martedì 10 febbraio 2015

Stati di Facebook (gennaio 2015)



Che cosa c'è dietro il complesso di superiorità? Quello di inferiorità evidentemente, così negli individui come nei gruppi, quando si scelgono vie insane per riaffermare il proprio io umiliato, reagire alla profonda disistima di sé, a una così scarsa consapevolezza del proprio potenziale energetico, a una così plateale mancanza di fiducia in se stessi. D'altra parte uno dei paradossi del nostro tempo è proprio la crisi dell'individuo di fronte a realtà che lo trascendono, dopo un'epoca che raccomandava le sue prerogative, cioè di un individuo di cui tuttora in Occidente non si fa che parlare forse proprio per la problematica che sintomaticamente lo coinvolge in relazione alle masse. Soprattutto in Italia, si coglie un popolo costituito da "individui" impervi alla minima espressione della vitalità sociale e dell'organizzazione collettiva della partecipazione democratica. Io non mi sono mai sognato di sostenere alcun eurocentrismo, e se l'ho fatto dev'essere stato un incubo, né che una cultura sia superiore a un'altra ma, con buona pace di Lévi-Strauss, alla luce di quanto sta accadendo in Francia, bisogna aggiornare almeno sul piano culturale, ma non solo, i termini del rapporto con una "civiltà" che si dichiara superiore a un'altra, fosse pure alla nostra.
9 gennaio 2015
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Lo studioso, il lettore e il critico sono tre diverse persone ma identificabili perlopiù in una stessa persona.
17 gennaio

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«De' morti alle Termopile gloriosa è la fortuna, bello è il fine, altare la tomba, lode la sventura.»
(Pietro Giordani, versione in prosa da Simonide/ Diodoro Siculo XI 11, 6)
21 gennaio

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«Francesco De Sanctis scrisse quasi tutti i suoi libri che non era più giovane: toccava i cinquant'anni, e aveva, come tutti sanno, tenuta in Napoli per oltre un decennio, fino al 1848, una fioritissima scuola di letteratura, e, uscito dal carcere e andato in esilio, aveva insegnato a Torino e a Zurigo»
(BC, Francesco De Sanctis, in I critici. Per la storia della filologia e della critica moderna in Italia, Milano, Marzorati, vol. I, p. 179)
22 gennnaio
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Umile e ingrata fu, all’inizio, l’attività pratica cui si dedicò Quinto Orazio Flacco, appena arrivato a Roma. Più tardi si sarebbe rifiutato di fare il segretario del principe, che scherzosamente lo soprannominava “membro purissimo”, purissimum penem, secondo quanto racconta Svetonio, o tutt’al più “lepidissimo ometto”, homuncionem lepidissimum. Era un ometto ridicolo, piccolo e obeso. Di modesta estrazione sociale, faceva lo scriba quaestorius per sopravvivere. E nient’altro sembrava avere importanza attraverso quell’impiego nell’amministrazione del fisco, ottenuto dietro l’interessamento di Asinio Pollione: un lavoro come ogni altro, del resto, lontano dalla letteratura. Nemmeno l’aveva abbandonata, dopo essere stato ad Atene, nonostante l’audax paupertas e, si direbbe, proprio grazie a quella. Il futuro sarebbe stato illecito sapere - scire nefas! - e proprio in questo periodo maturò la conversione definitiva all’epicureismo, rivissuto alla sua maniera, del tutto personale, con influssi lucreziani (cfr. Sermones I, 3 ma anche I 2 e I 8). #‎HoratiusPapers  
23 gennaio   
Odi profanum volgus et arceo:
favete linguis; carmina non prius
audita Musarum sacerdos
virginibus puerisque canto
.
(Hor., Carm. III 1, 1-4)
Aborro il volgo empio e lo evito.
Silenzio! Carmi che mai s’udirono,
devoto servo delle Muse,
per le fanciulle e i fanciulli io canto.
(Versione di Mario Scaffidi Abbate)
23 gennaio   
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«La perdita della figlia Tullia e le gravi disillusioni della vita privata avevano aggiunto un colorito romantico al suo isolamento, alla sua attitudine a cercar rifugio nelle lettere e nel colloquio con gli spiriti grandi: questo rimpianto di un passato irripetibile, unito all’incertezza di un presente in cui ogni giorno che passa vede diminuire le speranze, costituisce un po’ lo sfondo su cui si svolgono le opere di questo periodo. […]
Dopo la morte di Tullia (febbr. 45), Cicerone venne a Roma, dove passò tre settimane chiuso nella casa di Attico. Poi partì per la sua villa di Astura, dove arrivò il 7 marzo; e incominciò un lavoro febbrile che non avrebbe conosciuto interruzioni per oltre un anno. […] Terminato a metà aprile l’Hortensius, in due mesi e mezzo all’incirca sono scritti, e successivamente rifusi in quattro libri, i due degli Academica, e poi i cinque del De finibus, ultimati alla fine di giugno.
È a questi giorni che risale il primo progetto delle Tusculane. Il 29 maggio Cicerone chiede ad Attico il περὶ ψυχῆς di Dicearco, e questo proverebbe che già da allora egli aveva in mente il tema del primo libro. Tuttavia, anche se Cicerone raccoglieva materiale fin da quella data, è difficile pensare che le Tusculane siano state iniziate prima della fine di giugno: la redazione del De finibus e la rifusione in quattro libri degli Academica dovevano prendere già abbastanza tempo da non permettergli di occuparsi d’altro.
[…] La prima menzione dell’opera è fatta in una lettera ad Attico, del 18 maggio 44 (quod prima disputatio Tusculana te confirmat sane gaudeo): ma questo non significa necessariamente che Attico aveva ricevuto da poco le Tusculane: può darsi benissimo che egli scrivesse a Cicerone, in quei giorni burrascosi, per rassicurarlo sul proprio stato d’animo e per dirgli che non temeva nulla, perché aveva imparato dal primo libro delle Tusculane a disprezzare la morte.»

(Adolfo Di Virginio, introduzione alle Tusculanae disputationes, Mondadori 1996, pp. V-VIII)


24 gennaio 

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