venerdì 2 settembre 2011

Amori immaginari: le donne degli elegiaci romani non sono mai esistite


L’elegia erotica romana è una delle forme d’arte più sofisticate di tutta la storia delle letterature; ed è anche una delle forme d’arte la cui natura è stata maggiormente misconosciuta. Due o tre decenni prima dell’inizio della nostra era, alcuni giovani poeti romani, Properzio, Tibullo e, nella generazione successiva, Ovidio, si misero a cantare degli episodi amorosi in prima persona, sotto il loro vero nome, riferendo i vari episodi a una sola ed unica eroina, designata con un nome mitologico; la mente dei lettori si popolò così di coppie immaginarie: Properzio e Cinzia, Tibullo e Delia, Ovidio e Corinna. […]


Benché adorata da nobili poeti (l’elegia è una poesia aristocratica), questa eroina non è una nobile dama, a differenza della sua posterità letteraria; che cosa dunque si suppone che sia? Una irregolare, una donna da non sposare: i nostri poeti non precisano e vedremo che non hanno bisogno di dire altro perché il genere elegiaco sia quello che è. Questi spasimanti sono pronti a tutto per la loro bella, tranne che a sposarla. Sarebbe pura villania, se fosse vero; ma, trattandosi di letteratura, cominciamo ad intravedere che cosa fu l’elegia romana: una poesia che invoca il reale solo per insinuare una impercettibile incrinatura tra il reale e se stessa; una finzione che, invece di essere coerente con se stessa e fare concorrenza allo stato civile, si smentisce da sola…
Il poeta spasimante, dal canto suo, dice “io” e parla di se stesso sotto il suo vero nome, Properzio o Tibullo: ci sembrerà dunque di ritrovarne i tratti nella sua posterità petrarchista e romantica e non avremo dubbi sul fatto che egli esprima la sua passione, che ci confidi le sue sofferenze e che percorra per noi tutti la strada maestra del cuore umano… Sennonché  Properzio dice “io”, come hanno fatto poi tanti autori polizieschi che hanno preso come pseudonimo il nome del loro detective o hanno dato a quest’ultimo il loro vero nome; questo ego è stato dunque inteso come la confessione di un poeta romantico. È stata presa in considerazione la sua anima, studiata la sua psicologia; si è riconosciuto in lui un virtuoso della gelosia, un temperamento doloroso e fiero. […]
E sono stati scritti volumi e volumi sulla storia della loro vita sentimentale, sulla cronologia delle relazioni con le amanti ipotetiche cantate sotto i nomi di Delia e Cinzia, sulle date dei loro litigi e sulle difficoltà e contraddizioni di tale cronologia. Il candore filologico è arrivato a tal punto che raramente, ci si è accorti di come il divertimento preferito dei nostri elegiaci sia giocare venti volte sull’equivoco  fra Cinzia, nome dell’eroina, e Cynthia, che designa il libro in cui viene cantata e che potrebbe legittimamente avere per titolo il nome dell’amata; essi sono infatti autori più che amanti e sono i primi a compiacersi della loro finzione.

Paul Veyne, La poesia, l’amore, l’Occidente, trad. it. di L. Xella, Il Mulino

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