giovedì 5 settembre 2013

Femminicidio

"Femminicidio" è una parola orrenda, ma la cronaca giornalistica ne sta ormai abusando. Il problema è ancora una volta culturale prima che giuridico, in quanto i ruoli sessuali non esistono, e invece vengono riproposte stereotipie meccaniche e repressive, probabilmente avallate da entrambe le parti in causa. I motivi possono essere svariati: paura, pigrizia mentale, identità sessuali problematiche, semplice moralismo di facciata o, peggio, autorepressione e dunque bisogno di esercitare la forza sul più "debole", come attraverso uno specchio deformato. Ma i ruoli sessuali sono delle convenzioni culturali arbitrarie e perciò dissacrabili e rovesciabili reciprocamente, anche nello stesso sistema di riferimento. Ancorarsi a un'idea pregiudiziale fissa in tal senso è indice di mentalità primitiva, la possibilità di un ribaltamento del genere è insita nel linguaggio, di questo è necessario avere consapevolezza, non obbligatoriamente giocare col ruolo al di fuori del linguaggio. Ecco in che senso il termine "femminicidio" è entrato nell'uso a indicare l'inaudito degrado delle relazioni tra i due sessi fino alla violenza estrema.

(1 settembre 2013)

giovedì 18 luglio 2013

Ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος



Ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος
πάντων ὅσ' ἐστὶ καὶ τίθησ' ὅκηι θέλει.
νóος δ' οὐκ ἐπ' ἀνθρώποισιν· ἀλλ' ἐπήμεροι
ἃ δὴ βοτὰ ζώομεν οὐδὲν εἰδότες
ὅκως ἕκαστον ἐκτελευτήσει θεός.
ἐλπὶς δὲ πάντας κἀπιπειθείη τρέφει
ἄπρηκτον ὁρμαίνοντας. οἳ μὲν ἡμέρην
μένουσιν ἐλθεῖν, οἳ δ' ἐτέων περιτροπάς.
νέωτα δ' οὐδεὶς ὅστις οὐ δοκεῖ βροτῶν
πλούτωι τε κἀγαθοῖσιν ἵξεσθαι φίλος.
φθάνει δὲ τὸν μὲν γῆρας ἄζηλον λαβὸν,
πρὶν τέρμ' ἵκηται· τοὺς δὲ δύστηνοι νóσοι
φθείρουσι †θνητῶν· τοὺς δ' Ἄρει δεδμημένους
πέμπει μελαίνης Ἀίδης ὑπὸ χθονός,
οἳ δ' ἐν θαλάσσηι λαίλαπι κλονεύμενοι
καὶ κύμασιν πολλοῖσι πορφυρῆς ἁλὸς
θνήσκουσιν, εὖτ' ἂν †μὴ δυνήσωνται ζόειν.
οἳ δ' ἀγχόνην ἅψαντο δυστήνωι μόρωι
καὐτάγρετοι λείπουσιν ἡλίου φάος.
οὕτω κακῶν ἄπ' οὐδέν, ἀλλὰ μυρίαι
βροτοῖσι κῆρες κἀνεπίφραστοι δύαι
καὶ πήματ' ἐστίν. εἰ δ' ἐμοὶ πιθοίατο,
οὐκ ἂν κακῶν ἐρῶιμεν οὐδ' ἐπ' ἄλγεσι
κακοῖv ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα.

[testo greco sicuro, salvo qualche aporia, del giambo di Simonide Amorgino riportato nei manoscritti di Stobeo e quale è recepito nelle edizioni moderne da Diehl 1923, West 1972, 1980, fino alla più recente Pellizer 1990. All’ecloga 15, introdotta dal lemma Σιμωνίδου c’è il giambo di 24 trimetri che comincia: ὦ παῖ, τέλος μὲν Ζεὺς ἔχει βαρύκτυπος e finisce con: κακοῖv ἔχοντες θυμὸν αἰκιζοίμεθα corrispondente al canto XL di G.L.]

***
Simonide
(Stobeo)

Ogni mondano evento
È di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che giusta suo talento
Ogni cosa dispone.
Ma di lunga stagione
Nostro cieco pensier s’affanna e cúra,
Benchè l’umana etate,
Come destina il Ciel nostra ventura,
Di giorno in giorno dúra.
La bella speme tutti ci nutrica
Di sembianze beate
Onde ciascuno indarno s’affatica;
E quale il mese e quale il dì che amica
Gli fia la sorte aspetta;
E nullo in terra vive
Cui ne l’anno avvenir facili e pii
Con Pluto gli altri iddii
La mente non prometta.
Ecco pria che la speme in porto arrive
Qual da vecchiezza è giunto
E tal da’ morbi al nero Lete addutto:
Questo il rigido Marte e quello il flutto
Del pelago rapisce: altri consunto
Da l’egre cure, o tristo nodo al collo
Circondando, sotterra si rifugge.
Così di mille mali
I miseri mortali
Volgo fiero e diverso agita e strugge.
Ma se dal vano errore
Mai si recasse a men distorta via,
Patir non sosterria,
Nè fra tanto dolore
L’uomo al suo proprio mal porrebbe amore.

[Carte Leopardiane, Biblioteca Nazionale di Napoli (X 1. 2a)]

***
DAL GRECO DI SIMONIDE

Ogni mondano evento
È di Giove in poter, di Giove, o figlio,
Che giusta suo talento
Ogni cosa dispone.
Ma di lunga stagione
Nostro cieco pensier s’affanna e cura,
Benchè l’umana etate,
Come destina il Ciel nostra ventura,
Di giorno in giorno dura.
La bella speme tutti ci nutrica
Di sembianze beate,
Onde ciascuno indarno s’affatica;
Altri l’aurora amica,
Altri l’etade aspetta;
E nullo in terra vive
Cui nell'anno avvenir facili e pii
Con Pluto gli altri iddii
La mente non prometta.
Ecco pria che la speme in porto arrive,
Qual da vecchiezza è giunto
E qual da morbi al nero Lete addutto;
Questo il rigido Marte, e quello il flutto
Del pelago rapisce; altri consunto
Dall’egre cure, o tristo nodo al collo
Circondando, sotterra si rifugge.
Così di mille mali
I miseri mortali
Volgo fiero e diverso agita e strugge.
Ma per sentenza mia,
Uom saggio e sciolto dal comune errore
Patir non sosterria,
Nè porrebbe al dolore
Ed al mal proprio suo cotanto amore.


[G.L., autografo 1827 per l’edizione Starita, Leopardi apporterà su questa edizione le correzioni “ciel” al posto di “Ciel” al v. 8, “bruno Lete” al posto di “nero Lete” al v. 21, “da negre cure” al posto di “dall’egre cure” al v. 24]

sabato 13 luglio 2013

Bisogna vivere εỉκῇ témere, au hasard, alla ventura

Così Marcello Gigante, riferendosi al passo: «Bisogna vivere εỉκῇ témere, au hasard, alla ventura», contenuto in Zib., 2529 (30 giu. 1822), ha asserito: «Non credo al Lonardi che pur avendo bene scritto: “Leopardi ha sentito più di quel che si usi notare l’attrazione e il rimpianto di una vita libera dalla finalizzazione, paga del presente e di una speranza abbandonata e vitale” fa risalire l’accezione di εỉκῇ all’omerico αὔτως “così come si sia εỉκῇ”: tale presunta ascendenza omerica è errata (Cf. A Greek-English Lexicon, compiled by H.G. Liddel and R. Scott, revised and augmented throughout by sir H. Stuart Jones, with a revised supplement, Oxford 1996, s.v. αὔτως: i grammatici distinsero αὔτως ‘similmente’ da ατως ‘invano’). Né può valere la presunta autorità dello stesso Leopardi il quale nello Zib., 4224 chiosa αὔτως di Arato (Fenomeni, 107): “’così’, come si sia, εỉκῇ”. Ma in Zib., 2529 Leopardi ha scritto “bisogna vivere εỉκῇ”, non αὔτως. Egli, credo, aveva letto il v. 979 dell’Edipo Re di Sofocle:
εỉκῇ κράτιστον ζῆν, ὅπως δύναιτό τις»

(cfr. Marcello Gigante, Leopardi e l’antico, Napoli 2002, p. 53).

sabato 1 giugno 2013

Poesia e non poesia. Per una rilettura dell’estetica crociana



Escludendo che sia una forma fisica, per Benedetto Croce l’arte è, desanctisianamente, pura forma. Tanto il mondo fisico è irreale quanto l’arte è reale. L’estetica fu il nucleo originario da cui si sviluppò a più riprese, con ampliamenti, chiarimenti, nuove distinzioni e riaperture il pensiero successivo, a cominciare proprio dall’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902). Vent’anni dopo, nell’avvertenza a Poesia e non poesia, Croce ostentava indifferenza nei confronti di coloro che lo accusavano, o avrebbero accusato di lì a poco, di fare critica della critica anziché critica della poesia. Con le reiterazioni verbali che caratterizzano i passaggi dialettici della sua scrittura, concludeva accettando la provocazione e rilanciandola, ribadendo che «gl’inintelligenti non sanno che la critica della poesia non può non formare tutt’uno con la critica della critica della poesia».
A dispetto delle estetiche edonistiche e concettualistiche, per lui l’arte è intuizione lirica e non è legata a scopi utilitaristici in quanto «i nostri interessi pratici, coi correlativi piaceri e dolori, si mescolano, si confondono talvolta, lo perturbano, ma non si fondono mai col nostro interesse estetico» (Breviario di estetica. Quattro lezioni, Laterza, Bari 1958, p. 15). La critica della critica viene ritenuta in tutto e soltanto negativa, Croce è stato visto, talvolta in un’ottica conformistica o secondo la nietzscheana morale del gregge, come un ripetitore di Hegel e primo responsabile della scissione tra filosofia e scienza - concetto e pseudoconcetto – a discapito dell’unità del sapere. Si sa che il bello è difficile, e qui non si vuole certo negare legittimità ad altri metodi di ricerca, a cominciare dalla praxis dei sistemi, o antisistemi, di comprensione (della storia) quale propedeutica all’azione, dove però cessa ogni atto di pensiero o quantomeno la praxis costringe alla rettificazione della teoria. La salvaguardia del carattere formale dell’arte sottrae il bello alle filologie e mitografie pratiche e funzionali, per non parlare della subordinazione dell’artista al committente e addirittura dell’impossibilità metafisica che è l’estetica industriale. L’artista sa che il bello non fa la rivoluzione ma la rivolta è insita nella trasformazione che impone col suo stile al reale: «La civiltà ormai necessaria non potrà scindere, sia nelle classi che nell’individuo, lavoratore e creatore; non più di quanto la creazione artistica pensi a scindere forma e contenuto, spirito e storia» (Albert Camus, L’uomo in rivolta, trad. it. di Liliana Magrini, Milano, Bompiani, 2009, p. 299).
Croce esteta e non filosofo, Croce anacronistico: il pregiudizio verso lo storicismo assoluto, quando si è anche dimenticata la lezione estetico-storica di Vico dell'ideale fantastico, ha sempre attecchito in Italia, prima che diventasse interamente crociana e dopo aver dimenticato di esserlo stata per decenni. Queste etichette gli sono state affibbiate in quanto il “settore” filosofico in questione è stato giudicato estraneo da parte di altre segmentazioni del pensiero accademico o mode conformistiche e acriticamente gregarie, extra o anti-filosofiche. Si è percepito insomma come settoriale quanto era andato svolgendosi idealisticamente e si è rifiutata in blocco la sua proposta insieme, più in generale, al problematicismo che è preferibile esercitare in luogo di una visione unilaterale e dogmatica. Perciò al suo pensiero oggi si guarda ancora in parte come a una serie inutilizzabile di strumenti di lettura della realtà e quasi con imbarazzo e sconcerto. Nonostante lo sforzo di distinguere e mettere ordine nel caos, con una prosa dall’armonia impareggiata più attinente a un grande letterato che a un filosofo, attraverso una serie di antitesi che ogni volta danno luogo ad altri opposti, Croce finirebbe per non cogliere la molteplicità e contraddittorietà del reale escludendo per esempio la natura, il morboso e il torbido, le lusinghe e l’energia propulsiva del sesso e dell’irrazionale dalla sua visione antiquata. Eppure, in quanto atto teoretico - ma senza avere carattere di conoscenza concettuale, benché sia suggestivo considerarla sogno (non sonno) della vita noetica - l’intuizione è distinta da qualsiasi ragion pratica e non è né morale né immorale. Il rapporto che viene a stabilirsi non è tra il bello e l’idea ma tra il bello e il sentimento indipendentemente dalla ripartizione di genere o dalle formule giornalistiche o di scuola: «un’aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione, ecco l’arte; e in essa l’aspirazione sta solo per la rappresentazione e la rappresentazione solo per l’aspirazione. Epica e lirica, o dramma e lirica, sono scolastiche divisioni dell’indivisibile: l’arte è sempre lirica, o, se si vuole, epica e drammatica del sentimento» (Breviario di estetica, p. 33).  
Una larga accettazione dell’utilità culturale dei letterati e dell’epigonismo sottrae Schiller al consueto connubio goethiano e rivede in primo luogo le formule della retorica classica: «Considerate invece sotto l’esclusivo aspetto della storia della poesia, e ragionando con quella semplicità di cuore che non disdica siffatta storia, si verrebbe alla naturale conclusione che lo Schiller le appartiene solo nella categoria dei poeti secondarî: dato che codesta categoria sia da ammettere, con avviso diverso da quello di Orazio, che la faceva rifiutare dagli dèi, dagli uomini e dalle colonne. E poeti secondarî saranno quegli ingegnosi ed esperti letterati che si valgono delle forme artistiche già trovate, si aiutano con la riflessione, la arricchiscono di osservazioni psicologiche e sociali e naturali, per comporne opere elevate, istruttive o gradevoli. Sennati e decorosi scrittori e non però poeti: la qual cosa non toglie che le loro opere possano talvolta tornare assai accette, e, a modo loro, più “utili” di quelle dei poeti veri» (Poesia e non poesia. Note sulla letteratura europea del secolo decimonono, Bari, Laterza, 1946, p. 26).
Un motivo della distinzione tra poesia e non poesia è nella procedura assolutamente non quantitativa partendo dall’intuizione sintetica a priori  indipendentemente dal quot di realizzazione materiale (per cui, però, l’effettualità esplicita dell’intenzionalità letteraria non potrebbe non darsi) come nel caso di Ugo Foscolo sul quale il giudizio è superlativo: «egli fu poeta, purissimo poeta, autore di pochi versi ma perfetti ed eterni. L’animo poetico si sente nelle stesse sue prose, nelle quali, specie nelle prime, quell’impeto non lascia che la prosa si equilibrî e si adagi come prosa, sebbene le conferisca forza e colori; o anche impaccia le disposizioni e le proposizioni logiche delle sue trattazioni, come si vede nel discorso inaugurale sull’ufficio della letteratura» (op. cit., p. 76).
Non così per Leopardi: su di lui la famosa stroncatura, già lamentata da Siro Attilio Nulli («lo stesso Croce, partendo dalla poesia del Leopardi, non ha potuto trascurare di dare un giudizio anche sulla sua vita, definendola una vita strozzata. Definizione che par contenere un po’ di disprezzo e che quasi implicitamente apre la via alla limitazione del valore complessivo della lirica leopardiana, come lirica strozzata!», Giacomo Leopardi. La persona – Il pensatore – L’artista, introduzione a Giacomo Leopardi, Poesie e prose, Milano, Hoepli, 1973, p. XI), pesa come un giudizio incomprensibile, e questo è stato uno degli elementi che ha rallentato la ripresa nell’ambito accademico e della critica militante degli studi crociani. Il filosofo peraltro scrisse testualmente: «Fu, per dirla con un’immagine rozza ma efficace, una vita strozzata» (Poesia e non poesia, pp. 101-102); «C’è del malsano in quelle prose e in quelle palinodie e paralipomeni, e lo stesso De Sanctis fu tratto a parlare del “cattivo riso che vi si avverte, e delle “coltellate” che lo scrittore tenta di dare “con la gioia di chi si vendica”, e di un’”inimicizia per la stirpe umana, nella quale si sente il repulso» (op. cit., p. 106); «L’esposizione di una serie di pensieri, di un catechismo pessimistico, e l’asserzione di una rassegnazione disperata, di una rinunzia o di un rinnegamento, sono di là o di qua dalla poesia» (op. cit., pp. 107-108).
Detto questo, occorre puntualizzare che deve pur esserci un modo per classificare ai fini del giudizio filosofico le intuizioni artistiche. Questo necessario ordine di connessione è dato dalla storia, dove «ciascuna opera d’arte prende il posto che le spetta, quello e non altro: la ballatetta di Guido Cavalcanti e il sonetto di Cecco Angiolieri, che sembrano il sospiro o il riso di un istante, e la Commedia di Dante, che pare compendiare in sé un millennio dello spirito umano […], e il cinquecentesco rifacimento dell’Eneide di Annibal Caro, l’asciutta prosa del Sarpi e quella gesuitico-frondosa di Daniello Bartoli» (Breviario di estetica, p. 59).  L’arte è esclusa dalla dipendenza etica, politica e scientifica e dalla divulgazione e volgarizzazione filosofica. Se vuol essere altra attività (morale, piacere o filosofia) non è arte ma è morale o piacere o filosofia. Oziosa e inconcludente è la tesi – contraddittoria, per giunta – secondo la quale l’attività estetica sia sottoposta a una dignità superiore «e (come un tempo si diceva) faccia da ancella all’etica, da ministra alla politica, e da turcimanna alla scienza» (op. cit., p. 62).
Un criterio di giudizio imprescindibile è dunque la distinzione tra intuizione vera e intuizione falsa, tra poesia e non poesia, l’immagine elaborata a fini organici (i soli validi sotto il profilo estetico) e l’altra combinata per fini meccanici. L’arte è estranea ai parametri quantitativi, non c’è differenza tra i pochi versi di un testo poetico anche breve e un intero, lungo poema o tra gli schizzi di un pittore e i suoi eventuali piccoli quadri. Una lettera vale quanto un romanzo, una versione da una lingua antica o straniera equivale e a volte supera l’originale che l’ha stimolata.

Sandro De Fazi per Eidoteca, 31 maggio 2013

venerdì 26 aprile 2013

Il topic è: emozione


Se è impossibile analizzare dal punto di vista dinamico gli account di Facebook, perché mancano le emozioni, i gesti, ecc., e poi si possono artare nel senso della rappresentazione volontaria (ma è coglibile forse qualcosa in questa operazione di artificio), si potrebbe invece applicare l’analisi patografica di Jaspers. Solo che, anche in questo caso, non c’è tutta la vita. Pur considerandoli dei documenti, gli account sono dei monumenti, e in qualche caso interessante questo va benissimo. Bisogna sempre vedere che cosa ci si mette nel monumento, e di chi è. Andare dall'account alla persona reale fa paura, le persone hanno paura di questo. Ma secondo la storiografia più avanzata - o, meglio, spesso dal punto di vista cronachistico, e non dei più coinvolgenti: anzi, respingenti - ogni documento è un monumento, come dato di fatto (riguardo a quello che è, e che non può essere altro anche se può rimandare ad altro), o vogliamo dire vetrina, scelta situazionistica, e così via, ma parlare di oggettività, nella fattispecie, è impossibile. Gli account di Facebook, fenomeno nuovo e da studiare, non sono persone, non ci sono emozioni. Si possono provare emozioni e anche trasmetterle (basta leggere una poesia e il gioco è fatto) ma non sono derivabili dalla presenza fisica. L’emozione in questo senso non passa, l’inconscio sì.

domenica 14 aprile 2013

I gentilissimi




Il romanzo Vita di Alberto Pisani di Carlo Alberto Pisani Dossi (ma non è un’autobiografia, come il lettore sprovveduto potrebbe ritenere) non segue una linearità cronologica progressiva, del resto Dossi ammirava molto Sterne. Inizia col Capitolo quarto, prosegue col Capitolo primo, col Capitolo secondo, Capitolo terzo, Capitolo quinto, dopodiché c'è la sequenza regolare dei capitoli sesto, settimo, ottavo, nono, decimo, undecimo, duodecimo, decimoterzo, decimoquarto, decimoquinto. Insomma c'è la famosa prolessi del Capitolo quarto, spostato in esordio. - sdf

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Fu la mirabile Beatrice, vera? e tutta vera? oppure Dante, dalla sua unicità condannato a non trovar altri, se la plasmò o compì nell’alta fantasìa, poi illuso gioì e sofferse, dell’ombra sua?... Ma, chèh! Dante a parte; quantunque da ognuno si dica che Amore ci è, chi veramente il travide? – In questa folla che passa, mai non cessando, e si traùrta come i pajoli, tingèndosi anche, i più, cioè il marame, crèdono amore, cose che non ponno avere altri nomi; i gentilissimi, e pochi, sospirano inutilmente il loro secondo ed ultimo tomo.

Carlo Dossi, dal Capitolo quarto di Vita di Alberto Pisani

mercoledì 3 aprile 2013

Verso e contro-verso. Cavalcando/2


Un ellittico verso senza virgola è “forse cui Guido vostro ebbe a disdegno(Inf., X 63), uno dei più controversi della Divina: “forse” si riferisce a “mi mena” del verso precedente (“colui ch’attende là, per qui mi mena”) e non a “ebbe”. E sì che sarebbe bastata una virgola per chiarire il tutto ma, con quella semplice aggiunta asindotica  (ἀσύνδετον), dove sarebbe finita la polisemia del testo? Infatti non c'è dubbio che Cavalcanti (“Guido vostro”) avesse a disdegno ma chi (“cui”), Beatrice o Virgilio? Tutt’e due, la portata simbolica di entrambi. Sincretismi danteschi.