mercoledì 1 aprile 2015

Stati di Facebook (Marzo 2015)





Domani mi metto gli occhiali rossi.

2 marzo 2015

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Le Confessioni di Rousseau hanno cadenze qua e là proustiane. Ovviamente Proust le aveva avute presenti. Ma c'è del Proust in Rousseau, si può dire, come c'è del Diels in Eraclito o del Marullo in Lucrezio. Si può leggere Proust in Rousseau, come sanno pochissimi lettori.
3 marzo

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Ho trovato nei miei cassetti una smilza cartella di anni or sono contenente alcuni fogli dattiloscritti, in prosa. Andrebbe ripresa, fra i miei centocinquanta progetti e abbozzi. Ma si tratterebbe di lavorarci su carta, o scrivendo a mano o con la macchina meccanica, altrimenti perdo il ritmo.
7 marzo

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Le donne sono sempre determinanti nelle situazioni. Questa è una verità che bisognerebbe dire solo agli uomini (delle donne bisogna parlare solo agli uomini), ma oggi si può fare un'eccezione. Così arrivato all'isola dei Feaci, Odisseo rivolge prima il suo saluto alla regina, e solo successivamente al re, e non si spiega come una civiltà così evoluta culturalmente come quella greca abbia invece tenuto la donna in tanto scarsa considerazione, tranne che appunto nel mito e nei grandi personaggi della letteratura...
AUGURI, dunque, a tutte le donne, e in particolare a coloro cui ancora non ho avuto modo di farli in pvt!!

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«Il comportamento di Nietzsche a Torino si “spiegherebbe” o si dimostrerebbe con l’irruzione di un contro-Nietzsche rimosso (dopo la perdita di Tribschen e la rottura con Wagner e Cosima) – un contro-Nietzsche che nascerebbe accanto al Nietzsche prima lucido, ma che rivedrebbe, reinterpretandole, le posizioni appena prese e apparentemente definitive, e che, facendo così, si servirebbe delle dichiarazioni di Nietzsche (le penultime: Contra Wagner e l’Anticristo) per sovrapporvi non solo quello che era stato represso perché potesse pronunciarsi l’anti-wagnerismo, l’anti-cristianesimo, ma anche tutta la realtà affettiva rinnegata in nome della posizione precedentemente lucida.» (Pierre Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso)

La forza di gravità è debole. Gli atomi di cui siamo fatti sono gli stessi delle stelle, il sistema periodico è uguale in tutto l'universo visibile. La velocità di fuga delle galassie è superiore a quella della luce. È lo spazio a dilatarsi.

8 marzo

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“È un felice destino quello di esser chiamati dalla propria particolare vocazione a fare ciò che già in quanto uomini, per propria vocazione generale, si avrebbe il dovere di fare, - di rivolgere il proprio tempo e le proprie energie a nient’altro che a ciò in vista di cui quel tempo e quelle energie occorrerebbe altrimenti ritagliarseli con penosa parsimonia, - di avere per compito, ufficio ed unico lavoro quotidiano della propria vita ciò che per altri rappresenterebbe una dolce ricreazione dal lavoro!”
(J.G. Fichte, La missione del dotto)

"Non è che mancassimo da casa da molto tempo, ma ci dava una sensazione di sicurezza l'osservare il caro disordine del nostro salotto, punto di partenza di tante imprese e avventure famose, confessionale notturno di innumerevoli visitatori, uomini e donne turbati, terrorizzati, che venivano a noi coi loro bizzarri racconti di soprusi, paure e ogni sorta di follie umane..." ( Michael & Mollie Hardwick, Vita privata di Sherlock Holmes)

9 marzo

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«E da Cicerone al ciceroniano Erasmo (o sancte Socrates ora pro nobis!) il mito passa al pensiero moderno. Voltaire nel Trattato sulla tolleranza dedica un capitolo quasi ‘eroico’ all’imbarazzante processo contro il filosofo: Voltaire tenta lì di conciliare la devozione per Socrate con la sua visione favorevole di Atene e della ‘tolleranza’ degli Ateniesi; e la sua trovata è che, se quasi 300 giurati, pur soccombenti perché minoranza, avevano votato per l’assoluzione di Socrate, c’erano dunque ad Atene nientemeno che “quasi 300 filosofi”! […] Mezzo secolo dopo, Benjamin Constant, che pure tenderebbe a collocare Atene in una luce meno negativa tra le repubbliche antiche dalle quali raccomanda di prendere congedo una volta per sempre, indica comunque proprio il processo e la condanna di Socrate come l’indizio più chiaro della inaccettabile oppressività di quelle repubbliche (1819).» (Luciano Canfora, Il mondo di Atene)

“Guidava adagio, per la strada sonnolenta sotto il gran sole di agosto. Che cosa fosse venuto a fare in città, con quel gran caldo, Arrigo Laudi non lo sapeva esattamente. Villeggiava a Rapallo, con la madre e il padre. La sua amante ufficiale del momento tuffava il bel corpo nella incantata insenatura di Portofino.” (Liala, La passeggera nel vento)

13 marzo
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Tema di ordine generale: La letteratura non si vede in natura.
14 marzo
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Ho visto Cinquanta sfumature di grigio. Che dirne?
È il racconto del cerimoniale nevrotico, più noioso del marchese de Sade, cui si uniformano in una complicatissima macchinazione pseudo-erotica Anastasia Steele, studentessa di letteratura inglese, e Christian Grey, sorta di dandy dal cognome che vorrebbe vagamente alludere forse al Dorian Gray wildiano.
Naturalmente si capisce subito che proprio di letteratura inglese, qui convocata suo malgrado nella sua curvatura romantica, non c’è la più pallida traccia in questo film che è di una prurigine mal spesa e peggio evocata, un déjà vu tra 9 settimane e ½ e Baise moi – Scopami, con qualche citazione involontaria da Adele H. - Una storia d’amore di Truffaut (magari solo perché Dakota Johnson ricorda lontanamente Isabelle Adjani).
Battute come:
“Quando fai sesso, c’è qualcosa che non ti piace fare?” chiesto da lui a lei, o
“È l’ora del bagnetto” non te le facevano neppure le sorelle Brontë, per non parlare del più classico
“Hai un bellissimo corpo, Anastasia!”, che non sarebbe venuto in mente neanche al pur castigato Henry James.
Insomma, è un film sulla dialettica dominazione/sottomissione, ma Venere in pelliccia di von Sacher-Masoch è decisamente un’altra cosa.
Se non lo avete visto, non vi siete persi niente.
15 marzo

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"Si trattava, in sostanza, di un ennesimo appello umanitario. Per noi lasciava il tempo che trovava; per Moro segnò il momento peggiore di quei cinquantacinque giorni. Fra tutte le cattive notizie che Mario gli portò, nessuna - neppure il tradimento degli amici, neppure il falso annuncio della sua morte - lo scosse come il documento del papa." (Anna Laura Braghetti con Paola Tavella, Il prigioniero, p. 153)

"Nell'autunno 1924, dopo una serie infinita di incidenti e ostacoli, apparve finalmente il romanzo che mi aveva avvinto non sette, ma tutto sommato dodici anni, e se anche l'accoglienza che ebbe fosse stata meno favorevole avrebbe tuttavia superato le mie speranze fino a sbalordirmi. Di solito depongo un lavoro compiuto con una rassegnata alzata di spalle senza la minima fiducia che possa farsi valere nel mondo. Il fascino che il lavoro ha esercitato su di me si è già smorzato da un pezzo, il compito di arrivare alla fine è stato una questione di onestà produttiva e in fondo di ostinazione; e i molti anni di accanimento mi sembrano troppo determinati dall'ostinazione, troppo divertimento personale a trattar problemi perché io possa arrischiarmi a sperar che molti altri prestino attenzione alla traccia lasciata dalle mie singolari mattinate." (Th. Mann, Saggio autobiografico)

17 marzo

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"Utamur igitur libertate, qua nobis solis in philosophia licet uti, quorum oratio nihil ipsa iudicat, sed habetur in omnis partis, ut ab aliis possit ipsa per sese nullius auctoritate adiuncta iuducari."
(Cic., Tusc. disp. ad M. B. l. V, V 83)

18 marzo
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“Though few would now claim that the Lesbia poems reflect the history of a real love affair, the poems are almost always read as composing a story, even if fictional. Dominating the opening of the collection is what is usually referred to as a ‘Lesbia cycle,’ a sequence of poems that presents the basic narrative of a love affair. These love poems (cc. 2, 3, 5, 7, 8, and 11) have been scanned for signs of change in Catullus' (fictional) relationship with Lesbia, which is said to undergo a progression from light to serious and from optimistic to bitter. Full-blown versions of the novel of Catullus' love see a similar progression through the whole book, with Catullus discovering deeper feelings in himself at the same time as he realizes Lesbia's unworthiness, and not uncommonly he ends up turning to God. That this story has been so endlessly elaborated in Catullan scholarship is due to the need to find some way of stratifying the collection and, above all, of siting the playful, trivial poems so that they become part of a story of transcendence.” (William Fitzgerald, Catullan provocations)

19 marzo
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Quella di Leopardi è "prosa lavoratissima ma estrinseca, e che tiene sovente qualcosa del vaniloquio accademico." (Benedetto Croce, Poesia e non poesia)

“Quando Croce afferma che ‘la poesia è già intera quando il poeta l’ha già espressa in parole, cantandola dentro di sé’, identifica l’intuizione, come immagine interiore data nell’espressione, con il fatto estetico. Vale a dire che secondo lui lo stesso processo creativo è un evento esclusivamente interiore che, oltre a precedere la realizzazione tecnica che rende estrinseca quest’opera già compiuta, non ne ha nemmeno bisogno. Poiché l’opera come immagine interiore è dunque già pronta, la sua espressione-estrinsecazione viene in fondo definita come momento tecnico, anche se nel migliore dei casi, e cioè grazie al sentire della poesia, essa rimane inosservata: secondo la logica crociana la parola scritta deve essere preceduta dalla parola cantata dato che altrimenti non si è in grado di scrivere, e di conseguenza tutte le cancellature, tutti i cambiamenti sono dovuti solo alla realizzazione tecnica, e cioè al fatto che la mano precorre l’immagine interiore conservata dalla memoria.”
(Béla Hoffmann, Poesia e/o interpretazione)

Ecco il passo:
“È chiaro che la poesia è già intera quando il poeta l’ha espressa in parole, cantandola dentro di sé; e che, col passare a cantarla a voce spiegata per farla udire ad altri, o a cercar persone che la imparino a mente e la ricantino altrui come in una schola cantorum, o a metterla in segni di scrittura e di stampa, si entra in un nuovo stadio, certamente di molta importanza sociale e culturale, il cui carattere non è più estetico ma pratico.”(Benedetto Croce, Aesthetica in nuce)
20 marzo
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«Si sedeva davanti al computer tutti i giorni dalle nove alle undici, come aveva fatto per tre anni a quella parte (e per qualcosa come mille anni prima di allora aveva trascorso due ore seduto davanti a una vecchia Royal da ufficio), ma, per gli esaltanti risultati che ne stava traendo, meglio avrebbe fatto a scambiare quella macchina per un motoscafo e uscirsene sul lago a divertirsi coi ragazzi.
Quel giorno durante la sua seduta quotidiana aveva prodotto le seguenti righe di prosa immortale:
Quattro giorni dopo aver avuto la conferma definitiva che sua moglie lo tradiva, George l’affrontò.
“Devo parlarti, Abby”, disse.
Non andava.
Era troppo vicino alla realtà perché potesse andare bene, Non era mai stato molto brillante di fronte a episodi tratti dalla vita vissuta. Forse il problema era tutto lì.
Spense il computer, ricordandosi, solo un attimo dopo aver abbassato l’interruttore, che non aveva salvato il testo. Oh, be’, pazienza. Forse era stato il critico che aveva nell’inconscio a dirgli che non valeva la pena salvarlo.»
(Stephen King, Finestra Segreta, Giardino Segreto)

“Ho quasi vent’anni più di Fabrice, e sopportavo meno bene di lui il fatto di essere messo continuamente sotto esame da un manipolo di fighetti con la barba di tre giorni che potevano essere miei figli e prendevano un’aria di sufficienza davanti a quello che avevamo scritto. La tentazione di dire: ‘Ragazzi, se sapete così bene che cosa bisogna fare, fatevelo da soli’ era forte. E vi ho ceduto. Contro i saggi consigli di mia moglie Hélène e di François, il mio agente, non sono stato umile e me ne sono andato sbattendo la porta a metà della prima stagione.”
(Emmanuel Carrère, Il Regno)

Affascinante questo libro di Carrère. Uno che dice di aver creduto e ora si dichiara nuovamente agnostico. Ma avrà davvero creduto? Insomma ho la sensazione - di altro non potrei, al momento, parlare - che non abbia, in realtà, nonostante le quotidiane pratiche di devozione di quel periodo, mai creduto. Oppure, affermando adesso di non credere, sta dicendo di credere? Ma non lo sta dicendo... non lo so. Sono solo alle prime decine di pagine de Il Regno e magari mi sbaglio
23 marzo
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“Quando dal Machiavelli e dal Vico si passa a leggere il Contratto sociale, si ha l’impressione di non saper più in che mondo ci si trovi: certo, non nel mondo della storia politica né della filosofia della politica. Il problema del Machiavelli era di affermare la qualità propria e la necessità della politica come politica; quello del Vico, d’intendere come la dura e violenta politica si congiunga con la vita etica. Ma il problema del Rousseau non è di questa sorta, e, in fondo, non è un problema che si riferisca all’indagine della realtà. Si tratta, com’egli stesso dice, di escogitare una forma di associazione, nella quale ‘chacun s’unissant à tous, n’obéisse pourtant qu’à soi-même et reste aussi libre qu’auparavant’.” (Benedetto Croce, Elementi di politica)
“Al ‘come se’ della finzione, la parodia oppone il suo drastico ‘così è troppo’ (o ‘come se non’). Per questo, se la finzione definisce l’essenza della letteratura, la parodia si tiene per così dire sulla soglia di questa, ostinatamente protesa fra realtà e finzione, fra la parola e la cosa.
[…] Facendo morire il suo oggetto d’amore, Dante muove certamente un passo di là della poesia trobadorica. Ma il suo gesto resta ancora parodia, la morte di Beatrice è una parodia che, staccando il nome della creatura mortale che lo porta, ne raccoglie l’essenza beatificante. Di qui l’assoluta mancanza del lutto, di qui alla fine il trionfo non della morte, ma dell’amore. La morte di Laura è, invece, la morte della consistenza parodica dell’oggetto d’amore trobadorico e stilnovista, il suo diventare ormai soltanto ‘aura’, soltanto un flatus vocis. Gli scrittori si distinguono, in questo senso, secondo il loro iscriversi nell’una o nell’altra di due grandi classi: la parodia e la finzione, Beatrice e Laura. Ma sono possibili anche soluzioni intermedie: parodiare la finzione (è la vocazione di Elsa), o fingere la parodia (è il gesto di Manganelli e Landolfi).” (Giorgio Agamben, Profanazioni)
25 marzo
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"L'insistenza nel ricercare le cause, lo scambio tra causa ed effetto, l'acquietarsi in una falsa teoria provocano gravi danni, che non è il caso di sviluppare." (Goethe, Massime e riflessioni, 585)
Oggi ho tenuto parte di una lezione di storia sulla tetrarchia di Diocleziano in latino. Una sperimentazione a braccio.
Mi piace andare da solo al cinema. O se sono accompagnato, non ammetto commenti durante la visione. Totale silenzio.
Fini in Ragazzo ha “plagiato” - sia detto tra virgolette e dannunzianamente, e dunque eufemisticamente - alcune felici espressioni di Ervino Pocar relative al Faustus di Mann: diciamo peccato veniale, sono solo poche parole sia pure inconfondibilmente di Pocar (il più grande traduttore italiano di Thomas Mann e non solo, secondo me), quando afferma, a p. 69, che il Faustus è opera “sovrabbondante di citazioni erudite, carica di simbolismi ermetici”, il che è da confrontare con l’introduzione Mondadori (XII ristampa 1996) del romanzo di Mann, dove si dice: “sovrabbondante di citazioni erudite, misteriosa per simbolismi ermetici e allusioni non sempre palesi”... 
Ora. Le parole di Pocar sono di quelle che difficilmente si dimenticano, finiscono per far parte del DNA e nella stessa narrazione manniana si riscontrano affermazioni contrarie alla rivendicazione del copyright. Ma non è condivisibile la stroncatura che lì Fini fa del Faustus, che è sì opera stanca e smembrata, ma anche di potente suggestione, come rilevò Cusatelli. E dove la stanchezza è parte integrante della struttura, che è talmente grandiosa da recuperarla come elemento narrativo attraverso la suprema ironia dell'autore.
Talvolta Rousseau mi sembra Max Stirner.
26 marzo
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L'ergastolo è un istituto ignobile. Sono contento per Raffaele Sollecito!
27 marzo

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Due diversi (non poi tanto) tipi di intellettuale.
E in epoca non sospetta (si fa per dire):

«Carlo conosceva Blessi solo di nome. Assicuratosi di non esser visto dall’interno della libreria, Rinaldo disse:
“Ha un incarico di sociologia della letteratura a Teramo. Ha scritto diversi saggi aggrovigliatissimi e tre romanzi, perlomeno incolori. Ha un concetto della letteratura da studente delle medie. Guai se lo escludono da un’antologia, se non lo convocano a uno solo dei convegni disseminati per la penisola! Valuta il talento di un autore dal numero dei libri scritti e i libri dalla quantità delle pagine. Bega per apparire anche solo un istante in televisione, per parlare cinque minuti a una radio privata. In questi ultimi tempi s’è deciso, va dall’analista. Pare si stia scoprendo, ma questo non lo rende meno petulante. La moglie l’ha piantato un mese fa, è andata a vivere in una comune di donne. La Carella, che non manca di acume, l’ha paragonato a una ciocia. Sai, le calzature dei pastori! Certo si trova in libreria per raccomandarsi ai commessi, che mettano in vetrina il suo libro.”»
(Elio Pecora, Estate, Bompiani 1981, pp. 17-18)

«Nel chiacchierio generale Andrea si rivolse a Carlo:
“Il solito ritardo nostrano. Il poeta sofferente, ovviamente povero, continuamente minacciato da mali mortali. Sempre incompreso, anche se scrive per il giornale delle famiglie. Diverso perché bisognoso di compassione, recita la nevrosi intanto che si strugge per la consapevolezza della sua recita. Col piagnisteo si procura premi in quadri d’autore e in assegni, partecipa ai convegni, convince gli amici indecisi ad avallarlo sui fogli letterari, non cessa di sperare in qualche contentezza  almeno in punto di morte. È il vate veggente. Se ne sta al sicuro, traffica fra il letto e il frigorifero, sollecitando inviti a cena e fuori città intona sublimità in nome del mistero.”»
(Elio Pecora, Estate, pp. 103-104)

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De vitae secretae voluptatibus.
28 marzo

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Gli auguri per le Palme non se li scambiano solo i cattolici tra loro, o così non dovrebbe essere, è un discorso almeno di buona creanza universalmente (non nel senso di cattolicamente) acquisibile. Se no a questo punto non avrebbero senso neppure gli auguri di buon Natale, buona Pasqua, e così via, che pure tutti indistintamente non mi sembra rigettino.

Stabat Mater dolorosa.
- Stiamo.

29 marzo

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“Quando un essere umano si trova in un momento decisivo della sua esistenza, i veri amici fanno di tutto per lui. Gli altri continuano invece a badare ai loro piccoli affari. Ma io ho avuto delle prove di amicizia perfino da gente che non conoscevo o conoscevo appena. Mi ha scritto anche Joseph Losey, che conoscevo appena. Mi ha mandato una lettera meravigliosa. Allora mi sono detto: ‘Guarda un po’, bisogna essere malati per conoscere meglio le persone, per capire la gente, per rendersi conto di chi è sensibile e di chi non lo è…’.” (Luchino Visconti a Costanzo Costantini, in L’ultimo Visconti. La sua lunga, dura, spietata lotta contro la malattia e la morte)


30 marzo

venerdì 27 febbraio 2015

Stati di Facebook (febbraio 2015)



Le confessioni di Rousseau sono un romanzo molto più de Les liaisons dangeresuses di Choderlos de Laclos.
2 febbraio 2015
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L'aura però gli corrisponde, tardi, nei Triumphi, colpo di scena nel gran finale:
"Fur quasi uguali in noi fiamme amorose,
almen poi ch'i' m'avvidi del tuo foco;
ma l'un le palesò, l'altro l'ascose. "
4 febbraio

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TRA CLERO REGOLARE E CLERO PIÙ O MENO SECOLARE, TERTIUM DAVVERO E INCONDIZIONATAMENTE DATUR?
E SEMPRE, PER DIRLA CON BOURDIEU, GLI INTELLETTUALI SONO UN GRUPPO DOMINATO DELLA CLASSE DOMINANTE?
«Attorno a questi problemi si delineano gruppi di tenore opposto, per così dire ‘in entrata’ o ‘in uscita’. I primi sono quelli che cercano di acconciarsi dentro il mercato così com’è; i secondi quelli che si separano dalla comunicazione realmente esistente, muovendo all’aperto verso qualche forma di utopia. I primi metteranno in campo tutti gli accorgimenti e le prudenze per pubblicare presso i grandi gruppi editoriali, intervenire sui maggiori giornali e nelle trasmissioni televisive; i secondi cercheranno di modificare la struttura attuale del mercato della parola, per esempio finanziando piccole case editrici o pubblicando i propri lavori su Internet senza diritti d’autore. Naturalmente tra i due opposti atteggiamenti vi è un’ampia gamma di sfumature: mai come in questo campo il bianco e il nero non si danno come i colori di un’alternativa netta. Tuttavia la differenza tra i due modi di essere c’è, ed è palpabile. Il primo atteggiamento, quello ‘in entrata’, trasforma facilmente l’intellettuale in un funzionario (magari in un ‘editor’, un servo dell’editoria così com’è), o in qualcuno che, pur svolgendo un lavoro importante e perfino originale, è reso dal contesto un cortigiano. Con il secondo atteggiamento, ‘in uscita’, si rischia costantemente la marginalità ininfluente. Però solo questo è in grado di salvare l’”onore del chierico”, per parlare come Benda.»
(Rino Genovese, Il destino dell’intellettuale, p. 52)

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Speremus Latine, Graece autem cogitemus. Dein Latine meditemur, agamus Graece.
6 febbraio

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Inutile disputa andata avanti per secoli: basta: l'autore dell'Iliade e dell'Odissea è uno e uno soltanto: Omero. Non si spiegherebbe altrimenti l'unità di ciascun poema né quanto di metatestuale è presente nell'Odissea rispetto all'Iliade, né come faccia tutto a ruotare intorno all'ira di Achille e al viaggio di Ulisse.
7 febbraio

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Ho letto con inquietudine riguardo al volume 97 dei Quaderni neri di Heidegger. La questione è di tale complessità che in questa sede si può solo vagamente accennarla. Detto terra terra: saremmo daccapo alla mostruosa e inaccettabile spiegazione della Shoah - che non ha spiegazione né motivazione alcuna, è sempre il caso di ribadirlo - come vendetta dell'essere per il deicidio, il che mi fa piuttosto pensare a un suicidio dell'essere che forse si può leggere tra le righe appunto come autoannientamento del fondamento greco-biblico della cultura occidentale. Ma sul nazismo di Heidegger cose definitive sono state dette da Hannah Arendt: ingenuità e ignoranza delle circostanze politiche vere e proprie, e di tutto questo la riprova è che il nazismo non ha saputo né avrebbe saputo che farsi del pensiero di intellettuali come Heidegger. Ha dunque ragione Severino (e, aggiungo, la Arendt), i Quaderni neri vanno lasciati da parte. Questo non significa che bisogna ignorarli ma non vanno messi assolutamente in rapporto con Essere e tempo e gli altri scritti filosofici.
8 febbraio

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“I nazisti avevano le loro idee, e ciò che serviva loro erano tecniche e tecnici totalmente privi di idee o imbevuti solo di idee naziste. Gli studiosi di cui i nazisti si sbarazzarono in men che non si dica, perché in definitiva ben poco utili, furono proprio i nazionalisti vecchio stile come Heidegger, il cui entusiasmo per il Terzo Reich era pari solo alla sua fulgida ignoranza di ciò di cui stava parlando. Dopo che Heidegger ebbe reso il nazismo rispettabile agli occhi dell’élite accademica, fu Alfred Bäumler, un ciarlatano ben noto già in epoca prehitleriana, a prenderne il posto e a riceverne tutti gli onori.”
(Hannah Arendt)
9 febbraio

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Hannah Arendt ha analizzato anche il totalitarismo di Stalin, ma la storia, si sa, oltre a essere magistra di niente che ci riguardi, è scritta dai vincitori. A quando una giornata che ricordi gli orrori perpetrati dagli americani su Hiroshima e Nagasaki? Foibe è parola che mi fa sempre pensare a fobie. La fobia di non conformarsi al pensiero dominante.
10 febbraio

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L'impostazione neo-unitaria, e derivati, ha sempre avuto intorno a sé un'aurea di estetismo, non solo nella questione omerica. Questo apre la strada a qualche paradosso, e in ogni caso a uno strano dualismo: l'analisi non è scienza del testo, ma parte dal testo per fondarsi tanto epistemologicamente quanto esotericamente.
È singolare infatti che dalla parte degli unitari contro i separatisti - o analitici, a cominciare dalle Betrachtungen über Homer’s Iliad del Lachmann, i cui contributi alla critica del testo restano peraltro fondamentali (cfr. a questo proposito Sebastiano Timpanaro, La genesi del metodo del Lachmann, Liviana Editrice, 1990) - ci siano sempre stati protestatari in odor d'eresia, tacciati di essoterismo e che si trovavano a vivere e operare in periodi di riflusso. 
Il monopolio della scienza restava nelle mani dei separatisti, come dice espressamente Jean Bollack, mentre gli altri "erano spesso dei marginali, considerati come esteti, oppure dei professori di liceo" (La Grecia di nessuno, Sellerio 2007, p. 40). Come si spiega questo? Bollack fornisce alcune risposte, legate al disprezzo nutrito dalla critica analitica "per il fatto letterario e pubblico", al punto che la lettura di un testo "prodotto dall'analisi è la prova di un iniziato". 
Il prestigio scientifico, pure nel paradosso evidenziato, consisteva proprio nell'estraneità all'interesse effettivo e alle necessità pedagogiche. Insomma gli analitici abbandonavano l'esegesi, respingendola "ad un livello inferiore, lasciata ai pedagoghi". Quindi gli unitari finivano per essere associati al grande pubblico.
La conclusione che se ne trae è logica e sconcertante allo stesso tempo: scienza non ispirata, l'analisi occupa il posto di un’attività esoterica laddove quella che Bollack chiama “esegesi approfondita”, che tuttavia va oltre la pratica pedagogica pur costituendosi in termini essoterici (operativi e vitalistici), finisce per sconfinare nell’elucubrazione teologica. Ma uno dei grandi meriti di Bollack mi sembra proprio la sua riproposta, attraverso l'analisi dell'analisi, del contenimento del conflitto derivante da questo dualismo. 
                                                                                                                                                                                                                                                                                 10 febbraio 
                                                                    
                                                                                    






martedì 10 febbraio 2015

Stati di Facebook (gennaio 2015)



Che cosa c'è dietro il complesso di superiorità? Quello di inferiorità evidentemente, così negli individui come nei gruppi, quando si scelgono vie insane per riaffermare il proprio io umiliato, reagire alla profonda disistima di sé, a una così scarsa consapevolezza del proprio potenziale energetico, a una così plateale mancanza di fiducia in se stessi. D'altra parte uno dei paradossi del nostro tempo è proprio la crisi dell'individuo di fronte a realtà che lo trascendono, dopo un'epoca che raccomandava le sue prerogative, cioè di un individuo di cui tuttora in Occidente non si fa che parlare forse proprio per la problematica che sintomaticamente lo coinvolge in relazione alle masse. Soprattutto in Italia, si coglie un popolo costituito da "individui" impervi alla minima espressione della vitalità sociale e dell'organizzazione collettiva della partecipazione democratica. Io non mi sono mai sognato di sostenere alcun eurocentrismo, e se l'ho fatto dev'essere stato un incubo, né che una cultura sia superiore a un'altra ma, con buona pace di Lévi-Strauss, alla luce di quanto sta accadendo in Francia, bisogna aggiornare almeno sul piano culturale, ma non solo, i termini del rapporto con una "civiltà" che si dichiara superiore a un'altra, fosse pure alla nostra.
9 gennaio 2015
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Lo studioso, il lettore e il critico sono tre diverse persone ma identificabili perlopiù in una stessa persona.
17 gennaio

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«De' morti alle Termopile gloriosa è la fortuna, bello è il fine, altare la tomba, lode la sventura.»
(Pietro Giordani, versione in prosa da Simonide/ Diodoro Siculo XI 11, 6)
21 gennaio

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«Francesco De Sanctis scrisse quasi tutti i suoi libri che non era più giovane: toccava i cinquant'anni, e aveva, come tutti sanno, tenuta in Napoli per oltre un decennio, fino al 1848, una fioritissima scuola di letteratura, e, uscito dal carcere e andato in esilio, aveva insegnato a Torino e a Zurigo»
(BC, Francesco De Sanctis, in I critici. Per la storia della filologia e della critica moderna in Italia, Milano, Marzorati, vol. I, p. 179)
22 gennnaio
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Umile e ingrata fu, all’inizio, l’attività pratica cui si dedicò Quinto Orazio Flacco, appena arrivato a Roma. Più tardi si sarebbe rifiutato di fare il segretario del principe, che scherzosamente lo soprannominava “membro purissimo”, purissimum penem, secondo quanto racconta Svetonio, o tutt’al più “lepidissimo ometto”, homuncionem lepidissimum. Era un ometto ridicolo, piccolo e obeso. Di modesta estrazione sociale, faceva lo scriba quaestorius per sopravvivere. E nient’altro sembrava avere importanza attraverso quell’impiego nell’amministrazione del fisco, ottenuto dietro l’interessamento di Asinio Pollione: un lavoro come ogni altro, del resto, lontano dalla letteratura. Nemmeno l’aveva abbandonata, dopo essere stato ad Atene, nonostante l’audax paupertas e, si direbbe, proprio grazie a quella. Il futuro sarebbe stato illecito sapere - scire nefas! - e proprio in questo periodo maturò la conversione definitiva all’epicureismo, rivissuto alla sua maniera, del tutto personale, con influssi lucreziani (cfr. Sermones I, 3 ma anche I 2 e I 8). #‎HoratiusPapers  
23 gennaio   
Odi profanum volgus et arceo:
favete linguis; carmina non prius
audita Musarum sacerdos
virginibus puerisque canto
.
(Hor., Carm. III 1, 1-4)
Aborro il volgo empio e lo evito.
Silenzio! Carmi che mai s’udirono,
devoto servo delle Muse,
per le fanciulle e i fanciulli io canto.
(Versione di Mario Scaffidi Abbate)
23 gennaio   
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«La perdita della figlia Tullia e le gravi disillusioni della vita privata avevano aggiunto un colorito romantico al suo isolamento, alla sua attitudine a cercar rifugio nelle lettere e nel colloquio con gli spiriti grandi: questo rimpianto di un passato irripetibile, unito all’incertezza di un presente in cui ogni giorno che passa vede diminuire le speranze, costituisce un po’ lo sfondo su cui si svolgono le opere di questo periodo. […]
Dopo la morte di Tullia (febbr. 45), Cicerone venne a Roma, dove passò tre settimane chiuso nella casa di Attico. Poi partì per la sua villa di Astura, dove arrivò il 7 marzo; e incominciò un lavoro febbrile che non avrebbe conosciuto interruzioni per oltre un anno. […] Terminato a metà aprile l’Hortensius, in due mesi e mezzo all’incirca sono scritti, e successivamente rifusi in quattro libri, i due degli Academica, e poi i cinque del De finibus, ultimati alla fine di giugno.
È a questi giorni che risale il primo progetto delle Tusculane. Il 29 maggio Cicerone chiede ad Attico il περὶ ψυχῆς di Dicearco, e questo proverebbe che già da allora egli aveva in mente il tema del primo libro. Tuttavia, anche se Cicerone raccoglieva materiale fin da quella data, è difficile pensare che le Tusculane siano state iniziate prima della fine di giugno: la redazione del De finibus e la rifusione in quattro libri degli Academica dovevano prendere già abbastanza tempo da non permettergli di occuparsi d’altro.
[…] La prima menzione dell’opera è fatta in una lettera ad Attico, del 18 maggio 44 (quod prima disputatio Tusculana te confirmat sane gaudeo): ma questo non significa necessariamente che Attico aveva ricevuto da poco le Tusculane: può darsi benissimo che egli scrivesse a Cicerone, in quei giorni burrascosi, per rassicurarlo sul proprio stato d’animo e per dirgli che non temeva nulla, perché aveva imparato dal primo libro delle Tusculane a disprezzare la morte.»

(Adolfo Di Virginio, introduzione alle Tusculanae disputationes, Mondadori 1996, pp. V-VIII)


24 gennaio 

domenica 25 gennaio 2015

Eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La tesi secondo cui Pompei fu distrutta il 24 ottobre anziché il 24 agosto del 79 d.C. non mi convince. La recensio sistematica della lettera di Plinio il Giovane a Tacito ha sempre scelto come melior la lezione a.d. IX Kal. Sept., laddove le altre erano deteriores e dunque già state scartate neppure in sede di iudicium (in quanto non di pari autorità rispetto alla scrittura dell’archetypum). Oppure ci si mostri con maggiore evidenza il nuovo stemma, chiarendo quale posto spetti all’exemplar nei confronti del capostipite. Quanto alle fonti incrociate, per esempio il numero dei trionfi, si dimentica evidentemente che Tito era già stato vittorioso nel 71 con la legio X Fretensis su Gerusalemme mentre il suo principato comincia solo nel 79, perciò bisogna vedere da quale trionfo si parte nel conteggio e chi lo fa. Insomma, andiamoci cauti, non è affatto dimostrata la lezione a.d. IX Kal. Nov., mi pare improbabile tutto questo poligenismo esteso a tutta la tradizione.



Riepilogando: la vexata quaestio della datazione esatta dell'eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. diventa una disputa numerologica o di logica matematica, se tutto infine si poggia specialmente sulla XV salutatio. Non mi risulta che siano emerse nuove prove filologiche inoppugnabili riguardo al testo di Plinio. I Flavi acquisivano i ranghi già da eredi, per non parlare di Agrippa che non era Flavio ma, pur non essendo diarca, già a suo tempo non era affatto uno da poco... Proprio Tito fu un caso eccezionale nell'impero, perché Vespasiano gli affidò una sorta di correggenza attribuendogli la prefettura del pretorio (cfr. Santo Mazzarino, L'Impero romano. I). Tito già era stato nominato Caesar e princeps iuventutis nel 69, dieci anni prima della vera e propria elezione. Nel 73 era associato alla tribunicia potestas di Vespasiano e al di lui imperium proconsulare maius et infinitum (cfr. Michel Le Glay, Jean-Louis Voisin, Yann Le Bohec, Storia romana). Insomma, non esistono prove scientifiche indiscutibili a sostegno dell'antitesi, che si basa soprattutto sulla XV acclamazione, e non solo perché le nostre sono scienze morbide. Ma è storicamente fuori discussione che Tito, deliciae generis humani ma sol perché non fece a tempo a incattivirsi - mi si consenta una nota lepida: governò troppo poco! qui ha ragione Ausonio- aveva già trionfato come ho detto nel 71 sulla Iudaea capta, dominata dalla legio X Fretensis (cfr. Mazzarino, op. cit.). Non esiste la possibilità di sostenere un tesi contraria al riguardo. Perciò la salutatio, soprattutto in un'epoca di conformismo e servilismo davvero imperanti, poteva essere avvenuta, come per la XV volta anche in agosto. Semmai, seriamente, restiamo cauti, d'accordo, ma da entrambe le parti. Io continuo a ritenere che l'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia avvenne il 24 agosto del 79 d.C.

venerdì 26 dicembre 2014

Ultimi stati di Facebook (ottobre-dicembre 2014)

Ho assistito alla lectio magistralis di Cacciari Pensare l’eterno, per cui in definitiva l’eterno è totalmente degli enti e dei tempi non contingenti ma in sé eterni proprio come questi enti che siamo e questi tempi. Provo qui aionicamente, per così dire e sia pure brevemente (tralasciando irresistibili provocazioni che non riporto in questa sede, come ad es. la discussa paternità platonica del X libro della Repubblica, o una sottile polemica che ho colto col pensiero debole) a tracciare qualche mia minima sintesi, almeno stando a quel che ho capito io. Ebbene: partendo dal presupposto che la vita aionica (qui si fa riferimento ovviamente alla classica dicotomia αἰών/χρόνος) è così piena e così vita da apparire opposta al mortale e che nel divenire per definizione non può esserci alcuna immortalità – l’eternità essendo la vita perfetta in sé, e il paradiso regnum perpetuae libertatis (Tommaso, ma cfr. anche Plotino, Boezio) e aeternitas tota simul (Tommaso) - l’eternità, da non confondersi con l’infinità, è compresenza di tutti i tempi e di tutti i mondi. Ma, questo l’ho trovato entusiasmante proprio nel senso etimologico, l’eterno vuole l’eternità dell’ente stesso, dunque quei tempi e quei mondi non sono contingenti. Detto in termini non filosofici, il Signore non vuole l’ente mortale. Anzi, l’ente è in sé immortale (cfr. il grande pensiero idealistico), o l’eternità del mio atto di pensare, che in sé è eterno, mai cessa, sempre è (attualismo di Gentile, l’eternità appunto come atto di pensiero). Quindi si può parlare dell’indisgiungibilità – non di indistinguibilità – dell’Eterno con l’eternità dell’essente. Tutti gli esseri di tutti i tempi sono nell’eterno: ma in quanto eterni (aionici). Pensare l’eterno significa pensare noi stessi in questa chiave di immortalità.
3 ottobre 2014
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La tesi secondo cui Pompei fu distrutta il 24 ottobre anziché il 24 agosto del 79 d.C. non mi convince. La recensio sistematica della lettera di Plinio il Giovane a Tacito ha sempre scelto come melior la lezione a.d. IX Kal. Sept., laddove le altre erano deteriores e dunque già state scartate neppure in sede di iudicium (in quanto non di pari autorità rispetto alla scrittura dell’archetypum). Oppure ci si mostri con maggiore evidenza il nuovo stemma, chiarendo quale posto spetti all’exemplar nei confronti del capostipite. Quanto alle fonti incrociate, per esempio il numero dei trionfi di Tito (quattordici entro la datazione classica, smentita dalla quindicesima acclamazione avvalorata dalla nuova tesi), si dimentica evidentemente che Tito aveva già trionfato nel 71 con la legio X Fretensis su Gerusalemme mentre il suo principato comincia solo nel 79, perciò bisogna vedere da quale trionfo si parte nel conteggio e chi lo fa. Insomma, andiamoci cauti, non è affatto dimostrata la lezione a.d. IX Kal. Nov., mi pare improbabile tutto questo poligenismo esteso a tutta la tradizione.
30 novembre
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È indubbio che il virtuale dia emozione, in fondo questa è la motivazione principale che spinge all'uso dei social network. Però c'è da fare una considerazione ulteriore a questo riguardo: ai tempi di Internet, le relazioni interpersonali si vanno sviluppando sempre di più in senso platonico. C'è addirittura chi si fidanza - e si sfidanza - virtualmente, senza mai aver visto di persona l'altro. E non fanno questo soltanto gli adolescenti. È evidente che è un gioco oppure è nevrosi, ma ha tutta l'aria di essere qualcosa di patologico proprio perché le persone coinvolte mostrano di prendere estremamente sul serio i loro rapporti. Ritorniamo all'amor platonico, alla coscienza dolce stilnovistica. Ma il sentimento amoroso per sua natura vuole annettersi fisicità, se non altro nel senso della corporeità, della presenza fisica. Quel che dà da pensare è che tra dieci o vent'anni questa nevrosi, se non psicosi, diventerà normale, dunque andremo incontro a un'ulteriore alienazione e, al meglio, sublimazione dei rapporti che ben poco conserveranno così di "umano" o di "platonico".
5 dicembre 2014

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Certo piace a Norbert pensare che Zoe rifiuti la sua amicizia per amore. Un tale rapporto sarebbe stato impossibile, come quello amoroso, perché Zoe non lo ama e se istituissero tra loro l'amicizia, non sarebbe possibile per nessuno dei due. Non se ne esce; perciò ha forse ragione Barthes a sostenere che in realtà è Norbert che delira e, assumendosi la responsabilità della situazione, è Zoe che ama.
19 dicembre

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Mi è capitato di rivedere il film di Martone, di cui qui diedi un giudizio negativo. Sostanzialmente lo ribadisco, per il taglio fortemente divulgativo, anche se stavolta ho trovato il film cinematograficamente ben riuscito, soprattutto per merito dell’interpretazione di Elio Germano.
Scrissi così il 20 ottobre scorso:
«Sono andato a vedere questo Giovane favoloso. E' un film pieno di valori cosiddetti medi, con qualche rara perla. L'attore che interpreta il ruolo di Leopardi è per es. davvero bravo, anche se questo non è sufficiente per tenere in piedi tutto il caravanserraglio del film. Che inizia coi soliti luoghi comuni su Silvia e la siepe e non si riprende molto andando avanti. I dialoghi sono mediocri, o quando non lo sono questo dipende dai testi saccheggiati di Leopardi, specialmente dalle lettere e dalle Operette morali. Ma Leopardi è soprattutto nello Zibaldone, di cui si è vista poca e rara traccia. La cosa non mi ha sorpreso affatto. L'attrice che fa la parte di Adelaide Antici è una perfetta madre-matrigna come la natura. Il fratello Carlo e la sorella Paolina non erano così belli come appaiono qui. Quel che ho trovato irritante, o grottesco, è la scelta dei testi, piuttosto ovvia: e sì che ce n'era di materiale, ma allora avremmo avuto un film di Derek Jarman e non questo. Il lungo periodo iniziale recanatese rende bene il senso di claustrofobia ma non di liberazione che pure c'era nella vita di Giacomo (da questo punto di vista, Nelo Risi, di cui parla Minore, aveva fatto già un discorso più elaborato). Per il resto, Antonio Ranieri era biondo e occhicerulo e il corrispondente interprete, bruno o tutt'al più castano, è fuori parte. La non-storia con Fanny Targioni-Tozzetti che, certo, finiva per essere una storia essa stessa, è raccontata male. Ho riso, questo sì, di cuore vedendo “'o ranavuottolo” dare i numeri per Napoli, richiesto dal popolo in cui si immergeva ecc. - vicenda certo ignota ai più. Anche sulla vexata quaestio della love story con Ranieri il regista non prende posizione, a differenza di de Ceccatty il cui libro contiene di fatto una sceneggiatura di gran lunga più bella e interessante di questa. Belle scene - neppure bellissime -, qualche citazione dalla vita di Nietzsche via Visconti/Cavani per la scena del bordello che è stata inserita, ma di marca decisamente inferiore. Insomma, è un film che va bene per chi non è abituato a frequentare Leopardi.»
È il caso inoltre di ricordare che Martone deve il titolo ad Anna Maria Ortese, che scrisse in Pellegrinaggio sulla tomba di Leopardi (ora in Da Moby Dick all'Orsa Bianca, Adelphi 2011, pp. 11-19):
"Così ho pensato di andare verso la Grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso" (p. 11).
22 dicembre
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Dice l'Angelo (necessario anche lui, ma che può essere tanto Polis quanto Tetis*):
“Che beata ingenuità hanno in tanti! A mezzanotte è nato, muore il giovedì e risorge la domenica, come fosse la sorte degli dèi primordiali descritta da Eliade. Poi c'è chi attacca sulla favoletta. Ma appunto tutto questo è instrumentum regni, o tutt'al più è religione nel senso negativo di Barth. La fede è un'altra cosa, prescinde dalla documentazione storica che - lo ammetteva pure Guitton e lo sanno papi e cardinali da sempre, a parte il testimonium flavianum, che però è probabilmente interpolato stando a quanto risulta alla scienza umana - manca totalmente. Non c'è nessun bisogno di cercare prove, niente cambierebbe nemmeno se si scoprisse che il sepolcro non era affatto vuoto!”
*Cfr. Petrolio, Appunto 3

25 dicembre
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Ho riletto – epoché fenomenologica nel giorno di S. Stefano – le Metamorfosi di Apuleio. Impossibile senza pensare agli autori di cui è stato fonte: Boccaccio in primo luogo, ovviamente, Collodi o addirittura Kafka ecc.; Andreuccio da Perugia è già in nuce in II, 2 e sgg. Al confronto il Satyricon è più dionisiaco, o L’asino d’oro è dionisiaco in un altro modo, anche se alcune espressioni sono post-classicamente assai felici: natura crescebat (III, 24) che Marina Cavalli traduce “la verga mi era diventata enorme”); perfectus asinus et pro Lucio iumentum (III, 26); le parole della dea Venere                                                                                                                                               a Mercurio: Frater Arcadi,  scis nempe sororem tuam Venerem sine Mercuri praesentia nil umquam fecisse (VI, 7). Infine che cos’è la magia di Apuleio? La teurgia, si sa, ma soprattutto quelle nostri sermonis artes (IV, 21)  per es., che si colgono solo nel testo latino, specialmente quando il “romanzo” di Lucio diventa la favola di Amore e Psiche. Una lingua ormai semibarbarica, quasi latinobarbarica che ritorna agli usi arcaici sempre seguiti nel frattempo dal volgo latino e successivamente dalle lingue moderne (cfr. a questo proposito Leopardi, Zib. 2298, 28. Dic. 1821.), una prosa che non conosce più il “numero” della tradizione precedente (Zib. 4028, 10. Feb. 1824). Magari ci fosse oggi un Apuleio… dov’è­? dov’è?   
26 dicembre

                                                                                                                                                                                              














Presentazione de IL FENICOTTERO di Renzo Paris (Succivo, 28 novembre 2014)













domenica 5 ottobre 2014

PENSARE L’ETERNO di Massimo Cacciari

Ho assistito presso il duomo di Caserta alla lectio magistralis di Massimo Cacciari Pensare l’eterno, per cui in definitiva l’eterno è totalmente degli enti e dei tempi non contingenti ma in sé eterni proprio come questi enti che siamo e questi tempi. Provo qui aionicamente, per così dire e sia pure brevemente (tralasciando irresistibili provocazioni che non riporto in questa sede, come ad es. la discussa paternità platonica del X libro della Repubblica, o una sottile polemica che ho colto col pensiero debole) a tracciare qualche mia minima sintesi, almeno stando a quel che ho capito io.
Partendo dal presupposto che la vita aionica (qui si fa riferimento ovviamente alla classica dicotomia αἰών/χρόνος) è così piena e così vita da apparire opposta al mortale e che nel divenire per definizione non può esserci alcuna immortalità – l’eternità essendo la vita perfetta in sé, e il paradiso regnum perpetuae libertatis (Tommaso, ma cfr. anche Plotino, Boezio) e aeternitas tota simul (Tommaso) - l’eternità, da non confondersi con l’infinità, è compresenza di tutti i tempi e di tutti i mondi. Ma, questo l’ho trovato entusiasmante proprio nel senso etimologico, l’eterno vuole l’eternità dell’ente stesso, dunque quei tempi e quei mondi non sono contingenti. Detto in termini non filosofici, il Signore non vuole l’ente mortale. Anzi, l’ente è in sé immortale (cfr. il grande pensiero idealistico), o l’eternità del mio atto di pensare, che in sé è eterno, mai cessa, sempre è (attualismo di Gentile, l’eternità appunto come atto di pensiero). Quindi si può parlare dell’indisgiungibilità – non di indistinguibilità – dell’Eterno con l’eternità dell’essente. Tutti gli esseri di tutti i tempi sono nell’eterno: ma in quanto eterni (aionici). Pensare l’eterno significa pensare noi stessi in questa chiave di immortalità.

(3 ottobre 2014)

NOIR SOUCI de René de Ceccatty


Mi sono innamorato della struttura di Amicizia e passione. Giacomo Leopardi a Napoli (Archinto 2014, a cura di Piero Gelli) di René de Ceccatty. Mi pare anche un'opera aperta dove si insinuano cenni autobiografici dell'autore stesso, in una contaminazione che ha il merito di rivalutare Ranieri dopo la giustizia sommaria fattagli da Arbasino. Ranieri ci ha fatto conoscere l'opera di Leopardi, un Max Brod cui vanno restituiti i dovuti onori, e l’ha inscritto nel romanticismo europeo (creando però una certa controversia); se la prese pure con De Sanctis il cui corso si sarebbe basato su testi apocrifi del recanatese, non approvati da lui. E abbatte il pregiudizio al contrario della love story gay, anche se io non sono molto convinto che le donne amate da Leopardi fossero così ignare dei sentimenti dell’altro o che lui non li manifestasse riversandoli sulle amicizie maschili. Ma vedere Muccio come Gustav von Aschenbach nelle passeggiate solitarie nel degrado napoletano anziché veneziano (anche come Rousseau) è stata una bellissima intuizione dell’autore. De Ceccatty mette in primo piano lo Zibaldone (si portava in diligenza, voglio aggiungere, tutte quelle migliaia di pagine da una città all’altra, da vero incosciente se si considera che non esistevano altre copie né fotocopie e viaggiare era pericoloso, un’avventura con pericolo di morte: ma che doveva fare? lasciarlo a Recanati?), quello è il vero Leopardi, non tanto quello dei Canti, sul quale, non del tutto ingiustamente, ebbe da ridire Croce. Non condivido l’immagine di Monaldo per come viene rappresentato, gretto senz’altro ma era affettuoso con Muccio, più una madre che un padre, e non credo che il figlio fosse davvero così disamorato e distaccato dalla famiglia d’origine. Il libro contiene una sceneggiatura , o meglio, un soggetto ricco di assonanze letterarie per un film su Leopardi, ma ci sarebbe voluto un Visconti per realizzarlo, dice de Ceccatty e temo abbia ragione, dubito che questo film di Martone - non l'ho ancora visto - sia all'altezza né di Visconti né delle pagine di de Ceccatty, che ha scritto un grande libro!

giovedì 11 settembre 2014

La "barbarica dismisura" nella pura messa in scena di Andrea Foschini


per l'EstroVerso, 9 settembre 2014

Un luogo comune attribuisce, e non da poco tempo, al mondo greco-romano caratteri più attinenti a certa retorica neoclassicistica, dunque storicamente inattendibile e fuori tempo massimo, che non quanto risulti in termini culturali specifici, secondo una corretta informazione antropologica. Uno dei meriti di Andrea Foschini è di aver dato nel suo lavoro letterario sul periodo post-classico (un discorso analogo può riguardare, però, anche le età precedenti, fin da Roma antichissima) una rappresentazione non convenzionale, approfondendo gli elementi barbarici di quella civiltà. Mi riferisco espressamente a tre suoi libri, ricchi peraltro di particolari eruditi: Nerone o della monarchia assoluta (prefazione di Antonio Veneziani, Edizioni Libreria Croce, 2009), Caligola, Poeta del sangue (prefazione di Gills Lanneghen, Federighi Editori, 2010) e Caracalla, o il mito di Alessandro (Diamond Editrice, 2014).

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lunedì 21 luglio 2014

Note a margine su Alessandro Manzoni


1. Passabilmente in questa sede è dato analizzare I promessi sposi solo individuando alcune linee portanti, perciò mi limiterò a poche riflessioni su determinati aspetti dell’opera, per le quali lo spunto mi è venuto dall’edizione Newton Compton 2014 della Quarantana (introduzione di Arnaldo Colasanti, a cura di Ferruccio Ulivi,  € 3,90), che si aggiunge alle altre in linea con l’iniziativa, ripresa da qualche tempo dalla casa editrice, di diffondere a basso prezzo classici della letteratura internazionale. 
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