venerdì 23 marzo 2012

La Commissione per le indicazioni nazionali avrebbe censurato alcuni autori italiani del Novecento. Una polemica sbagliata.



La libertà d'insegnamento è garantita dalla Costituzione, e nessuno obbliga a non trattare Sciascia o Quasimodo al quinto anno, o anche prima e lo dico per esperienza diretta. Non vedo dove sia la censura se in un modulo per es. sul Novecento, in particolare mettiamo sul famoso "impegno" (che nel radicale Sciascia fu oltremodo indiscutibile, come in Moravia che a sua volta nemmeno si asservì mai, neppure durante il fascismo, ad alcun ideologismo) degli intellettuali si introducano unità didattiche riguardanti Sciascia o Vittorini (se proprio ci si tiene; Vittorini che non capì Il Gattopardo), e addirittura nel biennio non mi risulta che siano scomparse le pagine riguardanti gli autori oggetto di questa stravagante rivendicazione, nella fattispecie data. Non vedo come si possa censurare una lezione riguardante una di queste unità didattiche, a parte il fatto che in genere le programmazione di dipartimento prevedono strumenti e metodi assolutamente personalizzabili e adattabili alle innumerevoli variabili specifiche, come per es. appunti o materiale in fotocopia o altri testi o laboratori di lettura, magari su Scotellaro, ecc. Tutto ciò è di una ingenuità disarmante. Il problema sono semmai i tempi: a stento si arriva a D'Annunzio e Pirandello purtroppo. Ma sulla scuola ognuno è pronto a sparare a zero, sulla scuola si è sempre poco o niente affatto informati, anche da dentro fino alla negazione dell'evidenza davvero, intorno alla scuola e all'Accademia da sempre circolano le polemiche più bizzarre e fantasiose, questa qui in particolare è sbagliata e strumentale in un modo che fa cascare le braccia per terra.
È una polemica sbagliata, strumentale e anche ridicola, si richiede all'istruzione pubblica di affrontare e risolvere qualsiasi problema e nei vari insegnamenti che si ricoprono, di trattare tutto, come anche all'università laddove l'una e l'altra non possono che offrire alcuni fondamentali strumenti di conoscenza critica; è ancora poco lo so, ma sarebbe già molto questo poco, e lo è. Sono, invece, con lampante pressappochismo, questi, nient'altro che pretesti accampati da chi non vive quotidianamente la realtà delle cose. Si fa una gran confusione: è ovvio che se nella circolare ministeriale sono stati fatti dei nomi, non si impongono come elenco esaustivo se non come elemento rappresentativo, che non è in grado di circoscrivere il limite della scelta legittima in senso critico e necessariamente pluralistico. E qui - come altrove - è evidente il comportamento (che, per giunta, non mi meraviglia affatto) che interessa una parte - forse più “forte”, mi augurerei di no... - della cosiddetta cultura italiana che non solo è molto provinciale, anche quella extra-accademica, ma anche - come in questo caso - conformista e acritica, di grave peso propagandistico e antipedagogico. Insomma, la matrice che sottende una strategia siffatta è simile al delirio per il tifo sportivo ed è di tipo fortemente sottoculturale. Il conformismo è il primo nemico della conoscenza.






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