domenica 19 maggio 2013
venerdì 26 aprile 2013
Il topic è: emozione
Se
è impossibile analizzare dal punto di vista dinamico gli account di Facebook,
perché mancano le emozioni, i gesti, ecc., e poi si possono artare nel senso
della rappresentazione volontaria (ma è coglibile forse qualcosa in questa
operazione di artificio), si potrebbe invece applicare l’analisi patografica di
Jaspers. Solo che, anche in questo caso, non c’è tutta la vita. Pur
considerandoli dei documenti, gli account sono dei monumenti, e in
qualche caso interessante questo va benissimo. Bisogna sempre vedere che cosa
ci si mette nel monumento, e di chi è. Andare dall'account alla persona reale
fa paura, le persone hanno paura di questo. Ma secondo la storiografia più
avanzata - o, meglio, spesso dal punto di vista cronachistico, e non dei più
coinvolgenti: anzi, respingenti - ogni documento è un monumento, come dato di
fatto (riguardo a quello che è, e che non può essere altro anche se può
rimandare ad altro), o vogliamo dire vetrina, scelta situazionistica, e così
via, ma parlare di oggettività, nella fattispecie, è impossibile. Gli
account di Facebook, fenomeno nuovo e da studiare, non sono persone, non ci
sono emozioni. Si possono provare emozioni e anche trasmetterle (basta leggere
una poesia e il gioco è fatto) ma non sono derivabili dalla presenza fisica. L’emozione
in questo senso non passa, l’inconscio sì.
domenica 14 aprile 2013
I gentilissimi
Il romanzo Vita di Alberto Pisani di Carlo Alberto Pisani Dossi (ma non è un’autobiografia, come il
lettore sprovveduto potrebbe ritenere) non segue una linearità cronologica
progressiva, del resto Dossi ammirava molto Sterne. Inizia col Capitolo quarto,
prosegue col Capitolo primo, col Capitolo secondo, Capitolo terzo, Capitolo
quinto, dopodiché c'è la sequenza regolare dei capitoli sesto, settimo, ottavo,
nono, decimo, undecimo, duodecimo, decimoterzo, decimoquarto, decimoquinto.
Insomma c'è la famosa prolessi del Capitolo quarto, spostato in esordio. - sdf
*
Fu la mirabile
Beatrice, vera? e tutta vera? oppure
Dante, dalla sua unicità condannato a non trovar altri, se la plasmò o compì
nell’alta fantasìa, poi illuso gioì e sofferse, dell’ombra sua?... Ma, chèh! Dante
a parte; quantunque da ognuno si dica che Amore ci è, chi veramente il travide?
– In questa folla che passa, mai non cessando, e si traùrta come i pajoli,
tingèndosi anche, i più, cioè il marame, crèdono amore, cose che non ponno
avere altri nomi; i gentilissimi, e pochi, sospirano inutilmente il loro
secondo ed ultimo tomo.
Carlo Dossi, dal Capitolo quarto di Vita di Alberto Pisani
mercoledì 3 aprile 2013
Verso e contro-verso. Cavalcando/2
Un ellittico verso
senza virgola è “forse cui Guido vostro ebbe a disdegno“ (Inf., X 63), uno dei
più controversi della Divina: “forse” si riferisce a “mi mena” del verso
precedente (“colui ch’attende là, per qui mi mena”) e non a “ebbe”. E sì che sarebbe bastata una virgola per chiarire il tutto
ma, con quella semplice aggiunta asindotica (ἀσύνδετον), dove sarebbe finita la polisemia del testo?
Infatti non c'è dubbio che Cavalcanti (“Guido vostro”) avesse a disdegno ma chi
(“cui”), Beatrice o Virgilio? Tutt’e due, la portata simbolica di entrambi. Sincretismi danteschi.
sabato 30 marzo 2013
sabato 23 marzo 2013
giovedì 7 marzo 2013
Colui che non vive nei bordelli
Il passato si forma dall’esclusione
di innumerevoli futuri, da una continua determinazione dell’indeterminato:
Orazio fu poeta e sarebbe potuto essere soldato. […]
Spesso viene ritenuto calmo chi
domina la sua ira; continente, se non casto, colui che non vive nei bordelli o
non fa la corte alle signore sposate, accontentandosi delle ragazze squillo
(che c’erano anche a Roma) o degli schiavetti e delle serve di casa. Orazio è
calmo e casto a questo modo; più che tenersi nel mezzo, oscilla dentro i limiti
di una zona permissiva che misura con larghezza a se stesso. Anche la sua
libertà interiore resiste come può alle offese del paternalismo. Mecenate a
volte, lo invita a cena all’ultimo minuto; e lui corre lo stesso. Lo ostenta nella
sua scuderia di intellettuali e di poeti augustei e lui non si può tirare
indietro, dicendo che è di un’altra parrocchia. Poi tocca lodare e ringraziare,
non solo in pubblico ma per iscritto: l’obbligo della gratitudine non finisce
mai.
[..]
È a questo modo che, attorno ai
quarant’anni, capita a Orazio una grossa grana: Augusto lo vuole come
segretario privato. La difficoltà consiste, per il poeta, nel dire di no graziosamente, in modo che l’altro non si arrabbi. Ad accettare, non ci pensa
assolutamente. Capisce che, se entra a palazzo, la sua libertà, già così
precaria, sarà seriamente minacciata. E inoltre gli secca che il padrone voglia
utilizzarlo per scrivere lettere agli amici, biglietti di ringraziamento,
complimenti e non dispacci ufficiali, non quei messaggi che mettono in moto le
cose. Gli piacerebbe, se mai, essere ammesso ai segreti di stato, per curiosità
o per dire a se stesso: «sono arrivato anche a questo». E invece,
da quel lato, nessuno lo prende sul serio.
[…]
La
restaurazione augustea aveva l’aria di essere davvero l’inizio di un nuovo saeculum: sarebbe durata a lungo. Orazio aveva ceduto a poco a
poco, ma forse non vedeva lo scopo di resistere ancora. Lodare ciò che di buono
aveva fatto il principe non ripugnava troppo al continuo compromesso che la
vita con i grandi gli imponeva. E, del resto, a Roma non c’era un partito di
opposizione.
Orazio insomma si rendeva benissimo
conto di essere entrato a lavorare nell’organizzazione del consenso, ma gli era
anche facile trattenersi nell’equivoco e considerare la sua etichetta di poeta
di stato come una specie di premio letterario invece che come una resa al
potere.
[…]
Si sa che non aveva molta salute, che
era malato di congiuntivite, che spesso si sentiva stanco, che si considerava
già un uomo finito a trentacinque anni: il fatto che cedesse sempre meno alle
sue rabbie, improvvise e convulse, era un cattivo sintomo. Un altro era il
rattrappirsi, non del desiderio forse, ma delle follie per l’amore delle
ragazze e dei ragazzi. Non aveva, pare,
successo con le donne, perché era piccolo e grasso, ma avrà avuto anche lui le
sue avventure di scapolo, finite bene perché probabilmente non mirava troppo in
alto.
[…]
L’energia a volte persino aggressiva,
che lo ha sostenuto nei cari affanni della vita e dell’arte, lo va
abbandonando. Sperimenta la noia, l’inquietudine senza scopo, ma non la
disperazione. Chiede agli dei la salute e quel tanto che basti per vivere,
perché alla pace dell’animo sa pensarci da solo: il suo commiato dalla vita
attiva si colora di sdegnosa autarchia. Orazio non si ritira come il convitato
che è sazio (Sat., I, 1): resta a
tavola, assorto, deciso a nutrirsi di quel poco necessario che aveva insegnato
ad apprezzare. Non si è mai illuso di poter raggiungere qualche cosa di
assoluto, e ciò lo aiuta a dar valore ai piaceri poveri, alle pause di
tranquillità, all’amicizia finale con se stesso.
(Renato Ghiotto)
domenica 17 febbraio 2013
Le dimissioni di Benedetto XVI
La mattina dell’11 febbraio 2013 circola
improvvisamente in rete una notizia sbalorditiva: il papa si è dimesso, dal 28
febbraio p.v. la sede sarà vacante. Si pensa prima a uno scherzo, poi arrivano
le conferme ufficiali anche dai telegiornali. Il paragone con Celestino V
s’impone immediatamente, e a tratti impropriamente. Si continuerà a chiamarlo
Santità? Ci saranno due Santità, quasi come papa e antipapa? E se aggiungiamo
anche Sua Santità il Dalai Lama fanno esattamente tre. Io trovo subito tutto
questo istintivamente inquietante, tanto più se consideriamo che Ratzinger
aveva scelto di chiamarsi Benedetto XVI dopo Benedetto XV, che durante la prima
guerra mondiale si era levato contro l’“inutile strage”. Che abdichi Benedetto
XVI lo trovo dunque inquietante, proprio per i messaggi simbolici che non
possono sfuggirgli. Alla fine della giornata posto un articolo nel mio blog,
cogliendo l’occasione per una piccola polemica dantesca, dove affermo:
«È
cominciato,
c’era da aspettarselo, il bombardamento mass-mediatico in termini di
riconoscimento di coraggio, responsabilità, umiltà da Napolitano a Cacciari
passando per Monti e tanta bella allineata compagnia. Va da sé che sono
dichiarazioni di carattere istituzionale e in quanto tali non suscitano
interesse analitico nella loro prevedibilità e hanno solo importanza
strategica, comprese le televisioni. Invece vi è un che di sinistro,
percepibile, in questa notizia.
«Si
tratta solo di una mia sensazione, ma i sentimenti e le sensazioni sono
storiche a differenza della verità che mai sapremo. Questa notizia non promette
nulla di buono e, anche se la si vuol far derivare da una legittima decisione
di natura esclusivamente soggettiva, l’impatto crea turbamento. Oggettivamente,
dai tempi di Celestino V, va ribadito (di cui Dante[1]
peraltro non fa il nome, non è detto che si tratti di lui, quindi nessuno è
legittimato stricto sensu a parlare
di ignavia a proposito dell’abdicazione dei papi), non era mai accaduto nulla
di così clamorosamente simile. Ho anche da ridire sul verbo “dimettersi” come
se si trattasse di un lavoratore qualunque. Qualunque sia la motivazione, il
gesto è enorme e implica la sua insormontabile necessità. Tutto questo dà
inquietudine, non mi piace e preoccupa mentre va a incidere sulla situazione
già poco sicura della traballante Europa, in particolare quella mediterranea. E
si volge all’intero Occidente in senso più esteso, et Urbi et orbi.
«Lefebvre
era stato sospeso a divinis da Paolo VI, Benedetto XVI ha fatto la politica
contraria. Nessuno dubita del valore filosofico e teologico di papa Ratzinger
purché si rifaccia il processo a Galileo, ma è un dato di fatto che laddove
Wojtyla è stato capace di accogliere, sempre sulla stessa linea conservatrice
ma con risultati pastorali più evidenti, benché ambivalenti, sotto Benedetto
XVI molti si sono allontanati dalla chiesa, e dal punto di vista laico è
innegabile che le sue posizioni sono oscurantiste, anche per i cattolici.
Questo per un cristiano è secondario perché si può ben essere cristiani anche
fuori della chiesa, se lo si è, ma non è possibile seguirlo nella sua
ossessione pre-moderna che rimuove il destino dell’individuo e riduce il
cristianesimo a un’eresia per famiglie, visto che non si parla d’altro. Spiace dirlo
- davvero, e lo dico col massimo rispetto e riverenza dantesca - , in questi
termini forse perentori adesso, ma è quanto è accaduto.»
Potrebbe anche essere, al
contrario, penso subito, un gesto estremo di arroganza, arroccamento, sub specie tempestatis.
Il 12 febbraio, ultimo
giorno di Carnevale, arriva uno sconcertante articolo di Luciano Canfora sul Corriere: «Il testo originale del comunicato – vi si
afferma - con cui Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni è scritto, come
è ovvio, in un latino costruito con prestiti ricavati da autori delle più
diverse epoche. È una specie di mosaico che abbraccia quasi due millenni di
latinità: dal ciceroniano “ingravescente
aetate” al disinvolto “ultimis
mensibus” che figura in scritti ottocenteschi (addirittura del calvinista
Bachofen), fino al “portare pondus”
che ricorre in Flavio Vegezio, Epitoma
rei militaris, ma più frequentemente in autori quali Raimondo Lullo (Ars amativa boni), Tommaso da Kempis o
anche nei sermoni di Bernardo di Chiaravalle.
«Spicca
come prelievo dal dotto e audace Rufino traduttore di Origene, l'espressione "incapacitatem meam". Per altro verso
solide attestazioni di epoca classica, da Quintiliano a Plinio, sorreggono la
frase più importante di tutto il testo e cioè: "declaro me ministerio renuntiare" ("dichiaro di rinunciare al mio
ruolo di Papa"). Peccato però che, per una svista imputabile a qualche
collaboratore turbato dalla gravità dell’annunzio, proprio nella frase cruciale
sia stata inferta una ferita alla sintassi latina, visto che al dativo ministerio viene collegato
l'intollerabile accusativo commissum
(“incombenza affidatami”). Avrebbe dovuto esserci, per necessaria concordanza,
il dativo commisso.
«Come
consolarsi di questo lapsus? Pensando per esempio ai rari ma disturbanti errori
di latino che macchiavano le Quaestiones
callimacheae di un grande filologo come Giorgio Pasquali, rettificate però
nella ristampa realizzata poi dal bravissimo Giovanni Pascucci, grammatico
fiorentino. Ma non è impertinente comparare un filologo laico con un Pontefice
regnante? L'errore — si sa — si insinua sempre. Come il periodo tedesco, così
il periodo latino è “ein Bild” (un quadro), in cui ogni tassello ha un suo
posto e la ferita inferta alle concordanze risulta tanto più dolorosa.
«Analogo
incidente è avvenuto addirittura nella frase di apertura, dove il Pontefice
dice ai “fratelli carissimi” che li ha convocati “per comunicare una decisione
di grande momento per la vita della Chiesa”: ma si legge pro ecclesiae vitae laddove avremmo desiderato pro ecclesiae vita. Sia stato il turbamento o sia stata la fretta,
resta il disagio per le imperfezioni di un testo destinato a passare alla storia.
È bensì vero che il latino dei moderni riflette la ricchezza e la novità della
lingua dei moderni, ma alcuni pilastri della sintassi non possono, neanche in omaggio
al “nuovo che avanza”, essere infranti.»
Per giorni penso inorridito
al quel pro col genitivo. Sappiamo
(in quanti?) che la morfosintassi latina è una costruzione a posteriori, gli
scrittori romani hanno sempre seguito il proprio ritmo onde gli errori di
Cesare, di Cicerone che non sempre rispetta la consecutio, di Livio che li
commetteva a bella posta, per non parlare di Persio che è autoreferenziale
quant’altri mai. La scelta autoriale è sempre autonoma. Ma non si poteva almeno
usare l’accusativo? a esprimere una finalità? Ecco che pro non regge più l’ablativo bensì, ma il genitivo, tra poco ci saranno
due romani pontefici, che altro? Leggo nel frattempo su un blog la lettera di Antonio
Moresco al papa. È una bella lettera, tranne che per l'affettato incipit: «Caro Benedetto XVI, scusi il
modo diretto con cui mi rivolgo a lei, senza i soliti appellativi che si usano
in questi casi.»
Penso che sarebbe stato molto più appropriato iniziare con "Beatissimo
Padre", "Vostra Santità", ma questa è un aspetto forse
secondario, di stile. La vera ingenuità che commette non è tanto quella da lui
stesso evidenziata, bensì quando sostiene che la chiesa è stata istituita da
Gesù Cristo. Questo non è storicamente né antropologicamente vero, benché mi
renda conto che possa suonare irriverente, e invece non lo è in quanto la fede
si basa su altri fondamenti. Ida Magli ha scritto un libro fondamentale per
l'antropologia della religione, in cui tutto ciò è spiegato molto
bene. La famosa morale sessuale
è un’invenzione del magistero, ma se questo punto venisse divulgato meglio,
cioè tutto al contrario di come stanno facendo, si eviterebbero molte cose spiacevoli
per la stessa istituzione ecclestiastica, che non può continuare a far finta di
ignorare e istruire in queste ambiguità. Lo sbaglio che continua a fare il
magistero insomma - ma, a questo punto, visto il latino, può darsi sia in buona
fede - è quello di non voler istruire adeguatamente le masse, storicamente e
antropologicamente. Figurarsi organizzare crociate in nome di qualcosa che non
sta scritto da nessuna parte, se non nel Primo Testamento, con eccezioni,
mentre si vuole stabilire l'eccezione dell'eccezione, ma dove anche la donna
adultera veniva lapidata e sussisteva la legge del taglione, e un’infinità di
altre barbarie. Non è necessario predicare il libertinismo, che pure nel
Settecento ha svolto un preciso e utile ruolo culturale, e non si tratterebbe
nemmeno di svendere la morale, perché esistevano regole e discipline anche nel
mondo antico. La chiesa è un evento post-pasquale, e questo non vuol essere
messo in discussione, essendo una questione di fede, di prendere o lasciare. Ma
lo si dica. Gli studiosi, i presbiteri, i vescovi lo sanno.
La decisione così estrema,
così senza precedenti almeno nella lunga modernità (dandola per tale anche, in
parte, dopo la sua fine e Celestino V del resto era stato costretto
precedentemente da Caetani all’abdicazione, come si sa, neppure fu una sua
scelta legittima) non può non aver tenuto conto anche dell'età e delle
condizioni soggettive (comprese quelle riguardanti il suo, non noto da adesso,
prediligere l’otium - sit venia verbo -, gli studi e la contemplazione)
ma sempre in rapporto alla popolarità. Non si hanno dati da nessuna parte,
ovviamente, e certo non statistici, non necessariamente riguardanti Twitter. Ma
la popolarità dell’attuale pontefice in Europa, nel mondo, non è - o quantomeno
non lo era prima di queste “dimissioni” - alta, secondo quanto a me pare. Posso
sbagliarmi, ma non credo ci darà le sue Tusculanae
disputationes dopo questo ritiro dal negotium
(o forse sì?). Né vanno dimenticati gli affari miliardari in euro dei quali è
protagonista il Vaticano. Luciani in quel suo mese era sempre più sconvolto,
poi dopo un mese misteriosamente morì. Forse in altre circostanze una
popolarità più estesa (ma potrebbe ora cambiare) gli avrebbe dato forza di
continuare (a Ratzinger), sempre se vale il mio presupposto, anche ingravescente aetate (io uso l'ablativo
assoluto) il che equivale alle stesse affermazioni
ufficiali, ma interpretate in questa prospettiva. Mysterium magnum.
«Di
certo c'è un fatto. La battaglia – scrive Paolo Rodari sul Giornale del 13 febbraio - questa volta non sarà tanto fra
progressisti e conservatori, fra porporati di area più liberal e personalità di
area più tradizionale, quanto fra conservatori chiusi o aperti al mondo. Che i
cardinali siano oggi per la maggior parte conservatori lo dice il fatto che
sulla dottrina in pochi dentro la Chiesa cattolica hanno dubbi. I cosiddetti “dissidenti”
restano più che altro ai margini, come il caso del teologo dissidente Hans
Küng. Sempre più in dissenso, sempre più a latere.»
Ripenso, non riesco a
levarmelo dalla testa, a quell’accusativo al posto del dativo. Azzardo
un’interpretazione, a rigore: “Declaro me
ministerio commissum renuntiare” è un po’ contorto ma può andare come
participio congiunto al soggetto in accusativo dell’oggettiva, col significato
di: “Dichiaro che io, affidato al ministero, rinuncio”. Ratzy ci dà da pensare
fino all'ultimo, concludo provvisoriamente: dimettersi col participio congiunto
al soggetto in accusativo dell’oggettiva è ancora più drastico. Ma come la
mettiamo con “pro vitae ecclesiae”?
Mi decido a tradurre il discorso in latino dell’abdicazione. Ma con quale
originale confrontarmi? Con quello presente sul sito del Vaticano[2]
o con quello criticato magistralmente da Canfora?
Nel primo caso traduco così:
Fratelli carissimi
Vi ho convocato a questo
Concistoro non solo per tre canonizzazioni ma anche per comunicarvi una
decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Avendo indagato la mia
coscienza più volte e ripetutamente davanti a Dio sono giunto alla sicura consapevolezza che le mie forze con
l’avanzare dell’età non sono adatte ormai a occuparmi con equità dell’impegno
petrino.
Sono ben cosciente che
questo impegno per sua essenza spirituale non soltanto vada svolto con azioni e
parole, ma nondimeno tollerando e pregando. Tuttavia nel nostro mondo attuale
soggetto a veloci cambiamenti e sconvolto da questioni di grande rilevanza per
la vita della fede per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo
è necessaria anche una certa qual forza del corpo e dell'anima, che negli
ultimi mesi in me è talmente diminuita che dovrei ammettere la mia
inadeguatezza nel gestire bene il ministero a me affidato. Perciò, ben
consapevole del peso di questo atto in piena libertà dichiaro di rinunciare al
ministero di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, a me affidato per
mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005, cosicché dal giorno 28 febbraio
2013, ore 20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali
compete devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Fratelli carissimi, dal
profondo del cuore vi ringrazio per tutto l’amore e il travaglio col quale avete
sopportato con me il peso del mio ministero e vi chiedo benevolenza per tutte
le mie debolezze. Ma ora affidiamo insieme la santa Chiesa di Dio alla cura del
suo sommo pastore, il Signore Nostro Gesù Cristo e imploriamo sua madre Maria
affinché assista con la sua materna bontà i padri cardinali nell’elezione del
nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda anche in futuro vorrei con tutto
il cuore servire la santa Chiesa di Dio con una vita dedicata alla preghiera.
Dal Vaticano, 10 febbraio
2013
BENEDICTUS PP. XVI
Ci sono stati vari portatori
di varianti, l’archetipo naturalmente – corretto a posteriori, credo - è sul
sito del Vaticano ma non è stato facile classificare le corruttele. Io avevo
letto dapprima: "declaro me
ministerio commissum renuntiare", e cioè: “dichiaro che io affidato al
ministero rinuncio”. Ovvero: “declaro me
ministerio mihi per manus Cardinalium commissum renuntiare", ossia: "dichiaro che
io, affidato al mio (mihi) ministero
per mandato dei cardinali, rinuncio. Era l’unica. E sicuramente “pro ecclesiae vitae” era guasto non
sanabile, a meno di un’espunzione congetturale della “e” del dittongo di “vitae”.
Un danneggiamento meccanico. Ma la variante “me commissum renuntiare” non era necessariamente corruttela, o di
altra specie.
Sono stato più buono del
Vaticano traducendo: “chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze” dove la
versione ufficiale (la riporto in nota)[3]
è: “chiedo perdono per tutti i miei difetti”… In compenso, il Vaticano traduce
“non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando” e io,
con un malizioso occhio a Voltaire: “non soltanto va eseguito con azioni e
parole, ma nondimeno tollerando e pregando”.
Perché hanno tradotto col
futuro indicativo il presente congiuntivo? “vacet” non è “vacabit”! Può darsi che abbiano considerato "vacet" come congiuntivo prospettivo,
ora non è tanto questo il punto. Quell’uso, indoeuropeo, non ha lasciato
grandi tracce neppure nel latino arcaico, molti negano anzi decisamente che il
latino anche delle età successive contempli l’esistenza del congiuntivo prospettivo.
Insomma, a parte la resa generale in italiano, non c'è dubbio che l'uso del
congiuntivo per esprimere un evento futuro - in questo derivante dall'ottativo
potenziale indoeuropeo - è usato solo ed esclusivamente «per
esprimere una cauta affermazione circa il futuro»
(cfr. L.R. Palmer, La lingua latina,
Einaudi 1977, p. 379), e è da escludere che il papa abbia espresso una cauta
affermazione circa la sua abdicazione del 29 febbraio p.v. O che il latino da
Palmer 1977 si sia nel frattempo modificato?
C'è inoltre un congiuntivo
presente, "debeam" che
esprime una potenzialità, non adeguatamente resa, indipendentemente dall’ut che lo regge. La traduzione in
italiano sul sito del Vaticano è piena di errori, sciatta, concettualmente mediocrissima,
un vero orrore, per es.: “vigore che, negli ultimi mesi, in me è
diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare
bene il ministero a me affidato”: chi è che deve riconoscere, io o il vigore?
subordinando implicitamente ecco che il soggetto diventa il vigore: il vigore
deve riconoscere ecc. ecc.
Nel video delle dimissioni
del papa è pronunciato chiaramente "commissum",
"me ministerio mihi per manus
Cardinalium commissum renuntiare", come aveva correttamente rilevato
Canfora parlando della necessità di usare il dativo. Ora sul sito del Vaticano
il testo è corretto, col dativo ma il papa ha usato l'accusativo e scandisce
molto bene "renuntiare".
Il papa nella sua
dichiarazione in latino ha usato l'accusativo ("commissum"), nel video disponibile su youtube (ma anche sul
sito del Vaticano, escludo trattarsi di due video diversi) è pronunciato
distintamente “commissum”. Può essere stato un lapsus,
ma si noti che usando l’accusativo viene dato risalto maggiore al verbo “renuntiare” (mihi allora è dativo di
possesso): “dichiaro che io, affidato al mio ministero di Vescovo di Roma,
successore di san Pietro, per mandato dei cardinali il giorno 19 aprile 2005,
rinuncio cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore 20, la sede di Roma, sede di
san Pietro è vacante e coloro ai quali compete devono convocare il Conclave per
eleggere il nuovo Sommo Pontefice” (declaro
me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus
Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die 28 februarii
MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum
novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse).
È da ingenui credere alla
lettera alla motivazione dell’età, io ci sento un movente d'arroganza, o di
orgoglio se vogliamo essere eufemistici e considerare che sono compossibili le
altre motivazioni addotte (la complessità del nostro mondo attuale nei rapporti
con la chiesa, il prediligere la contemplazione e gli studi teologici al
ministero petrino).
È fuori dubbio che un tratto
d'arroganza riguardasse anche il predecessore. C’è dunque dell’altro, come
qualsiasi persona pensante e non coinvolta istituzionalmente in vari modi e
ambiti è naturalmente spinta a constatare. Il cardinal Bellarmino (santo e
dottore della chiesa), che inquisì Giordano Bruno e più “benevolmente” Galileo,
nel film della Cavani è chiamato "Vostra Beatitudine”, dispone di un trono
personale e parla in prima persona plurale. Il vero papa era lui, non Paolo V.
Galileo è stato riabilitato dopo quattro secoli, ma quando avverrà lo stesso
con Bruno? forse col nuovo pontefice? o è ancora troppo presto? Quel che fa la
chiesa cattolica incide, specialmente in Italia dove di continuo si immischia
nella politica, ma ormai nessun pensatore corre il rischio né il pericolo di
essere arso vivo a Campo de' Fiori! Oggi esistono altri mezzi.
[1] Non sarebbe il caso
di smettere di attribuire a Dante questa indicazione? Sapegno chiarisce bene
questo punto, Dante non nomina espressamente Celestino V. È probabile che si
tratti anche di Ponzio Pilato, o solo di un simbolo dell’ignavia. Capisco che
il pensiero vada a Celestino V, ma niente autorizza alla lettera tutta questa
certezza: «Tra questi, quello di Pilato sembra senz’altro il più attendibile,
perché il suo gesto di viltà, sia per la gravità intrinseca, sia per la
rinomanza proverbiale che ne viene a chi l’aveva commesso, è il solo cui
s’adatti appieno la qualifica di gran rifiuto. Del resto, a guardar bene, la
questione così a lungo dibattuta appare irrilevante. La figura dell’innominato
non ha nel contesto un suo risalto specifico; è piuttosto un personaggio
–emblema, termine allusivo di una disposizione polemica, che investe non un
uomo singolo, ma tutta la schiera innumerevole degli ignavi» (Natalino Sapegno)
[2] Fratres carissimi
Non
solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam
ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia
mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires
meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque
administrandum.
Bene
conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et
loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo
nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis
pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum
Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis
mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi
commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius
ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae,
Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso
renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti
Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus
competit convocandum esse.
Fratres
carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum
pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis.
Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu
Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus
Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat.
Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei
toto ex corde servire velim.
Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII
BENEDICTUS PP. XVI
[3] Carissimi Fratelli,
vi
ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche
per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa.
Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto
alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per
esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che
questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo
con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel
mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande
rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e
annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia
dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da
dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me
affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena
libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di
San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo
che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San
Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il
Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi
Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui
avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei
difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro
Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista
con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo
Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto
cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.
sabato 16 febbraio 2013
Dimissioni papa/ Mia altra versione dal testo del video
DICHIARAZIONE DEL GIORNO 20 FEBBRAIO A.D. 2013
Fratelli carissimi
Vi ho convocato a questo Concistoro non solo per tre canonizzazioni ma
anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della
Chiesa. Avendo indagato la mia coscienza più volte e ripetutamente davanti a
Dio sono giunto alla sicura consapevolezza che le mie forze con
l’avanzare dell’età non sono adatte ormai a occuparmi con equità dell’impegno
petrino.
Sono ben cosciente che questo impegno per sua essenza spirituale non
soltanto vada svolto con azioni e parole, ma nondimeno tollerando e pregando.
Tuttavia nel nostro mondo attuale soggetto a veloci cambiamenti e sconvolto da
questioni di grande rilevanza per la vita della fede per governare la barca di
san Pietro e annunciare il Vangelo è necessaria anche una certa qual forza del
corpo e dell'anima, che negli ultimi mesi in me è talmente diminuita che dovrei
ammettere la mia inadeguatezza nel gestire bene il ministero a me affidato.
Perciò, ben consapevole del peso di questo atto in piena libertà dichiaro che io, affidato al mio ministero
di Vescovo di Roma, successore di san Pietro, per mandato dei cardinali il
giorno 19 aprile 2005, rinuncio cosicché dal giorno 28 febbraio 2013, ore
20, la sede di Roma, sede di san Pietro è vacante e coloro ai quali compete
devono convocare il Conclave per eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Fratelli carissimi, dal profondo del cuore vi ringrazio per tutto l’amore e
il travaglio col quale avete sopportato con me il peso del mio ministero e vi
chiedo benevolenza per tutte le mie debolezze. Ma ora affidiamo insieme la
santa Chiesa di Dio alla cura del suo sommo pastore, il Signore Nostro Gesù
Cristo e imploriamo sua madre Maria affinché assista con la sua materna bontà i
padri cardinali nell’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda
anche in futuro vorrei con tutto il cuore servire la santa Chiesa di Dio con
una vita dedicata alla preghiera.
Dal Vaticano, 10 febbraio 2013
BENEDICTUS PP. XVI
*
DECLARATIO DIE 20 M. FEBRUARII, A. D. MMXIII
Fratres carissimi
Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi,
sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem.
Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam
perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum
aeque administrandum.
Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum
agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in
mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni
ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad
annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est,
qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad
ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter
bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi
per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commissum renuntiare ita ut a die
28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave
ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.
Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et
labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus
defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris,
Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus,
ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate
assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae
Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.
Ex Aedibus
Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII
BENEDICTUS PP. XVI
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