venerdì 14 ottobre 2016

lunedì 30 maggio 2016

Lunedì 30 maggio 2016


Vengono tante di quelle idee in biblioteca, una raffica di idee e teorie estemporanee delle quali alcune svaniscono dopo pochi secondi per la loro infondatezza, altre magari erano valide ma volano via, altre ancora le appunto atecnologicamente a mano su due quaderni, uno più piccolo e un altro grande, e anche tecnologicamente sul tablet, che alla fine mi domando se tra tanto materiale non sia sufficiente aver solo pensato. Ma la risposta è no, non mi piace lasciare le cose incompiute, e lo scopo di quegli appunti è l’elaborazione successiva.

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Je m'en fiche

Di fronte all’invidia altrui non si sa mai come regolarsi. In linea di massima, l’invidia va ignorata. Forse perché è un sentimento subdolo - degradante per primo per chi lo prova, ma cazzi suoi, - non lo capisco in quanto non lo provo, e siccome non lo provo mi è pure difficile riconoscerlo negli altri. Ma certamente non mi abbasso a tanta inferiorità d’animo da elaborare un comportamento sullo stesso piano che dovrebbe presupporre in primo luogo un dialogo su una parità di livello che non riconosco. Se mi si estorce tale parità (la vita è fatta di tanti casi e contesti e situazioni, che magari succede anche questo) non ha alcun valore e resta il fatto che è stata estorta e quindi bella forza! non c’è stato nessun mio riconoscimento: dove risulterebbe? Posso tutt’al più, di rado, provare ammirazione ( sono abbastanza nobile da non andar elargendo ammirazione a tutto spiano), che è un’altra cosa e quando c’è è un piacere esternarla. Oppure mi regolo al momento: se la persona mi è simpatica (esistono invidiosi simpatici? talvolta; è un ossimoro ma la vita è piena di contraddizioni) arrivo anche a simulare una parità di grado e la cosa perfino mi diverte e la prendo come un esercizio dialettico o teatrale. Tanto non era vero niente, almeno da parte mia, soprattutto là dove ogni parlare è vano. Altrimenti, se mi è antipatica, dipende dalle circostanze: o arrivo alla guerra aperta, che tuttavia deve essere degna di venire combattuta: talora lo è; non mi dispiace litigare; ma bisogna scegliersi un nemico valoroso, se no non ne vale la pena; oppure, ignoro e passo oltre. E la maggioranza delle persone che incontriamo quotidianamente, compresi i simulacri vagolanti per questo social, sono qualcosa che deve essere superato. In linea di massima, je m’en fiche.


Giorgio Albertazzi

Cinematograficamente con Resnais aveva dato il massimo. Avevo visto Giorgio Albertazzi varie volte, ricordo un Re Lear prodigioso, credo nei primi anni '90, alla Reggia di Caserta, poi insieme alla Proclemer (lei superba) in una Lectura Dantis. Televisivamente il Jekyll con la sua regia è un capolavoro. In particolare, avevo già prima avuto occasione di parlarci a metà degli anni '80, non ricordo esattamente l'anno. Un bell'impatto; era un attore ma lo percepii come uno scrittore, del resto era un grande artista colto, cosa non frequente, autore raffinato controcorrente soprattutto non allineato e capace di energia medianica. Ricordo il modo in cui portava una delle sue sciarpe eleganti al collo nonostante fosse un clima già estivo. Il mondo è oggi meno bello. Mi spiace moltissimo. E da non dimenticare Adriano. Sit tibi terra levis.

giovedì 26 maggio 2016

Il centro è dappertutto

Che cosa è centrale? Tutto è centrale, quindi anche la comunicazione via Internet non è detto che non possa esserlo, in determinate e frammentarie circostanze. Ma il centro per sua natura è mobile, non dato una volta per tutte, e la vita stessa è fatta di segmenti e microcosmi provvisori la cui forma è frastagliata e molteplice. La vita è un caos caratterizzato dall'incertezza e dall'incompletezza. Tendenzialmente il centro si identifica col tempo presente ma anche con l'esperienza passata, o immaginata, o sognata tanto quanto l'aspettativa futura (quest'ultima da non viversi con accanimento, de futuris contingentibus non est determinata veritas) o con quanto è presente nel "noi" di un vissuto comune o nel dialogo con l'assenza. Il centro è comunque e sempre dappertutto.


mercoledì 11 maggio 2016

È davvero finito l'ellenismo?

L’autore de I tre moschettieri è Auguste Maquet, quasi sicuramente ma certo non sono stati scritti da Alexandre Dumas.

Questo libro diventa emblematico della vexata quaestio riguardante la nozione di autore, su cui già Foucault si era espresso in una famosa conferenza-dibattito (Che cos’è un autore?). Anche gli antichi ci danno di questi problemi, non soltanto per la questione omerica o petroniana e ne avevano loro stessi, visto che di alcuni poeti si poteva già in età ellenistica ricostruire i dati identitari solamente per via autoschediastica, e Luca Canali si domandava da ultimo se fosse davvero mai esistito Catullo.

Ma è davvero finito l’ellenismo? In ogni caso, il vero romanzesco che si sfrena fino a diventare mito fa sì che I tre moschettieri sembrino essersi scritti da sé.

domenica 17 aprile 2016

Assemblare materiali eterogenei a Baden-Baden

1. Le Memorie letterarie e di vita di Ivan S. Turgènev (o “Turghenief”, secondo altra trascrizione; per Whitman era “Turghienef”) sono un resoconto asistematico e parziale dei rapporti con gli intellettuali che lo scrittore conobbe nella sua vita a titolo variamente amichevole: in un caso molto inimichevole (Dostoevskij: una vera inimicizia), che infatti non è presente nel testo. Che è centralmente tutto uno sdilinquirsi per Bělinskij, il critico più autorevole dell’epoca (1843) in cui recensì favorevolmente la sua opera prima, il poemetto Paraša: in questo dimostra riconoscenza, diversamente da quanto ha fatto Arbasino con Pasolini in Ritratti italiani.  Il libro è interessante, in primo luogo, perché intanto tutto quello che esce dalla penna di Turgènev diventa opera d’arte letteraria, qui (il volume edito in Italia da Baldini&Castoldi nel 2000) in maniera mirabile e un po’ antiquata tradotta da Enrico Damiani. In secondo luogo, questa specie di zibaldone autobiografico si lascia leggere con piacere e curiosità sia per le omissioni (ancora una volta Dostoevskij, che fece di lui una brutta caricatura nel personaggio di Karmazìnov ne I demoni, uno scrittorello; Tolstoj e Gončarov) sia per la confusione tra letteratura e vita.

Molti elementi delle memorie di vita andrebbero nelle memorie letterarie, e viceversa. Non parla nemmeno di Flaubert che pure fu suo amico ma essendo francese, è escluso dalle memorie. Eppure Turgenev era occidentalista, al contrario di Dostoevskij, che era slavofilo.

Dei poeti e scrittori presi in esame nelle memorie letterarie si dà una testimonianza a prima vista tristissima nei loro angosciosi particolari biografici, ma un pregio della prosa di Turgènev è saper restituire bellezza e fiducia nella volubil-vile-torbida natura umana, a dispetto di tutta quella desolazione.

2. Il titolo è dunque, in parte, fuorviante, le memorie di vita riguardano a loro volta nemmeno la letteratura ma la politica del suo tempo. Nella seconda parte, troviamo interventi di Turgènev su questioni di attualità, come lettere a giornali o storie parigine sottoforma di testo narrativo.

In particolare, L’esecuzione capitale di Troppmann è una cronaca giornalistica scritta a Weimar nel 1870 e inclusa nelle memorie di vita.

Queste proseguono con altri racconti indipendenti l’uno dall’altro e si concludono addirittura con un Frammento d’un romanzo inedito, che ci si aspetterebbe di vedere collocato nella prima parte, dove non aveva ugualmente senso Una gita in Albano e a Frascati, più attinente alle memorie di vita. Insomma le memorie di Turgènev non sono scritte al modo delle Confessioni di Rousseau, secondo una classica sequenza lineare-progressiva delle vicende rievocate.

Tutta questa eterogeneità di materiali, assemblati a Baden-Baden tra il 1863 e il 1869, tra la redazione di altre opere del periodo, se da una parte lascia sconcertati per la mancanza di un evidente criterio logico e cronologico, dall’altra affascina per l’audacia della sperimentazione e per il significato della polemica indiretta che essa implica.

Da più di un secolo le narrazioni storico-cronologiche non sono più necessarie nel canone occidentale, né lo erano nel romanzo antico. Si consideri che nessuno scrittore russo dell’ottocento è stato più controverso e contestato di Turgènev, ritenuto da “sinistra” reazionario e da “destra” indulgente verso il nuovo, e con la pubblicazione di Padri e figli si era inimicato tanto la vecchia quanto la nuova generazione.






martedì 12 aprile 2016

a K.

                                 a K.

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma.

Eugenio Montale, da Ossi di seppia  





domenica 10 aprile 2016

Sergius Sobolevskius loquitur et Michael Pokrovskius

S. – […] penitus quidem veterum lectione imbuendi sumus, recentiores tamen sedulo evolvendi sunt vel eo consilio, ut ad antiquos quasi per gradus quosdam ascendamus. nam Ciceronis splendor ita primum oculos perstringit, ut caecutiant aspernentque caeleste illud lumen. itaque clarae luci paullatim recentiorum lectione assuescendum; quare non absurde Wyttenbachius, qui sese ad latinitatis studium quodammodo magis legendis Mureti orationibus, quam ipsius Ciceronis excitatum fuisse fatebatur, et si quid ad scribendi facultatem profecisset, eius se magnam partem Mureto debere, et memini me Petrarcae lectione primum impetum ad Ciceronem legendum cepisse.

Helgus Nikitinski, Sergius sive de eloquentia grammaticorum libri duo, I, pp. 25-27.















venerdì 8 aprile 2016

Τὴν δὲ σοφίαν ἔν τε ταῖς τέχναις τοῖς ἀκριβεστάτοις τὰς τέχνας ἀποδίδομεν

Τὴν δὲ σοφίαν ἔν τε ταῖς τέχναις τοῖς ἀκριβεστάτοις τὰς τέχνας ἀποδίδομεν, οἷον Φειδίαν λιθουργὸν σοφὸν καὶ Πολύκλειτον ἀνδριαντοποιόν, ἐνταῦθα μὲν οὖν οὐθὲν ἄλλο σημαίνοντες τὴν σοφίαν ἢ ὅτι ἀρετὴ τέχνης ἐστίν· εἶναι δέ τινας σοφοὺς οἰόμεθα ὅλως οὐ κατὰ μέρος οὐδ' ἄλλο τι σοφούς, ὥσπερ  Ὅμηρός φησιν ἐν τῷ Μαργίτῃ
τὸν δ' οὔτ' ἂρ σκαπτῆρα θεοὶ θέσαν οὔτ' ἀροτῆρα
οὔτ' ἄλλως τι σοφόν.

Aristotele, Etica Nicomachea, Z, 7, 1141a 9-14

«Noi attribuiamo la sapienza nelle arti a coloro che raggiungono la più alta maestria nelle loro arti : per esempio, diciamo che Fidia è uno scultore sapiente e Policleto un sapiente statuario, indicando qui con “sapienza” nient’altro che l’eccellenza in un’arte. Ma non pensiamo che ci siano degli uomini sapienti in senso onnicomprensivo e non sapienti solo in un campo particolare o in una cosa determinata, come dice Omero nel ‘Margite’:
“costui gli dèi non lo fecero né zappatore né aratore né sapiente in qualche altra cosa”.»

VI, 7, 1141a 9-14, trad. Claudio Mazzarelli,
Bompiani Testi a fronte, 2007, direttore Giovanni Reale, segretari: Vincenzo Cicero, Giuseppe Girgenti, Roberto Radice