblema della bestialità, ma venite anche voi!». E diranno i sapienti, diranno i saggi: «Signore! Perché accogli costoro?». Ed Egli dirà: «Li accolgo, o sapienti, li accolgo, o saggi, perché nessuno di loro si è mai reputato degno di ciò…».
FËDOR DOSTOEVSKIJ
Raskòl’nikov è in balia del suo Edipo e l’assassinio della vecchia usuraia – nonché, non si dimentichi, della sorella di lei, derivante esplicitamente da una casualità “non casuale”, ossia direttamente dall’inconscio – rappresenta il tentativo patologico, in termini clinici, da parte del protagonista di risolvere i conflitti latenti con la propria madre e la propria sorella, attraverso quello che di fatto è un cattivo affare: il delitto appunto, anzi i due delitti. Il giudizio di Pasolini su Delitto e castigo è inequivocabilmente a favore del romanzo, sul quale ha fatto un’analisi scientificamente attendibile anche sul piano dinamico, estesa per giunta ad assonanze nietzscheane, per taluni aspetti discutibili ma quando si parla di Nietzsche la moltiplicazione dei punti di vista è più che normale: “Questa mia non è che un’umile chiacchierata e un’analisi psicanalitica a braccio; ma potrei però dimostrare, in un saggio documentario, come in Delitto e castigo ci sia un numero impressionante di espressioni ‘esplicitamente’ psicanalitiche. Ciò mi riempie di una sconfinata ammirazione, pari almeno a quella che sento per la impareggiabile ‘sceneggiatura’ del romanzo.” (Descrizioni di descrizioni, 4 gennaio 1974)
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