martedì 26 novembre 2013
giovedì 21 novembre 2013
ELEGIA DI MARIENBAD di Wolfgang Goethe
E mentre l’uomo nel dolore è muto,
un Dio mi diede il bene di esprimere nel
canto le mie pene.
E che posso sperare dal rivederci,
dalla fioritura di questo giorno, non
ancora dischiusa?
Paradiso e inferno, ecco s’aprono a te:
quale tempesta s’agita nel cuore!
No, nessun dubbio più: Ella s’avanza
dalla celeste porta,
fra le sue braccia in alto ti trasporta.
Così tu fosti in Paradiso accolto,
come se fossi degno di quella vita
eternamente bella.
Speranza e brama e desiderio in petto si
placarono:
il fine era quivi d’ogni intimo
aspirare,
e nel soave incanto di lei, che sola è bella,
inaridiva la fonte d’ogni appassionato pianto.
Come il giorno moveva rapide l’ali e
come parea i minuti spingere a sé davanti!
Il bacio della sera, un fedele e amabile
suggello, era insieme e promessa del nuovo dì.
Le belle ore, nel dolce andare, l’una
all’altra parevano sorelle,
eppur nessuna all’altra in tutto eguale!
Ma il bacio crudelmente dolce, l’ultimo
bacio, ecco spezza tutta una catena di ben tessuti amori.
Nel passare la soglia s’affretta e
inciampa il piede,
come se un cherubino fiammeggiante via
di là lo cacciasse.
Lo smarrito sguardo fissa il sentiero
tenebroso,
poi si rivolge indietro di nuovo a riguardar
la porta amata,
e la vede serrata.
Ed or chiuso in se stesso è questo
cuore, come se giammai si fosse aperto
O come a lei dappresso, con le stelle
del cielo splendendo a gara, non avesse goduto ore beate.
E tristezza, e rammarico, e segreto
rimprovero, e pesante insister d’ogni cura,
gravan su lui nell’aria soffocante.
Ma non v’è dunque ancora tutto il resto
del mondo?
Coronate d’ombre sacre non s’ergono là
pareti di rupi?
Non maturano le messi?
E lungo il fiume non si distende ancora
ricco di boschi e prati un verde piano?
O non s’incurva il cielo, grandezza
ultraterrena, ora ingombra di forme, ora serena?
Come leggera, e chiara, e di squisita
fattura là sovrasta,
simile a un serafino, fuor dal coro più
cupo delle nuvole sorelle,
una svelta figura di vapor luminoso,
nell’azzurro alto del cielo, a lei in tutto somigliante;
così tu la vedesti dominare nella
gioconda danza, la più cara forma, tra le più care.
Eppur solo un istante un’aerea figura tu
oseresti per lei scambiare.
Indietro rivolgiti a guardare, dentro il
tuo cuore,
e l’imagine sua là troverai ben più
bella e più chiara,
là nei suoi mille aspetti, trasmutevole
e una,
di mille foggie e pure in ciascheduna a
te sempre più cara.
E quale per accogliermi là presso alla
porta indugiava,
e poi di grado in grado mi rendeva
felice;
e quale ancora dopo l’ultimo bacio ella
soleva raggiungermi,
e un bacio, l’ultimo dopo l’ultimo,
sulle labbra stamparmi:
così chiara e palpitante nel fedele
cuore l’imagin dell’amata a lettere di fuoco sta segnata.
Nel mio fedele cuore,
che saldo come un muro merlato a lei si
custodisce, e lei in se stesso preserva;
che per lei si rallegra della propria
costanza, e si conosce solo in quanto ella stessa si palesa;
che libero si sente in sì grate catene.
E solo ancora palpita,
per render grazie a lei di tanto bene.
Ogni forza d’amore, ogni bisogno di
ricambio d’amore,
era da tempo spento, dileguato.
Ed ecco, d’improvviso, rifiorire il
piacer della speranza per gli allegri progetti,
per il pronto decidere ed agire.
Se Amore ispirò mai un uomo innamorato,
nel modo più gradevole e giocondo a me
questo fu dato.
E per suo dono!
Già pesava un’intima angoscia, quasi
carico molesto, sopra spirito e corpo.
Circondato era intorno lo sguardo da
forme di terrore, nell’ansio vuoto del deserto cuore.
Or da una nota soglia albeggia la
speranza,
ed ella stessa, nel benigno e chiaro
lume del sole, avanza.
Alla pace di Dio che noi mortali, — come
si legge — più che la ragione, quaggiù rende beati,
io paragono la serena pace dell’amore,
in presenza della creatura fra tutte diletta.
Quivi riposa il cuore,
e il sentimento più dolce e più
profondo,
quello d’appartenerle,
nessuna cosa può turbare al mondo.
Grava nella purezza del nostro petto il
desiderio occulto
di darci a qualche cosa di più alto, più
puro e ignorato,
con un atto di grato e libero volere,
a noi chiarendo l’eterno inesprimibile
mistero.
E questo noi chiamiamo essere santi.
Di sì felice altezza son partecipe io
pure a lei davanti.
Al raggio del suo sguardo,
come alla calda forza del sole,
al suo respiro,
come all’alito della primavera,
l’orgoglio così a lungo perdurato,
rigido come ghiaccio nel profondo delle invernali grotte, si discioglie.
E fuggono tremando al suo venire con
l’egoismo le ostinate voglie.
E par ch’ella mi dica :
“D’ora in ora è a noi la vita dolcemente
offerta.
Poca scienza lascia il dì passato;
conoscere il domani ci è negato;
e se talvolta davanti alla sera il cuore
di paura mi tremò,
pure il sole calando per me una gioia
ancora illuminò.
Fa’ dunque come io faccio,
e, lietamente saggio, osa guardare il
momento negli occhi.
Non indugiare!
Tosto vagli incontro sereno e animoso,
operando per la gioia e per l’amore.
Ma dove sei, sii tutto, con candore!
Cosí tutto sarai, ed insieme invincibile
sarai”.
“Tu dici bene” io penso.
“A te il cielo concesse il favor del
momento,
e ognuno, al fianco tuo, per un momento
si sente il favorito del destino.
Per me pavento il cenno che dal tuo
fianco mi dovrà strappare;
apprender dunque tanto alta saggezza che
mi può giovare?”
Ora io sono lontano, e che s’addice al
momento presente? Io non lo so.
Ei la bellezza e molti beni ancorami
porge;
e ciò soltanto mi pesa, e son costretto
a fuggirmene tosto.
Una brama indomabile mi caccia di luogo
in luogo,
e non mi resta intanto altro consiglio
che infinito pianto.
Sgorgate dunque, lagrime, scorrete senza
ritegno!
Già voi non potreste smorzar l’interno
ardore.
Esso delira e s’agita furente nel petto
mio, là dove morte e vita combattono tra lor ferocemente.
Ben v’hanno erbe a calmare la sofferenza
delle nostre membra:
ma se risolutezza e volere allo spirito
vien meno,
qual rimedio si può dunque apprestare?
Qual rimedio al pensiero? O ch’ei
potrebbe dimenticarla?
Mille volte invero egli l’amata imagine
ridesta
ch’ora indugia tremante, ora è travolta
lontano
Ora confusa, ora splendente di purissima
luce.
E qual conforto potrebbe ancorché
piccolo recare questo flusso e riflusso,
questo andare e venir perpetuamente?
Lasciatemi qui dunque, miei fedeli
compagni!
Qui, presso la rupe, solo, lasciatemi,
tra il musco e la palude.
Andate!
A voi dischiuso è il mondo, e vasta la
terra, e in alto il cielo ampio e divino.
Contemplate, indagate, radunate ad uno
ad uno i fatti.
Ed il mistero della natura poi
ribalbettate.
Per me tutto è perduto!
Son perduto a me stesso io che già fui
prediletto ai Celesti.
Essi m’han messo a prova.
M’hanno offerto Pandora
ricca di doni e ancora più ricca di
pericoli.
M’han premuto alla bocca apportatrice
d’ogni bene al mondo.
Ora da lei mi strappano,
e mi gettano a fondo.
martedì 12 novembre 2013
Lirica greca
ἧμεῖς
δ' οἷά τε φύλλα φύει πολυάνθιμος ὥρη
ἔαρος,
ὅτ' αἶψ' αὐγῇσ' αὔξεται ἠελίου
(dal fr. 2 DIEHL di Mimnermo)
È una similitudine in lingua ionica riportata nell’Antologia di Stobeo IV 34, già topica
negli aedi omerici, usata in Iliade,
Z 146-149 da parte di Glauco di Licia nel rispondere a Diomede che gli aveva
domandato chi fosse. Ripresa da Apollo in Φ 462-466. Cfr. anche fr. 5 DIEHL,
della Ναννώ, tramandato sempre da Stobeo in Florilegio IV 50; Ateneo XI 470 a.b. per un altro frammento
della Ναννώ (= fr. 10
DIEHL); della Smirneide (= fr. 13 DIEHL) conservato da Stobeo nel Florilegio, III 7, 1 al capitolo περὶ ἀνδρείας, brano la cui interpretazione non è univoca. Non
c'è numero di rivista classica che non se n’esca con nuove interpretazioni dei
frammenti lirici. Ma lirica c'è già in Omero, almeno come ipotesi eroica, la
letteratura greca ne è piena fino alla corte di Bisanzio e a Paolo Silenziario.
Per non parlare di Proclo (= 4, ed. VOGT), dove c'è un'interpretazione
neoplatonica del Pater noster.
sabato 9 novembre 2013
Corrado Ocone, LIBERALISMO SENZA TEORIA (per l'EstroVerso, 5/11/2013)
Gli spiriti liberi non possono che rallegrarsi di fronte alla molteplicità di spunti di ricerca offerti in questo saggio di Corrado Ocone dal titolo Liberalismo senza teoria (Rubbettino, 2013), dove già nella premessa si parla di «dubbio, spirito critico, anticonformismo, antidogmatismo, pluralismo, antiperfezionismo, antipaternalismo» contro la vulgata trionfante. Il nuovo paradigma “non teorico” qui proposto è la discussione del liberalismo e della scienza politica «sul terreno della filosofia».
Giurie così non sono mai esistite
La parola ai giurati (Twelve Angry Men) fu nel 1957 l'esordio
alla regia di Sidney Lumet. È un film intelligente per l’analisi dei
comportamenti dell’americano medio, per l’indagine sul rapporto tra
antropologia e giustizia. La differenza tra colpa e innocenza, menzogna e
verità è labilissima. Il ritmo della narrazione che va dall’uno contro tutti
all'unanimità - dodici su dodici voti di non colpevolezza, in finale - è
incalzante. Giurie così non sono mai esistite. Ma sul piano etico, la
prospettiva del ribaltamento di una verità scontata ma percepita falsa da una
minoranza - anzi, da uno solo - è sempre più inesorabile, anche se
paradossalmente è proprio Henry Fonda, nel suo solito ruolo edificante con
cenni di puritanesimo tipicamente americano, quello che convince di meno.
venerdì 25 ottobre 2013
Manios med fhefhaked Numasioi
Sono più favorevole alla Franchi De Bellis che non
alla Guarducci riguardo all’autenticità della fibula Praenestina, il più antico documento di lingua latina. Certo
fu eclatante Margherita Guarducci quando nel 1980, con la chiamata in causa del
Mommsen, sembrò attribuire inconfutabilmente la famosa spilla a Helbig e Martinetti
che nel 1886 avrebbero elaborato la falsificazione testuale del perfectum col raddoppiamento (fhefhaked),
in linea con l’intuizione linguistica di Theodor Mommsen , secondo l’alfabeto già
in uso nel VII sec. a.C. Ma questo che cosa dimostra? Il perfectum ha il raddoppiamento in alcuni temi anche nel latino
augusteo, per es. ce-cin-ī, pe-pul-ī, pe-per-ī, o nei più antichi memordī, peposcī, cecurrī etc. Annalisa Franchi De Bellis porta a favore
dell’antitesi la presenza del raddoppiamento in epigrafi italiche di scoperta
successiva alla tesi della Guarducci e al presunto falso di Wolfgang Helbig.
giovedì 5 settembre 2013
Dicotomia destra/sinistra
Quanto accade sul piano laico non è simmetricamente applicabile alle questioni teologiche interne (o anche esterne) alla storia della chiesa. La teologia della liberazione è stata una fase importante di quella ricerca, molto tra le righe avallata anche dalla stessa Populorum progressio. Che sia finita la teologia della liberazione dunque, come annuncia Stefano Filippi recensendo il libro del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez sul Giornale di oggi, a me non piace. Non c'è da esultarne. Certo il cristianesimo fin dalle sue origini non si è mai posto come forza sociale in grado di cambiare il mondo, - fu l'aspettativa delusa di Giuda, come si sa, secondo quanto si evince dal racconto dei Vangeli - ma se vogliamo andare oltre la oggettivamente superata dicotomia destra/sinistra, e attaccare i luoghi comuni del politically correct e gli automatismi acritici e conformistici delle opinioni correnti e il radicalchicchismo tanto di sinistra quanto di destra (è chiaro che i due aspetti sopravvivono nella mentalità degli italiani, sia pure in modo confuso), nemmeno dobbiamo essere "ideologici" a nostra volta, a cominciare da Bergoglio al quale, non è un caso, porta alla fine l'articolo di Filippi.
Femminicidio
"Femminicidio"
è una parola orrenda, ma la cronaca giornalistica ne sta ormai abusando. Il
problema è ancora una volta culturale prima che giuridico, in quanto i ruoli
sessuali non esistono, e invece vengono riproposte stereotipie meccaniche e repressive,
probabilmente avallate da entrambe le parti in causa. I motivi possono essere
svariati: paura, pigrizia mentale, identità sessuali problematiche, semplice
moralismo di facciata o, peggio, autorepressione e dunque bisogno di esercitare
la forza sul più "debole", come attraverso uno specchio deformato. Ma
i ruoli sessuali sono delle convenzioni culturali arbitrarie e perciò
dissacrabili e rovesciabili reciprocamente, anche nello stesso sistema di
riferimento. Ancorarsi a un'idea pregiudiziale fissa in tal senso è indice di
mentalità primitiva, la possibilità di un ribaltamento del genere è insita nel
linguaggio, di questo è necessario avere consapevolezza, non obbligatoriamente
giocare col ruolo al di fuori del linguaggio. Ecco in che senso il termine
"femminicidio" è entrato nell'uso a indicare l'inaudito degrado delle
relazioni tra i due sessi fino alla violenza estrema.
(1 settembre 2013)
giovedì 18 luglio 2013
Ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος
Ὦ
παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος
πάντων
ὅσ' ἐστὶ καὶ τίθησ' ὅκηι θέλει.
νóος
δ' οὐκ ἐπ' ἀνθρώποισιν· ἀλλ'
ἐπήμεροι
ἃ
δὴ βοτὰ ζώομεν
οὐδὲν
εἰδότες
ὅκως
ἕκαστον ἐκτελευτήσει θεός.
ἐλπὶς
δὲ πάντας κἀπιπειθείη τρέφει
ἄπρηκτον
ὁρμαίνοντας. οἳ μὲν ἡμέρην
μένουσιν
ἐλθεῖν, οἳ δ' ἐτέων περιτροπάς.
νέωτα
δ' οὐδεὶς ὅστις οὐ δοκεῖ βροτῶν
πλούτωι
τε κἀγαθοῖσιν ἵξεσθαι φίλος.
φθάνει
δὲ τὸν μὲν γῆρας ἄζηλον λαβὸν,
πρὶν
τέρμ' ἵκηται· τοὺς
δὲ δύστηνοι νóσοι
φθείρουσι †θνητῶν· τοὺς δ' Ἄρει δεδμημένους
πέμπει
μελαίνης Ἀίδης ὑπὸ χθονός,
οἳ
δ' ἐν θαλάσσηι λαίλαπι κλονεύμενοι
καὶ
κύμασιν πολλοῖσι πορφυρῆς ἁλὸς
θνήσκουσιν,
εὖτ' ἂν †μὴ δυνήσωνται ζόειν.
οἳ δ' ἀγχόνην ἅψαντο δυστήνωι μόρωι
καὐτάγρετοι λείπουσιν ἡλίου φάος.
οὕτω κακῶν ἄπ' οὐδέν, ἀλλὰ μυρίαι
βροτοῖσι κῆρες κἀνεπίφραστοι δύαι
καὶ πήματ' ἐστίν. εἰ δ' ἐμοὶ πιθοίατο,
οὐκ ἂν κακῶν ἐρῶιμεν οὐδ' ἐπ' ἄλγεσι
κακοῖv
ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα.
[testo
greco sicuro, salvo qualche aporia, del giambo di Simonide Amorgino riportato nei
manoscritti di Stobeo e quale è recepito nelle edizioni moderne da Diehl 1923,
West 1972, 1980, fino alla più recente Pellizer 1990. All’ecloga 15, introdotta
dal lemma Σιμωνίδου c’è il giambo di 24
trimetri che comincia: ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος e
finisce con: κακοῖv ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα corrispondente
al canto XL di G.L.]
***
Simonide
(Stobeo)
Ogni
mondano evento
È
di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che
giusta suo talento
Ogni
cosa dispone.
Ma
di lunga stagione
Nostro
cieco pensier s’affanna e cúra,
Benchè
l’umana etate,
Come
destina il Ciel nostra ventura,
Di
giorno in giorno dúra.
La
bella speme tutti ci nutrica
Di
sembianze beate
Onde
ciascuno indarno s’affatica;
E
quale il mese e quale il dì che amica
Gli
fia la sorte aspetta;
E
nullo in terra vive
Cui
ne l’anno avvenir facili e pii
Con
Pluto gli altri iddii
La
mente non prometta.
Ecco
pria che la speme in porto arrive
Qual
da vecchiezza è giunto
E
tal da’ morbi al nero Lete addutto:
Questo
il rigido Marte e quello il flutto
Del
pelago rapisce: altri consunto
Da
l’egre cure, o tristo nodo al collo
Circondando,
sotterra si rifugge.
Così
di mille mali
I
miseri mortali
Volgo
fiero e diverso agita e strugge.
Ma
se dal vano errore
Mai
si recasse a men distorta via,
Patir
non sosterria,
Nè
fra tanto dolore
L’uomo
al suo proprio mal porrebbe amore.
[Carte Leopardiane,
Biblioteca Nazionale di Napoli (X 1. 2a)]
***
DAL
GRECO DI SIMONIDE
Ogni
mondano evento
È
di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che
giusta suo talento
Ogni
cosa dispone.
Ma
di lunga stagione
Nostro
cieco pensier s’affanna e cura,
Benchè
l’umana etate,
Come
destina il Ciel nostra ventura,
Di
giorno in giorno dura.
La
bella speme tutti ci nutrica
Di
sembianze beate,
Onde
ciascuno indarno s’affatica;
Altri
l’aurora amica,
Altri
l’etade aspetta;
E
nullo in terra vive
Cui
nell'anno avvenir facili e pii
Con
Pluto gli altri iddii
La
mente non prometta.
Ecco
pria che la speme in porto arrive,
Qual
da vecchiezza è giunto
E
qual da morbi al nero Lete addutto;
Questo
il rigido Marte, e quello il flutto
Del
pelago rapisce; altri consunto
Dall’egre
cure, o tristo nodo al collo
Circondando,
sotterra si rifugge.
Così
di mille mali
I
miseri mortali
Volgo
fiero e diverso agita e strugge.
Ma
per sentenza mia,
Uom
saggio e sciolto dal comune errore
Patir
non sosterria,
Nè
porrebbe al dolore
Ed
al mal proprio suo cotanto amore.
[G.L.,
autografo 1827 per l’edizione Starita, Leopardi apporterà su questa edizione le
correzioni “ciel” al posto di “Ciel” al v. 8, “bruno Lete” al posto di “nero
Lete” al v. 21, “da negre cure” al posto di “dall’egre cure” al v. 24]
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