giovedì 7 marzo 2013

Colui che non vive nei bordelli



Il passato si forma dall’esclusione di innumerevoli futuri, da una continua determinazione dell’indeterminato: Orazio fu poeta e sarebbe potuto essere  soldato. […]
Spesso viene ritenuto calmo chi domina la sua ira; continente, se non casto, colui che non vive nei bordelli o non fa la corte alle signore sposate, accontentandosi delle ragazze squillo (che c’erano anche a Roma) o degli schiavetti e delle serve di casa. Orazio è calmo e casto a questo modo; più che tenersi nel mezzo, oscilla dentro i limiti di una zona permissiva che misura con larghezza a se stesso. Anche la sua libertà interiore resiste come può alle offese del paternalismo. Mecenate a volte, lo invita a cena all’ultimo minuto; e lui corre lo stesso. Lo ostenta nella sua scuderia di intellettuali e di poeti augustei e lui non si può tirare indietro, dicendo che è di un’altra parrocchia. Poi tocca lodare e ringraziare, non solo in pubblico ma per iscritto: l’obbligo della gratitudine non finisce mai.
[..]
È a questo modo che, attorno ai quarant’anni, capita a Orazio una grossa grana: Augusto lo vuole come segretario privato. La difficoltà consiste, per il poeta, nel dire di no graziosamente, in modo che l’altro non si arrabbi. Ad accettare, non ci pensa assolutamente. Capisce che, se entra a palazzo, la sua libertà, già così precaria, sarà seriamente minacciata. E inoltre gli secca che il padrone voglia utilizzarlo per scrivere lettere agli amici, biglietti di ringraziamento, complimenti e non dispacci ufficiali, non quei messaggi che mettono in moto le cose. Gli piacerebbe, se mai, essere ammesso ai segreti di stato, per curiosità o per dire a se stesso: «sono arrivato anche a questo». E invece, da quel lato, nessuno lo prende sul serio.
[…]
La restaurazione augustea aveva l’aria di essere davvero l’inizio di un nuovo saeculum: sarebbe durata a lungo. Orazio aveva ceduto a poco a poco, ma forse non vedeva lo scopo di resistere ancora. Lodare ciò che di buono aveva fatto il principe non ripugnava troppo al continuo compromesso che la vita con i grandi gli imponeva. E, del resto, a Roma non c’era un partito di opposizione.
Orazio insomma si rendeva benissimo conto di essere entrato a lavorare nell’organizzazione del consenso, ma gli era anche facile trattenersi nell’equivoco e considerare la sua etichetta di poeta di stato come una specie di premio letterario invece che come una resa al potere.
[…]
Si sa che non aveva molta salute, che era malato di congiuntivite, che spesso si sentiva stanco, che si considerava già un uomo finito a trentacinque anni: il fatto che cedesse sempre meno alle sue rabbie, improvvise e convulse, era un cattivo sintomo. Un altro era il rattrappirsi, non del desiderio forse, ma delle follie per l’amore delle ragazze e dei ragazzi. Non aveva, pare, successo con le donne, perché era piccolo e grasso, ma avrà avuto anche lui le sue avventure di scapolo, finite bene perché probabilmente non mirava troppo in alto.
[…]
L’energia a volte persino aggressiva, che lo ha sostenuto nei cari affanni della vita e dell’arte, lo va abbandonando. Sperimenta la noia, l’inquietudine senza scopo, ma non la disperazione. Chiede agli dei la salute e quel tanto che basti per vivere, perché alla pace dell’animo sa pensarci da solo: il suo commiato dalla vita attiva si colora di sdegnosa autarchia. Orazio non si ritira come il convitato che è sazio (Sat., I, 1): resta a tavola, assorto, deciso a nutrirsi di quel poco necessario che aveva insegnato ad apprezzare. Non si è mai illuso di poter raggiungere qualche cosa di assoluto, e ciò lo aiuta a dar valore ai piaceri poveri, alle pause di tranquillità, all’amicizia finale con se stesso.
(Renato Ghiotto)

domenica 17 febbraio 2013

Le dimissioni di Benedetto XVI






La mattina dell’11 febbraio 2013 circola improvvisamente in rete una notizia sbalorditiva: il papa si è dimesso, dal 28 febbraio p.v. la sede sarà vacante. Si pensa prima a uno scherzo, poi arrivano le conferme ufficiali anche dai telegiornali. Il paragone con Celestino V s’impone immediatamente, e a tratti impropriamente. Si continuerà a chiamarlo Santità? Ci saranno due Santità, quasi come papa e antipapa? E se aggiungiamo anche Sua Santità il Dalai Lama fanno esattamente tre. Io trovo subito tutto questo istintivamente inquietante, tanto più se consideriamo che Ratzinger aveva scelto di chiamarsi Benedetto XVI dopo Benedetto XV, che durante la prima guerra mondiale si era levato contro l’“inutile strage”. Che abdichi Benedetto XVI lo trovo dunque inquietante, proprio per i messaggi simbolici che non possono sfuggirgli. Alla fine della giornata posto un articolo nel mio blog, cogliendo l’occasione per una piccola polemica dantesca, dove affermo:
«È cominciato, c’era da aspettarselo, il bombardamento mass-mediatico in termini di riconoscimento di coraggio, responsabilità, umiltà da Napolitano a Cacciari passando per Monti e tanta bella allineata compagnia. Va da sé che sono dichiarazioni di carattere istituzionale e in quanto tali non suscitano interesse analitico nella loro prevedibilità e hanno solo importanza strategica, comprese le televisioni. Invece vi è un che di sinistro, percepibile, in questa notizia.
«Si tratta solo di una mia sensazione, ma i sentimenti e le sensazioni sono storiche a differenza della verità che mai sapremo. Questa notizia non promette nulla di buono e, anche se la si vuol far derivare da una legittima decisione di natura esclusivamente soggettiva, l’impatto crea turbamento. Oggettivamente, dai tempi di Celestino V, va ribadito (di cui Dante[1] peraltro non fa il nome, non è detto che si tratti di lui, quindi nessuno è legittimato stricto sensu a parlare di ignavia a proposito dell’abdicazione dei papi), non era mai accaduto nulla di così clamorosamente simile. Ho anche da ridire sul verbo “dimettersi” come se si trattasse di un lavoratore qualunque. Qualunque sia la motivazione, il gesto è enorme e implica la sua insormontabile necessità. Tutto questo dà inquietudine, non mi piace e preoccupa mentre va a incidere sulla situazione già poco sicura della traballante Europa, in particolare quella mediterranea. E si volge all’intero Occidente in senso più esteso, et Urbi et orbi.
«Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI, Benedetto XVI ha fatto la politica contraria. Nessuno dubita del valore filosofico e teologico di papa Ratzinger purché si rifaccia il processo a Galileo, ma è un dato di fatto che laddove Wojtyla è stato capace di accogliere, sempre sulla stessa linea conservatrice ma con risultati pastorali più evidenti, benché ambivalenti, sotto Benedetto XVI molti si sono allontanati dalla chiesa, e dal punto di vista laico è innegabile che le sue posizioni sono oscurantiste, anche per i cattolici. Questo per un cristiano è secondario perché si può ben essere cristiani anche fuori della chiesa, se lo si è, ma non è possibile seguirlo nella sua ossessione pre-moderna che rimuove il destino dell’individuo e riduce il cristianesimo a un’eresia per famiglie, visto che non si parla d’altro. Spiace dirlo - davvero, e lo dico col massimo rispetto e riverenza dantesca - , in questi termini forse perentori adesso, ma è quanto è accaduto.»
Potrebbe anche essere, al contrario, penso subito, un gesto estremo di arroganza, arroccamento, sub specie tempestatis.
Il 12 febbraio, ultimo giorno di Carnevale, arriva uno sconcertante articolo di Luciano Canfora sul Corriere: «Il testo originale del comunicato – vi si afferma - con cui Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni è scritto, come è ovvio, in un latino costruito con prestiti ricavati da autori delle più diverse epoche. È una specie di mosaico che abbraccia quasi due millenni di latinità: dal ciceroniano “ingravescente aetate” al disinvolto “ultimis mensibus” che figura in scritti ottocenteschi (addirittura del calvinista Bachofen), fino al “portare pondus” che ricorre in Flavio Vegezio, Epitoma rei militaris, ma più frequentemente in autori quali Raimondo Lullo (Ars amativa boni), Tommaso da Kempis o anche nei sermoni di Bernardo di Chiaravalle.
«Spicca come prelievo dal dotto e audace Rufino traduttore di Origene, l'espressione "incapacitatem meam". Per altro verso solide attestazioni di epoca classica, da Quintiliano a Plinio, sorreggono la frase più importante di tutto il testo e cioè: "declaro me ministerio renuntiare" ("dichiaro di rinunciare al mio ruolo di Papa"). Peccato però che, per una svista imputabile a qualche collaboratore turbato dalla gravità dell’annunzio, proprio nella frase cruciale sia stata inferta una ferita alla sintassi latina, visto che al dativo ministerio viene collegato l'intollerabile accusativo commissum (“incombenza affidatami”). Avrebbe dovuto esserci, per necessaria concordanza, il dativo commisso.
«Come consolarsi di questo lapsus? Pensando per esempio ai rari ma disturbanti errori di latino che macchiavano le Quaestiones callimacheae di un grande filologo come Giorgio Pasquali, rettificate però nella ristampa realizzata poi dal bravissimo Giovanni Pascucci, grammatico fiorentino. Ma non è impertinente comparare un filologo laico con un Pontefice regnante? L'errore — si sa — si insinua sempre. Come il periodo tedesco, così il periodo latino è “ein Bild” (un quadro), in cui ogni tassello ha un suo posto e la ferita inferta alle concordanze risulta tanto più dolorosa.
«Analogo incidente è avvenuto addirittura nella frase di apertura, dove il Pontefice dice ai “fratelli carissimi” che li ha convocati “per comunicare una decisione di grande momento per la vita della Chiesa”: ma si legge pro ecclesiae vitae laddove avremmo desiderato pro ecclesiae vita. Sia stato il turbamento o sia stata la fretta, resta il disagio per le imperfezioni di un testo destinato a passare alla storia. È bensì vero che il latino dei moderni riflette la ricchezza e la novità della lingua dei moderni, ma alcuni pilastri della sintassi non possono, neanche in omaggio al “nuovo che avanza”, essere infranti.»

Per giorni penso inorridito al quel pro col genitivo. Sappiamo (in quanti?) che la morfosintassi latina è una costruzione a posteriori, gli scrittori romani hanno sempre seguito il proprio ritmo onde gli errori di Cesare, di Cicerone che non sempre rispetta la consecutio, di Livio che li commetteva a bella posta, per non parlare di Persio che è autoreferenziale quant’altri mai. La scelta autoriale è sempre autonoma. Ma non si poteva almeno usare l’accusativo? a esprimere una finalità? Ecco che pro non regge più l’ablativo bensì, ma il genitivo, tra poco ci saranno due romani pontefici, che altro? Leggo nel frattempo su un blog la lettera di Antonio Moresco al papa. È una bella lettera, tranne che per l'affettato incipit: «Caro Benedetto XVI, scusi il modo diretto con cui mi rivolgo a lei, senza i soliti appellativi che si usano in questi casi.» Penso che sarebbe stato molto più appropriato iniziare con "Beatissimo Padre", "Vostra Santità", ma questa è un aspetto forse secondario, di stile. La vera ingenuità che commette non è tanto quella da lui stesso evidenziata, bensì quando sostiene che la chiesa è stata istituita da Gesù Cristo. Questo non è storicamente né antropologicamente vero, benché mi renda conto che possa suonare irriverente, e invece non lo è in quanto la fede si basa su altri fondamenti. Ida Magli ha scritto un libro fondamentale per l'antropologia della religione, in cui tutto ciò è spiegato molto bene. La famosa morale sessuale è un’invenzione del magistero, ma se questo punto venisse divulgato meglio, cioè tutto al contrario di come stanno facendo, si eviterebbero molte cose spiacevoli per la stessa istituzione ecclestiastica, che non può continuare a far finta di ignorare e istruire in queste ambiguità. Lo sbaglio che continua a fare il magistero insomma - ma, a questo punto, visto il latino, può darsi sia in buona fede - è quello di non voler istruire adeguatamente le masse, storicamente e antropologicamente. Figurarsi organizzare crociate in nome di qualcosa che non sta scritto da nessuna parte, se non nel Primo Testamento, con eccezioni, mentre si vuole stabilire l'eccezione dell'eccezione, ma dove anche la donna adultera veniva lapidata e sussisteva la legge del taglione, e un’infinità di altre barbarie. Non è necessario predicare il libertinismo, che pure nel Settecento ha svolto un preciso e utile ruolo culturale, e non si tratterebbe nemmeno di svendere la morale, perché esistevano regole e discipline anche nel mondo antico. La chiesa è un evento post-pasquale, e questo non vuol essere messo in discussione, essendo una questione di fede, di prendere o lasciare. Ma lo si dica. Gli studiosi, i presbiteri, i vescovi lo sanno.
La decisione così estrema, così senza precedenti almeno nella lunga modernità (dandola per tale anche, in parte, dopo la sua fine e Celestino V del resto era stato costretto precedentemente da Caetani all’abdicazione, come si sa, neppure fu una sua scelta legittima) non può non aver tenuto conto anche dell'età e delle condizioni soggettive (comprese quelle riguardanti il suo, non noto da adesso, prediligere l’otium - sit venia verbo -, gli studi e la contemplazione) ma sempre in rapporto alla popolarità. Non si hanno dati da nessuna parte, ovviamente, e certo non statistici, non necessariamente riguardanti Twitter. Ma la popolarità dell’attuale pontefice in Europa, nel mondo, non è - o quantomeno non lo era prima di queste “dimissioni” - alta, secondo quanto a me pare. Posso sbagliarmi, ma non credo ci darà le sue Tusculanae disputationes dopo questo ritiro dal negotium (o forse sì?). Né vanno dimenticati gli affari miliardari in euro dei quali è protagonista il Vaticano. Luciani in quel suo mese era sempre più sconvolto, poi dopo un mese misteriosamente morì. Forse in altre circostanze una popolarità più estesa (ma potrebbe ora cambiare) gli avrebbe dato forza di continuare (a Ratzinger), sempre se vale il mio presupposto, anche ingravescente aetate (io uso l'ablativo assoluto) il che equivale alle stesse affermazioni ufficiali, ma interpretate in questa prospettiva. Mysterium magnum.

«Di certo c'è un fatto. La battaglia – scrive Paolo Rodari sul Giornale del 13 febbraio - questa volta non sarà tanto fra progressisti e conservatori, fra porporati di area più liberal e personalità di area più tradizionale, quanto fra conservatori chiusi o aperti al mondo. Che i cardinali siano oggi per la maggior parte conservatori lo dice il fatto che sulla dottrina in pochi dentro la Chiesa cattolica hanno dubbi. I cosiddetti “dissidenti” restano più che altro ai margini, come il caso del teologo dissidente Hans Küng. Sempre più in dissenso, sempre più a latere.»
Ripenso, non riesco a levarmelo dalla testa, a quell’accusativo al posto del dativo. Azzardo un’interpretazione, a rigore: “Declaro me ministerio commissum renuntiare” è un po’ contorto ma può andare come participio congiunto al soggetto in accusativo dell’oggettiva, col significato di: “Dichiaro che io, affidato al ministero, rinuncio”. Ratzy ci dà da pensare fino all'ultimo, concludo provvisoriamente: dimettersi col participio congiunto al soggetto in accusativo dell’oggettiva è ancora più drastico. Ma come la mettiamo con “pro vitae ecclesiae”? Mi decido a tradurre il discorso in latino dell’abdicazione. Ma con quale originale confrontarmi? Con quello presente sul sito del Vaticano[2] o con quello criticato magistralmente da Canfora?
Nel primo caso traduco così:

Fratelli carissimi
Vi ho convocato a questo Concistoro non solo per tre canonizzazioni ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Avendo indagato la mia coscienza più volte e ripetutamente davanti a Dio sono giunto alla  sicura consapevolezza che le mie forze con l’avanzare dell’età non sono adatte ormai a occuparmi con equità dell’impegno petrino.
Sono ben cosciente che questo impegno per sua essenza spirituale non soltanto vada svolto con azioni e parole, ma nondimeno tollerando e pregando. Tuttavia nel nostro mondo attuale soggetto a veloci cambiamenti e sconvolto da questioni di grande rilevanza per la vita della fede per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo è necessaria anche una certa qual forza del corpo e dell'anima, che negli ultimi mesi in me è talmente diminuita che dovrei ammettere la mia inadeguatezza nel gestire bene il ministero a me affidato. Perciò, ben consapevole del peso di questo atto in piena libertà dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, a me affidato per mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005, cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore 20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali compete devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Fratelli carissimi, dal profondo del cuore vi ringrazio per tutto l’amore e il travaglio col quale avete sopportato con me il peso del mio ministero e vi chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze. Ma ora affidiamo insieme la santa Chiesa di Dio alla cura del suo sommo pastore, il Signore Nostro Gesù Cristo e imploriamo sua madre Maria affinché assista con la sua materna bontà i padri cardinali nell’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda anche in futuro vorrei con tutto il cuore servire la santa Chiesa di Dio con una vita dedicata alla preghiera.
Dal Vaticano, 10 febbraio 2013
BENEDICTUS PP. XVI

Ci sono stati vari portatori di varianti, l’archetipo naturalmente – corretto a posteriori, credo - è sul sito del Vaticano ma non è stato facile classificare le corruttele. Io avevo letto dapprima: "declaro me ministerio commissum renuntiare", e cioè: “dichiaro che io affidato al ministero rinuncio”. Ovvero: “declaro me ministerio mihi per manus Cardinalium commissum renuntiare", ossia: "dichiaro che io, affidato al mio (mihi) ministero per mandato dei cardinali, rinuncio. Era l’unica. E sicuramente “pro ecclesiae vitae” era guasto non sanabile, a meno di un’espunzione congetturale della “e” del dittongo di “vitae”. Un danneggiamento meccanico. Ma la variante “me commissum renuntiare” non era necessariamente corruttela, o di altra specie.
Sono stato più buono del Vaticano traducendo: “chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze” dove la versione ufficiale (la riporto in nota)[3] è: “chiedo perdono per tutti i miei difetti”… In compenso, il Vaticano traduce “non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando” e io, con un malizioso occhio a Voltaire: “non soltanto va eseguito con azioni e parole, ma nondimeno tollerando e pregando”.
Perché hanno tradotto col futuro indicativo il presente congiuntivo? “vacet non è “vacabit”! Può darsi che abbiano considerato "vacet" come congiuntivo prospettivo, ora non è tanto questo il punto. Quell’uso, indoeuropeo, non ha lasciato grandi tracce neppure nel latino arcaico, molti negano anzi decisamente che il latino anche delle età successive contempli l’esistenza del congiuntivo prospettivo. Insomma, a parte la resa generale in italiano, non c'è dubbio che l'uso del congiuntivo per esprimere un evento futuro - in questo derivante dall'ottativo potenziale indoeuropeo - è usato solo ed esclusivamente «per esprimere una cauta affermazione circa il futuro» (cfr. L.R. Palmer, La lingua latina, Einaudi 1977, p. 379), e è da escludere che il papa abbia espresso una cauta affermazione circa la sua abdicazione del 29 febbraio p.v. O che il latino da Palmer 1977 si sia nel frattempo modificato?
C'è inoltre un congiuntivo presente, "debeam" che esprime una potenzialità, non adeguatamente resa, indipendentemente dall’ut che lo regge. La traduzione in italiano sul sito del Vaticano è piena di errori, sciatta, concettualmente mediocrissima, un vero orrore, per es.: “vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”: chi è che deve riconoscere, io o il vigore? subordinando implicitamente ecco che il soggetto diventa il vigore: il vigore deve riconoscere ecc. ecc.
Nel video delle dimissioni del papa è pronunciato chiaramente "commissum", "me ministerio mihi per manus Cardinalium commissum renuntiare", come aveva correttamente rilevato Canfora parlando della necessità di usare il dativo. Ora sul sito del Vaticano il testo è corretto, col dativo ma il papa ha usato l'accusativo e scandisce molto bene "renuntiare".


Il papa nella sua dichiarazione in latino ha usato l'accusativo ("commissum"), nel video disponibile su youtube (ma anche sul sito del Vaticano, escludo trattarsi di due video diversi) è pronunciato distintamente “commissum”. Può essere stato un lapsus, ma si noti che usando l’accusativo viene dato risalto maggiore al verbo “renuntiare” (mihi allora è dativo di possesso): “dichiaro che io, affidato al mio ministero di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, per mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005, rinuncio cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore 20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali compete devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice” (declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse).
È da ingenui credere alla lettera alla motivazione dell’età, io ci sento un movente d'arroganza, o di orgoglio se vogliamo essere eufemistici e considerare che sono compossibili le altre motivazioni addotte (la complessità del nostro mondo attuale nei rapporti con la chiesa, il prediligere la contemplazione e gli studi teologici al ministero petrino).
È fuori dubbio che un tratto d'arroganza riguardasse anche il predecessore. C’è dunque dell’altro, come qualsiasi persona pensante e non coinvolta istituzionalmente in vari modi e ambiti è naturalmente spinta a constatare. Il cardinal Bellarmino (santo e dottore della chiesa), che inquisì Giordano Bruno e più “benevolmente” Galileo, nel film della Cavani è chiamato "Vostra Beatitudine”, dispone di un trono personale e parla in prima persona plurale. Il vero papa era lui, non Paolo V. Galileo è stato riabilitato dopo quattro secoli, ma quando avverrà lo stesso con Bruno? forse col nuovo pontefice? o è ancora troppo presto? Quel che fa la chiesa cattolica incide, specialmente in Italia dove di continuo si immischia nella politica, ma ormai nessun pensatore corre il rischio né il pericolo di essere arso vivo a Campo de' Fiori! Oggi esistono altri mezzi.





[1] Non sarebbe il caso di smettere di attribuire a Dante questa indicazione? Sapegno chiarisce bene questo punto, Dante non nomina espressamente Celestino V. È probabile che si tratti anche di Ponzio Pilato, o solo di un simbolo dell’ignavia. Capisco che il pensiero vada a Celestino V, ma niente autorizza alla lettera tutta questa certezza: «Tra questi, quello di Pilato sembra senz’altro il più attendibile, perché il suo gesto di viltà, sia per la gravità intrinseca, sia per la rinomanza proverbiale che ne viene a chi l’aveva commesso, è il solo cui s’adatti appieno la qualifica di gran rifiuto. Del resto, a guardar bene, la questione così a lungo dibattuta appare irrilevante. La figura dell’innominato non ha nel contesto un suo risalto specifico; è piuttosto un personaggio –emblema, termine allusivo di una disposizione polemica, che investe non un uomo singolo, ma tutta la schiera innumerevole degli ignavi» (Natalino Sapegno)
[2] Fratres carissimi
Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.
Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

BENEDICTUS PP. XVI
[3] Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

sabato 16 febbraio 2013

Dimissioni papa/ Mia altra versione dal testo del video








DICHIARAZIONE DEL GIORNO 20 FEBBRAIO A.D. 2013

Fratelli carissimi
Vi ho convocato a questo Concistoro non solo per tre canonizzazioni ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Avendo indagato la mia coscienza più volte e ripetutamente davanti a Dio sono giunto alla  sicura consapevolezza che le mie forze con l’avanzare dell’età non sono adatte ormai a occuparmi con equità dell’impegno petrino.
Sono ben cosciente che questo impegno per sua essenza spirituale non soltanto vada svolto con azioni e parole, ma nondimeno tollerando e pregando. Tuttavia nel nostro mondo attuale soggetto a veloci cambiamenti e sconvolto da questioni di grande rilevanza per la vita della fede per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo è necessaria anche una certa qual forza del corpo e dell'anima, che negli ultimi mesi in me è talmente diminuita che dovrei ammettere la mia inadeguatezza nel gestire bene il ministero a me affidato. Perciò, ben consapevole del peso di questo atto in piena libertà dichiaro che io, affidato al mio ministero di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, per mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005, rinuncio cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore 20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali compete devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Fratelli carissimi, dal profondo del cuore vi ringrazio per tutto l’amore e il travaglio col quale avete sopportato con me il peso del mio ministero e vi chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze. Ma ora affidiamo insieme la santa Chiesa di Dio alla cura del suo sommo pastore, il Signore Nostro Gesù Cristo e imploriamo sua madre Maria affinché assista con la sua materna bontà i padri cardinali nell’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda anche in futuro vorrei con tutto il cuore servire la santa Chiesa di Dio con una vita dedicata alla preghiera.

Dal Vaticano, 10 febbraio 2013

BENEDICTUS PP. XVI


*


DECLARATIO DIE 20 M. FEBRUARII, A. D. MMXIII

Fratres carissimi
Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.
Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

BENEDICTUS PP. XVI

  

giovedì 14 febbraio 2013

Mia traduzione del discorso in latino per le dimissioni del papa






DICHIARAZIONE DEL GIORNO 20 FEBBRAIO A.D. 2013

Fratelli carissimi
Vi ho convocato a questo Concistoro non solo per tre canonizzazioni ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Avendo indagato la mia coscienza più volte e ripetutamente davanti a Dio sono giunto alla  sicura consapevolezza che le mie forze con l’avanzare dell’età non sono adatte ormai a occuparmi con equità dell’impegno petrino.
Sono ben cosciente che questo impegno per sua essenza spirituale non soltanto vada svolto con azioni e parole, ma nondimeno tollerando e pregando. Tuttavia nel nostro mondo attuale soggetto a veloci cambiamenti e sconvolto da questioni di grande rilevanza per la vita della fede per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo è necessaria anche una certa qual forza del corpo e dell'anima, che negli ultimi mesi in me è talmente diminuita che dovrei ammettere la mia inadeguatezza nel gestire bene il ministero a me affidato. Perciò, ben consapevole del peso di questo atto in piena libertà dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, a me affidato per mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005, cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore 20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali compete devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Fratelli carissimi, dal profondo del cuore vi ringrazio per tutto l’amore e il travaglio col quale avete sopportato con me il peso del mio ministero e vi chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze. Ma ora affidiamo insieme la santa Chiesa di Dio alla cura del suo sommo pastore, il Signore Nostro Gesù Cristo e imploriamo sua madre Maria affinché assista con la sua materna bontà i padri cardinali nell’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda anche in futuro vorrei con tutto il cuore servire la santa Chiesa di Dio con una vita dedicata alla preghiera.

Dal Vaticano, 10 febbraio 2013

BENEDICTUS PP. XVI


*


Declaratio die 20 m. Februarii, A. D. MMXIII

Fratres carissimi
Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.
Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII

BENEDICTUS PP. XVI

  



martedì 12 febbraio 2013

Il «gran rifiuto»






Allor Virgilio disse: “Dilli tosto:
“Non son colui, non son colui che credi”;
e io rispuosi come a me fu imposto.
(Inf., XIX, 61-63)



È cominciato, c’era da aspettarselo, il bombardamento mass-mediatico in termini di riconoscimento di coraggio, responsabilità, umiltà da Napolitano a Cacciari passando per Monti e tanta bella allineata compagnia. Va da sé che sono dichiarazioni di carattere istituzionale e in quanto tali non suscitano interesse analitico nella loro prevedibilità e hanno solo importanza strategica, comprese le televisioni. Invece vi è un che di sinistro, percepibile, in questa notizia. 
       Si tratta solo di una mia sensazione, ma i sentimenti e le sensazioni sono storiche a differenza della verità che mai sapremo. Questa notizia non promette nulla di buono e, anche se la si vuol far derivare da una legittima decisione di natura esclusivamente soggettiva, l’impatto crea turbamento. Oggettivamente, dai tempi di Celestino V, va ribadito (di cui Dante[1] peraltro non fa il nome, non è detto che si tratti di lui, quindi nessuno è legittimato stricto sensu a parlare di ignavia a proposito dell’abdicazione dei papi), non era mai accaduto nulla di così clamorosamente simile. Ho anche da ridire sul verbo “dimettersi” come se si trattasse di un lavoratore qualunque. Qualunque sia la motivazione, il gesto è enorme e implica la sua insormontabile necessità. Tutto questo dà inquietudine, non mi piace e preoccupa mentre va a incidere sulla situazione già poco sicura della traballante Europa, in particolare quella mediterranea. E si volge all’intero Occidente in senso più esteso, et Urbi et orbi.
Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI, Benedetto XVI ha fatto la politica contraria. Nessuno dubita del valore filosofico e teologico di papa Ratzinger purché si rifaccia il processo a Galileo, ma è un dato di fatto che laddove Wojtyla è stato capace di accogliere, sempre sulla stessa linea conservatrice ma con risultati pastorali più evidenti, benché ambivalenti, sotto Benedetto XVI molti si sono allontanati dalla chiesa, e dal punto di vista laico è innegabile che le sue posizioni sono oscurantiste, anche per i cattolici. Questo per un cristiano è secondario perché si può ben essere cristiani anche fuori della chiesa, se lo si è, ma non è possibile seguirlo nella sua ossessione pre-moderna che rimuove il destino dell’individuo e riduce il cristianesimo a un’eresia per famiglie, visto che non si parla d’altro. Spiace dirlo - davvero, e lo dico col massimo rispetto e riverenza dantesca - , in questi termini forse perentori adesso, ma è quanto è accaduto.




[1] Non sarebbe il caso di smettere di attribuire a Dante questa indicazione? Sapegno chiarisce bene questo punto, Dante non nomina espressamente Celestino V. È probabile che si tratti anche di Ponzio Pilato, o solo di un simbolo dell’ignavia. Capisco che il pensiero vada a Celestino V, ma niente autorizza alla lettera tutta questa certezza: «Tra questi, quello di Pilato sembra senz’altro il più attendibile, perché il suo gesto di viltà, sia per la gravità intrinseca, sia per la rinomanza proverbiale che ne viene a chi l’aveva commesso, è il solo cui s’adatti appieno la qualifica di gran rifiuto. Del resto, a guardar bene, la questione così a lungo dibattuta appare irrilevante. La figura dell’innominato non ha nel contesto un suo risalto specifico; è piuttosto un personaggio –emblema, termine allusivo di una disposizione polemica, che investe non un uomo singolo, ma tutta la schiera innumerevole degli ignavi» (Natalino Sapegno).

lunedì 11 febbraio 2013

Gli dèi



Spero che nessuno sia, pur dentro il circolo ermeneutico, agostiniano al punto di negare nella prospettiva della Rivelazione la salvezza degli antichi che veneravano gli dèi pagani (De civitate Dei), che era pur sempre una possibilità del divino. Identificare divinità e Dio fino a divinizzare la natura fu l’eresia di Bruno. Nessuno prega per gli antichi, a nessuno viene in mente che Socrate o Platone o il Genius Augusti o il più sconosciuto uomo greco o romano o egiziano sono realtà metafisiche al pari di quelle cristiane. Ma la divinità è anche molteplicità nell’unità e unicità della sua attualità, mentre oggi è impossibile – o inconsueto – un atto di fede che riconosca realtà metafisica alle divinità pagane. Eppure in Dante, poeta cristiano, questo fu possibile, come del resto in Foscolo o in Hölderlin o nella follia di Nietzsche o in Carducci. Le strutture religiose del monoteismo si sono lasciate alle spalle la distinzione tra divinità e Dio che fu stabilita davanti all’Aeropago da S. Paolo. Ma le istituzioni religiose successive, tanto del cattolicesimo quanto del cristianesimo riformato e dell’Islam, si sono opposte proprio alla Rivelazione e all’atto di fede ateniese (il “dio ignoto”) reso impossibile dalle strutture linguistiche che si sono date. Ma perché la poesia non dovrebbe avere dignità gnoseologica al pari della filosofia o della teologia, come accadeva all’inizio?




domenica 10 febbraio 2013

Sandro De Fazi in Cultura/l'EstroVerso 10 febbraio 2013


Sandro De Fazi. Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi






Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi è pervaso da una realtà singolare e duplice: da una parte la Vita di Gaetano Dimatteo (che è il sottotitolo) e dall’altra il montaggio di dati di fatto, personali e letterari intrecciati alla biografia e alla produzione dell’artista. La realtà del passato resta, senza che lo si noti, nell’illusione prospettica del presente, come in un’anamorfosi. Non è né un romanzo né un saggio, è un ibrido che non ignora il saggio nel romanzo e il romanzo nel saggio. Ho usato i sottocodici della saggistica e sono frequenti le digressioni, sempre pertinenti all’”argomento”. Mi intriga la contaminazione dei generi letterari e tra le varie discipline artistiche, in primo luogo il teatro, insieme al cinema con la pittura e la letteratura.

Questi silenzi non sono (soltanto) i miei ma quelli più fragorosi di Anna Maria Ortese. Il titolo è tratto da una sua lettera a Dimatteo riprodotta anastaticamente in appendice, insieme ad altre. Mi è parso irresistibile implicarmi io stesso in prima persona in quanto autore reale, anche se i miei rapporti coi protagonisti di cui sono stato amico quand’ero giovanissimo sono qui solamente accennati. Mi sono divertito in una rappresentazione romanzata di me stesso, non esattamente in termini di “autofiction” e inevitabilmente parziale in quanto nel libro non c’è quasi nulla di inventato.

L’intento principale è stato mettere in risalto la figura di Gaetano Dimatteo, per il pregio dell’argomento in sé e quale forza attanziale necessaria allo sviluppo - non cronologico – della narrazione. Raccontare la sua vita significava coinvolgere aspetti importanti dei miei rapporti con altri personaggi - del passato, del presente – a lui e a me vicini. Ho voluto portare il lettore verso il mondo letterario romano degli anni Settanta e Ottanta, che sembra sempre più lontano e surreale ma soltanto per sottolineare il senso critico del presente. Questa è stata la motivazione culturale che mi ha spinto a scrivere. In realtà, questa mia opera “parla” (se mai di qualcosa possa parlare un libro) del presente. Ne è la cronaca rapportata a una storia che trionfalmente sogghigna.

Ho considerato ellittici altri contenuti, li ho omessi e sono stato qua e là intenzionalmente allusivo. Ho usato fasci di caratterizzazione tali da rivolgermi esclusivamente a un narratario che fosse addentro alle questioni che ho posto, e a nessun altro.

Sandro De Fazi
per l'Estroverso/Cultura, 10 febbraio 2013

domenica 3 febbraio 2013

Rapporto delle masse con l'arte



La riproducibilità tecnica dell’opera d’arte modifica il rapporto delle masse con l’arte. Da un rapporto estremamente retrivo, per esempio nei confronti di un Picasso, si rovescia in un rapporto estremamente progressivo, per esempio nei confronti di un Chaplin. Ove l’atteggiamento progressivo è contrassegnato dal fatto che il gusto del vedere e del rivivere si connette in lui immediatamente con l’atteggiamento del giudice competente.

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, trad. it. di Enrico Filippini, Einaudi 1966, p. 38.

giovedì 31 gennaio 2013

L’amata. Lettere di e a Elsa Morante. Recensione per l'EstroVerso




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Che rapporto c’è tra l’epistolario di uno scrittore e la sua opera? Lo stesso che esiste tra quest’ultima e la sua vita, vale a dire nessuno. Colui che firma le lettere non è la stessa persona che scrive i libri, in entrambi i casi non è in gioco l’io anagrafico ma la soggettività inconscia immanente, un mascheramento sostanziale dell’io che lo rende finzione, raggiro, nel senso lacaniano che “il vero io non sono io”, e che va analizzato. Era costruita per contraddire quanto veniva proclamato nelle occasioni ufficiali la corrispondenza di Cicerone, con grave disappunto del Mommsen nel suo feroce anticiceronianesimo («dove lo scrittore è ridotto a se stesso, come nell’esilio, nella Cilicia e dopo la battaglia di Farsalo, essa è fiacca e vuota come l’anima di uno scrittore d’appendice»); quella di Petrarca e di Leopardi non è fatta solo per comunicare coi destinatari immediati ma nella teatralizzazione della loro personalità. La maschera attraversa le lettere e l’opera di Nietzsche come un enigma da decifrare, quasi sempre indecifrabile o frainteso; il carteggio tra Thomas Mann e Hermann Hesse è la documentazione di un’amicizia intellettuale durata quasi mezzo secolo; quello di Pavese è scritto per essere tramandato a noi, comprese le lettere a Fernanda Pivano ricopiate ogni volta con la carta carbone; quello di Pasolini – scritto verso la parte finale, negli anni del suo segretariato, da Dario Bellezza – testimonia la diplomatica rete di rapporti coi molti destinatari illustri all’inizio della sua carriera. Nel caso de 
L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, a cura di Daniele Morante e con la collaborazione di Giuliana Zagra (Einaudi 2012) non esiste nessun carteggio vero e proprio, inteso cioè nel senso binario. Si tratta piuttosto di un anti-epistolario intorno alla “Non-amata” analogamente all’«inseparabile prossimità con se stesso ed assoluta differenza dagli altri» che Foucault ha visto nei dialoghi di Rousseau («credere ciò che dice la parola scritta, ma non crederla perché la si è letta»). Elsa è giudice della Morante ma tra i mittenti e la destinataria, tra la mittente e i destinatari insiste un dialogo interrotto dal monologo. Con delle eccezioni, la scrittrice o non risponde o lo fa per troncare i rapporti. È risaputo il suo anticonformismo assoluto, l’imperativo categorico di dire la verità – di pretenderla da sé e dagli altri – anche a rischio della sua famosa inimicizia. Amicus Plato sed magis amica veritas è la sua sincerità antiadattiva specialmente dopo il 1968, in questo la già sublime autrice diMenzogna e sortilegio e de L’isola di Arturo trova un precursore solo nell’ultimo Rousseau, per attenerci al moderno, in particolare in quello delle Passeggiate. Come se parlasse Amleto, non siamo qui davanti alla drammatizzazione cartesiana, l’autenticità di Montaigne portata a compimento da Rousseau prevale in modo irriducibile nel segno di una unicità irripetibile dalla forte valenza politica. Quanto Rousseau è implicato nella teorizzazione dell’individuo astratto isolato, tanto alla Morante non interessa che la solitudine, ricerca dell’altrove per arrivare al linguaggio dell’altro («por el analfabeto a quien escribo»). Ce n’è la riprova soprattutto nelle espressioni di solidarietà complice di lettori vari, relativamente all’uscita di La Storia e di Aracoeli che ne è il capovolgimento e l’abiura. «Ha qualcosa in contrario se, nel caso la traduzione riuscisse artisticamente soddisfacente, il poema sia pubblicato in una rivista di qui?» le chiede in tedesco da Budapest György Lukács a proposito de Il mondo salvato dai ragazzini. Dice a Bellezza nella minuta manoscritta, forse del 1969: «il fatto che tu, a differenza di quelli che mi sono amici, abbia scelto di me proprio questa immagine, dimostra che, se è vero che tu non mi sei simpatico, anch’io non ti sono simpatica. Anzi, credo (posso anche sbagliarmi) che in fondo la tua non simpatia per me abbia preceduto la mia, e magari l’abbia prodotta» (p. 538). E Dario ha ricevuto questo testo e lo ha trascritto pressoché letteralmente in Angelo (Garzanti 1979), il suo capolavoro in prosa, tutto ruotante intorno a lei, omettendo genialmente l’inciso «posso anche sbagliarmi». Ha l’«allergia per la corrispondenza», confessa a Eduardo De Filippo. Eppure è allegra e premurosa con Wilcock, innamorata di Luchino Visconti, talora chiamato Luca, affettuosa con Leonor Fini, Carmelo Bene e Ninetto Davoli. Rifulgono le due lettere di Anna Maria Ortese, datate a Rapallo rispettivamente il 16-5-75 e il 17-4-83. Esilarante il carteggio con Tonino Ricchezza. Densa di forza profetica è la postfazione del nipote Daniele. Certo, come rilevò a suo tempo Cesare Garboli, sia Rousseau sia Elsa Morante hanno pagato un prezzo altissimo, ponendosi come grandi maestri. Molte lettere de L’amata non hanno avuto dunque risposta pur essendo assunte come carteggio sia pure unilaterale o in primo luogo, pregiudizialmente, espunte da questa raccolta composta da stratificazioni significative molteplici. Si è parlato di criterio sentimentale di selezione e davvero non si capisce il motivo per non avvalorare «senza eccezioni tutta quella corrispondenza che non avesse significanza in sé, ma solo in quanto testimonianza di presenza, in quanto attestante che “io c’ero” o “c’ero anch’io”» (p. XIX). Una scelta cursoria da una parte si imponeva, ma esorbita alquanto anche quando i curatori ricorrono direttamente ai mittenti/destinatari che avessero conservato documentazione utile al repertorio delle fonti epistolografiche, che filologicamente è il problema fondamentale di questo libro. Non ne sapremo forse mai di più, perché il criterio è anche quantitativo e contraddittorio al punto che sono riportate nel quarto capitolo lettere di lettori ignoti, e per l’esclusione di tutta la corrispondenza degli amici come di chiunque altro avesse avuto «una comunicazione altra che epistolare (o, quand’anche epistolare, non “storicamente” significativa» (ibidem). Impossibile fermarsi a una sola prima lettura, nel suo carattere d’eccezione questo libro in cui la scrittrice è percepita in absentia, dà resoconto della molteplicità di voci e situazioni in termini di ricerca veritativa ribaltabile in amica veritas sed magis amica Elsa.
Sandro De Fazi per l'Estroverso  2013Anno VII - Numero 1Gennaio - Marzo