giovedì 7 marzo 2013

Colui che non vive nei bordelli



Il passato si forma dall’esclusione di innumerevoli futuri, da una continua determinazione dell’indeterminato: Orazio fu poeta e sarebbe potuto essere  soldato. […]
Spesso viene ritenuto calmo chi domina la sua ira; continente, se non casto, colui che non vive nei bordelli o non fa la corte alle signore sposate, accontentandosi delle ragazze squillo (che c’erano anche a Roma) o degli schiavetti e delle serve di casa. Orazio è calmo e casto a questo modo; più che tenersi nel mezzo, oscilla dentro i limiti di una zona permissiva che misura con larghezza a se stesso. Anche la sua libertà interiore resiste come può alle offese del paternalismo. Mecenate a volte, lo invita a cena all’ultimo minuto; e lui corre lo stesso. Lo ostenta nella sua scuderia di intellettuali e di poeti augustei e lui non si può tirare indietro, dicendo che è di un’altra parrocchia. Poi tocca lodare e ringraziare, non solo in pubblico ma per iscritto: l’obbligo della gratitudine non finisce mai.
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È a questo modo che, attorno ai quarant’anni, capita a Orazio una grossa grana: Augusto lo vuole come segretario privato. La difficoltà consiste, per il poeta, nel dire di no graziosamente, in modo che l’altro non si arrabbi. Ad accettare, non ci pensa assolutamente. Capisce che, se entra a palazzo, la sua libertà, già così precaria, sarà seriamente minacciata. E inoltre gli secca che il padrone voglia utilizzarlo per scrivere lettere agli amici, biglietti di ringraziamento, complimenti e non dispacci ufficiali, non quei messaggi che mettono in moto le cose. Gli piacerebbe, se mai, essere ammesso ai segreti di stato, per curiosità o per dire a se stesso: «sono arrivato anche a questo». E invece, da quel lato, nessuno lo prende sul serio.
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La restaurazione augustea aveva l’aria di essere davvero l’inizio di un nuovo saeculum: sarebbe durata a lungo. Orazio aveva ceduto a poco a poco, ma forse non vedeva lo scopo di resistere ancora. Lodare ciò che di buono aveva fatto il principe non ripugnava troppo al continuo compromesso che la vita con i grandi gli imponeva. E, del resto, a Roma non c’era un partito di opposizione.
Orazio insomma si rendeva benissimo conto di essere entrato a lavorare nell’organizzazione del consenso, ma gli era anche facile trattenersi nell’equivoco e considerare la sua etichetta di poeta di stato come una specie di premio letterario invece che come una resa al potere.
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Si sa che non aveva molta salute, che era malato di congiuntivite, che spesso si sentiva stanco, che si considerava già un uomo finito a trentacinque anni: il fatto che cedesse sempre meno alle sue rabbie, improvvise e convulse, era un cattivo sintomo. Un altro era il rattrappirsi, non del desiderio forse, ma delle follie per l’amore delle ragazze e dei ragazzi. Non aveva, pare, successo con le donne, perché era piccolo e grasso, ma avrà avuto anche lui le sue avventure di scapolo, finite bene perché probabilmente non mirava troppo in alto.
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L’energia a volte persino aggressiva, che lo ha sostenuto nei cari affanni della vita e dell’arte, lo va abbandonando. Sperimenta la noia, l’inquietudine senza scopo, ma non la disperazione. Chiede agli dei la salute e quel tanto che basti per vivere, perché alla pace dell’animo sa pensarci da solo: il suo commiato dalla vita attiva si colora di sdegnosa autarchia. Orazio non si ritira come il convitato che è sazio (Sat., I, 1): resta a tavola, assorto, deciso a nutrirsi di quel poco necessario che aveva insegnato ad apprezzare. Non si è mai illuso di poter raggiungere qualche cosa di assoluto, e ciò lo aiuta a dar valore ai piaceri poveri, alle pause di tranquillità, all’amicizia finale con se stesso.
(Renato Ghiotto)

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