domenica 14 maggio 2023
venerdì 21 aprile 2023
domenica 6 novembre 2022
SØREN KIERKEGAARD (da "Saggio sulla bellezza")
1. Non c’è dubbio che Kierkegaard sia complice dei suoi esteti.
«È regola di delicatezza quando si scrive,
utilizzando gli avvenimenti della propria vita, non dire mai la verità, ma
tenerla per sé e lasciarla soltanto rifrangersi sotto angoli diversi» (Diario,
842-44).
In Kierkegaard la dimensione estetica è intrecciata
alla morte, perché la bellezza e l’eros non rispondono alla domanda ultima
dell’esistenza. In lui l’estetica è una contemplazione della morte. Ma allo stesso
tempo si compiace del carpe diem o, meglio, si vorrebbe compiacere
dell’istante se non dovesse contemplare la morte. Va nella posizione mediana
dell’etica per risolvere temporaneamente il conflitto. Lo stadio etico è una
fuga necessaria quanto non risolutiva, perché l’esteta si rivolge di nuovo a una
miriade di figurazioni attraenti senza arrivare mai peraltro alla realizzazione
del sentimento. Il piacere è sempre rinviato, il seduttore si agita a destra e
a sinistra per compiacersi del proprio destreggiarsi. Manca un centro
totalizzante nella sua ricerca, nel senso che non viene trovato e lo stadio
religioso è l’altrove che intensifica illusoriamente quella mancanza di
centralità radicale, tant’è vero che il cristianesimo diventa paradossalmente
più appetibile in termini di tensione erotica di quanto non lo fosse la stessa
etica sessuale antica. Se per caso trova la centralità (Regina Olsen), la
abbandona in quanto gli occorre lo stadio religioso per rinforzare il rapporto con
gli oggetti della seduttività molteplice, come se ogni singola avventura fosse
da rivivere sub specie aeternitatis. Così si assolutizza il carpe
diem, in Kierkegaard non esiste che l’istante. Non lo dice apertamente
perché banalizzerebbe l’esperienza.
In Kierkegaard c’è l’impossibilità di raggiungere la
fede cristiana ed esservi coerente, senza la consolazione di Pascal di averla
trovata proprio perché la sta cercando. Si direbbe piuttosto che non vuole
realmente perseguire la ricerca.
2. Un genio in una città provinciale[1]
Peter
P. Rohde, autore di Søren Kierkegaard. Un genio in una città provinciale,
è stato uno tra i maggiori studiosi danesi del filosofo:[2].
In realtà il sottotitolo del libro è un’espressione dello stesso Kierkegaard
contenuta nei suoi diari: lui lamentava l’incomprensione e l’invidia che lo
circondava nell’arco della sua breve esistenza a Copenaghen, una città che
tuttora ha pochi segni tangibili che lo ricordino, a parte un brutto monumento
(a differenza di Praga, che conserva molte tracce del passaggio di Kafka), come
se Kierkegaard non fosse mai stato a Copenaghen, il che è molto strano se si
considera la svolta epocale, in polemica con la dialettica hegeliana, che il
suo pensiero ha costituito, con parecchi continuatori a cominciare dal teologo
Karl Barth che si ispirò al danese.
Il libro di Rohde non mantiene
quello che promette, non affronta il rapporto con Copenaghen se non
indirettamente e nella sua sintesi piuttosto delinea i tratti fondamentali
della filosofia kierkegaardiana e i rapporti con le poche persone che hanno
contato nella sua vita: il padre, Regina Olsen naturalmente e i suoi maggiori
antagonisti Goldschmidt e i vescovi Mynster e Martensen. Così se si vogliono
ripercorrere i tratti salienti della sua vita bisognerà cercare altrove, nel
recente volume di Clare Carlisle[3],
che tuttavia ha il limite di considerarlo soprattutto un teologo, e dagli studi
fatti in Italia da Maria Rosaria Pepe, in particolare riguardo al rapporto
divenuto poi non-rapporto con Regina Olsen[4],
al di là del gossip naturalmente in quanto quello è un momento cruciale in cui
si realizza nella vita la filosofia di Kierkegaard.
La sua vita è stata povera di
eventi, anche perché è morto molto giovane lasciando una produzione abnorme di
scritti. Quando è a Berlino, la mattina esce per poco, poi rincasa e scrive
fino alle tre, poi esce di nuovo per andare al ristorante. Torna a casa e
continua a scrivere. Ma anche a Copenaghen la sua giornata non è troppo
diversa. Passeggia tra la folla, fa veri e propri bagni di folla, proprio lui
che ha tanto scritto sul Singolo minacciato dalla massa. Eppure dava luogo a
tutti, parlava con tutti e presumibilmente non di filosofia; era molto
benvoluto e mi piace sottolineare questo aspetto che non c si aspetterebbe in
uno scrittore come lui sempre un po’ allineato con l’odi profanum
vulgus di oraziana memoria e invece questo profanum vulgus lo
prendeva a braccetto, lui si lasciava prendere a braccetto amabilmente, come se
una volta tanto fosse anche lui uno di loro.
Ha una casa spaziosa nel centro di Copenaghen, ogni mattina ne esce indossando il cilindro e usando un bastone da passeggio o un ombrello chiuso, con un’aria da dandy e cammina moltissimo. Questo camminare a piedi l’ha in comune con altri pensatori, con Rousseau nelle sue ultime passeggiate solitarie in preda alla paranoia lucida, con Nietzsche che pure faceva lunghe marce nelle città dove abitava perché riteneva che all’aria aperta i pensieri si mostrassero più affidabili e che anzi bisogna diffidare dei pensieri che non si presentino all’aria aperta, con lo stesso Leopardi che a Napoli pure passeggiava da solo prima che Ranieri andasse a ripescarlo mentre la folla, il popolo si era radunato intorno a lui chiamandolo ‘o ranavuottolo.
C’è quindi questo aspetto amabile in Kierkegaard. Conversa coi conoscenti che incontra. Bisogna però precisare che ha l’aria giudicante quando i passanti lo incrociano e lo prendono a braccetto, sono intimiditi dall’azzurrità del suo sguardo penetrante e a sua volta lui deve ritrarsi, ha bisogno della solitudine del Singolo per scrivere. Tutto questo non lo dice Rohde. Rohde si sofferma a delineare le fasi della filosofia di Kierkegaard, non senza cadere in qualche luogo comune, per esempio nel considerarlo un precursore dell’esistenzialismo, dei vari Sartre e Heidegger. Infatti il pensatore esistente, di cui parla nella Postilla conclusiva non scientifica, non è il pensatore esistenzialista proprio perché in lui c’è il cristianesimo, e di questo avviso era anche Cornelio Fabro, massimo studioso di Kierkegaard (a parte il fatto che pure Gabriel Marcel rifiutava l’etichetta di esistenzialista, che fu affibbiata a Heidegger a sua volta non senza suo disappunto). E a mio parere tale equivoco, rinforzato da Rohde, è il punto debole del suo libro.
Non si può prescindere dal cristianesimo, ma il suo
è estetizzante, la sua fede è corrotta dall’interno (cfr. Hannah Arendt,
Quaderno XIII, 27[5]).
Kierkegaard critica ferocemente Hegel perché secondo lui l’idealismo è anticristico,
non è possibile che nel concetto (cum-capio) ci siano sia l’umano che il
divino, si tratta invece di un rapporto che è impossibile porre
dialetticamente.
L’estetica di Kierkegaard è il sentire, il percepire per mezzo dei sensi (da αỉσθάνομαι, sento, intendo, comprendo), insomma la vita del Singolo e tuttavia l'estetica, portata alle estreme conseguenze, diviene inadeguata a risolvere l’angoscia. Ma pure lo stadio etico non risolve l’angoscia perché anche l’etica è nel tempo. Il Singolo se prova nausea per l’estetica e si rivolge all’etica ecco che di nuovo ne è strozzato fino al paradosso dello Stato etico, mentre occorre l’eccezione del Singolo, ma lo Stato etico soffoca l’eccezione e diventa una dittatura. Solo Abramo può eccedere l’etica, Abramo uccide il figlio ubbidendo a Dio ma poi Dio glielo restituisce, di nuovo l’umano si trova nella sua dimensione senza che però l’abisso col divino sia colmato, - né può colmarlo la dialettica hegeliana. Ma i tre stadi non si susseguono.
[1] Testo della lectio magistralis tenuta presso il Liceo “Don
Gnocchi” di Maddaloni (Caserta) il 22 dicembre 2021.
[2] Traduzione e cura di Igor Tavilla, Roma, Castelvecchi, 2018.
[3] Kierkegaard. L’inquieto filosofo del cuore, trad. it. di
Francesca Ilardi e Massimo Bocchiola, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 2020.
[4] La Paralisi della Possibilità: Søren
Kierkegaard e Regina Olsen, Acerenza, Telemaco
Edizioni, 2015.
[5] Nel deserto del pensiero. Quaderni e diari. 1950-1973, edizione
italiana a cura di Chantal Marazia, Milano BEAT, 2015, p. 256.
Paralipomeni del Paradiso
Beatrice allor con sue parole argute:
“Se
mi avessi disiata e non amata,
le
belle membra mie avresti avute.”
Rispuosile
io: “So che un’altra fiata
non
mi si dà, madonna, ’n terra piùe,
or
che vostra bellezza se n’è andata.
Però
lasciam che fu ciò che già fue.”
Ma
ella a me severamente disse:
“Ben
ascolta: le colpe sono tue!
oscurandoti
il genio le tue fisse
püerilmente
ostili a questa altezza,
come
se ’l pan degli angeli partisse
mentre
sussiste ancora mia fattezza.
La
sai, che l’asseconda in vita e in arte
per
me ’l tuo verbo ornato nell’ebbrezza.”
Ond’io:
“Contradizion nelle mie carte
non
mi si svela: perché anteponeste
il
disìo che d’amor è la gran parte
alla
vita per cui chiusura aveste,
nova
bensì, con velen d’argomento?
Ditelo
a me, qualora lo voleste!”
“Eppure
la ragion del mio sgomento”
ricominciò
“dovrebb’esserti chiara
e
del perché passò quel bel momento
che
mi costrinse a usar parola amara
e
a negarti il favor che poi ho dato
altrui
di cor, senza essere avara.
Purtroppo
tu non misurasti l’iato
chiedendo
a me che le divine pose
oggimai
si fondesser nel guatato:
comprendimi,
dovevi finger cose
per
ottener mie luci, non l’amore
si
addiceva e ’l silenzio ti rispose.”
“Con
tutto ciò, non capisco il furore
per
cui pensaste che ’i disïavo
solo
la vostra imago nelle ore
e
garzone pertanto sragionavo.
Confortato,
per l’etere che andiamo
in
vostra compagnia mi faccio bravo
come
in quel dì specificando: ‘v’amo’:
in
seguito, svoltando salutai
incontrandovi
a caso, in quanto bramo
ma
per vostro sorriso non restai,
luce magis dilecta,
nei miei drammi
né
più grazie a Virgilio sono tai.”
E
disse appresso: “La matera fammi
grande
nel seggio e canoscenza spira,
l’esser
del mondo lo suo raggio dammi.”
Silogizzò,
qual colei che delira
né
io compresi come si conviene
’l
verbo alla cosa, constatai senz’ira.
Greco e latino
Il greco e la mentalità greca sono attenti all'essenziale, il latino e la mentalità romana al particolare. Il greco è sintetico, il latino è analitico. In tale sintesi, il greco è più sbilanciato rispetto alla realtà di quanto non sia il latino.
L'essenziale del greco è una visione superiore ma non semplicistica (i
Greci hanno vinto alle Termopili con la strategia, e cioè con la teoria). Il
latino aderisce alla realtà immediatamente, la filosofia romana è quasi sempre
morale. Il latino è barocco ed exundat senza essere dispersivo.
Lo spirito greco è comunitario per natura, la civitas romana è imposta dal
diritto. Entrambi gli elementi attraverso percorsi diversi arrivano agli stessi
risultati.
giovedì 14 aprile 2022
L'amore nella trascendenza del Dasein
Rosa mystica
mercoledì 6 aprile 2022
Utopia e paranoia
lunedì 28 marzo 2022
IO, ANGELO NERO di Pino Pelosi
Non è mai il soggetto cartesiano a redigere un’autobiografia ma il soggetto frantumato, e quello di Io, Angelo Nero di Pino Pelosi (Roma, Sinnos Editrice, 1995) è emblematicamente e indubbiamente frantumato come l'io di tutti e come la struttura stessa del libro. Il risultato è letterariamente interessante perché la necessità di《scrivere e riscrivere la propria vita》come affermato dallo psicologo Gaetano De Leo nella prefazione, rappresenta una soluzione creativa, un modo di reagire alla pressione della comunicazione di massa che all’assassino di Pier Paolo Pasolini toccò subito subire. La scrittura come resistenza etica. L’autobiografo a sua volta è affine al paziente in analisi (Paul Jay). Potremmo parlare di una scrittura collaborativa dal momento che al testo originale di Pelosi ha messo mano per correggerlo una giornalista di cui non viene fatto il nome, ma non sarebbe giusto e neppure vero. Nel Patto autobiografico di Philippe Lejeune (ripreso da Lucia Fiorella in Oltre il patto autobiografico. Da Barthes a Coetzee, Roma, Artemide, 2020) deve esserci coincidenza tra autore, narratore e protagonista contrariamente a quanto accade nel romanzo, anche se la vita dell’autore in questione è stata romanzesca soprattutto a partire da quella tragica notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. La fascinazione è quella di seguire le vicende di un fuori-storia eslege, non certo innocente, che in vari momenti della sua vita cerca di mettere l'accento sulla storia della sua personalità.
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giovedì 24 marzo 2022
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