martedì 13 novembre 2012
lunedì 12 novembre 2012
I «fatti romani» di A. M. Ortese
Trascrivo questa lettera di Anna Maria Ortese a Dario
Bellezza, riportata nel volume: Anna Maria Ortese, Bellezza, addio. Lettere a Dario
Bellezza (1972-1992), a cura di Adelia
Battista, Archinto 2011. Ho scelto questa tra le tante perché testimonia l’estraneità
ai «fatti romani» -
li chiamava così - dichiarata più volte dalla scrittrice in privato agli amici
(dal 1975 aveva abbandonato Roma e si era confinata a Rapallo, anche se col
mondo letterario romano conservava rapporti telefonici e epistolari). L’intrigo
presente in questo epistolario non è facilmente ricostruibile per il lettore
che non fosse abbastanza esperto del linguaggio metaforico della Ortese, come
del resto quello dei suoi romanzi strutturati con una tendenza (qualità
singolare, poeticissima, per una scrittrice in prosa) a un continuo, vago,
delirio, prossimo alla teatralità anche sotto il profilo concettuale (non si è forse
sottolineato abbastanza quanto di filosofico è presente nella sua scrittura). Per es., dove allude – non qui, ma in
altre lettere – ai «folletti», creature fiabesche
della sua immaginazione visionaria, alla cui realtà però credeva
– o faceva mostra di credere – e inducendo il lettore a credere alla loro
esistenza e al loro aiuto, più potente – ma in altro modo, perché invisibile –
del soccorso umano. È indubbio che Dario avesse amici forti e colpisce l’interrogativo iniziale della
scrittrice: Dove sono? E afferma,
poco dopo: Dietro i nomi, poco alla volta, non distinguo più niente. Emerge anche, fin dalle prime righe, il
concetto della casa vissuta come il grande utero che accoglie e protegge, - visione
questa che Anna aveva in comune con Elsa Morante. Mancano, come sempre in questo libro, le risposte di Dario. sdf
N.B. Le note a piè di pagina sono di Adelia Battista.
Rapallo, 1.12.83[1]
Carissimo Dario,
la tua telefonata sul
momento mi ha rallegrata, poi mi ha lasciato un po’ meno serena. Voglio dire:
mi rendo conto che hai dei problemi ogni
giorno, che coinvolgono tante cose preziose – come il tuo lavoro, la casa (per quello che vi respira – e che ti
protegge). Avresti insomma bisogno di amici forti.
Dove sono? È questo l’interrogativo.
Io da otto anni e più
in Liguria, ho visto il deserto crescere intorno a me. Non puoi sapere fino a
che punto. Spedisco delle lettere, ma è come se fossero imbucate sotto un
albero. Le risposte arrivano quando ne ho quasi dimenticato il perché. Dietro i
nomi, poco alla volta, non distinguo più niente. Mi chiedo se quelli che mi
scrivono, sappiano davvero qualcosa della mia identità.
Quindi, sono rimasta
senza fiato quando mi hai fatto qualche nome, per quel tuo problema. Non posso
lamentarmi di nessuno – tutt’altro – ma ho l’impressione crescente di aver fatto perdere le mie tracce reali. Questo mondo è pieno di problemi – e anche di confusione e
dimenticanza. Io tiro avanti solo perché non aspetto nulla, ma è una soluzione «estrema».
Ripensando a quanto mi
hai detto, mi par di capire che il tuo attuale mondo romano si trovi intero
davanti a uno specchio – e ciascuno – anche quando potrebbe farne a meno –
pensa solo a se stesso, alla propria immagine.[2]
Non è così? E non conosci nessuno a
Firenze? Forse, sono persone più attente e in qualche modo più umane. Tu
non vai mai a Firenze?[3]
Se non ti ho troppo «disgustato» fammi sapere qualcosa. Ti saluto
tanto affettuosamente – con sincera ammirazione per la tua voce così spesso –
da qualche tempo – libera e bellissima.
Ciao,
Anna Maria
[1] Lettera autografa, su carta avorio, scritta su entrambe
le facciate con inchiostro nero, con aggiunte a lato. Busta senza affrancatura,
nome destinatario e città sottolineati, nessun indirizzo sul retro.
[2] La Ortese coglie con tristezza quella forma di narcisismo e
autoreferenzialità che attraversa il nostro tempo impedendo la costruzione di
rapporti intersoggettivi tra gli esseri umani. Per lei la relazione con l’altro
si sostanzia di attenzione e cura: «Volere bene» per lei è
attenzione affettuosa all’altro.
[3] La Ortese immagina che Firenze, città a lei cara,
sede della Vallecchi, con cui ha pubblicato le sue opere dal ’58 all ’70, possa
offrire a Dario quel soccorso umano di cui ha bisogno. Spesso la Ortese ha
anche sognato di trasferirsi nel capoluogo toscano.
Marina Vittoria Rossetti
Lettere 1934-1978 di Montini-Rossetti (Rizzoli 1990,
introvabile nelle librerie e credo difficilmente reperibile in altro modo) è il
corpus epistolare di
Marina Vittoria Rossetti (1916-1983) che trova un interlocutore d’eccezione in Giovanni
Battista Montini, sua guida spirituale prima da Milano e poi da Roma. Marina
sarà esclusa, a partire dal 1938, dall’insegnamento dell’italiano e della storia
nei licei di stato, per aver rifiutato di iscriversi al partito fascista e ripiegando
in istituti non statali. La raccolta è curata con scrupolosa acribia filologica
da Emanuela Ghini, monaca carmelitana scalza del Carmelo di Savona e docente di
filosofia teoretica.
Uno
dei numerosi pregi del libro è costituito proprio dagli apparati introduttivi e
dalle note a piè di pagina. I testi di Marina spesso mancano: se ne contano 33
dal 1934 al 1978 di contro alle 78 lettere di Montini, delle quali 71 sono di
suo pugno (le prime 57 sono scritte a Milano e le ultime 21 dal Vaticano). Gli interventi
della Ghini riportano brani delle Udienze Generali o delle Encicliche o delle
Esortazioni apostoliche o delle Costituzioni conciliari, ritenendo la curatrice
che non sia possibile commentare Paolo VI se non con le sue stesse parole. Risalta la personalità di Marina Vittoria Rossetti in questi scritti che lei
stessa avrebbe voluto intitolare Lettere
di circostanza tra un pontefice e una borghese. Seconda metà del secolo XX,
ma che sono invece coinvolgenti non solo per la fedeltà cristiana ma anche dal
punto di vista profano per l’attenzione rivolta tanto agli eventi storici, quanto
a quelli della minuta quotidianità, che di volta in volta si susseguono. Paolo
VI anche dal Vaticano continuerà a seguire Marina, nel segno della continuità
di un’amicizia ancora presente nella sopraggiunta sintesi protocollare di riferimento
(sette lettere hanno come intermediaria la Segreteria di Stato).
domenica 4 novembre 2012
Prima la sentenza, poi il processo
l mulino dei pettegolezzi,
pensa David, che gira giorno e notte, macinando reputazioni. La comunità dei
virtuosi, che si riunisce di nascosto, al telefono, dietro porte chiuse.
Bisbigli pieni di malvagia soddisfazione. Prima la sentenza, poi il processo.
Nei corridoi della
facoltà, David s’impone di camminare a testa alta.
Va a parlare con il legale che l’ha assistito durante il divorzio: - Sgombriamo subito il campo, - dice l’avvocato, - sono vere le accuse?
Va a parlare con il legale che l’ha assistito durante il divorzio: - Sgombriamo subito il campo, - dice l’avvocato, - sono vere le accuse?
- Quanto basta. Avevo
una relazione con la ragazza.
J. M. Coetzee, Vergogna
giovedì 1 novembre 2012
Beatrice 1 e Beatrice 2
![]() |
| Fontana di Diana e Atteone (Parco della Reggia di Caserta) |
Beatrice non e-siste in quanto Bice né in quanto Beatrice. «La scoperta di una
chiosa di Pietro di Dante nel manoscritto Ashburnhamiano 841 (a quella data
recuperato da poco in Laurenziana, dal governo del nuovo Regno, dalla vendita
britannica), che conservava la seconda redazione del Commentum di Pietro, sembrò dare una perentoria conferma della
realtà storica della donna. In effetti, nel “Giornale Storico della Letteratura
Italiana” del 1886 (7, p. 366) apparve una nota di Rodolfo Renier, da sempre agnostico
sulla realtà fisica di Beatrice, che ammetteva volentieri che tale chiosa era
risolutiva della questione. Da allora, a quanto pare, nessuno si è dato più
cura di indagare sulla realtà di Beatrice, tacitamente ammessa; la questione,
un tempo centrale nel dibattito, è stata accantonata e dimenticata del tutto»
(Gorni).
Dante sta a Klossowski come la Vita nova sta a La Vocation Suspendue, nel suo campo di luce si danno giochi
speculari, sottilmente perfidi. Bice e Beatrice non sono la stessa persona, si
può parlare di Beatrice 1 (Bice) e Beatrice 2 (Beatrice): dell’esistenza fisica
della prima non è lecito dubitare ma sull’in-sistenza
identitaria della seconda la Vita nova non fornisce informazioni attendibili, è chiusa rappresentazione essoterica (all’esistenza
di Beatrice 1 Dante ha sostituito l’in-sistenza
e la per-sistenza di Beatrice 2). Semmai
è il Boccaccio del Trattatello (§ 32
e passim) a darci ragguagli in
merito, né sono mancati, fin dalla scuola ottocentesca di Adolfo Bartoli,
quelli che hanno dubitato fortemente della realtà fisica di Beatrice 1. La Vita nova è un romanzo paradossale – un
prosimetro – un “romanzo” che si interroga sulla propria struttura – in quanto
Beatrice 2 è una realtà meta-storica, esoterica e tutt’al più meta-testuale. Tra
la prima e la seconda si inserisce astutamente il simulacro a capovolgere i due
estremi dell’antitesi: Beatrice 2 è la Medesima, l’Esattamente Rassomigliante a
Beatrice 1 nella Vita nova prima e al
punto da diventare poi nella Commedia
il luogo deputato della teologia.
Ma, appunto, nella Commedia divinamente rappresentata, di Beatrice 1
restano solo le spoglie mortali incielate nella trasumanazione della Commedia divina, significate per verba al punto che Beatrice 1 in-siste e per-siste nella vita di Dante in quanto Beatrice 2. Ignorando
l’alta letteratura medievale la sessualità, nel romanzo di Dante l’inesistenza
è compensata dalla persistenza.
Ma se fosse esattamente vero il
contrario? Se Beatrice 2 non fosse il simulacro e Beatrice 1 a sua volta fosse l’Esattamente
Rassomigliante? Infatti «l’uguaglianza A=A si anima di un movimento interiore e
senza fine che allontana ognuno dei due termini dalla sua propria identità e li
rinvia all’altro con il gioco (la forza e la perfidia) di questo stesso scarto»
(Foucault, La prosa di Atteone). Beatrice
1 in-sisterebbe e per-sisterebbe come doppio dell’altra quando
tutto sembrava convincerci del contrario.
mercoledì 24 ottobre 2012
De vulgari excellentia
![]() |
| Dante Alighieri e Guido Cavalcanti |
Esistono
varie vite di Dante, ma per noi è come se non ce ne fosse nessuna che non sia l’opera.
Quella
di Emilio Pasquini (Vita di Dante, BUR
2006) è uno dei più bei libri su Dante che siano mai stati scritti. Svia già
dal titolo (ma non dal sottotitolo I
giorni e le opere), non trattandosi precisamente della vita di Dante, non
essendo peraltro sempre realmente esistita una vita di Dante che non fosse nell’opera,
coincidendo cioè, almeno da un certo punto in poi (la prima sentenza di
condanna al confino per baratteria è del 27 gennaio 1302, la condanna a morte
arriva poco dopo in contumacia, il 10 marzo) la vita con l’opera di Dante. Sono
ancora fondamentali, non c’è dubbio, gli Scritti
su Dante di Erich Auerbach (Feltrinelli 2009) che però non sono una vita di
Dante. Biondo era e bello di Mario
Tobino (Mondadori 1979) è più un romanzo che una biografia, peraltro dovizioso
nella contestualizzazione storica.
Della
sua giovinezza non sappiamo quasi niente.
La
stessa Vita nova è reticente, fuorviante
al punto che nulla è in grado di rivelarci di biografico neppure su Beatrice,
qualora sia, e non è certo (non nella Vita
nova) che sia proprio lei, la gentilissima, Bice Portinari.
Si
ruppe il rapporto d’amicizia con Guido Cavalcanti dopo il saluto negato di
Beatrice. Ciò dà da pensare: l’ostinazione dantesca a perseguire la
sublimazione dell’”amore autosufficiente”, istituzionalmente non
corrispondibile, con l’aggravante dell’apoteosi pagano-cristiana in cielo dopo
la morte di Beatrice non poteva trovare alleato il "dolce" stilnovista anomalo
che non riconosceva l’iter liberatorio
della donna-angelo e per il quale ostacolo alla conoscenza è l’angelo: tutto il
contrario che in Dante. Ciò è riscontrabile a partire dal sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, «dove
egli invita gli amici con le loro compagne: per Dante, una delle donne-schermo.
Assai meno nota la risposta di Guido, non certo improntata alla stessa leggerezza:
egli infatti si chiama fuori da quella seducente evasione appellandosi alla
natura dolorosa del suo amore, fonte per lui non di sogni ma di “pesanza”, cioè
proprio di angoscia» (Emilio Pasquini, op. cit., p. 23).
Non
sappiamo a chi siano rivolti i versi delle “petrose” rime, collocabili tra il
1296 e fine 1297 o inizio del 1298. A Pietra, sì, ma al di là del nomen omen di questo misterioso amore,
ignoriamo l’identità di Donna Pietra: «sono quattro canzoni per un amore non
corrisposto verso una giovane donna, la cui durezza è paragonata alla pietra»
(Giorgio Petrocchi, Vita di Dante,
Laterza 2008, p. 71).
Dante di
Cesare Marchi (Rizzoli 1983) è soprattutto uno studio accurato e denso di
dettagli tendenti al romanzesco («Gemma era una povera donna, non certo votata
all’eroismo, vittima d’un gioco di passioni più grande di lei; una donna di
casa come tante, cui il turbine della politica aveva tolto la serenità
familiare», p. 91). Probabilmente il testo di maggior ampiezza nella
documentazione è Dante. Storia di un
visionario di Guglielmo Gorni (Laterza 2008), ma pure in questo caso gli
elementi biografici, reperiti attraverso un vaglio filologico di prim’ordine,
corrispondono agli aspetti esoterici e visionari presenti nella Commedia e nelle opere minori.
«Una
Beatrice di Folco Portinari – scrive Gorni - andata sposa a un Simone Bardi e
morta in giovane età, si concede, per quello che è dei referti terreni. Ma
perché Dante, così mutevole per natura, “trasmutabile” e innovativo in ogni
campo, ne fece una costante, di vita e d’ispirazione? […] Beatrice, che designa
la quintessenza del femminile nei rapporti di Dante con le donne, è soprattutto
un nome» (p. 113).
Aμωρε
ARGOMENTO DI UN’ELEGIA
Io giuro al cielo. ec. O donna ec. nè tu
per questo. ec. io m’immagino quel momento ec. Non ho mai provato che soffra
chi comparisce innanzi ec. essendo ec. ἐρῴμενος. ec. giacchè io sinché la vidi non λ’amai. io gelo e tremo solo in pensarvi or che sarà ec. Che posso io
fare περ τε? che soffrire che τι sia utile. Benché
io già ἠρῴμην σου (che così si è detto nella prima Elegia) non era ben deciso nè conosceva l’αμωρε
quand’io τυ compariva innanzi.
(GIACOMO LEOPARDI)
- ἐράω col gen. naturalmente, qualcosa di più forte di ti
amo, amo te ma come “amo di te”, non “sono innamorato di te” ma con un senso di
attinenza più forte. Interessante poi che prima Leop. abbia traslitterato “i” con
iota (τι sia utile) e dopo con üpsilon (quand’io τυ), percependo simultaneamente
uguali nello schizzo ai fini dell’italiano ι e υ, nonché allungato la seconda sillaba di αμωρε.
E meno male che dal 1968
in Grecia hanno abolito gli spiriti e gran parte degli accenti, circonflesso
incluso, perché digitare anche con Tahoma o usando la tastiera greca era malagevole
anche per loro! sdf
lunedì 22 ottobre 2012
Giochiamo a indovinare la persona nascosta?
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