lunedì 12 novembre 2012

I «fatti romani» di A. M. Ortese






Trascrivo questa lettera di Anna Maria Ortese a Dario Bellezza, riportata nel volume: Anna Maria Ortese, Bellezza, addio. Lettere a Dario Bellezza (1972-1992), a cura di Adelia Battista, Archinto 2011. Ho scelto questa tra le tante perché testimonia l’estraneità ai «fatti romani» - li chiamava così - dichiarata più volte dalla scrittrice in privato agli amici (dal 1975 aveva abbandonato Roma e si era confinata a Rapallo, anche se col mondo letterario romano conservava rapporti telefonici e epistolari). L’intrigo presente in questo epistolario non è facilmente ricostruibile per il lettore che non fosse abbastanza esperto del linguaggio metaforico della Ortese, come del resto quello dei suoi romanzi strutturati con una tendenza (qualità singolare, poeticissima, per una scrittrice in prosa) a un continuo, vago, delirio, prossimo alla teatralità anche sotto il profilo concettuale (non si è forse sottolineato abbastanza quanto di filosofico è presente nella sua scrittura). Per es., dove allude – non qui, ma in altre lettere – ai «folletti», creature fiabesche della sua immaginazione visionaria, alla cui realtà però credeva – o faceva mostra di credere – e inducendo il lettore a credere alla loro esistenza e al loro aiuto, più potente – ma in altro modo, perché invisibile – del soccorso umano. È indubbio che Dario avesse amici forti e colpisce l’interrogativo iniziale della scrittrice: Dove sono? E afferma, poco dopo: Dietro i nomi, poco alla volta, non distinguo più niente. Emerge anche, fin dalle prime righe, il concetto della casa vissuta come il grande utero che accoglie e protegge, - visione questa che Anna aveva in comune con Elsa Morante. Mancano, come sempre in questo libro, le risposte di Dario.  sdf
N.B. Le note a piè di pagina sono di Adelia Battista.


Rapallo, 1.12.83[1]
Carissimo Dario,
la tua telefonata sul momento mi ha rallegrata, poi mi ha lasciato un po’ meno serena. Voglio dire: mi rendo conto che hai dei problemi ogni giorno, che coinvolgono tante cose preziose – come il tuo lavoro, la casa (per quello che vi respira – e che ti protegge). Avresti insomma bisogno di amici forti. Dove sono? È questo l’interrogativo.
Io da otto anni e più in Liguria, ho visto il deserto crescere intorno a me. Non puoi sapere fino a che punto. Spedisco delle lettere, ma è come se fossero imbucate sotto un albero. Le risposte arrivano quando ne ho quasi dimenticato il perché. Dietro i nomi, poco alla volta, non distinguo più niente. Mi chiedo se quelli che mi scrivono, sappiano davvero qualcosa della mia identità.
Quindi, sono rimasta senza fiato quando mi hai fatto qualche nome, per quel tuo problema. Non posso lamentarmi di nessuno – tutt’altro – ma ho l’impressione crescente di aver fatto perdere le mie tracce reali. Questo mondo è pieno di problemi – e anche di confusione e dimenticanza. Io tiro avanti solo perché non aspetto nulla, ma è una soluzione «estrema».
Ripensando a quanto mi hai detto, mi par di capire che il tuo attuale mondo romano si trovi intero davanti a uno specchio – e ciascuno – anche quando potrebbe farne a meno – pensa solo a se stesso, alla propria immagine.[2] Non è così? E non conosci nessuno a Firenze? Forse, sono persone più attente e in qualche modo più umane. Tu non vai mai a Firenze?[3]
Se non ti ho troppo «disgustato» fammi sapere qualcosa. Ti saluto tanto affettuosamente – con sincera ammirazione per la tua voce così spesso – da qualche tempo – libera e bellissima.
Ciao, Anna Maria



[1] Lettera autografa, su carta avorio, scritta su entrambe le facciate con inchiostro nero, con aggiunte a lato. Busta senza affrancatura, nome destinatario e città sottolineati, nessun indirizzo sul retro.
[2] La Ortese coglie con tristezza quella forma di narcisismo e autoreferenzialità che attraversa il nostro tempo impedendo la costruzione di rapporti intersoggettivi tra gli esseri umani. Per lei la relazione con l’altro si sostanzia di attenzione e cura: «Volere bene» per lei è attenzione affettuosa all’altro.
[3] La Ortese immagina che Firenze, città a lei cara, sede della Vallecchi, con cui ha pubblicato le sue opere dal ’58 all ’70, possa offrire a Dario quel soccorso umano di cui ha bisogno. Spesso la Ortese ha anche sognato di trasferirsi nel capoluogo toscano.

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