A un sedicente scrittore viene in mente presuntuosamente di apparire in una pubblicazione insieme a una scrittrice che però letterariamente è molto più stimata di lui. Lei è in imbarazzo, non sa come comportarsi; un suo amico, un critico di nome, molto influente, la scoraggia dal dar luogo all'iniziativa, pur non avendo nulla contro un'ulteriore frequentazione del tizio; anzi, si incazza al punto che è la scrittrice, paradossalmente, a prendere le parti del sedicente scrittore. Accade però che nel frattempo i rapporti tra il sedicente scrittore e la scrittrice si tendono, fino a compromettere definitivamente la proposta di contratto, che lei decide di annullare. Intanto il sedicente scrittore continua ad avere rapporti, per tornaconto personale, col critico mentre il critico e la scrittrice hanno rotto clamorosamente per motivi extraletterari ma sui quali ha gravato la presa di posizione del sedicente scrittore. Chi ha ragione?
domenica 13 maggio 2012
venerdì 11 maggio 2012
Il problema del tempo in Agostino: αἰῶν e χρόνος
Per quanto riguarda il problema del tempo, nelle
Confessioni di Agostino esiste la relazione tempo-pensiero come
interiorizzazione ed estensione dell’anima. “Una fondamentale innovazione nella
problematica del tempo è introdotta – nel pensiero occidentale – dal
Cristianesimo, e rappresentata dalla concezione agostiniana che si incentra
essenzialmente sul sentimento della durata. La sua totale interiorizzazione e
riduzione a ‘estensione dell’anima’, a successione di stati psichici, situano
nell’autocoscienza della dinamica interiore il futuro, il presente, il passato
(dove del futuro l’anima ha l’aspettazione, del presente l’intuizione, del
passato la memoria). Il tempo è il solo modo interiore di esprimere se stessi
come creature di Dio, perciò Agostino può definirlo specificamente come una
tensione dell’anima verso il futuro; ciò non di meno questo futuro è
teologicamente al di là delle storie empiriche, perché Agostino formula regole
permanenti per una natura apparentemente extratemporale.”[1]
L’anima umana sente il tempo e misura il
tempo; nel sentirlo è la sua interiorizzazione, nel misurarlo la sua
estensione: “Vediamo un po’ ora, o anima umana, se possa essere lungo il tempo
presente; hai ricevuto infatti il potere di sentire e di misurare la durata.
Che cosa mi risponderai? Cento anni presenti son forse un tempo lungo? Esamina
prima se possano essere presenti cento anni. Se sta passando il primo di essi,
questo è presente, ma gli altri novantanove sono futuri, dunque non esistono
ancora; se si tratta dell’anno numero due, uno è passato, il secondo è
presente, tutti gli altri futuri. Così è per tutti gli anni intermedi;
qualunque tu prenda, da una parte stanno quelli passati, dall’altra i futuri.
Dunque cento anni non possono essere considerati presenti” (XI, 15). Nemmeno
l’anno in corso è considerabile presente, perché l’anno è fatto di vari mesi, i
mesi di giorni, i giorni di ore, ecc. E altrove: “O Tu che regni su tutta la
tua creazione, per quali vie fai conoscere alle anime gli avvenimenti futuri?”
(XI, 19).
È l’anima che conosce, attraverso la propria
estensione e l’interiorizzazione del rapporto con Dio. La misura e la durata
del tempo sono nell’anima:
“L’animo attende, presta attenzione, ricorda:
in modo che quello che attende, attraverso il suo sviluppo nel presente, passi
nel ricordo. Chi potrebbe negare che il futuro non esiste ancora? Ma nell’animo
vive l’attesa del futuro. Chi potrebbe negare che il passato non esiste più? Ma
nell’animo vive la memoria del passato. E chi negherà che il tempo presente
manca di estensione perché non è che un punto transeunte? Ma dura l’attenzione attraverso
la quale il futuro tende al passato. Non si può avere dunque un futuro lungo –
non esiste ancora -, ma il lungo futuro è la lunga attesa del futuro; non si
può avere un passato lungo – non esiste più -, ma il lungo passato è il lungo
ricordo del passato” (XI, 28).
In Agostino il tempo è inteso inoltre come
condizione mondana della storia, come dissipazione peccaminosa, come
smembramento e tumulto delle vicende, mentre l’eternità non ha storia, né
conosce tempo:
“Poiché più cara che la vita è la tua grazia,
e la mia vita è dissipazione e la tua mano mi ha raccolto nel mio Signore, il
Figliuol dell’uomo, mediatore fra Te, l’Unico, e noi, la moltitudine, mediatore
dei molti attraverso molte vie, affinché per Lui, a Colui mi stringa che in Lui
mi ha stretto a sé, e, liberato dai giorni antichi, mi raccolga nel seguito
dell’Unico, dimentico del passato, non più rivolto alle cose future e
transitorie, ma proteso verso ciò che mi sta davanti, non in dissipazione ma in
tensione di spirito – io Lo seguo a cogliere la palma della celeste chiamata,
là dove ascolterò il canto delle lodi, contemplerò il tuo gaudio che non ha
futuro né passato” (XI, 29).
Per Agostino esistono tre tempi, distinti,
appunto, dalla dimensione dell’eternità: passato, presente e futuro; il
filosofo si spinge a chiedersi dove materialmente esistano i tre tempi,
e in quale direzione scorrano, in quella che Emanuele Riverso chiama “mentalità
cosificante di Agostino, che gli aveva creato perfino difficoltà a concepire
Dio in modo incorporeo.”[2]
Addirittura Agostino giunge anche a rispondere a tale interrogativo: il tempo
procede, attraverso il presente, dal futuro in direzione del passato, “ossia:
da ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha spazio, in ciò che non
esiste più” (XI, 21).
Qui è abbandonato il concetto pagano della
ciclicità del tempo a vantaggio della direzione lineare-progressiva, anche se
Agostino non è in grado di definire che cosa sia il tempo; scrive Riverso:
“egli conosce gli usi linguistici dei termini temporali (avverbi, forme
verbali, ecc.), ma non è in grado di costruire un enunciato definitorio, che
possa linguisticamente equivalere alla parola ‘tempo’ intesa come termine
denotante ed essere sostituito ad essa, in tutti i casi in cui questa compare,
lasciando inalterato il senso dei discorsi.”[3]
In effetti, i risultati delle analisi agostiniane sul concetto di tempo sono insoddisfacenti,
anzi talora, come perfino grossolani, ma il problema è che le fonti
dell’elaborazione filosofica del vescovo di Ippona sono essenzialmente
aristoteliche e plotiniane, e le affermazioni in questione vanno criticate alla
luce di un inquadramento storico, per comprendere quali fossero i concreti
mezzi speculativi a disposizione del filosofo. Riverso chiarisce questo aspetto,
parlando del metodo analitico agostiniano: “Si tratta di un metodo analitico da
lui abbozzato in conformità con lo stile delle ricerche tipiche dei dialoghi
platonici, in cui si procede mediante successive proposte di congetture, che
vengono formulate, valutate, a volte respinte, a volte superate, a volte
ribadite. In queste proposte c’è lo sforzo costante di partire dalle
espressioni del linguaggio ordinario e dalle constatazioni di senso comune, per
passare a chiarificazioni filosofiche di queste attraverso l’introduzione di
usi linguistici nuovi, assunti come maggiormente rigorosi. “I limiti del
tentativo analitico agostiniano stanno nel fatto che egli non riuscì ad
utilizzare questo metodo con molta sottigliezza, abilità e avvedutezza, perché
a suo tempo la filosofia critica ed analitica non disponeva ancora di strumenti
molto raffinati, né di un’esperienza sufficientemente ricca.”[4]
È il caso dunque di accennare brevemente alle
due tappe salienti del pensiero antico che sono costituite dalle analisi
platonica ed aristotelica del concetto greco di tempo. Platone codificò due usi
linguistici della parola “tempo”, derivati dalla filosofia precedente e dalla
lingua comune: αἰῶν
e χρόνος, cioè un tempo eterno e un tempo legato
alle cose sensibili, coerentemente nell’ambito del sistema filosofico
platonico.
Platone “creando una netta distinzione ed un
preciso contrasto, ma anche una determinata somiglianza fra i significati di
queste due parole (‘aiôn’ e ‘chrónos’ ), caratterizzava,
attraverso questo contrasto e questa somiglianza, i concetti di eternità e
tempo. Si tratta di un contrasto che si aggancia al contrasto fra il
mondo degli éide e il mondo sensibile, ed una somiglianza che si
connette alla tesi che il mondo sensibile sia fatto ad imitazione del mondo
degli éide.”[5]
Ma che cosa è il tempo? Per dare una
risposta, toccava ad Aristotele ristrutturare la prassi linguistica comune;
egli risponde che il tempo è “’il numero del movimento secondo il prima e il
dopo’ (arithmòs kinêseos katà tò próteron kài hústeron) (Aristotele, Physica, IV, 11, 219b1 e
220a24-25).”[6]
Aristotele passa a esaminare i termini da lui usati: numero, movimento, prima,
dopo. Gli ultimi due vengono spiegati in posizione locale, quindi il movimento
determina il tempo trascorso per compiere quel determinato movimento, infine la
parola “numero” esprime una misura del tempo, ossia del movimento necessario al
compiersi di quel tempo.
Napoli,
settembre 1989.
[1] Ornella De
Sanctis, L’educazione e il moderno, Napoli, Liguori, 1989, p. 89.
[2] Emanuele
Riverso, Filosofia analitica del tempo, Roma, Armando, 1979, p. 37.
[3] op. cit., p. 36.
[4] op. cit., pp. 43-44.
[5] op. cit., p. 18.
martedì 1 maggio 2012
Romanzo-saggio
Contro
Sainte-Beuve di Marcel Proust – che intanto non è una pre-Recherche – è un saggio incorporato al romanzo o un romanzo
incorporato al saggio? I materiali utilizzati sono i più disparati, tanto
quelli narrativi preparatori alla Recherche
quanto quelli critici su Sainte-Beuve, Baudelaire, Balzac. Nella Recherche Sainte-Beuve è Madame de
Villeparisis o quantomeno a lei sono attribuiti quelli che l’autore considera
errori di Sainte-Beuve: 1) la questione dell’”io” dello scrittore che per
Proust non coincide con l’”io” anagrafico, o esistenziale, ma con un “io” più
profondo e diverso dall’altro; 2) la questione della qualità dell’opera per
Proust non riguarda la vita privata dell’”io” anagrafico: non esiste alcun
rapporto tra vita e opera in termini valoriali (questa problematica era già
stata presente nel Jean Santeuil).
Ma fino a che punto questi due “io” sono
diversi? La semantica psicanalitica è in grado di tentare alcune
risposte e Lacan, dichiarandosi neutrale nei confronti tanto di Sainte-Beuve
quanto di Proust, invitava ad applicare la psicanalisi non ai dati esistenziali
ma all'opera, perché è lì e non nella vita che si manifesta più
profondamente lo scrittore.
La Recherche
va tutta quanta in direzione sbagliata, programmaticamente, per volontà del suo
autore, questa è la sua grandezza e il suo fascino, la sua essenziale inutilità
di opera d’arte (lo stesso Narratore è a suo modo un analista freudiano del
proprio racconto). “Il più grande dolore della mia vita? La morte di Lucien de
Rubempré in Splendeurs et misères des
cortigianes!” disse Oscar Wilde nella prima parte della sua vita. Un’intuizione di Proust è stata quella di averci fatto
intravedere che i grandi scrittori di ogni epoca sono un unico genio che
attraverso le molte epoche, non senza contraddizioni, vive ripercorrendo la
storia dell’umanità. (cfr. Sainte-Beuve e
Balzac, in Contro Sainte-Beuve).
“Uno
scrittore che possiede del genio a intervalli, per poter condurre il resto del tempo una piacevole esistenza di
dilettantismo mondano e letterario, è una concezione altrettanto falsa e
ingenua di quella d’un santo il quale conduca la più elevata vita morale al
fine di poter godere in paradiso d’una vita di piaceri volgari” (op. cit., Einaudi 1991, p. 78). E
qualche riga dopo continua: “Spesso la signora di Guermantes, quando andavo a
trovarla, se si accorgeva che i suoi visitatori si annoiavano, mi diceva: -
Volete salire a trovare Henri? Dice che non c’è, ma voi, sarà felice di
vedervi!” – E siamo già ai toni narrativi della Recherche.
“Per uno scrittore, infatti, quando legge un libro, l’esattezza
dell’osservazione sociale, il partito preso del pessimismo, o dell’ottimismo,
sono dati di fatto che egli non discute, di cui non si accorge neppure. Ma per
i lettori ‘intelligenti’ il fatto che il racconto sia ‘falso’ o ‘triste’ è come
un difetto personale dello scrittore, difetto che essi sono stupiti e
abbastanza estasiati di ritrovare, anche esagerato, in tutti i suoi libri, come
se non avesse saputo emendarsene, e che finisce per conferirgli ai loro occhi
il carattere antipatico di una persona senza criterio o che induce al malumore
e che è meglio non frequentare, così che ogni volta che il libraio presenta
loro un libro di Balzac o di George Eliot, rispondono rifiutandolo: “Oh, no!
sono sempre falsi, o tetri, l’ultimo ancor più di tutti gli altri, non ne
voglio più” (ibidem, pp. 84-85).
Su Balzac neppure
Sainte-Beuve aveva tutti i torti, infine:
“In quel salotto
Madame de Sérizy non era ricevuta, benché fosse nata Ronquerolles” (Balzac, Splendeurs et misères des cortigianes,
XV).
“Ma, siccome qui si
scorge la mano di Balzac, si crede un po’ meno all’esistenza di quei Grandlieu
che non ricevevano la signora de Sérizy” (Proust, op. cit., p. 90).
lunedì 30 aprile 2012
Dizionario Latino di Rusconi Libri (2011). Una recensione
È irrituale
recensire un vocabolario, e questa decisione verrà forse interpretata dal malevolo
lettore come una provocazione situazionista, considerando la produzione
letteraria italiana contemporanea. Che cosa invece ci ha spinti ieri a prendere
presso un ipermercato un piccolo dizionario latino-italiano italiano-latino?
Viene fatto di rispondere: pura bibliomania. Ma, a parte questo, pur
constatando che a casa mia non mancano vocabolari di latino e greco, mi ha
sedotto la sua ridotta, ma non piccolissima, mole materiale. Mi capita che
durante un viaggio più lungo portandomi dietro il computer ogni volta rinuncio
al vocabolario di latino, sia al Georges sia al Castiglioni-Mariotti
(impropriamente detto IL, come un articolo laddove si
tratta di una sigla per italiano-latino) semplicemente perché mi prenderebbero troppo spazio, e questa rinuncia è
fatta sempre malvolentieri, ma non mi fido dei vocabolari on line. La prossima
volta, invece, sarà più agevole questo piccolo Dizionario Latino di Rusconi Libri (2011).
Certo soltanto a uno studente poco motivato o ai principianti
(ma solo in una breve fase, per cui tanto vale passare subito ai grandi
dizionari) oppure a un esperto che si trovi in circostanze ambientali insolite
è lecito far uso di uno strumento come questo, dove dei vocaboli latini non
vengono riportate che poche parole tradotte, le aree semantiche non sono
suddivise, non si può consultare l’epoca del termine mancando la trascrizione
degli autori di riferimento, non si può distinguere l’espressione dialettale,
non c’è un minimo cenno di grammatica storica comparativa; viceversa, non
mancano i genitivi dei sostantivi né i paradigmi dei verbi. Del resto, come ha
scritto Rossana Valenti, «la didattica dell’antico non si identifica con
l’insegnamento di nozioni e saperi considerati anacronismi inutili, un corredo
mentale di cui la società ha deciso di fare a meno, ma è piuttosto la via
maestra, se non l’unica, per portare nel mondo nuovo le radici che ci hanno
alimentato, le parole ricche del senso che uomini saggi hanno tentato
d’infondervi, e che vogliamo ancora pronunciare e condividere, le idee che non
vogliamo smettere di pensare» (Il latino dentro e oltre la scuola. Memoria, identità, futuro, Loffredo 2011, p. 11).
Tornando alla motivazione iniziale,
mi viene in mente un aneddoto tramandato negli ambienti universitari napoletani
riguardante Benedetto Croce, notoriamente bibliomane il quale, essendogli stato
detto con ammirazione da una signora che lo aveva colto mentre frugava su una
bancarella di San Biagio dei Librai: “Maestro, vedo che si mantiene in
spirito…” (Croce non era laureato), rispose, alludendo al proprio carattere
ruvido:
“No, mi mantengo in aceto!”
domenica 22 aprile 2012
sabato 21 aprile 2012
Mostra in memoria di Antinoo a Tivoli. Una recensione
È in corso a Tivoli, presso Villa Adriana, dal 5 aprile al 4
novembre 2012 la mostra intitolata Antinoo.
Il fascino della bellezza, dedicata al favorito di Adriano che annegò nelle
acque del Nilo e cui l’imperatore tributò onori divini dopo la morte. L’importanza
di questa iniziativa è una riprova tangibile del principato umanistico (come esaltazione della conoscenza filosofica
in senso sia formale sia lato) di Adriano (117-138 d.C.) che insieme a Antonino
Pio e Marco Aurelio si impose come un’anomalia del regime illiberale che durava
dall’epoca dei Giulio-Claudi e non avrebbe più conosciuto eccezioni successive a
parte forse i soli Galieno e Giuliano l’Apostata.
Antinoo non era che un ragazzo dotato di qualità
intellettuali e morali tutto sommato ordinarie, quello che doveva aver attratto
il principe fu la simbolizzazione del proprio progetto di riforma estetica nell’ambito
dell’amministrazione delle province, che vide incarnato in lui quando lo
conobbe in Bitinia. La novità di questa mostra è soprattutto nell’egittizzazione
dell’erómenos associato al culto di
Iside e nella rappresentazione speculare di sguardi col maturo erastés che appare, secondo l’inconografia
ufficiale, sempre con la barba all’uso dei filosofi antichi di contro all’espressione
consapevole e malinconica dell’altro. Il protocollo che dai tempi di Augusto
riservava la deificazione soltanto ai membri della famiglia reale fu comunque clamorosamente
rotto nonostante lo sconcerto silenzioso di un senato del resto, dopo la morte
di Cesare, esautorato di qualsivoglia funzione effettuale.
Si avverte il potere illimitato del principe, la cui presenza
metteva a disagio Frontone e dall'autoritarismo evidente. Il
cordoglio per il lutto fu universale, la morte di Antinoo lo gettò in una
disperazione che arrivò tuttavia a imbarazzare la corte, già trasferita in gran
parte da Roma alla Villa, che è una vera e propria città, anche più grande di
Pompei. Oltre alle ipotesi già formulate del suicidio e di un banale incidente,
è probabile che Antinoo sia caduto per volontà di altri cortigiani smaniosi
di prenderne il posto. Le Memorie di
Adriano della Yourcenar sono pur sempre il più espressivo documento
romanzato, ma basato sull’Historia
Augusta, delle vicende di questo singolare imperatore, assimilabile ad
Augusto (amico di Mecenate e del filosofo Areio) e al macedone Antigono Gonota.
I suoi numerosi viaggi non furono tanto i capricci di un esteta quanto un vero e
proprio metodo di governo, Adriano arrivò tardi al trono e grazie a un raggiro
col prefetto del pretorio e con Plotina, moglie del predecessore Traiano, che
lo nominò erede solo in punto di morte, l’8 agosto 117. Anche gli storici
antichi dubitavano della legittimità della successione.
venerdì 13 aprile 2012
“Torno subito”
Una ventina di giorni fa, ai primi di agosto, sono andato a cena con Elsa Morante. Faceva un gran caldo, Roma era deserta. Come due cani fedeli, ci siamo incontrati in una vecchia trattoria di via della Vite. Abbiamo litigato. Devo confessare che mi sentivo, a quella temperatura da vapoforno, depresso, inacidito e infelice. Non ricordo che cosa ordinammo. Ricordo che a un tratto mi trovai a profetare per il mondo un destino insieme sinistro e ottimistico. Dissi a Elsa che tutti i lamenti contro la civiltà attuale erano il frutto della nostra miopia. In realtà, siamo gli epigoni di una stagione umana che ha avuto un inizio e avrà la sua fine. Ma contro tutti i piagnistei di moda, questa fine sarebbe stata vittoriosa. […]
Ricordo adesso che la
Morante stava mangiando delle ovoline. Mi disse che si stupiva ch’io potessi
dire tante sciocchezze. La morte, obiettò, non esiste, è un’apparenza dei
sensi. Quello che veramente «è» non ha mai avuto inizio e non avrà mai fine. Della
realtà, noi vediamo soltanto una fetta insignificante. A mia volta, la accusai
di «spiritualismo». Le dissi che era una mistica, e che tutte le sublimi
filosofie orientali mi sembravano terapie inventate per curare un male
incurabile. […] Il male dell’uomo, dissi a Elsa facendo del Nietzsche senza
volerlo, non è di non potere uscire dalla sua realtà minorata. È di non potere
uscire dalla religione. È tempo che ne esca. Ma il prezzo per uscirne, è di
sposare la morte. «I tuoi F.P.» conclusi
«non sono affatto felici. Sono vivi. Puzzano di vita. È diverso».
Fu Elsa a proporre di
andare a prendere un po’ di fresco nel giardino di un bar. Capii che aveva
deciso di sorvolare sulle mie sciocchezze. Ero pieno di vergogna. Ci alzammo e
arrivammo fino al bar. Le fui grato di avere cambiato discorso. Ordinai uno
yoghurt. E a quel punto, lei mi disse che io non avevo mai letto il Mondo salvato dai ragazzini, e che era
inutile che continuassi a mentirle dicendole il contrario. Era chiaro che
soffrivo di un complesso nei confronti di quel libro. Mentii sempre più
debolmente, la mia buonafede vacillava. Era vero. Avevo letto il Mondo salvato dai ragazzini in fretta e
male. Tornai a casa e lo lessi.
[…]
Dimenticavo come poi
finì la serata. Elsa tornò sull’argomento (l’ultima parola è sempre la sua), ma
solo per un istante. «Sia ben chiaro» concluse «che in ogni modo so già cosa
fare quando morirò. Troverete in una busta un biglietto dove ci sarà scritto: “Torno
subito”». Poi rovesciò la testa all’indietro, alzando il mento in un gesto di
sfida infantile, guardandomi fieramente come spiasse l’effetto della sua
prodezza. Mi precedette solo di una frazione di secondo con uno scoppio d’ilarità
che risuonò tra i tavoli deserti come un applauso, prima che ci trovassimo a
ridere insieme.
settembre 1971
settembre 1971
Cesare Garboli, Il
gioco segreto. Nove immagini per Elsa Morante, Adelphi 1995, pp. 148-152.
domenica 25 marzo 2012
sabato 24 marzo 2012
L'ateismo di Giacomo Leopardi
Il libro di Marcello D’Orta All’apparir del vero. Il mistero della conversione e della morte di Giacomo Leopardi (Piemme) è spesso insopportabilmente retorico. Noiose e dopotutto inutili le molte pagine che indugiano sul mistero della sepoltura del poeta-pensatore. La tesi di fondo – una presunta conversione in extremis al cristianesimo da parte di Giacomo Leopardi – è forzata e non convince.
venerdì 23 marzo 2012
La Commissione per le indicazioni nazionali avrebbe censurato alcuni autori italiani del Novecento. Una polemica sbagliata.
La libertà d'insegnamento è garantita dalla Costituzione, e nessuno obbliga a non trattare Sciascia o Quasimodo al quinto anno, o anche prima e lo dico per esperienza diretta. Non vedo dove sia la censura se in un modulo per es. sul Novecento, in particolare mettiamo sul famoso "impegno" (che nel radicale Sciascia fu oltremodo indiscutibile, come in Moravia che a sua volta nemmeno si asservì mai, neppure durante il fascismo, ad alcun ideologismo) degli intellettuali si introducano unità didattiche riguardanti Sciascia o Vittorini (se proprio ci si tiene; Vittorini che non capì Il Gattopardo), e addirittura nel biennio non mi risulta che siano scomparse le pagine riguardanti gli autori oggetto di questa stravagante rivendicazione, nella fattispecie data. Non vedo come si possa censurare una lezione riguardante una di queste unità didattiche, a parte il fatto che in genere le programmazione di dipartimento prevedono strumenti e metodi assolutamente personalizzabili e adattabili alle innumerevoli variabili specifiche, come per es. appunti o materiale in fotocopia o altri testi o laboratori di lettura, magari su Scotellaro, ecc. Tutto ciò è di una ingenuità disarmante. Il problema sono semmai i tempi: a stento si arriva a D'Annunzio e Pirandello purtroppo. Ma sulla scuola ognuno è pronto a sparare a zero, sulla scuola si è sempre poco o niente affatto informati, anche da dentro fino alla negazione dell'evidenza davvero, intorno alla scuola e all'Accademia da sempre circolano le polemiche più bizzarre e fantasiose, questa qui in particolare è sbagliata e strumentale in un modo che fa cascare le braccia per terra.
È una polemica sbagliata, strumentale e anche ridicola, si richiede all'istruzione pubblica di affrontare e risolvere qualsiasi problema e nei vari insegnamenti che si ricoprono, di trattare tutto, come anche all'università laddove l'una e l'altra non possono che offrire alcuni fondamentali strumenti di conoscenza critica; è ancora poco lo so, ma sarebbe già molto questo poco, e lo è. Sono, invece, con lampante pressappochismo, questi, nient'altro che pretesti accampati da chi non vive quotidianamente la realtà delle cose. Si fa una gran confusione: è ovvio che se nella circolare ministeriale sono stati fatti dei nomi, non si impongono come elenco esaustivo se non come elemento rappresentativo, che non è in grado di circoscrivere il limite della scelta legittima in senso critico e necessariamente pluralistico. E qui - come altrove - è evidente il comportamento (che, per giunta, non mi meraviglia affatto) che interessa una parte - forse più “forte”, mi augurerei di no... - della cosiddetta cultura italiana che non solo è molto provinciale, anche quella extra-accademica, ma anche - come in questo caso - conformista e acritica, di grave peso propagandistico e antipedagogico. Insomma, la matrice che sottende una strategia siffatta è simile al delirio per il tifo sportivo ed è di tipo fortemente sottoculturale. Il conformismo è il primo nemico della conoscenza.
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