martedì 25 giugno 2024

DARIO (incipit di un racconto inedito)

 

                                            (Foto: Il poeta e scrittore Dario Bellezza - Archivio storico Istituto Luce)

 

Era un tardo pomeriggio di fine gennaio del 1986. Dario Bellezza veniva da Pompei dove era andato a ritirare un premio letterario, forse a tenere una conferenza o una lettura di poesie, e sarebbe da Napoli Centrale presto ripartito per Roma, fermandosi giusto il tempo di conoscerci di persona dopo tante telefonate, trattenerci a un bar; io arrivai da Caserta in poco tempo per raggiungerlo. Che il primo, reale incontro sia avvenuto in quel periodo lo deduco da una poesia pubblicata in un mio libro di quell’anno, quando avevo compiuto venticinque anni. Lo affermo all’inizio di queste note, dove sento l’eco dei Ricordi di Friedrich Nietzsche scritti da Paul Deussen. Quello era il mio esordio letterario, piuttosto in sordina se vogliamo anche se alla compianta Cristina Annino capitò di pubblicare con lo stesso editore e io ero contentissimo perché mi aveva letto il miglior poeta della sua generazione, come lo definì Pier Paolo Pasolini. L’ultimo verso di quella poesia è il seguente: Solo ciò che conforta è la bellezza. È datata 22-28 gennaio 1986. Ma dopo tanti anni è difficile non confondersi sulle date e le circostanze e gli sviluppi ulteriori della nostra amicizia e mi pare proprio che quel mio testo poetico mi sia rivelatore non solo cronologicamente. Risulta che lo scrissi, o perlomeno aggiunsi quelle parole tra il 22 e il 28 gennaio dopo aver visto Dario alla Stazione Centrale di Napoli per la prima volta, ma non so dire con esattezza in quale giorno. Né penso che la bellezza mi confortasse particolarmente in quel periodo, avevo trascorso brutti mesi come si era accorta la Morante, qualcosa di cupo mi attraversava. Portavo una montatura nera di occhiali molto spessa, mi nascondeva metà del volto, per un vezzo giovanile quasi mi camuffavo da brutto. L’allusione alla bellezza era un gioco di parole che si riferiva proprio al cognome del poeta.

Lui era ancora più grande di quanto io stesso fossi allora in grado di comprendere, anche se per vari aspetti ne intuivo l’ulteriorità a sua volta e a suo modo nietzschiana. Ora tuttavia mi viene un dubbio: poteva essere il 1985? Gennaio 1985? Che fosse inverno inoltrato sono sicuro, Elsa Morante era ancora viva tant’è vero che ne parlammo e in quella circostanza napoletana lui aveva nominato Virginia Woolf, che nel suo romanzo Turbamento è il senhal di Elsa (la poesia la scrissi l’anno dopo). Perciò, tralasciando quella poesia, propendo in definitiva a ritenere che quel pomeriggio a Napoli fosse la fine di gennaio del 1985.  

C’era con lui un ragazzo di nome Charlie.

 

 

 

martedì 18 giugno 2024

Recensione di Stefania Bergamini a EUGENIO (4 luglio 2023)

 

Foto di Stefania Bergamini

“Niente in Eugenio è certo. Nessuna azione, nessun dialogo, nessun luogo e incontrovertibilmente accertato, nessun amore è reale, dell'esistenza di ciascun personaggio si dubita. Ma proprio per questo, paradossalmente in Eugenio niente è inventato, i personaggi sono tutti reali, le storie d'amore tutte vere. La trama di questo romanzo, il cui titolo allude a un disegno letterario mai realizzato da Giacomo Leopardi, depista il lettore e lo sfida con pathos crescente, attraverso l'avvicendarsi di eventi in cui la vita è celebrata nell'eterno superamento di se stessa.”

Sandro De Fazi 


Eugenio è il romanzo bellissimo di Sandro De Fazi.

Dentro a una scrittura profonda, sensibile e raffinata Sandro De Fazi trascina in una No man's land (Berberova. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla), che diventa un segreto e geniale diario pieno di erotismo mai esagerato e quasi crudele nel porgerlo come sogno o la libertà di pensarlo come reale accaduto.

Dedicato al poeta Dario Bellezza, il romanzo, in certi punti, si avvicina al pensiero di Kierkegaard, il sottrarre bellezza al mondo per poi restituirla rielaborata godendone ora con l'immaginazione ora con l'intelletto e disorienta, c'è altro oltre questa dimensione?

Davvero una bella lettura.

4 luglio 2023

Recensione di Paolo Crimaldi a EUGENIO (8 settembre 2021)


Voglio consigliarvi la lettura del romanzo del mio amico Sandro De Fazi, un racconto che spazia dagli anni anni '80 ad oggi e che permette di vivere attraverso i protagonisti vicende, passioni, pensieri che vanno dal presunto al reale tanto da chiedersi continuamente cosa c'è di autobiografico e cosa invece è pura invenzione letteraria.

I personaggi più riusciti, a mio avviso, sono sicuramente quelli di Fabrizio e di Diego, e non è poi così difficile affezionarsi a loro e vivere con loro avventure e emozioni anche erotiche, appassionate, forti ma mai volgari e scontate.

Nel libro sono presenti vere e proprie finestre di erotismo anticonformista che spingono a voli pindarici e forse anche a invidiare i personaggi che le vivono con così tanta naturalezza e leggerezza.

Del resto ogni singola persona presente in questo racconto è tratteggiata con grande finezza psicologica, quasi sull'onda del romanzo russo d'inizio del secolo scorso, e lentamente si entra nella trama e si finisce col vivere le passioni, i pensieri, le considerazioni che costellano la vita di "Eugenio" (ma esiste? È presente nel libro?) e di chi ne fa parte.

Leggerlo è un piacere anche perché veloce e mai ridondante e porta a pensare che forse sarebbe bello entrare a far parte della storia raccontata non solo da spettatori, ma anche da protagonisti.

8 settembre 2021

Postille a EUGENIO (Venezia Lido, Supernova, 2021)

 


PERSONAGGI PRINCIPALI DEL ROMANZO

 

Domenico Domenici = personaggio «senza qualità», un maturo impiegato che svolge senza entusiasmo il suo lavoro e, allo stesso tempo, affermato scrittore visionario dalle ambigue trame, depositario di anacronistici miti romantici.

 

Fritz Dahl → Gianfranco Tafuro = figura evanescente, una sorta di ossessione ritornante al modo dello spettro de Il fauno di marmo di Nathaniel Hawthorne, enigmaticamente legato al passato di Domenici.

 

Fabrizio Lombardi = giovanissimo cameriere, brillante e seduttivo.

 

Diego Tozzi = amico e confidente di Domenici.

 

Eugenio Altobelli = venticinquenne dai lineamenti efebici.

 

Hermann Schleppfus = giovane poeta svizzero ma residente da molti anni in Italia, dal fascino ambiguo e di dubbia reputazione.

 

Angela Albrizzi = amica psicoanalista di Domenici.

 

Narratore = assonanza vagamente proustiana, la sua identità verrà svelata alla fine del libro.

 

 

LUOGHI

 

I fatti si svolgono all’interno di un locale, «Caffè Hackert», nonché in località balneari del Lazio e in una sorta di Graeca urbs, città meridionale imprecisata e in parte a Napoli (e Venezia?).

 25 agosto 2018

***

 

«Ne La modificazione [di Michel Butor]», ed è una caratteristica del romanzo moderno, il racconto non corrisponde ad un resoconto fedele degli avvenimenti ma all’invenzione di situazioni create dall’immaginazione di un personaggio o del narratore» (Bernard Vallette).

 

Mi piace fare una narrativa ottocentesca, cioè ispirandomi ai prosatori italiani (essendo io un autore in lingua italiana) della nostra migliore tradizione: Nievo, De Roberto, Tarchetti, Gualdo, Dossi, Boito, lo stesso Tommaseo, al netto ovviamente di Manzoni e Leopardi, sempre imprescindibili. Naturalmente non intendo con ciò protestare contro la sciatteria linguistica e concettuale dominante anche da parte di tanta produzione «letteraria» contemporanea: sarebbe una protesta inadeguata, inutile, sterile. È invece il mio modo di reagire, soprattutto in termini espressivi, a tale stato di cose, andando controcorrente. Lo stesso discorso vale per la poesia.

4 agosto 2019

 

Anche in Eugenio, come in Kierkegaard, c’è seduzione (da parte di Domenico nei confronti di Eugenio) e poi abbandono. Con la differenza che avviene il contrario nella situazione Fabrizio-Domenico: è Fabrizio che lo seduce e poi lo abbandona; per non parlare di Gianfranco Tafuro, pervasivamente assente nella vita, presente nella memoria di Domenico. Tuttavia c’è da considerare che il vero narratore è Fabrizio, come si scopre alla fine: dunque Fabrizio seduce e poi, invece di abbandonare, racconta. Qui l’abbandono è declinato nel senso del racconto.

.       Il romanzo è anche una riscrittura in chiave parodica de La morte a Venezia: Domenici, diversamente da Aschenbach, entra in rapporto col suo idolo e non muore, bensì è sopraffatto dalla narrazione di Fabrizio.

Gaeta, 5 agosto 2019

 

          Questo romanzo è bellissimo.

6 agosto 2019

 

          C’è da una parte la celebrazione della parola – enfatica, romantica, dannunziana qua e là -, dall’altra la consapevolezza di come la parola sia inadeguata (la comunicazione tra il protagonista e Fabrizio è fatta più di sguardi e linguaggio del corpo che non di parole).

         Storia bugiarda (altro titolo possibile, morantiano). Il romanzo ruota intorno a Fabrizio: un amore infelice, perché non va a buon fine. Il titolo è fuorviante, allude leopardianamente alla questione dei romanzi scritti dai poeti, al netto di percorsi secondari (Gianfranco, Eugenio o altri) pure coinvolgenti ma che la narrazione in finale esclude.

17 agosto 2019

 

- Altro dialogo tra Diego e Domenico nell’acqua marina: si parla delle avventure effimere, Domenico dice che a lungo andare, specialmente alla sua età, pure queste diventano stucchevoli, ripetitive ecc. E d’altra parte Domenico non crede che le storie d’amore possano durare più di due o tre mesi.

 

- Nicola? (Nicola → Eugenio?).

 

     Niente in Eugenio è certo. Dell’esistenza di ciascun personaggio si dubita, nessuna azione, nessun dialogo, nessun luogo è incontrovertibilmente accertato. Nessun amore è esistente, nessun rapporto sessuale è assodato. Esiste una trama, ma è tutta un’invenzione di uno dei personaggi (Fabrizio, il cameriere, che non è mai narratore se non nell’epilogo).

Risulta quindi che tutto è stato inventato sulla base di indizi da lui raccolti, di elementi di cui è venuto a conoscenza e che ha arbitrariamente assemblato.

21 agosto 2019

 

       Che miracolo è stato scrivere questo romanzo, quali combinazioni astruse di realtà e immaginazione l’hanno ispirato, quali contaminazioni autobiografiche tra passato e presente! Ma editorialmente è tutto fermo; ci mancava l’emergenza per il coronavirus a renderne ora difficile e per taluni aspetti quasi impossibile la pubblicazione.

10 aprile 2020

 

È una riscrittura de La morte a Venezia.

          C’è del Moravia, del Proust.

          Il titolo è un omaggio a Leopardi.

          Anche è una struttura narrativa che riflette su se stessa.

30 agosto 2020

 

        È un gioco a intarsi, un enigma che deve essere precisato. C’è una parentela con una specifica tradizione letteraria, non solo Leopardi e Kierkegaard, citati nel testo, ma anche con Adolphe di Benjamin Constant: Domenico sta a Eugenio (e sue adiacenze) come Adolphe sta a Ellénore. Non esiste soluzione di continuità, per Adolphe, tra presenza e assenza di Ellénore, il sentimento romantico si eleva fino a costituirsi come l’unica realtà totalizzante del romanzo. In Eugenio analogamente è Gianfranco Tafuro il presente/assente.

          In realtà Constant distrugge totalmente il sentimento romantico, perché Adolphe è Anna Lindsay e Ellénore è Benjamin Constant (sarà proprio lui a confessarlo a Juliette Récamier). Chi abbandona nella realtà non è dunque Constant ma la Lindsay (e sue adiacenze, tra cui Charlotte von Hardenberg). Come Adolphe ha capovolto tutte le premesse autobiografiche di Constant, il vero narratore di Eugenio è Fabrizio e non Domenico. Chi vuole abbandonare è, kierkegaardianamente, Eugenio e non Domenico, che invece si dibatte nell’affanno amoroso.

          In questo romanzo tutto acccade e non accade, c’è una rappresentazione realistica – la ricostruibilità di una trama – ma allo stesso tempo ci sono elementi che la sovrastano, una realtà ulteriore, o parallela, che si insinua nel racconto degli avvenimenti.

13   ottobre 2020

 

Sono presenti i bar come in Penses-tu réussir! di Jean de Tinan:

«n’avait rien d’autre à faire que se cultiver, écrire, traîner dans les bars avec ses amis et séduir les filles» (Anna Rozen).

25 ottobre 2020

 

       «è caratteristica del romanzo modernista di narrare in modo non convenzionale, lasciando, per esempio, ampio spazio all’interpretazione e alla capacità di scavo del lettore. Al punto che non è raro vedere come al di là della trama di superficie narrata da un romanzo ne emergano un’altra o più altre che il romanzo stesso contiene in se stesso a un livello più profondo o, diciamo così, a un secondo o terzo grado di articolazione» (Luca Crescenzi).

 

          Qual è il sottotesto contenuto nella trama di superficie?

 

          Prima parte

          Tra Gianfranco e Domenico c’è stato un solo bacio, molto tempo prima.

          C’è un’aura dostoevskijana all’inizio.

          Elementi libertini da pamphlet del Settecento, che ruota intorno a Fabrizio.

          Testo parecchio hard.

          Il romanzo inizia d’estate.

          Matrice/spunti kierkegaardiani.

          Divertissement intellettuale.

         

Seconda parte

L’amore mentale come un personaggio dell’intreccio.

È un gioco intellettuale sofisticato.

La centralità è data dalla storia con Eugenio, come indica il titolo.

Ribalta la prima parte, fino allo svelamento finale.

Eugenio è sedotto e poi respinto, come in Kierkegaard. È stata tutta un’invenzione di Fabrizio Lombardi.

2 gennaio 2021

 

Libro onirico, quasi nulla vi accade realmente, nessun fatto narrato è certo, le forze attanziali si sovrappongono l’una sull’altra a cominciare dai narratori che si alternano fino all’epilogo. Ma proprio per questo, paradossalmente in questo romanzo niente è inventato, i personaggi sono tutti reali, le storie d’amore tutte vere, la vita vi è celebrata nella sua eterna vicenda – che, daccapo, non può che essere d’amore – e d’amore romantico – nell’eterno superamento di se stessa. Nel momento in cui sembra contraddetta, infatti, dall’episodio successivo, la trama di Eugenio -  romanzo leopardiano, alludendo a un disegno letterario del Recanatese, mai da lui realizzato in compimento unitario – depista il lettore e insieme lo sfida a individuare dove sussista il vero fulcro della narrazione, e ciò accade perché uno dei personaggi ha arbitrariamente assemblato le pagine in una sua interpretazione tanto univoca quanto soggettiva.

2 gennaio 2021

 

Ci sono false narrazioni e sovrapposizioni, simulacri di personaggi e la sua apertura come opera («aperta») ne fa un romanzo-enigma. Soprattutto del vero narratore, che nel suo (doppio) finale si rivela come uno dei personaggi dell’intreccio.

16 luglio 2021

 

Ho riletto tutto il libro pubblicato. Mi è parso una sorta di pamphlet illuministico, un testo libertino, e anche una narrazione romantica. Un romanzo scapigliato, tardo-romantico, ottocentesco, e infatti alcuni stilemi li ho riprodotti proprio sull’esempio della letteratura ottocentesca. Non per niente il titolo Eugenio allude a un disegno di Leopardi.

Naturalmente non è un romanzo ottocentesco, anche perché le mie libertà strutturali e contenutistiche non si usavano all’epoca.

19 luglio 2021

 

Quanto si trova in un romanzo pubblicato oggi, è ciò che lo scrittore dice riguardo all’oggi.

29 agosto 2021

 

Felici i tempi in cui scrivevo Eugenio, finito il 4 maggio 2019! Prima della pandemia, che di lì a poco – e chi se lo sarebbe mai aspettato – sarebbe esplosa e tuttora è in corso, tuttora impossibili presentazioni in presenza.

Quasi un manifesto d’estetismo.

È stato un miracolo, ne trassi forza, per scriverlo, dalla prosa di Defending Bosie.

8       settembre 2021

 

- Il mio ultimo romanzo Eugenio, diverso dai precedenti (Ti scrivo brevemente…; Defending Bosie che pur è un romanzo). Qui la dialettica presente/reale.

 

Nuova letteratura odierna

Contiene una riflessione sui destini del romanzo, partendo da un «Eugenio leopardiano congetturale».

La tensione letteraria in alcuni momenti è molto alta.

Narrazione menzognera: doppia sorpresa finale sull’identità del vero narratore-affabulatore.

Dialettica dato presente/dato reale.

 

Narrazione menzognera, Morante presente nel metatesto.

9 settembre 2021

 

         Mi gratificava l’immagine di me che mi veniva rimandata, mi gratificava il dattiloscritto che andava accrescendosi, mi divertivo, mi crucciavo, insomma ero felice. Può darsi che questa felicità o divertimento passi al lettore; penso di sì, mi è anche stato detto. Eugenio è stato scritto in un momento di grazia.

Ho combinato varie mie situazioni di vita, anche del passato, con la fantasia.

16 novembre 2021

 

          A è molto intrigato da B col quale ha un momento di intimità. Ma sullo sfondo c’è sempre l’irraggiungibile C. A un certo punto A incontra D, col quale imbastisce una storia. Si scopre poi che con C c’era sempre stato un rapporto. Ma tutta la storia è raccontata da B, che ha architettato tutta la narrazione.

          E tuttavia, l’epilogo si conclude con le parole:

«E apro gli occhi, ed era stato un bellissimo sogno».

Ciò può smentire l’ultimo dato dichiarato: se è stato un sogno, non è realtà e cioè non è più B il narratore.

Per la particolarità evanescente del personaggio, è aperta l’ipotesi del narratore C: infatti, precedentemente nell’epilogo, si afferma:

«io dico che la clandestinità della loro relazione è la chiave risolutiva dell’intrigo».

Chi lo dice? Non già B, per via dell’espressione:

«E apro gli occhi, ed era stato un bellissimo sogno».

Ma chi è a dirlo? Non già B, mentre A è da escludere programmaticamente, altrimenti il senso della narrazione sarebbe quello di un cane che si morde inutilmente la coda e perciò, tenuto conto dell’intera vicenda, non restano che… non resta che (se si parla di clandestinità, ci si arriva per deduzione logica) C.

12 novembre 2022

 

È la testimonianza musivamente costruita della mia passione per ***, rivisto ieri.

16 giugno 2024

 

 

 

 

 

 


martedì 11 giugno 2024

Recensione di Giuseppe Ligresti a INTRIGO


 

"Giornata dionisiaca, giornata di modesto stravizio", ecco cosa ci propone in questo Intrigo Sandro De Fazi.

Racconti che si intersecano con l'amore (anche se "l'amore non è bisogno di possesso, ma un blando rivelarsi del mondo, per il quale si rinunzia al possesso dell'amata/o" - come scriveva Musil) alla letteratura ("quella pagina letteraria che debba sapere d'uomo, di umano, senza neppure escludere una certa crepuscolare mediocrità della vita quotidiana, imprescindibile misura dell'umano", perché in fondo "la letteratura non c'entra proprio niente con la vita, col mare orrido della realtà e della sua accidentalità per cui o ti è toccata una vita oppure un'altra, l'una vale l'altra e ogni giorno" ci si deve calare "nel quotidiano più focomelico").

Una lettura erotica anche se intellettualizzata, si passa dalle indagini per un professore scomparso alle indagini interiori di "Liala", tra le serate "oscene" di una qualsiasi giornata estiva trascorsa in una località balneare - "sbavando" su un Tadzio di passaggio - ad una complicità con ragazzi, ragazze trovate nelle notti, in quei ritagli antelucani dove piace abbeverarsi, ai visi narcotizzati, ai desideri non appagati, alla comune redenzione, alla soddisfazione per l'atto compiuto.

Risalta agli occhi questo "Io" che sembra un azzardo, come scrive lo stesso autore: "Non si dovrebbe scrivere quando un movente sentimentale è in corso, quando un affetto è prepotentemente biografia, vita dell'io", ma che si rivelerà un successo.

Lui difatti ne prende le distanze, autore e narratore si mescolano, si affrontano, si annullano, si disintegrano, lo spazio ed il tempo si fondono; si ritorna in una biblioteca, là dove il viaggio è iniziato, con una linearità "accattivante", a Calai come con Ascanio Alibrandi, passando per Donatello Milesi, per Marino il bagnino, Naso Fallico, Incasso, Marco Grandi, Fiorenzo Macchione, Luca o Marcus, "ovunque si può contemplare la bellezza e dedicarle versi osceni".

 

giovedì 11 gennaio 2024

Quell’intrigo che sa di immaginario: protagonisti al telefono/ANGELO di Dario Bellezza

 

La luce di Arthur Rimbaud

Non si capisce come mai i libri in prosa di Dario Bellezza (1944-1996), che sono ben nove, non siano più stati ristampati mentre per l’opera poetica ci sono state le pregevoli curatele di Elio Pecora per le Poesie 1971-1996 (Mondadori 2002) e di Roberto Deidier per Tutte le poesie (Mondadori 2015). Eppure ho riletto a distanza di anni il romanzo Angelo ed è stato un godimento letterario dei più sopraffini grazie alla sua prosa sfarzosa, degna di stare accanto, per derivazione, alla nostra migliore Scapigliatura, oltre che per la grandiosa capacità di affabulare personaggi del mondo della letteratura in un complesso gioco di rimandi e allusioni che solo chi sia addentro alle vicende di quei protagonisti può cogliere e apprezzare fino in fondo nelle sottili sfumature della storia narrata. Dario Bellezza era un purista della lingua e Angelo è un romanzo a suo modo leopardiano, è stato un libro inattuale quando uscì presso Garzanti nel 1979, oggi resta un classico. Lo lessi nei primi anni Ottanta, appartiene alla mia mitologia personale che fu anche quella di un’intera generazione e ricordo che me lo portavo dietro dappertutto, come fosse un oracolo da consultare o un breviario sacrale da cui non avevo che da apprendere. Non ho usato a caso l’aggettivo “leopardiano”: quel che in Pasolini è la “funzione Gramsci” diventa in lui la “funzione Leopardi”, non c’è nessun impegno politico nel protagonista Tommaso, pur in un’epoca caratterizzata da un’ideologia finanche prevaricatrice; non vi è che amore e morte, i due grandi temi romantici della nostra tradizione letteraria. E quando l’amore decade, non resta che girare intorno all’orbita della famosissima scrittrice Elisa V., la Demiurga, colei che strega Tommaso, intrigata a sua volta dall’ammirazione che il giovane nutre per lei. Lui la cerca per telefono, Elisa sulle prime finge di non essere lei: “’Ma che cosa vuole da questa Elisa? Qua telefonano solo scocciatori, e mai un angelo del Paradiso, un immortale!’ … ‘Io sono la cameriera della signora Elisa’” (p. 15). In questa fase iniziale «un angelo del Paradiso» sembra un modo di dire ma poi un personaggio denominato proprio Angelo subentrerà nella vita di entrambi. Successivamente si stabilisce un rapporto tra i due: «mi rivolsi infinite volte ad Elisa, e a furia di bussare alla fine il suo grande cuore mi fu aperto» (p. 17). Sappiamo tutti, o perlomeno chi è al corrente dei fatti, che Elisa V. è il senhal di Elsa Morante, magistralmente traslata nelle ridondanze romantiche di questa trama passionale. Lei riuscì a bloccare l’uscita del romanzo per due anni, ma qui è la Letteratura, qualcosa che fa dimenticare le brutture dell’esistenza, la fantasia visionaria che alimenta maternamente Tommaso. La loro frequentazione si interrompe presto, appena il ragazzo, omosessuale avvolto nel vizio e mancante di vitalità, decide di lasciare la casa paterna. Elisa non vuole aiutarlo in questo suo cammino verso l’autonomia. Secondo lei, la scelta di Tommaso è borghese, come gli dirà successivamente in un incontro casuale.

Tommaso ha ambizioni poetiche, è già un poeta maledetto, consapevole della grande influenza della scrittrice sulle menti giovanili. Quanto al forte ascendente che la Morante esercitava realmente su quegli happy few e neo-critici, è il caso di ricordare alcune parole di Elio Pecora contenute in un suo esilarante libro proprio riguardo allo «stuolo di giovani e giovanissimi delle più diverse estrazioni, tutti adoranti. Lo si vide chiaramente – scrive – quando si levarono compatti contro Dario Bellezza che, esiliato da lei per torti mai chiariti, le dichiarò guerra dalle pagine di “Paese Sera”» (Il libro degli amici, Neri Pozza 2017, p. 62). Nel racconto di Tommaso non è subito chiara la ragione del dissidio, se non quella attribuibile in maniera preconcetta alla “negatività” di Elisa. Ma tutta una serie infernale di ragazzi contesi verrà a determinare la rottura definitiva tra i due. Nei suoi vagabondaggi per la città eterna, a Campo dei Fiori, Tommaso conosce Angelo, «sguardo fiero e bocca malinconica» (p. 46). Costui pretende di essere uno scrittore affermato, in realtà è di fatto un delinquente, con una storia di abbandoni familiari alle spalle, di droga, un disadattato sociale, un folle. Millanta non solo di aver pubblicato due libri di successo, ma pure di essere stato l’amante di Elisa. Allora Tommaso le invia una lettera di insulti. La risposta di Elisa, riportata nel romanzo (pp. 69-70), non si fa attendere: non vorrà più vederlo, Tommaso è stato esiliato senza appello. La verità è che il poeta sceglie di Elisa un’immagine costantemente negativa, tra le tante possibili, come è spiegato nella lettera di lei, che è poi la trascrizione pressoché integrale di quella che realmente Elsa Morante indirizzò a Bellezza (cfr. L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, a cura di Daniele Morante con la collaborazione di Giuliana Zagra, Einaudi 2012, pp. 538-539). Agli occhi di Elisa forse Angelo «appariva come un angelo ribelle, un giovane poeta della fortuna, estatica febbre, luce simile a quella di Arthur Rimbaud» (p. 85). Intorno a lei ruotano pure Matteo e Marco, amici di Tommaso. E si scopre che Angelo è il figlio della sublime Elisa, avuto in età giovanile quando non poteva mantenerlo e quindi l’aveva affidato a un collegio. Lei non sa, però, che il ragazzo di Tommaso è suo figlio. A ogni modo è geniale aver pensato a un figlio di Elsa Morante, la quale notoriamente non ne ha avuti. Il titolo del libro è polisemico: tanto Angelo è il ragazzo quanto può essere lo stesso Tommaso (un angelo) e, ancor di più, ed è l’interpretazione più bella, l’angelo è proprio Elsa Morante.

 

L’amore elsiano

Il poeta la vede per caso a piazza Navona e la sente parlare molto male di lui a una sua amica: «Devi conoscerlo, sai, questo Angelo: è una vittima di quel mostro, quel diavolo di Tommaso … Mi ha chiesto aiuto: è un ragazzetto carino, carino! Tenero e gentile, aspetto di leggere le sue poesie per saperne di più, ma il temperamento c’è, Rimbaud non doveva essere troppo diverso…» (p. 122). La caricatura del mito morantiano della creaturalità è evidente. Ma ecco un colpo di scena: l’inclita Elisa si degna di telefonare a Tommaso, lo ha chiamato in quanto si è stancata di Angelo: «Che cosa vuole da me questo Angelo? – gli domanda. – Perché, se dici di amarmi, non mi hai avvisato che è un rompiscatole? E per di più sgradevole? Mitomane e volgare?» (p. 143). Non sa che sta parlando di suo figlio. Gli dà un’ultima occasione di rivedersi, tornare amici ma assurdamente il poeta, sopraffatto dall’orgoglio per essere stato in precedenza respinto, si rifiuta, sancendo così la perdita inesorabile del suo rapporto con Elisa. L’epilogo del romanzo ha luogo a Venezia, dove Tommaso si reca insieme ad Angelo mentre Elisa è perduta per sempre. Vuol vivere lì in una dimensione senza tempo, per sottrarre Angelo a Elisa. Passano anni, tornano a Roma e resta aperta la domanda: che cosa voleva realmente Angelo sia da Tommaso che da Elisa? Era stato responsabile della rottura tra i due, e così il poeta, alla fine, gli spara un colpo di pistola alla testa.

La serie di rimandi speculari tra realtà e letteratura è molteplice. Uno dei personaggi de La Storia, il poeta Davide Segre, è ispirato a Dario Bellezza. Davide è un borghese, in parte proiezione metaletteraria della poetica anarchico-religiosa di Elsa stessa. Si legge infatti in Angelo: «Dario era uno dei protagonisti di un suo romanzo, La vita, che ebbe molti anni fa uno straripante, smisurato e meritato successo. Chi conosceva Elisa sapeva che Dario aveva la sua voce, impostata sulla retorica più solenne e altezzosa, melodiosa e osannante» (p. 7). Accadde che io stesso, come Tommaso a Elisa, telefonai a Dario Bellezza parlandogli di Angelo e della fascinazione che in quegli anni mi veniva dalla Morante, il che non apparve tra le cose più simpatiche che lui volesse ascoltare, me ne rendo conto. Ma fu preso a sua volta da quel mio gioco metaletterario, piuttosto incauto peraltro, anche perché mi posi in quella situazione non come Tommaso bensì come Angelo, tant’è vero che mi disse: “A questo punto la Morante avrebbe già riattaccato!”. Ero in preda all’”amore elsiano” in un modo diverso dal suo e successivamente osai coinvolgere in quell’intrigo la stessa Morante, alla quale piaceva giocare (in senso alto) e che non solo non mi riattaccò il telefono ma mi chiese il mio numero, le piacevano quelle parti dove io abito tuttora, il Sud, la Campania, ma assolutamente non volle, neppure in seguito, che si parlasse di Dario, col quale nel frattempo avevo stabilito un’amicizia spesso modulata in una dimensione in cui difficilmente – ma questa in lui era la regola - la vita si separa dalla letteratura. Ne venne un coacervo di equivoci, ne ho accennato qua e là in Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi. Vita di Gaetano Dimatteo (prefazione di Elio Pecora, Edizioni Libreria Croce 2009). Ho chiesto a Maurizio Gregorini, autore, tra l’altro, del libro intitolato Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta (Stampa Alternativa 2006) e che gli è stato molto vicino, a Roma, negli ultimi, difficili tempi (io l’ho seguito fino al 1987), se Dario nei suoi giorni estremi parlasse ancora della Morante. Maurizio mi ha detto al telefono, con la sua naturale e franca disinvoltura che bravamente sottende la sua notevole sensibilità di poeta, assolutamente che sì, Dario la nominava sempre, fino alla fine, perché il suo era stato proprio un coinvolgimento duraturo, passionale, erotico, era stata l’unica donna della sua vita (il rapporto con la Ortese si fondava su altre basi), non vederla e non sentirla più fu uno dei suoi dolori più grandi, insieme al lutto per la morte di Moravia. Raccolgo così questa preziosa testimonianza di Gregorini: quello di Dario per Elsa fu un amore fatto di desiderio fisico, non a caso quasi tutti i suoi libri ne traboccano, come l’esplicito Piccolo canzoniere per E.M. (Edizione del Giano 1986): se non fosse stato per il precipitare degli eventi, cioè la morte dell’amata, avrebbe ancora potuto sperare di riappacificarsi con lei, sfidando l’impossibile, la leggendaria intransigenza di lei.

 

                                                                               Sandro De Fazi

per Amedit – amici del mediterraneo, n. 42 /autunno 2020

 

 

mercoledì 22 novembre 2023

Presentazione di INTRIGO (Locandina)

 


Recensione di Stefania Bergamini a INTRIGO

 


"I libri andrebbero scritti unicamente per dire cose che non si oserebbe confidare a nessuno."

E.M. Cioran, L'inconveniente di essere nati.

 

Questa citazione nel capitolo "Intrigo. Frammento di vita contemporanea”, insieme al tema del "Desiderio", potrebbe essere il filo conduttore di Intrigo, la nuova opera di Sandro De Fazi.

Cito Baudelaire: "Celui qui regarde du dehors à travers une fenêtre ouverte, ne voit jamais autant de choses que celui qui regarde une fenêtre fermée."

“Chi guarda stando fuori da una finestra aperta non vede mai tante cose quanto colui che guarda una finestra chiusa.”

Desiderio inappagato e per questo tormentato e illusorio.

Desiderio desiderato se leggiamo il capitolo “Degrado estasiato”:

"Forse lo sa anche lui.

Del resto non so chi sia.

So di lui pochissimo".

Capitolo bellissimo in cui l'io narrante fa riferimento a Sexy, di Joyce Carol Oates riletto dopo anni e rimanendo deluso da questa rilettura avendo la sensazione di una trama modificata dal tempo trascorso e nel suo rielaborare il testo.

Il desiderio appagato, quindi non più desiderio ma, andando a Kierkegaard, che apre il capitolo “La scatola”:

"I grandi amanti, coloro nei quali l'amore ha bagliori di appassionata bellezza, non sono, di solito, coniugati."

Remo Cantoni, Kierkegaard e la vita etica.

 

E, nel Diario di un seduttore, Johannes è un fautore del desiderio non appagato, appena si realizza perde interesse per l'amata e fugge, provocando dolore e disperazione.

"Soffriva di una specie di eccitazione mentale, per cui la realtà non bastava a stimolarlo se non sporadicamente"

Intrigo, di Sandro De Fazi, è esattamente il "Desiderio" cerebrale e fisico, giocare assieme con i rimandi letterari, le seduzioni proibite, i pensieri sull'altro che sono sguardi infiniti, un gioco che avvicina le fantasie fatalmente immorali a un'inspiegabile ansia, una inattesa malcelata inquietudine, come un'impressione inesprimibile di un ritrarsi ombroso e raffinatamente kierkegaardiano.

Poi c'è il desiderio appagato che porta il lettore a considerare l'inevitabile vicinanza tra il non esaudire e l'esaudire .

A mio parere un'opera raffinata e coinvolgente per la trama, i riferimenti letterari, il detto e non detto, il fatto e non fatto, il vero e il non vero che attrae il lettore portandolo all'interno di un cerchio che non ha un inizio e non ha una fine.

 

Stefania Bergamini

21 novembre 2023