martedì 20 novembre 2012

PROVOCAZIONI VIRGILIANE/ Cornelio Gallo




La repubblica è finita in una pace violenta. Stanchi delle guerre civili, i romani non hanno protestato. Sul piano culturale una folta schiera di intellettuali arriva a Roma per sostenere la rivoluzione. Ne vengono a loro volta sostenuti e ricompensati fino in fondo, tranne Cornelio Gallo e Ovidio. Cilnio Mecenate è capace di raccogliere intorno  a sé i migliori scrittori dell’epoca, non tutti di fama uguale ma tutti di origine provinciale: Virgilio viene da Mantova, Orazio da Venosa, Gallo da Forum Iulii, l’attuale Fréjus, nella Gallia Narbonese, Tibullo da Tivoli, Properzio da Assisi, Ovidio (che fa intanto un personale doppio gioco con la fronda di Valerio Messalla Corvino) da Sulmona, Tito Livio da Padova.
Messalla Corvino e Asinio Pollione organizzano i due rispettivi circoli in apparenza alternativi, in realtà funzionali al regime. Tuttavia proprio Virgilio e Orazio, i massimi rappresentanti della poesia latina classica, vanno di rado a corte preferendo restarsene nelle loro ville in splendido isolamento. Virgilio sta più a Napoli e in Sicilia che a Roma, Orazio negli ultimi tempi sarà ossessionato nevroticamente dal putiferio della capitale. Orazio, dopo aver militato nelle fila di Bruto e Cassio, passa dall’altra parte come se niente fosse. Vero esempio di onestà intellettuale, Virgilio non si fa scrupolo a espungere dal IV libro delle Georgiche l’elogio a Cornelio Gallo, nel frattempo caduto in disgrazia dell’imperatore, che lo invita alla damnatio memoriae dell’amico comune. Il Mantovano lo sostituisce in quattro e quattr'otto col mito di Orfeo. Quale autore sacrifica 200 versi della sua opera per compiacere qualcuno? Virgilio lo fa.
Il suicidio di Cornelio Gallo avviene nel 26, le Georgiche sono già state terminate nel 30, pubblicate nel 29 o nel 29 sicuramente lette a corte. Di origine sociale modesta, Gallo è stato amico di Ottaviano fin da giovane, muore a soli quarantatre anni, dopo essere salito ai vertici dell’amministrazione statale. Augusto l’ha mandato al giudizio del senato con l’accusa di ribellione, probabilmente una calunnia, Gallo è reo di aver ricoperto con successo la sua carica di prefetto in Egitto, forse non lieve delitto, sufficiente a offuscare la gloria ottavianea. Virgilio non solo tace ma abiura, Orazio tace del tutto. Di Gallo solo Properzio e Ovidio, temerari, oseranno accennare in un rapido ricordo, di lui poeta novus sappiamo (dalla X egloga virgiliana) che cantò con gusto alessandrino Licoride (nome fittizio per l’attrice Citeride, che l’aveva lasciato) in quattro libri di distici elegiaci che non ci sono stati tramandati. Tibullo, Properzio e lo stesso Ovidio devono la loro esistenza di poeti a lui, iniziatore del genere. Con la morte di Gallo, nel 26 a. C., mentre Virgilio da tre anni ha cominciato l’Eneide senza molta convinzione, Augusto inaugura una prassi punitiva che precede la notte di Tomi e che i suoi successori non si periteranno di applicare, come nel caso di Seneca e di Petronio. Che fine abbia fatto l’elogio a Gallo, che intanto si era diffuso per tutta Roma negli anni dal 29 al 26, non è dato sapere.

venerdì 16 novembre 2012

Stroncatura nietzscheana di Euripide





Non estetizza Furio Jesi quando afferma che Doctor Faustus di Th. Mann è la riscrittura de La nascita della tragedia di Nietzsche. In Euripide muore il mito, ha tradito lo spirito della musica/Dioniso (E. è abbandonato anche da Apollo).
Mann insieme professore di greco e musicista.
Identità filistea del prof. Zeitblom = professore-musicista Nietzsche.
Ma Zeitblom è anche “omologo tragico" di N. (Jesi).
Non umanesimo.
Non rinascimento.
Sono opere del tempo di guerra:
a) La nascita della tragedia di Nietzsche (guerra franco-prussiana 1870-71)
b) Considerazioni di un impolitico di Th. Mann (I guerra mondiale)
c) Doctor Faustus di Th. Mann (II guerra moniale)
d) Il giuoco delle perle di vetro di H. Hesse (II guerra mondiale)
e) Tesi di filosofia della storia di Benjamin (II guerra mondiale).
«Prima di tutto il problema, ché qui si presenta un problema, - e ché i Greci, fin quando non avremo una risposta alla domanda “che cosa è dionisiaco?”, resteranno, ora come prima, assolutamente sconosciuti e inconcepibili…» (F.N., Tentativo di autocritica, 3)
«Fu Epicuro un ottimista – proprio come sofferente? – Si vede, è di un intero fascio di gravi problemi che questo libro si è caricato, - aggiungiamo ancora il suo problema più arduo! Cosa significa, nella prospettiva della vita, la morale?...» (4)



mercoledì 14 novembre 2012

Il luogo dove situare l’esperienza culturale






Secondo Kurt Lewin non solo in termini topologici ma anche mediante l'insight, il bambino piccolo può attuare un cambiamento dello spazio vitale. Per un adolescente che sia entrato nella fase del pensiero astratto e per un adulto, a maggior ragione, il cambiamento di struttura sociale interviene in termini di interazione con quello che Freud chiama strategicamente φ (mondo esterno, in Tentativo di rappresentare i processi ψ normali), da intendere quale fonte di stimolo. Questa considerazione riguarda anche la psicologia dell’artista né esclude la dimensione puramente ludica e intellettuale della comunicazione. Freud parla specificamente del poeta ma il discorso, carico di forti significati affettivi, va esteso anche alle altre forme di espressione artistica. Quando ne Il poeta e la fantasia (in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio) si domanda come faccia il poeta a trovare il proprio materiale e in un secondo momento a elaborarlo nel suo linguaggio, risponde che il gioco del bambino gli offre un’occasione interpretativa, precisata successivamente con più rigore. Il poeta non è in condizioni in quanto adulto inappagato di modificare φ secondo il principio di piacere. Sul piano dinamico l’attività della fantasia, che nell’adulto prende il posto delle forme infantili di gioco, assume la funzione di soluzione delle tensioni inconsce che non abbiano ancora trovato un’altra valida espressione.
Gioca anche l’adulto, naturalmente, ma non lo fa come il poeta. In ogni caso, chi è appagato non fantastica e, proprio come il bambino scopre nel gioco una sistemazione fantastica a elementi di realtà irrisolta, i desideri insoddisfatti attivano le forze della fantasia che si presenta nel poeta come appagamento di desiderio ambizioso o erotico. Fin qui, se la situazione linguistica non è verificata dal principio di realtà, φ corre il rischio di venire allucinato, a meno che in φ non rientrino esperienze di rielaborazione intellettuale, quando, cioè, sussista una comunicazione non biunivoca, o simbolicamente biunivoca, tra i due elementi ψ e φ.
Winnicott interviene in una posizione più dialettica, o intermedia, tra ψ e φ. Critica Freud per non aver indicato – o per averlo tutt’al più solo accennato - un luogo dove situare l’esperienza culturale, non essendo questa né nel mondo interiore né in quello esterno. Ciò significa mettere in guardia, però, dal pericolo di far coincidere il principio di realtà con la frustrazione proveniente dal mondo esterno, dal momento che esso è anche fonte di piacere. Il bambino che non gioca è angosciato come lo psicotico. Senza creatività non esiste sopravvivenza. Per Winnicott, l’esperienza culturale si situa nel gioco e nel controgioco con la madre, la fantasia del bambino si riferisce anche alle persone e a parti di persone che sono state introiettate attraverso il cibo ingurgitato, prima attraverso il seno e poi indipendentemente da questo. Viceversa, l’angoscia per la madre estranea può essere contenuta e la realtà esterna analizzata e adattata (l’amore di transfert ricrea lo spazio potenziale tra il bambino e il seno). La fantasia stessa, legata al pensiero magico, precede la realtà in quanto più primitiva e il gioco diventa lo spazio intermedio tra il bambino e il seno, un vero e proprio spazio potenziale nel quale la fantasia del poeta, ma più in generale la creatività, tanto dal punto di vista estetico quanto concettuale, diventa, ed è, realtà.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

lunedì 12 novembre 2012

I «fatti romani» di A. M. Ortese






Trascrivo questa lettera di Anna Maria Ortese a Dario Bellezza, riportata nel volume: Anna Maria Ortese, Bellezza, addio. Lettere a Dario Bellezza (1972-1992), a cura di Adelia Battista, Archinto 2011. Ho scelto questa tra le tante perché testimonia l’estraneità ai «fatti romani» - li chiamava così - dichiarata più volte dalla scrittrice in privato agli amici (dal 1975 aveva abbandonato Roma e si era confinata a Rapallo, anche se col mondo letterario romano conservava rapporti telefonici e epistolari). L’intrigo presente in questo epistolario non è facilmente ricostruibile per il lettore che non fosse abbastanza esperto del linguaggio metaforico della Ortese, come del resto quello dei suoi romanzi strutturati con una tendenza (qualità singolare, poeticissima, per una scrittrice in prosa) a un continuo, vago, delirio, prossimo alla teatralità anche sotto il profilo concettuale (non si è forse sottolineato abbastanza quanto di filosofico è presente nella sua scrittura). Per es., dove allude – non qui, ma in altre lettere – ai «folletti», creature fiabesche della sua immaginazione visionaria, alla cui realtà però credeva – o faceva mostra di credere – e inducendo il lettore a credere alla loro esistenza e al loro aiuto, più potente – ma in altro modo, perché invisibile – del soccorso umano. È indubbio che Dario avesse amici forti e colpisce l’interrogativo iniziale della scrittrice: Dove sono? E afferma, poco dopo: Dietro i nomi, poco alla volta, non distinguo più niente. Emerge anche, fin dalle prime righe, il concetto della casa vissuta come il grande utero che accoglie e protegge, - visione questa che Anna aveva in comune con Elsa Morante. Mancano, come sempre in questo libro, le risposte di Dario.  sdf
N.B. Le note a piè di pagina sono di Adelia Battista.


Rapallo, 1.12.83[1]
Carissimo Dario,
la tua telefonata sul momento mi ha rallegrata, poi mi ha lasciato un po’ meno serena. Voglio dire: mi rendo conto che hai dei problemi ogni giorno, che coinvolgono tante cose preziose – come il tuo lavoro, la casa (per quello che vi respira – e che ti protegge). Avresti insomma bisogno di amici forti. Dove sono? È questo l’interrogativo.
Io da otto anni e più in Liguria, ho visto il deserto crescere intorno a me. Non puoi sapere fino a che punto. Spedisco delle lettere, ma è come se fossero imbucate sotto un albero. Le risposte arrivano quando ne ho quasi dimenticato il perché. Dietro i nomi, poco alla volta, non distinguo più niente. Mi chiedo se quelli che mi scrivono, sappiano davvero qualcosa della mia identità.
Quindi, sono rimasta senza fiato quando mi hai fatto qualche nome, per quel tuo problema. Non posso lamentarmi di nessuno – tutt’altro – ma ho l’impressione crescente di aver fatto perdere le mie tracce reali. Questo mondo è pieno di problemi – e anche di confusione e dimenticanza. Io tiro avanti solo perché non aspetto nulla, ma è una soluzione «estrema».
Ripensando a quanto mi hai detto, mi par di capire che il tuo attuale mondo romano si trovi intero davanti a uno specchio – e ciascuno – anche quando potrebbe farne a meno – pensa solo a se stesso, alla propria immagine.[2] Non è così? E non conosci nessuno a Firenze? Forse, sono persone più attente e in qualche modo più umane. Tu non vai mai a Firenze?[3]
Se non ti ho troppo «disgustato» fammi sapere qualcosa. Ti saluto tanto affettuosamente – con sincera ammirazione per la tua voce così spesso – da qualche tempo – libera e bellissima.
Ciao, Anna Maria



[1] Lettera autografa, su carta avorio, scritta su entrambe le facciate con inchiostro nero, con aggiunte a lato. Busta senza affrancatura, nome destinatario e città sottolineati, nessun indirizzo sul retro.
[2] La Ortese coglie con tristezza quella forma di narcisismo e autoreferenzialità che attraversa il nostro tempo impedendo la costruzione di rapporti intersoggettivi tra gli esseri umani. Per lei la relazione con l’altro si sostanzia di attenzione e cura: «Volere bene» per lei è attenzione affettuosa all’altro.
[3] La Ortese immagina che Firenze, città a lei cara, sede della Vallecchi, con cui ha pubblicato le sue opere dal ’58 all ’70, possa offrire a Dario quel soccorso umano di cui ha bisogno. Spesso la Ortese ha anche sognato di trasferirsi nel capoluogo toscano.

Marina Vittoria Rossetti






Lettere 1934-1978 di Montini-Rossetti (Rizzoli 1990, introvabile nelle librerie e credo difficilmente reperibile in altro modo) è il corpus epistolare di Marina Vittoria Rossetti (1916-1983) che trova un interlocutore d’eccezione in Giovanni Battista Montini, sua guida spirituale prima da Milano e poi da Roma. Marina sarà esclusa, a partire dal 1938, dall’insegnamento dell’italiano e della storia nei licei di stato, per aver rifiutato di iscriversi al partito fascista e ripiegando in istituti non statali. La raccolta è curata con scrupolosa acribia filologica da Emanuela Ghini, monaca carmelitana scalza del Carmelo di Savona e docente di filosofia teoretica.
Uno dei numerosi pregi del libro è costituito proprio dagli apparati introduttivi e dalle note a piè di pagina. I testi di Marina spesso mancano: se ne contano 33 dal 1934 al 1978 di contro alle 78 lettere di Montini, delle quali 71 sono di suo pugno (le prime 57 sono scritte a Milano e le ultime 21 dal Vaticano). Gli interventi della Ghini riportano brani delle Udienze Generali o delle Encicliche o delle Esortazioni apostoliche o delle Costituzioni conciliari, ritenendo la curatrice che non sia possibile commentare Paolo VI se non con le sue stesse parole. Risalta la personalità di Marina Vittoria Rossetti in questi scritti che lei stessa avrebbe voluto intitolare Lettere di circostanza tra un pontefice e una borghese. Seconda metà del secolo XX, ma che sono invece coinvolgenti non solo per la fedeltà cristiana ma anche dal punto di vista profano per l’attenzione rivolta tanto agli eventi storici, quanto a quelli della minuta quotidianità, che di volta in volta si susseguono. Paolo VI anche dal Vaticano continuerà a seguire Marina, nel segno della continuità di un’amicizia ancora presente nella sopraggiunta sintesi protocollare di riferimento (sette lettere hanno come intermediaria la Segreteria di Stato). 

domenica 4 novembre 2012

Prima la sentenza, poi il processo





l mulino dei pettegolezzi, pensa David, che gira giorno e notte, macinando reputazioni. La comunità dei virtuosi, che si riunisce di nascosto, al telefono, dietro porte chiuse. Bisbigli pieni di malvagia soddisfazione. Prima la sentenza, poi il processo.
Nei corridoi della facoltà, David s’impone di camminare a testa alta. 
Va a parlare con il legale che l’ha assistito durante il divorzio: - Sgombriamo subito il campo, - dice l’avvocato, - sono vere le accuse?
- Quanto basta. Avevo una relazione con la ragazza.

J. M. Coetzee, Vergogna


giovedì 1 novembre 2012

Beatrice 1 e Beatrice 2




Fontana di Diana e Atteone (Parco della Reggia di Caserta)


Beatrice non e-siste in quanto Bice né in quanto Beatrice. «La scoperta di una chiosa di Pietro di Dante nel manoscritto Ashburnhamiano 841 (a quella data recuperato da poco in Laurenziana, dal governo del nuovo Regno, dalla vendita britannica), che conservava la seconda redazione del Commentum di Pietro, sembrò dare una perentoria conferma della realtà storica della donna. In effetti, nel “Giornale Storico della Letteratura Italiana” del 1886 (7, p. 366) apparve una nota di Rodolfo Renier, da sempre agnostico sulla realtà fisica di Beatrice, che ammetteva volentieri che tale chiosa era risolutiva della questione. Da allora, a quanto pare, nessuno si è dato più cura di indagare sulla realtà di Beatrice, tacitamente ammessa; la questione, un tempo centrale nel dibattito, è stata accantonata e dimenticata del tutto» (Gorni).
Dante sta a Klossowski come la Vita nova sta a La Vocation Suspendue, nel suo campo di luce si danno giochi speculari, sottilmente perfidi. Bice e Beatrice non sono la stessa persona, si può parlare di Beatrice 1 (Bice) e Beatrice 2 (Beatrice): dell’esistenza fisica della prima non è lecito dubitare ma sull’in-sistenza identitaria della seconda la Vita nova non fornisce informazioni attendibili, è chiusa rappresentazione essoterica (all’esistenza di Beatrice 1 Dante ha sostituito l’in-sistenza e la per-sistenza di Beatrice 2). Semmai è il Boccaccio del Trattatello (§ 32 e passim) a darci ragguagli in merito, né sono mancati, fin dalla scuola ottocentesca di Adolfo Bartoli, quelli che hanno dubitato fortemente della realtà fisica di Beatrice 1. La Vita nova è un romanzo paradossale – un prosimetro – un “romanzo” che si interroga sulla propria struttura – in quanto Beatrice 2 è una realtà meta-storica, esoterica e tutt’al più meta-testuale. Tra la prima e la seconda si inserisce astutamente il simulacro a capovolgere i due estremi dell’antitesi: Beatrice 2 è la Medesima, l’Esattamente Rassomigliante a Beatrice 1 nella Vita nova prima e al punto da diventare poi nella Commedia il luogo deputato della teologia.
Ma, appunto, nella Commedia divinamente rappresentata, di Beatrice 1 restano solo le spoglie mortali incielate nella trasumanazione della Commedia divina, significate per verba al punto che Beatrice 1 in-siste e per-siste nella vita di Dante in quanto Beatrice 2. Ignorando l’alta letteratura medievale la sessualità, nel romanzo di Dante l’inesistenza è compensata dalla persistenza.  
Ma se fosse esattamente vero il contrario? Se Beatrice 2 non fosse il simulacro e Beatrice 1 a sua volta fosse l’Esattamente Rassomigliante? Infatti «l’uguaglianza A=A si anima di un movimento interiore e senza fine che allontana ognuno dei due termini dalla sua propria identità e li rinvia all’altro con il gioco (la forza e la perfidia) di questo stesso scarto» (Foucault, La prosa di Atteone). Beatrice 1 in-sisterebbe e per-sisterebbe come doppio dell’altra quando tutto sembrava convincerci del contrario.