Quanto accade sul piano laico non è simmetricamente applicabile alle questioni teologiche interne (o anche esterne) alla storia della chiesa. La teologia della liberazione è stata una fase importante di quella ricerca, molto tra le righe avallata anche dalla stessa Populorum progressio. Che sia finita la teologia della liberazione dunque, come annuncia Stefano Filippi recensendo il libro del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez sul Giornale di oggi, a me non piace. Non c'è da esultarne. Certo il cristianesimo fin dalle sue origini non si è mai posto come forza sociale in grado di cambiare il mondo, - fu l'aspettativa delusa di Giuda, come si sa, secondo quanto si evince dal racconto dei Vangeli - ma se vogliamo andare oltre la oggettivamente superata dicotomia destra/sinistra, e attaccare i luoghi comuni del politically correct e gli automatismi acritici e conformistici delle opinioni correnti e il radicalchicchismo tanto di sinistra quanto di destra (è chiaro che i due aspetti sopravvivono nella mentalità degli italiani, sia pure in modo confuso), nemmeno dobbiamo essere "ideologici" a nostra volta, a cominciare da Bergoglio al quale, non è un caso, porta alla fine l'articolo di Filippi.
giovedì 5 settembre 2013
Dicotomia destra/sinistra
Quanto accade sul piano laico non è simmetricamente applicabile alle questioni teologiche interne (o anche esterne) alla storia della chiesa. La teologia della liberazione è stata una fase importante di quella ricerca, molto tra le righe avallata anche dalla stessa Populorum progressio. Che sia finita la teologia della liberazione dunque, come annuncia Stefano Filippi recensendo il libro del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez sul Giornale di oggi, a me non piace. Non c'è da esultarne. Certo il cristianesimo fin dalle sue origini non si è mai posto come forza sociale in grado di cambiare il mondo, - fu l'aspettativa delusa di Giuda, come si sa, secondo quanto si evince dal racconto dei Vangeli - ma se vogliamo andare oltre la oggettivamente superata dicotomia destra/sinistra, e attaccare i luoghi comuni del politically correct e gli automatismi acritici e conformistici delle opinioni correnti e il radicalchicchismo tanto di sinistra quanto di destra (è chiaro che i due aspetti sopravvivono nella mentalità degli italiani, sia pure in modo confuso), nemmeno dobbiamo essere "ideologici" a nostra volta, a cominciare da Bergoglio al quale, non è un caso, porta alla fine l'articolo di Filippi.
Femminicidio
"Femminicidio"
è una parola orrenda, ma la cronaca giornalistica ne sta ormai abusando. Il
problema è ancora una volta culturale prima che giuridico, in quanto i ruoli
sessuali non esistono, e invece vengono riproposte stereotipie meccaniche e repressive,
probabilmente avallate da entrambe le parti in causa. I motivi possono essere
svariati: paura, pigrizia mentale, identità sessuali problematiche, semplice
moralismo di facciata o, peggio, autorepressione e dunque bisogno di esercitare
la forza sul più "debole", come attraverso uno specchio deformato. Ma
i ruoli sessuali sono delle convenzioni culturali arbitrarie e perciò
dissacrabili e rovesciabili reciprocamente, anche nello stesso sistema di
riferimento. Ancorarsi a un'idea pregiudiziale fissa in tal senso è indice di
mentalità primitiva, la possibilità di un ribaltamento del genere è insita nel
linguaggio, di questo è necessario avere consapevolezza, non obbligatoriamente
giocare col ruolo al di fuori del linguaggio. Ecco in che senso il termine
"femminicidio" è entrato nell'uso a indicare l'inaudito degrado delle
relazioni tra i due sessi fino alla violenza estrema.
(1 settembre 2013)
giovedì 18 luglio 2013
Ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος
Ὦ
παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος
πάντων
ὅσ' ἐστὶ καὶ τίθησ' ὅκηι θέλει.
νóος
δ' οὐκ ἐπ' ἀνθρώποισιν· ἀλλ'
ἐπήμεροι
ἃ
δὴ βοτὰ ζώομεν
οὐδὲν
εἰδότες
ὅκως
ἕκαστον ἐκτελευτήσει θεός.
ἐλπὶς
δὲ πάντας κἀπιπειθείη τρέφει
ἄπρηκτον
ὁρμαίνοντας. οἳ μὲν ἡμέρην
μένουσιν
ἐλθεῖν, οἳ δ' ἐτέων περιτροπάς.
νέωτα
δ' οὐδεὶς ὅστις οὐ δοκεῖ βροτῶν
πλούτωι
τε κἀγαθοῖσιν ἵξεσθαι φίλος.
φθάνει
δὲ τὸν μὲν γῆρας ἄζηλον λαβὸν,
πρὶν
τέρμ' ἵκηται· τοὺς
δὲ δύστηνοι νóσοι
φθείρουσι †θνητῶν· τοὺς δ' Ἄρει δεδμημένους
πέμπει
μελαίνης Ἀίδης ὑπὸ χθονός,
οἳ
δ' ἐν θαλάσσηι λαίλαπι κλονεύμενοι
καὶ
κύμασιν πολλοῖσι πορφυρῆς ἁλὸς
θνήσκουσιν,
εὖτ' ἂν †μὴ δυνήσωνται ζόειν.
οἳ δ' ἀγχόνην ἅψαντο δυστήνωι μόρωι
καὐτάγρετοι λείπουσιν ἡλίου φάος.
οὕτω κακῶν ἄπ' οὐδέν, ἀλλὰ μυρίαι
βροτοῖσι κῆρες κἀνεπίφραστοι δύαι
καὶ πήματ' ἐστίν. εἰ δ' ἐμοὶ πιθοίατο,
οὐκ ἂν κακῶν ἐρῶιμεν οὐδ' ἐπ' ἄλγεσι
κακοῖv
ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα.
[testo
greco sicuro, salvo qualche aporia, del giambo di Simonide Amorgino riportato nei
manoscritti di Stobeo e quale è recepito nelle edizioni moderne da Diehl 1923,
West 1972, 1980, fino alla più recente Pellizer 1990. All’ecloga 15, introdotta
dal lemma Σιμωνίδου c’è il giambo di 24
trimetri che comincia: ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος e
finisce con: κακοῖv ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα corrispondente
al canto XL di G.L.]
***
Simonide
(Stobeo)
Ogni
mondano evento
È
di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che
giusta suo talento
Ogni
cosa dispone.
Ma
di lunga stagione
Nostro
cieco pensier s’affanna e cúra,
Benchè
l’umana etate,
Come
destina il Ciel nostra ventura,
Di
giorno in giorno dúra.
La
bella speme tutti ci nutrica
Di
sembianze beate
Onde
ciascuno indarno s’affatica;
E
quale il mese e quale il dì che amica
Gli
fia la sorte aspetta;
E
nullo in terra vive
Cui
ne l’anno avvenir facili e pii
Con
Pluto gli altri iddii
La
mente non prometta.
Ecco
pria che la speme in porto arrive
Qual
da vecchiezza è giunto
E
tal da’ morbi al nero Lete addutto:
Questo
il rigido Marte e quello il flutto
Del
pelago rapisce: altri consunto
Da
l’egre cure, o tristo nodo al collo
Circondando,
sotterra si rifugge.
Così
di mille mali
I
miseri mortali
Volgo
fiero e diverso agita e strugge.
Ma
se dal vano errore
Mai
si recasse a men distorta via,
Patir
non sosterria,
Nè
fra tanto dolore
L’uomo
al suo proprio mal porrebbe amore.
[Carte Leopardiane,
Biblioteca Nazionale di Napoli (X 1. 2a)]
***
DAL
GRECO DI SIMONIDE
Ogni
mondano evento
È
di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che
giusta suo talento
Ogni
cosa dispone.
Ma
di lunga stagione
Nostro
cieco pensier s’affanna e cura,
Benchè
l’umana etate,
Come
destina il Ciel nostra ventura,
Di
giorno in giorno dura.
La
bella speme tutti ci nutrica
Di
sembianze beate,
Onde
ciascuno indarno s’affatica;
Altri
l’aurora amica,
Altri
l’etade aspetta;
E
nullo in terra vive
Cui
nell'anno avvenir facili e pii
Con
Pluto gli altri iddii
La
mente non prometta.
Ecco
pria che la speme in porto arrive,
Qual
da vecchiezza è giunto
E
qual da morbi al nero Lete addutto;
Questo
il rigido Marte, e quello il flutto
Del
pelago rapisce; altri consunto
Dall’egre
cure, o tristo nodo al collo
Circondando,
sotterra si rifugge.
Così
di mille mali
I
miseri mortali
Volgo
fiero e diverso agita e strugge.
Ma
per sentenza mia,
Uom
saggio e sciolto dal comune errore
Patir
non sosterria,
Nè
porrebbe al dolore
Ed
al mal proprio suo cotanto amore.
[G.L.,
autografo 1827 per l’edizione Starita, Leopardi apporterà su questa edizione le
correzioni “ciel” al posto di “Ciel” al v. 8, “bruno Lete” al posto di “nero
Lete” al v. 21, “da negre cure” al posto di “dall’egre cure” al v. 24]
sabato 13 luglio 2013
Bisogna vivere εỉκῇ témere, au hasard, alla ventura
Così Marcello Gigante, riferendosi al passo: «Bisogna vivere εỉκῇ témere, au hasard, alla ventura», contenuto in Zib., 2529 (30 giu. 1822), ha asserito: «Non credo al Lonardi che
pur avendo bene scritto: “Leopardi ha sentito più di quel che si usi notare
l’attrazione e il rimpianto di una vita libera dalla finalizzazione, paga del
presente e di una speranza abbandonata e vitale” fa risalire l’accezione di εỉκῇ all’omerico αὔτως “così come
si sia εỉκῇ”: tale
presunta ascendenza omerica è errata (Cf. A
Greek-English Lexicon, compiled by H.G. Liddel and R. Scott, revised and
augmented throughout by sir H. Stuart Jones, with a revised supplement, Oxford
1996, s.v. αὔτως: i grammatici distinsero αὔτως ‘similmente’ da αὔτως
‘invano’). Né può valere la presunta autorità dello stesso Leopardi il quale
nello Zib., 4224 chiosa αὔτως di Arato (Fenomeni, 107): “’così’, come si sia, εỉκῇ”. Ma in Zib., 2529 Leopardi ha scritto “bisogna
vivere εỉκῇ”, non αὔτως. Egli,
credo, aveva letto il v. 979 dell’Edipo
Re di Sofocle:
εỉκῇ κράτιστον ζῆν, ὅπως δύναιτό τις»
(cfr. Marcello
Gigante, Leopardi e l’antico, Napoli
2002, p. 53).
sabato 1 giugno 2013
Poesia e non poesia. Per una rilettura dell’estetica crociana
Escludendo
che sia una forma fisica, per Benedetto Croce l’arte è, desanctisianamente,
pura forma. Tanto il mondo fisico è irreale quanto l’arte è reale. L’estetica
fu il nucleo originario da cui si sviluppò a più riprese, con ampliamenti,
chiarimenti, nuove distinzioni e riaperture il pensiero successivo, a
cominciare proprio dall’Estetica come
scienza dell’espressione e linguistica generale (1902). Vent’anni dopo,
nell’avvertenza a Poesia e non poesia,
Croce ostentava indifferenza nei confronti di coloro che lo accusavano, o
avrebbero accusato di lì a poco, di fare critica della critica anziché critica
della poesia. Con le reiterazioni verbali che caratterizzano i passaggi
dialettici della sua scrittura, concludeva accettando la provocazione e
rilanciandola, ribadendo che «gl’inintelligenti non sanno che la critica della
poesia non può non formare tutt’uno con la critica della critica della poesia».
A dispetto delle estetiche edonistiche e
concettualistiche, per lui l’arte è intuizione lirica e non è legata a scopi
utilitaristici in quanto «i nostri interessi pratici, coi correlativi piaceri e
dolori, si mescolano, si confondono talvolta, lo perturbano, ma non si fondono
mai col nostro interesse estetico» (Breviario
di estetica. Quattro lezioni, Laterza, Bari 1958, p. 15). La critica della
critica viene ritenuta in tutto e soltanto negativa, Croce è stato visto, talvolta
in un’ottica conformistica o secondo la nietzscheana morale del gregge, come un
ripetitore di Hegel e primo responsabile della scissione tra filosofia e
scienza - concetto e pseudoconcetto – a discapito dell’unità del sapere. Si sa
che il bello è difficile, e qui non si vuole certo negare legittimità ad altri
metodi di ricerca, a cominciare dalla praxis
dei sistemi, o antisistemi, di comprensione (della storia) quale propedeutica
all’azione, dove però cessa ogni atto di pensiero o quantomeno la praxis costringe alla rettificazione
della teoria. La salvaguardia del carattere formale dell’arte sottrae il bello
alle filologie e mitografie pratiche e funzionali, per non parlare della
subordinazione dell’artista al committente e addirittura dell’impossibilità
metafisica che è l’estetica industriale. L’artista sa che il bello non fa la
rivoluzione ma la rivolta è insita nella trasformazione che impone col suo
stile al reale: «La civiltà ormai necessaria non potrà scindere, sia nelle
classi che nell’individuo, lavoratore e creatore; non più di quanto la
creazione artistica pensi a scindere forma e contenuto, spirito e storia»
(Albert Camus, L’uomo in rivolta,
trad. it. di Liliana Magrini, Milano, Bompiani, 2009⁶,
p. 299).
Croce esteta e non filosofo, Croce anacronistico:
il pregiudizio verso lo storicismo assoluto, quando si è anche dimenticata la lezione
estetico-storica di Vico dell'ideale fantastico, ha sempre attecchito in Italia,
prima che diventasse interamente crociana e dopo aver dimenticato di esserlo
stata per decenni. Queste etichette gli sono state affibbiate in quanto il “settore”
filosofico in questione è stato giudicato estraneo da parte di altre segmentazioni
del pensiero accademico o mode conformistiche e acriticamente gregarie, extra o
anti-filosofiche. Si è percepito insomma come settoriale quanto era andato svolgendosi
idealisticamente e si è rifiutata in blocco la sua proposta insieme, più in
generale, al problematicismo che è preferibile esercitare in luogo di una
visione unilaterale e dogmatica. Perciò al suo pensiero oggi si guarda ancora in
parte come a una serie inutilizzabile di strumenti di lettura della realtà e
quasi con imbarazzo e sconcerto. Nonostante lo sforzo di distinguere e mettere
ordine nel caos, con una prosa dall’armonia impareggiata più attinente a un
grande letterato che a un filosofo, attraverso una serie di antitesi che ogni
volta danno luogo ad altri opposti, Croce finirebbe per non cogliere la
molteplicità e contraddittorietà del reale escludendo per esempio la natura, il
morboso e il torbido, le lusinghe e l’energia propulsiva del sesso e
dell’irrazionale dalla sua visione antiquata. Eppure, in quanto atto teoretico
- ma senza avere carattere di conoscenza concettuale, benché sia suggestivo
considerarla sogno (non sonno) della vita noetica - l’intuizione è distinta da
qualsiasi ragion pratica e non è né morale né immorale. Il rapporto che viene a
stabilirsi non è tra il bello e l’idea ma tra il bello e il sentimento
indipendentemente dalla ripartizione di genere o dalle formule giornalistiche o
di scuola: «un’aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione, ecco
l’arte; e in essa l’aspirazione sta solo per la rappresentazione e la
rappresentazione solo per l’aspirazione. Epica e lirica, o dramma e lirica,
sono scolastiche divisioni dell’indivisibile: l’arte è sempre lirica, o, se si
vuole, epica e drammatica del sentimento» (Breviario
di estetica, p. 33).
Una larga accettazione dell’utilità
culturale dei letterati e dell’epigonismo sottrae Schiller al consueto connubio
goethiano e rivede in primo luogo le formule della retorica classica:
«Considerate invece sotto l’esclusivo aspetto della storia della poesia, e
ragionando con quella semplicità di cuore che non disdica siffatta storia, si
verrebbe alla naturale conclusione che lo Schiller le appartiene solo nella
categoria dei poeti secondarî: dato che codesta categoria sia da ammettere, con
avviso diverso da quello di Orazio, che la faceva rifiutare dagli dèi, dagli
uomini e dalle colonne. E poeti secondarî saranno quegli ingegnosi ed esperti
letterati che si valgono delle forme artistiche già trovate, si aiutano con la
riflessione, la arricchiscono di osservazioni psicologiche e sociali e
naturali, per comporne opere elevate, istruttive o gradevoli. Sennati e
decorosi scrittori e non però poeti: la qual cosa non toglie che le loro opere
possano talvolta tornare assai accette, e, a modo loro, più “utili” di quelle
dei poeti veri» (Poesia e non poesia.
Note sulla letteratura europea del secolo decimonono, Bari, Laterza, 1946, p.
26).
Un motivo della distinzione tra poesia e
non poesia è nella procedura assolutamente non quantitativa partendo
dall’intuizione sintetica a priori
indipendentemente dal quot di
realizzazione materiale (per cui, però, l’effettualità esplicita
dell’intenzionalità letteraria non potrebbe non darsi) come nel caso di Ugo
Foscolo sul quale il giudizio è superlativo: «egli fu poeta, purissimo poeta,
autore di pochi versi ma perfetti ed eterni. L’animo poetico si sente nelle
stesse sue prose, nelle quali, specie nelle prime, quell’impeto non lascia che
la prosa si equilibrî e si adagi come prosa, sebbene le conferisca forza e
colori; o anche impaccia le disposizioni e le proposizioni logiche delle sue
trattazioni, come si vede nel discorso inaugurale sull’ufficio della
letteratura» (op. cit., p. 76).
Non così per Leopardi: su di lui la
famosa stroncatura, già lamentata da Siro Attilio Nulli («lo stesso Croce, partendo
dalla poesia del Leopardi, non ha potuto trascurare di dare un giudizio anche
sulla sua vita, definendola una vita
strozzata. Definizione che par contenere un po’ di disprezzo e che quasi implicitamente apre la via alla limitazione
del valore complessivo della lirica leopardiana, come lirica strozzata!»,
Giacomo Leopardi. La persona – Il
pensatore – L’artista, introduzione a Giacomo
Leopardi, Poesie e prose, Milano, Hoepli, 1973, p. XI), pesa come un
giudizio incomprensibile, e questo è stato uno degli elementi che ha rallentato
la ripresa nell’ambito accademico e della critica militante degli studi
crociani. Il filosofo peraltro scrisse testualmente: «Fu, per dirla con
un’immagine rozza ma efficace, una vita strozzata» (Poesia e non poesia, pp. 101-102); «C’è del malsano in quelle prose
e in quelle palinodie e paralipomeni, e lo stesso De Sanctis fu tratto a
parlare del “cattivo riso che vi si avverte, e delle “coltellate” che lo
scrittore tenta di dare “con la gioia di chi si vendica”, e di un’”inimicizia
per la stirpe umana, nella quale si sente il repulso» (op. cit., p.
106); «L’esposizione di una serie di pensieri, di un catechismo pessimistico, e
l’asserzione di una rassegnazione disperata, di una rinunzia o di un
rinnegamento, sono di là o di qua dalla poesia» (op. cit., pp. 107-108).
Detto questo, occorre puntualizzare che
deve pur esserci un modo per classificare ai fini del giudizio filosofico le
intuizioni artistiche. Questo necessario ordine di connessione è dato dalla
storia, dove «ciascuna opera d’arte prende il posto che le spetta, quello e non
altro: la ballatetta di Guido Cavalcanti e il sonetto di Cecco Angiolieri, che
sembrano il sospiro o il riso di un istante, e la Commedia di Dante, che pare compendiare in sé un millennio dello
spirito umano […], e il cinquecentesco rifacimento dell’Eneide di Annibal Caro, l’asciutta prosa del Sarpi e quella
gesuitico-frondosa di Daniello Bartoli» (Breviario
di estetica, p. 59). L’arte è
esclusa dalla dipendenza etica, politica e scientifica e dalla divulgazione e
volgarizzazione filosofica. Se vuol essere altra attività (morale, piacere o
filosofia) non è arte ma è morale o piacere o filosofia. Oziosa e inconcludente
è la tesi – contraddittoria, per giunta – secondo la quale l’attività estetica
sia sottoposta a una dignità superiore «e (come un tempo si diceva) faccia da
ancella all’etica, da ministra alla politica, e da turcimanna alla scienza» (op. cit., p. 62).
Un criterio di giudizio imprescindibile
è dunque la distinzione tra intuizione vera e intuizione falsa, tra poesia e
non poesia, l’immagine elaborata a fini organici (i soli validi sotto il
profilo estetico) e l’altra combinata per fini meccanici. L’arte è estranea ai
parametri quantitativi, non c’è differenza tra i pochi versi di un testo
poetico anche breve e un intero, lungo poema o tra gli schizzi di un pittore e
i suoi eventuali piccoli quadri. Una lettera vale quanto un romanzo, una
versione da una lingua antica o straniera equivale e a volte supera l’originale
che l’ha stimolata.
Sandro De Fazi per Eidoteca, 31 maggio 2013
domenica 19 maggio 2013
venerdì 26 aprile 2013
Il topic è: emozione
Se
è impossibile analizzare dal punto di vista dinamico gli account di Facebook,
perché mancano le emozioni, i gesti, ecc., e poi si possono artare nel senso
della rappresentazione volontaria (ma è coglibile forse qualcosa in questa
operazione di artificio), si potrebbe invece applicare l’analisi patografica di
Jaspers. Solo che, anche in questo caso, non c’è tutta la vita. Pur
considerandoli dei documenti, gli account sono dei monumenti, e in
qualche caso interessante questo va benissimo. Bisogna sempre vedere che cosa
ci si mette nel monumento, e di chi è. Andare dall'account alla persona reale
fa paura, le persone hanno paura di questo. Ma secondo la storiografia più
avanzata - o, meglio, spesso dal punto di vista cronachistico, e non dei più
coinvolgenti: anzi, respingenti - ogni documento è un monumento, come dato di
fatto (riguardo a quello che è, e che non può essere altro anche se può
rimandare ad altro), o vogliamo dire vetrina, scelta situazionistica, e così
via, ma parlare di oggettività, nella fattispecie, è impossibile. Gli
account di Facebook, fenomeno nuovo e da studiare, non sono persone, non ci
sono emozioni. Si possono provare emozioni e anche trasmetterle (basta leggere
una poesia e il gioco è fatto) ma non sono derivabili dalla presenza fisica. L’emozione
in questo senso non passa, l’inconscio sì.
domenica 14 aprile 2013
I gentilissimi
Il romanzo Vita di Alberto Pisani di Carlo Alberto Pisani Dossi (ma non è un’autobiografia, come il
lettore sprovveduto potrebbe ritenere) non segue una linearità cronologica
progressiva, del resto Dossi ammirava molto Sterne. Inizia col Capitolo quarto,
prosegue col Capitolo primo, col Capitolo secondo, Capitolo terzo, Capitolo
quinto, dopodiché c'è la sequenza regolare dei capitoli sesto, settimo, ottavo,
nono, decimo, undecimo, duodecimo, decimoterzo, decimoquarto, decimoquinto.
Insomma c'è la famosa prolessi del Capitolo quarto, spostato in esordio. - sdf
*
Fu la mirabile
Beatrice, vera? e tutta vera? oppure
Dante, dalla sua unicità condannato a non trovar altri, se la plasmò o compì
nell’alta fantasìa, poi illuso gioì e sofferse, dell’ombra sua?... Ma, chèh! Dante
a parte; quantunque da ognuno si dica che Amore ci è, chi veramente il travide?
– In questa folla che passa, mai non cessando, e si traùrta come i pajoli,
tingèndosi anche, i più, cioè il marame, crèdono amore, cose che non ponno
avere altri nomi; i gentilissimi, e pochi, sospirano inutilmente il loro
secondo ed ultimo tomo.
Carlo Dossi, dal Capitolo quarto di Vita di Alberto Pisani
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