lunedì 11 febbraio 2013

Gli dèi



Spero che nessuno sia, pur dentro il circolo ermeneutico, agostiniano al punto di negare nella prospettiva della Rivelazione la salvezza degli antichi che veneravano gli dèi pagani (De civitate Dei), che era pur sempre una possibilità del divino. Identificare divinità e Dio fino a divinizzare la natura fu l’eresia di Bruno. Nessuno prega per gli antichi, a nessuno viene in mente che Socrate o Platone o il Genius Augusti o il più sconosciuto uomo greco o romano o egiziano sono realtà metafisiche al pari di quelle cristiane. Ma la divinità è anche molteplicità nell’unità e unicità della sua attualità, mentre oggi è impossibile – o inconsueto – un atto di fede che riconosca realtà metafisica alle divinità pagane. Eppure in Dante, poeta cristiano, questo fu possibile, come del resto in Foscolo o in Hölderlin o nella follia di Nietzsche o in Carducci. Le strutture religiose del monoteismo si sono lasciate alle spalle la distinzione tra divinità e Dio che fu stabilita davanti all’Aeropago da S. Paolo. Ma le istituzioni religiose successive, tanto del cattolicesimo quanto del cristianesimo riformato e dell’Islam, si sono opposte proprio alla Rivelazione e all’atto di fede ateniese (il “dio ignoto”) reso impossibile dalle strutture linguistiche che si sono date. Ma perché la poesia non dovrebbe avere dignità gnoseologica al pari della filosofia o della teologia, come accadeva all’inizio?




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