lunedì 28 marzo 2016

Marie-Jeanne Roland de la Platière

«Madame Roland, sul patibolo, chiese materiale per scrivere, per annotare i singolarissimi pensieri che le erano venuti nell’ultimo tragitto. Peccato che glielo si sia rifiutato! Giacché alla fine della vita vengono alla mente in sé raccolta pensieri fino allora impensabili. Essi sono come demoni beati che si assidono risplendendo sulle cime del passato.»


Goethe, da Kunst und Alterthum, secondo fascicolo del quinto volume, (Detti sparsi), 1925, in Massime e riflessioni, 258



venerdì 25 marzo 2016

Venerdì, 25 marzo 2016

Sono tornato indietro nella mia decisione, che era piuttosto una curiosità, di andare a vedere La macchinazione. Massimo Ranieri è anche un bravo attore ma lo vedo improbabile nei panni di Pasolini. Non mi entusiasma affatto il sensazionalismo, la spettacolarizzazione dell’omicidio, il cercare a ogni costo un complotto politico. Aveva ragione Moravia, dopotutto: fu un incidente, come andare sotto un tram. 


giovedì 24 marzo 2016

LENTA GINESTRA di Toni Negri/1

1. Lenta ginestra. Saggio sull’ontologia di Giacomo Leopardi (Mimesis, 2015) di Antonio Negri è un libro corposo dalle molteplici possibilità interpretative, dichiarate e non, che ha già dato l’abbrivio a una varietà di letture e silenziamenti evidenziati dallo stesso autore nella prefazione alla seconda edizione.
Di fondamentale importanza è il nesso che viene a stabilirsi tra il pensiero leopardiano, a partire dalla canzone All’Italia, e la cultura europea. L’Italia non vi aveva più partecipato dall’età rinascimentale, dopo le angustie del seicento e l’opera esteticamente futile, sia pure storicamente basilare per i poeti successivi, del Marino e soprattutto dopo le vicende violentemente censorie e repressive toccate a Galileo e Bruno. Tuttavia Negri salta - e si capiscono i suoi motivi - per arrivare a Leopardi tutta la grandiosa esperienza di Parini (tutto sommato organico all’aristocrazia italiana e all’Austria, a mio avviso, ma coi risultati estetici che conosciamo) e del neoclassicismo italiano, compreso Foscolo (poeta civile di destra). Alla base del fare poetico c’è la memoria. Ma si capisce presto che tanto quella di Leopardi quanto quella di Negri è una rivendicazione dell’essere e insieme una riorganizzazione del piano della storicità individuale e dunque comune e politica. La demistificazione è il lavoro della critica, che ha un tessuto etico, perché l’etica «è la forza che controlla, e comunque organizza, le dimensioni ontologiche del tempo: tempo della demistificazione; tempo del lavoro critico, tempo della verità» (p. 42). Ma come si definisce la categoria del tempo in Leopardi?
In primo luogo, il tempo leopardiano è il tempo della filologia classica. Una volta che il tempo storico si è fatto dimensione critica, il passaggio dalla filologia alla filosofia è stato inevitabile, esattamente con la Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811 e la Dissertazione sopra l’origine e i primi progressi dell’astronomia (entrambe del 1814). Più difficile è seguire Negri quando accosta, per identità di temi - problema tutto da porre, per sua stessa ammissione, - l’illuminismo leopardiano agli esiti teorici di Francoforte, però almeno con un’obiezione che l’autore stesso previene affermando che «la critica dei francofortesi riguarda la “sussunzione reale” della società del capitale, quella di Leopardi solo la “sussunzione formale”» (p. 45, n. 27). In secondo luogo, il tempo interiore, strutturalmente assunto, rifluisce nell’oggettività dell’essere. Non è operazione nostalgica di recupero del mito antico tramite l’idealizzazione. Il suo classicismo è antiromantico e, nella posizione che prende durante la querelle, garanzia contro l’inevitabile fallimento del romanticismo che pure si sarebbe riverberato successivamente nello sperimentalismo inquieto ma strutturato del Carducci barbaro.   
Per la verità, questa contrapposizione tra classico e romantico è un’insensatezza. Tanto il classicismo quanto il romanticismo sono astrazioni dal momento che tanto la storia e la fantasia quanto la natura e il sentimento sono presenti nella strutturale complessità della letteratura. Leopardi ha la geniale originalità di riformulare i termini del dibattito: «Il concreto del fare poetico vive positivamente non di queste alternative ma del congiungersi delle polarità. “La natura non si palesa ma si nasconde” e solo la fantasia della naturalezza e le forme storiche della convivenza sapranno rivelarla al poeta» (p. 79). E infatti la ripresa del mito antico deve risiedere, introiettata nel tempo interiore attraverso la memoria, in nessun altro luogo che nel quotidiano senza alcun movente dialettico nei rapporti con la storia contemporanea.

2. Andando avanti nella lettura ci accorgiamo di una sovrapposizione di cui avevamo precedentemente avuto il sospetto:  stiamo parlando di Leopardi o di Negri? Non c’è dubbio che esista nel testo una consonanza tra i due autori, in specie per quanto riguarda la dialettica prigione/liberazione (Recanati/fuga, prigione di Negri/libertà), essendo legittima l’identificazione che rimanda a una nuova interpretazione. E questo di Negri è proprio un Leopardi antidialettico. Il suo è storicamente il tempo della dialettica, o che tra poco avrebbe scoperto la dialettica (idealistica). Ponendosi al di là di essa, Leopardi rompe col proprio tempo rivendicando l’ultimo orizzonte (interrotto dalla siepe de L’infinito) dell’essere, ma dell’essere pretende le infinite possibilità nella finitudine e non nelle dimensioni rarefatte e platoniche, astoriche, del mito delle Grazie foscoliane (lasciate però, non a caso, incompiute - finite ma non terminate, come scriveva – dal poeta ben consapevole dell’impossibilità della poesia antica in epoca contemporanea).
Ecco paradigmaticamente l’ambivalenza di Negri, non in conseguenza di una qualche ambiguità del dire (le cose vanno dette sempre in modo chiaro ma non necessariamente univoco) bensì in ragione di una valenza pluralistica insita nell’argomentazione: «Ne viene una terza complementare caratteristica del pensiero di Leopardi. [...] Non è un pensiero progressista perché non è un pensiero storicista. Luporini, Binni e altri autori hanno spesso dimenticato, nel condurre un’orgogliosa e giusta battaglia antiformalista, la rigidità del nesso fra storicismo e progressismo. [...] Aggiungiamo che il nesso materialismo-catastrofe non può in nessun modo essere interpretato in forma reazionaria: non perché il concetto di reazione sia, al pari di quello di progresso, privo di senso in riferimento alla lirica leopardiana ed ai suoi contenuti parziali - ma perché il nesso catastrofico scoperto e organizzato dal materialismo si oppone ad ogni pratica restaurativa, alla ripetizione del tempo storico, alla stereotipa resistenza del passato. La catastrofe è contro la reazione» (pp. 93-94).
Insomma è come se Leopardi pretendesse di essere un poeta greco all’interno della finitezza spazio-temporale, quasi fin dentro le angosce del carcere recanatese e dal carcere non solo tenta la fuga e in seguito effettivamente uscirà, ma nel carcere vive l’esperienza della liberazione o, meglio, della libertà del tempo interiore senza la minima tensione illusoria di carattere metastorico o idealistico.
È ormai così oltre la crisi: la sua vicenda ora è inserita nel destino comune. Questa svolta è databile nella lettera al Giordani del 19 novembre 1819. Giacomo ha ventun anni. La consapevolezza che il tutto è nulla non esclude la seconda natura, data dalle illusioni. La prima natura le concede a tutti e in qualsiasi circostanza, ed è qui che si fonda il reale.
Leopardi elabora una critica antikantiana della ragione, lontana anche da Rousseau se è vero che Rousseau ha aperto all’idealismo. La funzione critica dell’illusione, prodotta dalla prima natura, è contraria alla ragione. In altri termini, la ragione e non la natura, in questa fase, è corruttrice delle lettere italiane – Negri legge: del costume italiano, essendo le lettere espresse dal costume.

                  
                                                         
                                    
















mercoledì 23 marzo 2016

Il Verga non scritto

Quella dell'ultimo Verga è una lettura impossibile. 
C'è grandezza nelle sue non-opere estreme (perché non scritte) dove il dato estrinseco manca in modo assoluto e l'intuizione creativa resta tutta quanta chiusa in sé. Ciò che colpisce è non tanto il suo ritorno alla vita di provincia, a Catania, né la sua incapacità di scrivere più una riga (i romanzi progettati non vengono neppure iniziati, de La Duchessa di Leyla non fa che un solo brutto capitolo; si dedica soltanto stancamente al teatro, nemmeno con sforzo d'invenzione, rifacendosi alle sue opere precedenti), quanto l'indifferenza ormai completa perfino per il grande amore della sua vita, la contessa Dina Castellazzi.




giovedì 17 marzo 2016

Venerdì 19 giugno 2015

Pomeriggio: estate/sensi, voglia di organizzare il tempo.

Sera o alibi. Così week-end. Per potenziare il seguito.

mercoledì 16 marzo 2016

Lunedì 30 ottobre 2006

Di nuovo intenso, reale. Era a casa mia, in una stanza adiacente. Parlato. Grande senso di pace. La promessa di parlarci ancora, a lungo.


Letture in bilico

Inauguro una nuova categoria per questo blog.

Sono letture in bilico perché alla quotidianità di noi tutti, compressa, frettolosa, annaspante talvolta verso una ricerca insensata è richiesta sottrazione di tempo per riprendere la strada maestra e recuperare energie, riappropriarsi di sé e questo solo i libri sanno dare.

Perciò non sono esattamente recensioni. Piuttosto sono annotazioni che implicano una partecipazione soggettiva in una misura diversa dal giudizio critico, anche se nel momento in cui l'articolo viene pubblicato, quella soggettività assume una valenza nuova nel riferimento a qualcosa d'altro che emerga dai testi presi in considerazione.

Nei prossimi giorni e settimane darò inizio a qualche breve annotazione di mie impressioni di lettura.

Adolphe

Adolphe ama sconsideratamente Ellénore. Non esiste soluzione di continuità tra presenza e assenza di lei, il sentimento romantico si eleva fino a costituirsi come l'unica realtà totalizzante di Adolphe. Quando c'è di nuovo, presente, è un nuovo amore intorno a cui far girare la routine, un nuovo interesse, una curiosità, anche un vizio. Ossessivo: Adolphe sbriga in fretta le faccende quotidiane, e concentrandosi esclusivamente su Ellénore, finisce per allontanarsi da ogni altra vita sociale, e i conoscenti e gli amici di Adolphe si meravigliano di questo trascurare le occasioni di svago.

(6 marzo 2016)

giovedì 1 ottobre 2015

Stati Facebook (Settembre 2015)

Il Pd di Renzi mi pare la Fratellanza islamica del libro di Houellebecq. Inquietante.
1 settembre
*
anne caelestes dii catholicorum dominantur, terreni incolunt singula?
2 settembre
*
Ma cos'è tutto questo odio contro chi opera nella scuola? Ho rimosso una fbamicizia. Proprio non si tollera che si spari a zero contro gli insegnanti specialmente in una congiuntura così complessa. Trovo che sia da balordi.
3 settembre

Venezia è città che sveglia nei ben vivi tutte le potenze vitali, impedendoli di acquietarsi nell'automatismo dei consueti sentimenti e pensieri, donando loro sempre nuovi motivi di stupore e di esaltazione.
(Diego Valeri, Guida sentimentale di Venezia)
4 settembre
*
Capito i giornalisti di regime? Al TG1: gli 80 euro di Renzi hanno fatto risalire i consumi!... che roba.
In un bel bar che frequento da poco, il proprietario per due volte mi ha chiamato maestro. 
Alla seconda volta ho replicato: "Io però sono professore, non maestro!"... ahahah poi mi ha spiegato che mi vede come artista, o di quadri, musica, scrittore ecc.
"Beh grazie, comunque ha colto bene, scrivo. Sono contento di non passare inosservato ahahah"

5 settembre

*

Se tu venissi nell’Autunno,
spazzerei via l’Estate,
con un gesto annoiato e un sorriso
come le massaie scacciano una mosca.
Se a vederti mancasse ancora un anno,
avvolgerei in gomitolo ogni mese –
riponendo ciascuno in un cassetto,
per timore che i numeri si fondano -
Se il ritardo non fosse che di secoli,
conterei sulla mano, sottraendo,
finché non mi cadessero le dita
nella terra di Van Dieman.
Se fossi certa, dopo questa vita,
che la tua e la mia saranno ancora,
la scaglierei, come una scorza vana,
e prenderei l’Eterno –
Ma ora, incerta della misura
di questo, che ci divide,
mi punge, come l’Ape coboldo –
che non definirà – il suo aculeo.

(Emily Dickinson, 1862, versione di Ginevra Bompiani)

7 settembre

*

Ma la famiglia di Marta Russo pensa che sparando a zero contro‪ ‎Giovanni Scattone riportano in vita la ragazza? A che serve tutta questa polemica? Se la legge non ha niente da obiettare alla sua assunzione, perché devono avere da ridire gli altri? Ma ho appreso adesso che Scattone ha rinunciato al posto che gli competeva. A me pare un'ingiustizia.

Mi sono beccato il classico raffreddore settembrino, mi sento tutto amorfo e traballante come il protagonista di Sottomissione di Houellebecq. Ma, a differenza di questo (del protagonista e non, si spera, di Houellebecq), all'islam non mi converto.

10 settembre

*

E così François non ha resistito all’islam. L’ultimo capitolo però è scritto al condizionale passato: a rigore, viene da pensare a un’ipotesi di futuro e non a una necessità ineluttabile. François, che è anche una metafora della cultura occidentale, non dà il minimo segno di resistenza in tutto il libro, sia nelle sue vicende private che in quelle pubbliche. Nemmeno ha un sussulto di autostima in finale, a parte essere e considerarsi il più grande studioso vivente di Huysmans. Ma mi piace pensare a un finale aperto, anche se non si danno altre ipotesi e l’unica praticabile è la sottomissione all’islam.

11 settembre
*


Ho acquistato sapientissimi cristalli di quarzo alla Fiera d’Oriente: si lascia che il loro aroma si disperda per l’ambiente, regolano l’equilibrio psico-fisico e combattono gli spiriti maligni, comunque li si intenda. Poi una volta a settimana bisogna rimescolarli, agitarli.
Io sono ancora un po' raffreddato e non sento del tutto il loro profumo, ma non dubito dell'effetto benefico.

13 settembre

*

Quando il maggior pericolo è la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce il pericolo ancora più terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta speranza, la disperazione è assenza della speranza di poter morire.

( S. Kierkegaard, La malattia mortale)
14 settembre


*

Dal mio vivace foco
nasce un effetto raro,
che non ha forse in altra donna paro:
che, quando allenta un poco,
egli par che m'incresca,
si chiaro è chi l'accende e dolce l'ésca.
E, dove per costume
par che 'l foco consume,
me nutre il foco e consuma il pensare
che 'l foco abbia a mancare.

(Gaspara Stampa, CCXXXIX)
17 settembre

*

Adamo in giardino con la sua sposa
la nudità in sé non è cattiva né buona
ma lo slip che li tolse dall'idiota
beatitudine per gettarli nella vita
era parure di frasche e fu commesso
da qualcuno con l'intenzione di corrompere
- frasca o slippino ai nostri occhi è roba
uscita dalla mente di un tecnologo coi fiocchi.

(Nelo Risi, da Di certe cose)

19 settembre

*

Fama volat parvam subito volgata per urbem,
ocius ire equites Tyrrheni ad litora regis.

(Verg., Aen., VIII 554-555)

20 settembre


*

Ma no. Maurizio anche questa volta non ride. Appartiene ad una generazione impassibile, che non dà importanza alle idee ma alla capacità delle idee di mettere automaticamente chi le professa "sopra", e chi le osteggia, "sotto". Dice, infatti, serenamente: "Un intellettuale? Giusto. Dunque un borghese."
"L'intellettuale non è un borghese."
"L'intellettuale è un borghese."
"No, che non lo è."
"Sì, Rico, lo è."
"Se è vero che l'intellettuale è un borghese, allora tu sei un borghese due volte: come persona di estrazione borghese e come intellettuale."

(Alberto Moravia, Io e lui, cap. II)

22 settembre

*

SIGNORA BOYLE. Mi scusi, sa, ma bisognava procurarsi un personale adeguato ancora prima di aprirlo, un esercizio del genere. La vostra inserzione era tutta fumo negli occhi. Posso chiederle se sono la sola ospite... oltre al maggiore, s'intende?
MOLLIE. Oh no, ci sono parecchie persone.
SIGNORA BOYLE. E questo tempaccio, poi... Una bufera, nientemeno. E' tutto veramente increscioso!
MOLLIE. Ma non potevamo prevederlo, il tempo!

(Agatha Christie, Trappola per topi, Atto I, scena 1)

24 settembre

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"il dialoghismo è seducente e felice a segno che non trova l'invidia ove l'emende; e tutto ciò in un idioma straniero!"

(Metastasio a Carlo Goldoni, Vienna 30 Dicembre 1771)

28 settembre

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Tempus in quo praerumpuntur pilae.

*
A

1. necessità logica negativa = impossibilità assoluta
2. necessità logica positiva = necessità assoluta
3. necessità effettuale negativa = impossibilità relativa
4. necessità effettuale positiva = necessità relativa

B

1. esclusione dell'impossibilità assoluta = "possibilità"
2. esclusione della necessità assoluta = "contingenza"
3. esclusione dell'impossibilità relativa = "compossibilità"
4. esclusione della necessità relativa = "arbitrarietà"


30 settembre



sabato 8 agosto 2015

Problemi con Croce: "Materialismo storico ed economia marxistica"


È a prima vista singolare che nella prefazione del 1899 a Materialismo storico ed economia marxistica il filosofo venisse testualmente a precisare: «È stato affermato, da più d’uno, che io, da rigido marxista ortodosso, mi sia venuto via via mutando e abbia assunto, in fine, atteggiamento di critico e di oppositore. Non avrei, naturalmente, nessuna difficoltà ad ammettere il fatto, se fosse vero; ma che non sia vero, non debbo spendervi parole intorno: i saggi qui raccolti, e che sono tutto ciò che ho mai pubblicato in materia, bastano a provarlo» (Laterza 1968, pp. IX-X). In queste parole si coglie, come spesso accade negli scritti di Croce, il gusto del paradosso e delle distinzioni non avulse però dalla coesistenza apparente di elementi contradittori, o falsamente aporetici, proprio in quanto dialettici, o, meglio, qui si comprende anche la funzione pedagogica - perché provocatoria - che Croce si attribuiva e gli veniva riconosciuta di maestro non bisognoso di ripetitori acritici, oltreché naturalmente del filosofo che è un generatore di nuovi problemi da sviluppare da parte di altri. 
Il paradosso scaturiva qui invece dalla confusione che era stata fatta proprio attraverso i fraintendimenti teleologici e fatalistici legati all’attribuzione erronea dei caratteri di una filosofia della storia al materialismo storico. Di conseguenza, si era attribuita a Marx - e «un po’ di colpa spetta – sottolinea Croce - allo stesso Marx; il quale, come una volta ebbe a dire,  amava civettare (kokettieren) con la terminologia hegeliana» (op. cit., p. 7) - la previsione stessa dell’inevitabilità progressiva, fatalistica e quasi provvidenziale del comunismo.
Ebbene, una filosofia della storia - ossia una filosofia dei fatti concreti che costituiscono il corso della storia -  è soltanto possibile qualora tutto il corso della storia sia riducibile concettualmente, ragion per cui il materialismo storico, come era stato sostenuto implicitamente già da Antonio Labriola, non è una filosofia della storia. Tralasciando per un momento il problema che quindi si pone, più di natura logica che storica, quello, cioè, relativo al dilemma se sia impossibile al marxismo essere una filosofia della storia oppure se non esistano tout court filosofie della storia (non potendosi ridurre il movimento storico che al solo concetto di “sviluppo”, teoreticamente non derivabile dall’idea di progresso se non presupponendo anche il regresso nell’avvicendarsi dei fatti concreti: ma questo vorrebbe dire che l’unica filosofia della storia legittima sia quella hegeliana), il materialismo storico non risulta essere il capovolgimento della concezione hegeliana della storia.
Più corretto è denominarlo “materialismo astratto”, perché introduce nella concezione della storia il materialismo metafisico, per l’ovvio motivo che l’idea di Hegel non sono le idee degli uomini. Ecco che il capovolgimento della filosofia hegeliana della storia si dà (semmai) nel considerare immanentisticamente la storia un sistema di forze. Il materialismo storico è allora un fraintendimento o un modo di dire, non avendo relazione col materialismo metafisico. In altri termini, un materialismo storico così concepito è un equivoco marxistico, perché il materialismo storico non solo non è l’ultima e definitiva filosofia della storia, bensì non è affatto una filosofia della storia.