giovedì 21 novembre 2013

ELEGIA DI MARIENBAD di Wolfgang Goethe





E mentre l’uomo nel dolore è muto,
un Dio mi diede il bene di esprimere nel canto le mie pene.

E che posso sperare dal rivederci,
dalla fioritura di questo giorno, non ancora dischiusa?
Paradiso e inferno, ecco s’aprono a te:
quale tempesta s’agita nel cuore!
No, nessun dubbio più: Ella s’avanza dalla celeste porta,
fra le sue braccia in alto ti trasporta.

Così tu fosti in Paradiso accolto,
come se fossi degno di quella vita eternamente bella.
Speranza e brama e desiderio in petto si placarono:
il fine era quivi d’ogni intimo aspirare,
e nel soave incanto di lei, che sola è bella, inaridiva la fonte d’ogni appassionato pianto.

Come il giorno moveva rapide l’ali e come parea i minuti spingere a sé davanti!
Il bacio della sera, un fedele e amabile suggello, era insieme e promessa del nuovo dì.
Le belle ore, nel dolce andare, l’una all’altra parevano sorelle,
eppur nessuna all’altra in tutto eguale!

Ma il bacio crudelmente dolce, l’ultimo bacio, ecco spezza tutta una catena di ben tessuti amori.
Nel passare la soglia s’affretta e inciampa il piede,
come se un cherubino fiammeggiante via di là lo cacciasse.
Lo smarrito sguardo fissa il sentiero tenebroso,
poi si rivolge indietro di nuovo a riguardar la porta amata,
e la vede serrata.

Ed or chiuso in se stesso è questo cuore, come se giammai si fosse aperto
O come a lei dappresso, con le stelle del cielo splendendo a gara, non avesse goduto ore beate.
E tristezza, e rammarico, e segreto rimprovero, e pesante insister d’ogni cura,
gravan su lui nell’aria soffocante.

Ma non v’è dunque ancora tutto il resto del mondo?
Coronate d’ombre sacre non s’ergono là pareti di rupi?
Non maturano le messi?
E lungo il fiume non si distende ancora ricco di boschi e prati un verde piano?
O non s’incurva il cielo, grandezza ultraterrena, ora ingombra di forme, ora serena?

Come leggera, e chiara, e di squisita fattura là sovrasta,
simile a un serafino, fuor dal coro più cupo delle nuvole sorelle,
una svelta figura di vapor luminoso, nell’azzurro alto del cielo, a lei in tutto somigliante;
così tu la vedesti dominare nella gioconda danza, la più cara forma, tra le più care.

Eppur solo un istante un’aerea figura tu oseresti per lei scambiare.
Indietro rivolgiti a guardare, dentro il tuo cuore,
e l’imagine sua là troverai ben più bella e più chiara,
là nei suoi mille aspetti, trasmutevole e una,
di mille foggie e pure in ciascheduna a te sempre più cara.

E quale per accogliermi là presso alla porta indugiava,
e poi di grado in grado mi rendeva felice;
e quale ancora dopo l’ultimo bacio ella soleva raggiungermi,
e un bacio, l’ultimo dopo l’ultimo, sulle labbra stamparmi:
così chiara e palpitante nel fedele cuore l’imagin dell’amata a lettere di fuoco sta segnata.

Nel mio fedele cuore,
che saldo come un muro merlato a lei si custodisce, e lei in se stesso preserva;
che per lei si rallegra della propria costanza, e si conosce solo in quanto ella stessa si palesa;
che libero si sente in sì grate catene.
E solo ancora palpita,
per render grazie a lei di tanto bene.

Ogni forza d’amore, ogni bisogno di ricambio d’amore,
era da tempo spento, dileguato.
Ed ecco, d’improvviso, rifiorire il piacer della speranza per gli allegri progetti,
per il pronto decidere ed agire.
Se Amore ispirò mai un uomo innamorato,
nel modo più gradevole e giocondo a me questo fu dato.
E per suo dono!

Già pesava un’intima angoscia, quasi carico molesto, sopra spirito e corpo.
Circondato era intorno lo sguardo da forme di terrore, nell’ansio vuoto del deserto cuore.
Or da una nota soglia albeggia la speranza,
ed ella stessa, nel benigno e chiaro lume del sole, avanza.

Alla pace di Dio che noi mortali, — come si legge — più che la ragione, quaggiù rende beati,
io paragono la serena pace dell’amore, in presenza della creatura fra tutte diletta.
Quivi riposa il cuore,
e il sentimento più dolce e più profondo,
quello d’appartenerle,
nessuna cosa può turbare al mondo.

Grava nella purezza del nostro petto il desiderio occulto
di darci a qualche cosa di più alto, più puro e ignorato,
con un atto di grato e libero volere,
a noi chiarendo l’eterno inesprimibile mistero.
E questo noi chiamiamo essere santi.
Di sì felice altezza son partecipe io pure a lei davanti.

Al raggio del suo sguardo,
come alla calda forza del sole,
al suo respiro,
come all’alito della primavera,
l’orgoglio così a lungo perdurato, rigido come ghiaccio nel profondo delle invernali grotte, si discioglie.
E fuggono tremando al suo venire con l’egoismo le ostinate voglie.

E par ch’ella mi dica :
“D’ora in ora è a noi la vita dolcemente offerta.
Poca scienza lascia il dì passato;
conoscere il domani ci è negato;
e se talvolta davanti alla sera il cuore di paura mi tremò,
pure il sole calando per me una gioia ancora illuminò.

Fa’ dunque come io faccio,
e, lietamente saggio, osa guardare il momento negli occhi.
Non indugiare!
Tosto vagli incontro sereno e animoso,
operando per la gioia e per l’amore.
Ma dove sei, sii tutto, con candore!
Cosí tutto sarai, ed insieme invincibile sarai”.

“Tu dici bene” io penso.
“A te il cielo concesse il favor del momento,
e ognuno, al fianco tuo, per un momento si sente il favorito del destino.
Per me pavento il cenno che dal tuo fianco mi dovrà strappare;
apprender dunque tanto alta saggezza che mi può giovare?”

Ora io sono lontano, e che s’addice al momento presente? Io non lo so.
Ei la bellezza e molti beni ancorami porge;
e ciò soltanto mi pesa, e son costretto a fuggirmene tosto.
Una brama indomabile mi caccia di luogo in luogo,
e non mi resta intanto altro consiglio che infinito pianto.

Sgorgate dunque, lagrime, scorrete senza ritegno!
Già voi non potreste smorzar l’interno ardore.
Esso delira e s’agita furente nel petto mio, là dove morte e vita combattono tra lor ferocemente.
Ben v’hanno erbe a calmare la sofferenza delle nostre membra:
ma se risolutezza e volere allo spirito vien meno,
qual rimedio si può dunque apprestare?

Qual rimedio al pensiero? O ch’ei potrebbe dimenticarla?
Mille volte invero egli l’amata imagine ridesta
ch’ora indugia tremante, ora è travolta lontano
Ora confusa, ora splendente di purissima luce.
E qual conforto potrebbe ancorché piccolo recare questo flusso e riflusso,
questo andare e venir perpetuamente?

Lasciatemi qui dunque, miei fedeli compagni!
Qui, presso la rupe, solo, lasciatemi, tra il musco e la palude.
Andate!
A voi dischiuso è il mondo, e vasta la terra, e in alto il cielo ampio e divino.
Contemplate, indagate, radunate ad uno ad uno i fatti.
Ed il mistero della natura poi ribalbettate.

Per me tutto è perduto!
Son perduto a me stesso io che già fui prediletto ai Celesti.
Essi m’han messo a prova.
M’hanno offerto Pandora
ricca di doni e ancora più ricca di pericoli.

M’han premuto alla bocca apportatrice d’ogni bene al mondo.
Ora da lei mi strappano,
e mi gettano a fondo.



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