sabato 23 aprile 2011

"CONTROPOESIA" - di Sandrino De Fazi


Non così; si vorrebbe
aperto e chiuso al dire
(ché Ippolito tu sia)
chi asseconda il rigore
in se stesso compiuto
(intanto).
Vero è ben, Psicagogo! Anche l’umano
tocca il limite della sua inconsistenza
come fosse una problematica degli anni Cinquanta,
sbaragliando la propria scissione.
La pubblica Morale in questi giorni
si vorrebbe un po’ meno teorica,
per finire la serena rappresentazione
e il resto
mentre è epicurea la sua ostinazione a intendere sinonimi contro poesia,
che è nemica del caso,
- nella reggia del mare,
o nella sala da pranzo (così) -
e certissimo coro
delle tue speranze
di giovinezza,
il classicheggiante e il sacrilego.
23 aprile 2011
Sandrino df

mercoledì 20 aprile 2011

FRANZ KRAUSPENHAAR, "1975. NONOSTANTE PASOLINI, E PURCHÉ BUZZANCA NON LO SAPPIA, AL LICEALE PIACCIONO LE DONNE", CaratteriMobili 2010


I cinquant’anni sono un’età problematica, apprendiamo scorrendo le prime pagine di 1975 di Franz Krauspenhaar. La generazione che aveva quindici anni quando morì Pasolini è approdata a una sorta di interregno nella quale per un verso alcune cose sembrerebbero possibili con più fatica, per un altro dispera di ottenerne delle altre, come per esempio entrare nel mercato dei grandi trust dell’editoria o delle sue immediate adiacenze analogamente a quanto accade nel mondo del lavoro, dove a cinquant’anni o si è dentro o si è fuori e si è costretti a inseguire sperimentali saggezze, vivendo moralmente alla giornata. Protagonista è un ragazzo milanese di estrema destra che va liberandosi di alcuni pregiudizi della cultura di allora e del resto le certezze e la consonanza tra strazio dell’anima e le realtà cittadine estranee alle borgate romane affabulate da Pasolini ci sono diventate insufficienti non certo da oggi e nemmeno dagli anni Settanta. Davvero non si riesce a comprendere come sia possibile rimpiangere quegli anni di piombo, se non per il versante dell’adolescenza inquieta e dei suoi abbacinanti primi amori, consegnati all’inutilità suprema del passato e alla memoria ironica della letteratura; il cinquantenne di oggi infatti afferma: «Vivevamo un periodo di merda e lo sapevamo. Almeno, io questa consapevolezza l’avevo. Per il resto, non ero sicuro di niente, se non che la vita era maledettamente noiosa.» Gran parte di questo ritratto dell’artista da giovanissimo è attraversato da storie di quotidianità liceale e relativi luoghi inevitabilmente comuni, raccontati su un registro colloquiale scoppientante di combinazioni gergali e coinvolgenti neologismi del narratore, che è spettatore esterno e personaggio lui stesso. Ma presto intuiamo che il Nonostante Pasolini, e purché Buzzanca non lo sappia, al liceale piacciono le donne del provocatorio sottotitolo è fuorviante, in quanto esisteva una destra che non attaccava Pasolini per la sua omosessualità. La famosa poesia Il Pci ai giovani!! gli aveva procurato critiche feroci tanto dalla destra quanto da Botteghe Oscure (intanto, i capelloni non erano né di destra né di sinistra). Così tutto 1975 ci trascina verso la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 - notte di tragedia somma e vero trauma della cultura internazionale, - quando il regista i cui film erano sistematicamente contestati, con aggressioni verbali e fisiche, dai neofascisti (a loro volta grandemente emarginati dalla cultura e dalla stampa di quegli anni, e il Msi di Almirante rivendicava puntualmente le azioni punitive) fu barbaramente assassinato in circostanze che tuttora sono meno chiare che mai. Il libro, insieme all’omaggio a Lando Buzzanca, riporta l’incipit dell’articolo che Rossana Rossanda scrisse su il manifesto del 4 novembre di quell’anno fondamentale: «Con commossa unanimità di accenti, da destra e da sinistra, la stampa italiana piange Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale più scomodo che abbiamo avuto in questi anni. Diventato, anzi, scomodissimo. Non piaceva a nessuno, quel che negli ultimi tempi andava scrivendo.»
Sandrino df
Pubblicato in Poesia italiana 21/4/11


venerdì 18 marzo 2011

"I Neoplatonici per Aristeo di Megara. Traduzione dal greco" di Luigi Settembrini


Luigi Settembrini, incarcerato nell’isola di Santo Stefano, mentre traduceva Luciano di Samosata, scrisse il racconto pederotico I Neoplatonici, fingendo che fosse una sua versione da un testo di Aristeo di Megara. Non tutti i detenuti sono filologi e perfino uno dei suoi non pochi detrattori, ad esempio il crociano Raffaele Cantarella, da questa opera venuta alla luce solamente nel 1977, non è stato in grado di escludere il potenziale liberatorio. Un altro detrattore, il professor Emidio Piermarini, già sapeva dell’esistenza dell’autografo, stando a quel che ne scrisse al collega Cantarella in una lettera datata 6 ottobre 1953, e citata da Francesco Gnerre già nell’edizione del 1981 nel suo L’eroe negato:
L’autografo sboccato ed ellenisticheggiante del Settembrini, come sapete, io lo lessi tanti anni fa, poco dopo che l’avevate letto voi: e fummo d’accordo che non era da pubblicare. L’opera è vivace, a tratti vivacissima, di fresca grazia, da fare onore ad un artista di alta classe come fu il Settembrini; ed ha tratti delicati e gentili nel parlare di bellezza corporea e di gioventù, e di vita lieta e coraggiosa nel vivere degli antichi Greci. […] Tuttavia il lavoretto d’abilità magistrale che il Settembrini dové fare per gareggiare con antichi artisti della parola, più che compiacersi del lubrico e malsano argomento, ci parve (ben ricordo) da serbare inedito. Infatti io l’inventariai e catalogai; ma non ebbi altro desiderio; e solo per una mia curiosità di letterato e moralista volli parlarne al Croce e al Torraca, il quale era stato studente del professor Settembrini. Il Croce, ch’era solo nel suo studio, mi guardò con un largo sorriso; e con un gesto d’indulgenza disse soltanto: “Essendo stato così a lungo col greco Luciano…”. Ed avendolo io riguardato, prima che io aggiungessi altro, fece un altro gesto tranquillo, per dire che altro, almeno per il momento, non aveva da aggiungere. Il Torraca, in una di quelle visite che gli facevo nel suo studio, parve sorpreso della mia notizia: onde in breve gli dissi il contenuto e le mie impressioni. Non se ne rallegrò; direi anzi che gli dispiacesse alquanto quell’errore letterario del venerato Maestro, martire patriottico dei Borboni; pur consolandosi che fosse opera ingegnosa e viva: e mi espresse l’opinione che avevo ragione a pensare che doveva lasciarsi nell’ombra di un armadio di biblioteca, accessibile a qualche rarissimo studioso. Ma adesso si dà il premio Nobel ad un Andrea Gide
Andrea Gide!
Cantarella, esperto di papirologia ercolanese, aveva scoperto il manoscritto alla Biblioteca Nazionale di Napoli nel 1937. Era un fascicoletto intitolato appunto: I Neoplatonici per Aristeo di Megara. Traduzione dal greco. Settembrini lo aveva precedentemente, prima che finisse nell’insigne Biblioteca chissà per quali raggiri della sorte, inviato alla moglie Luigia Faucitano contrabbandandolo appunto come una propria traduzione dal greco. Fu un gesto sintomatico e simbolico. Giudicando compromettente il breve manoscritto, non voleva Settembrini evidentemente tenerlo con sé in prigione. Coinvolgere la moglie nella sua attività letteraria significava un momento di ibridazione della propria (omo)sessualità. Quasi una copertura.
Le scrisse:
Mi dirai tu: “E come ti viene in capo di tradurre scritture dove è qualche oscenità?” Ecco qui, Gigia mia: le opere greche sono piene di queste oscenità, quale più, quale meno: ma era il tempo, era la gente voluttuosa: e le più belle opere ne sono piene. Anche noi altri italiani patiamo questo. Le opere del Boccaccio e del Firenzuola sono bellissime, eppure son lorde della medesima pece. Anche il rigido Machiavelli nelle sue commedie ne è infetto. Scrivendo io da me, mi guarderei bene da queste sozzure.
Piuttosto che marcire in prigione, l’autore delle Ricordanze della mia vita preferì dedicarsi con Luciano alla satira antiscolastica ripensandola nel raffronto con la propria esperienza diretta di cattedratico, nonché a questo incompreso esperimento di rivisitazione della pederastia antica. Giorgio Manganelli acutamente parlò di “uno spiraglio su una tragedia”, all’uscita del libro. La repressione, esterna e interna, pesava sull’eroe antiborbonico e lui preferì non dichiararsi autore di I Neoplatonici. Un Aristeo di Megara non è mai esistito. Benedetto Croce, limitandosi a esclamare in modo ambiguo: “Essendo stato così a lungo col greco Luciano…”, da una parte significava la sua riprovazione, dall’altra insieme esprimeva una qualche generica indulgenza, come se la traduzione di Luciano avesse naturalmente portato Settembrini verso questo “errore letterario”. Il suo carcere consisteva in una sola stanzaccia promiscua dove erano costretti a convivere anche dieci o dodici detenuti, d’inverno col freddo e d’estate col caldo, e quindi con tutte le conseguenze olfattive e igieniche del caso. Una situazione insopportabile per chiunque, figurarsi per chi è emotivamente disturbato! E chiunque scriva è sempre più o meno disturbato di nervi, non necessariamente in senso patologico. Fatto sta che l’unico suo conforto, insieme ai dialoghi greci di Luciano, fu l’amicizia più che cameratesca, omoerotica, con Silvio Spaventa, lo zio di Benedetto Croce: gli fece da padre dopo il famoso terremoto di Casamicciola. Il filosofo aveva pertanto ragioni di parentela e non solo moralistiche per non voler divulgare l’immagine di un Settembrini omosessuale, prigioniero insieme allo zio e a una dozzina di delinquenti comuni tra ladri e assassini. Ma come fu vissuta, questa amicizia esclusiva? Solo platonicamente? O nell’ambito di qualche partouze, o amor di gruppo, come fossimo in un romanzo di Gombrowicz? E perché bisogna per forza pensare al rapporto tra Settembrini e Spaventa anziché a esperienze personali dell’autore sia pure soltanto fantasticate per spiegare la genesi di I Neoplatonici? Eros è figlio di Caos, ci ricorda Plutarco. A dar retta a lui, lui stesso, a Settembrini, sì, fu un amore platonico, lui affermava di amare Spaventa con amore di fratello, mentre Silvio leggeva Hegel e Luigi Luciano. Certo Callicle e Doro, i due giovani protagonisti del romanzo, elementi imprescindibilmente duali di numero e maschili di genere, e il breve scritto di Settembrini è spiritualizzato molto meno dei dialoghi platonici, due ragazzi dunque, i due ragazzi Callicle e Doro, al pari di Armodio e di Aristogitone, «si stringevano forte e si avviticchiavano» di continuo, sempre a «suggere quella dolcezza», e poi l’uno «tentava di entrare fra le belle mele» dell’altro senza riuscirci. Questa è l’unica spiritualizzazione possibile, una sublimata penetrazione anale per impotentia coeundi. Ma ecco che, invocata Pallade Atena, arriva il sacro espediente suggerito dalla dea: l’olio! «di cui usano gli studiosi e gli amanti»! come non averci pensato prima! Achille in persona, dopo la morte dell’amico, si rivolgeva al fantasma di Patroclo ricordando con dolore immedicabile «la dolce usanza di star fra le tue cosce santamente», magari senza ungerlo. I greci furono superiori ai moderni proprio perché non si negarono i loro vizi e li rappresentarono nell’arte e nella filosofia e nella letteratura e nel mito e nel teatro, senza percepirli come vizi, per non parlare di Il cavallo di Troia di Christopher Morley, tradotto da Pavese, dove vengono omaggiati i piedi di Achille forse a beneficio di Ettore, figlio del nemico re Priamo. I moderni, pur non essendo meno viziosi, nella maggior parte dei casi nient’affatto santamente ma con ipocrisia borghese nascosero quelle bassezze, ed effettivamente la favola milesia attribuita all’inesistente Aristeo di Megara potrebbe ingannare l’occhio esperto di oggi in quanto traduzione da un manoscritto antico.
Sandrino df

martedì 8 marzo 2011

Le presunte «mazzette» a Casamicciola


Devo ammettere, senza alcun imbarazzo, di non essere un lettore accanito di quotidiani. Penso che gli alberi dovrebbero essere tutelati meglio dall’uso indiscriminato che se ne fa in nome di una malintesa rivendicazione democratica. Poi, da quando anch’io ho ceduto al web - non potendo fare altrimenti perché i nuovi analfabeti ormai sono quelli che oggi rifiutano la comunicazione elettronica, per snobismo, ritenendo così di risultare più impegnati - leggo direttamente sui siti le notizie più interessanti (sullo schermo, per inciso, si può leggere un testo breve, un articolo o un piccolo saggio e non un libro: un libro si può scrivere e non leggerlo sul computer! il libro cartaceo non scomparirà mai), almeno per me. Ricordo un’intervista di Dacia Maraini all’immenso e sardonico Giorgio De Chirico (in E tu chi eri? Bompiani, 1973):
«Legge dei giornali? Che giornali?»
«”Il Tempo” e “Il Messaggero”»
«Tutti e due?»
«No, o l’uno o l’altro. Se “Il Tempo” parla di me, leggo “Il Tempo”, se è “Il Messaggero” a parlare di me, leggo “Il Messaggero”»
«Lei ha un modo irresistibile di prendere in giro se stesso e, attraverso se stesso, il mondo intero.»
Eccezionalmente ho comprato il Corriere del Mezzogiorno, vedo un articolo di Marta Herling, nipote di Benedetto Croce e segretario generale dell’Istituto italiano per gli studi storici. Lamenta le cose non vere dette da Roberto Saviano a proposito del terremoto avvenuto a Casamicciola nel 1883. È completamente falso che il padre morente del filosofo napoletano, sotto le macerie insieme a Croce, lo esortasse a dare intanto una mazzetta di centomila lire dell’epoca a chiunque si prodigasse a liberarlo. In momenti così estremi, inimmaginabili da parte di chiunque versi in condizioni normali di vita, si può dire tutto e il contrario di tutto, questo sì; ma perché Saviano deve essere a tal punto incauto nell’associare per i suoi lettori il termine «mazzette» alle consuetudini di vita in pericolo di morte e oltre del filosofo idealista? Una somma di centomila lire era impensabile per l’epoca, la stessa famiglia di Croce non disponeva di tanto denaro. Probabilmente il vate Saviano, il quale ormai può permettersi, e perché no?, di falsificare la storia, come acutamente rivela la Herling dal momento che l’industria culturale è in grado di riscriverla secondo l’onda del successo che si riverbera capricciosamente, cioè senza fondamento scientifico, anche sul tempo attuale, deve avere orecchiato la notizia intorno a Croce da una testimonianza, di seconda mano per giunta, di un certo turista tedesco non meglio identificato. Quest’ultimo, proprio in quei giorni del 1883, trovandosi in vacanza a Casamicciola, ha dichiarato di aver sentito dire, a sua volta, da qualcuno non meglio identificato, che Benedetto Croce si prodigò nel suo tentativo mercenario di salvarsi la vita, col metodo di queste famose «mazzette».
Sandro df

Telegramma di congratulazioni per il Nobel conferito a Hermann Hesse il 14 novembre 1946


18.11.1946

Finally the gentlemen in Stokholm happened to join my ten years old idea.

Congratulations

Thomas Mann

martedì 8 febbraio 2011

Giovanni Pascoli autore non prolifico



Giovanni Pascoli non fu un autore prolifico, né tantomeno precoce.
Ha scritto poco, come se fosse non dico impegnato nel lavoro di insegnante che pure lo vedeva alle prese con un'istituzione che certo non conosceva le aberrazioni burocratiche e massificanti di questi ultimi decenni (si lamentava che i suoi alunni liceali non conoscessero sufficientemente il latino), ma perché attraversato da una pigrizia e un'indolenza che in fondo sono tutt'uno con la sua ispirazione più profonda. Ha scritto pochissimo se paragonato a Leopardi che pure ci ha dato le migliaia di pagine, di fatto inesplorate, dello Zibaldone e un epistolario che, per la teatralità della scrittura e per l'innegabile potenziale filosofico, ulteriormente umano e poetico come solo un grande scrittore era in grado di redigerlo nell'arco di un'intera esistenza, vale quanto quelli di Cicerone e Petrarca messi insieme e di tutti i romanzi che il fanciullino non ha pensato mai, neppure lontanamente, di lasciarci.
Si laurea in ritardo, a ventisette anni, nel 1882, in seguito alle tragedie familiari e dopo essere stato tre mesi in prigione, nel 1879, per le sue simpatie socialiste. Esordisce ugualmente tardi, nel 1891, con Myricae e ha già trentasei anni, l'età che aveva la Morante quando uscì Menzogna e sortilegio e all'incirca quella di Aldo Busi quando pubblicò Vita standard di un venditore provvisorio di collant (ma in questi due casi siamo nel pieno Novecento): trentasei anni, in ogni caso, che non corrispondono esattamente a quelli dei nostri giorni (da non dimenticare che Gozzano dirà addio alla giovinezza, considerandosi già vecchio, a soli venticinque anni!). Sei anni dopo, nel 1897, a quarantadue anni dunque, pubblica i Poemetti: iCanti di Castelvecchio escono nel 1903, quando il poeta ha ormai quarantotto anni: i Poemi conviviali sono dell'anno successivo (1904): Odi e inni del 1906, e corrispondono ai cinquantun anni dell'autore: le Canzoni di re Enzio del 1909 (cinquattraquattro anni): i Poemi del Risorgimento del 1913, quando Pascoli è morto da un anno, alcolizzato, nel 1912, a soli cinquattasette anni di una volta.
Quanto alla prosa, gli scritti saggistici - se vogliamo eccettuare Il fanciullino(1897), che tuttavia si dimostra datato per il linguaggio improponibile anche se dice cose definitive sulla natura e la funzione del poeta - non sempre assurgono alla pienezza espressiva della grande letteratura e nascono spesso in occasione di lavori antologici per la scuola: Minerva oscura vede la luce nel 1898 (quarantatré anni); Sotto il velame nel 1900 (quarantacinque); La mirabile visione nel 1902 (quarantasette), Pensieri e discorsi nel 1907 (cinquantadue).
Pur non dimenticando, tuttavia, che Pascoli fu uno scrittore bilingue, parte della sua produzione essendo scritta in un latino che gli faceva sistematicamente vincere i concorsi di Amsterdam, anche in questo caso, nient'affatto trascurabile, il confronto col Leopardi filologo non si pone.

Sandro df
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lunedì 31 gennaio 2011

Prout liberet quidque et nihil in ordinem arripiens



Virgilio scrisse l'Eneide "prout liberet quidque et nihil in ordinem arripiens", cioè come veniva veniva, svogliatamente, per compiacere Augusto. Sfido che alla fine volesse bruciare il poema, che è senza capo né coda neanche fosse un romanzo della Ortese. Prima buttò giù tutto in prosa, nihil in ordinem arripiens,ossia senz'ordine alcuno; poi passò agli esametri che Huysmans trovava meccanici. Non fece in tempo a correggere le correzioni né a eliminare i puntelli né le ricorrenti contraddizioni, perché morì: e così Turno uccide due volte Fegeo (IX, 765 e XII 371); Remulo è fatto fuori prima da Ascanio (IX, 633) e poi da Orsiloco (XI, 636); le navi sono trasformate in ninfe da Venere(X, 83) e prima invece si diceva che era stata Cibele (IX, 77); a Enea è profetizzata da Didone una morte in giovane età (IV, 620) e, allo stesso tempo, da parte di Anchise una lunghissima vita (VI, 764); le triremi della flotta troiana non erano ancora state inventate, stando al giudizio di Tucidide; Enea e Didone cacciano cervi, animali che non esistevano in Africa; alla fine dell'esperienza cartaginese, l'eroe viene spinto verso l'Italia da Aquilone, che però è un vento del nord. Quando, com'era consuetudine, il poeta lesse il VI libro al principe, a Ottavia e a Livia, rispettivamente sorella e moglie di Augusto, si tramanda lo svenimento di Ottavia quando Virgilio arrivò ai versi che parlavano del di lei figlio Marcello, erede al trono, morto giovanissimo da poco tempo: le sembrò di rivederlo. Leopardi, malignamente, insinua che Ottavia non svenne per questo motivo, ma perché non ne poteva più di ascoltare la lunga lettura di Virgilio,che era anche balbuziente. Perciò, fatevi animo.

Sandro df
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sabato 29 gennaio 2011

Ri_Creazione Mostra di Salvatore la Battaglia - Largo Santa Maria la Nova 12, Napoli - 29 gennaio-11 febbraio 2011


Questa serie di figure è una pratica a ritroso che riprende motivi pittorici e fotografici tradizionali, rivisitati e contestualizzati in una nuova sperimentazione del tempo presente. Salvatore La Battaglia, utilizzando la sua produzione abituale di anelli, bracciali, collane, ha lavorato sulle figure femminili di Man Ray (Le Violon d’Ingres), Klimt (Danae), Il sonno della ragione genera mostri di Goya, L’Orige du monde di Courbet, inserendosi nella manualità neoartigianale che è uno degli aspetti della ricerca artistica di questi ultimi decenni. Non è un’operazione passatista, dal momento che La Battaglia, con “la maestria e l’eleganza” che gli sono state riconosciute da Gaetano Dimatteo, dialoga con le esigenze di libertà strumentale del nuovo millennio mediante i propri coefficienti di personalizzazione, pur nella predilezione per l’antico che contraddistingue il suo orientamento estetico. Né si tratta dunque di varianti solo quantitative, essendo la scelta caduta su autori non convenzionali, visionari, che avevano concepito l’arte come luogo dell’estraniamento o del sogno o della fascinazione surreale o delle pulsioni inconsce nel rifiuto dei canoni morali. L’artista ha realizzato una sorta di parodia che identifica la sessualità con la donna vista nella sua origine energetica, simbolica, poliedrica, soprattutto disponibile alle implicazioni del torbido da cui è insidiata.

Sandro df

lunedì 12 luglio 2010

ROMEO (trascrizione di un incubo)

Sto per andare in scena. Mancano pochi minuti. Mancano più secondi che minuti. Ormai, quel che è fatto è fatto: la parte non la so. O, meglio, non mi ricordo le mie battute. E questo è semplicemente drammatico. Ho conosciuto molti scrittori nella mia vita. Soprattutto erano, però, attori, o pittori con una forte vocazione al teatro. Viviamo un’epoca strana, e a me accade ogni giorno di sentir pronunciare parole giuste dalla bocca di chi mai me le sarei aspettate, e viceversa. Da questi personaggi credo di aver imparato qualcosa che, com’è naturale, non può essere a sua volta trasmesso ad altri, a cominciare dai veri e propri attori che in una misura inferiore sono stati presenti nella mia esperienza, ed erano a loro volta scrittori. La vera esperienza non si comunica, del resto, mentre continua a esser vero che la conoscenza non è un dato solitario.

sabato 29 maggio 2010

Presentazione a Caserta

Giovedì 3 giugno - ore 19.00
SANDRO DE FAZI
TI SCRIVO BREVEMENTE PER CHIEDERTI SCUSA DEI MIEI SILENZI. Vita di Gaetano Dimatteo
Libreria Mondadori
C.so Trieste 247-249 - Caserta
Saranno presenti Marilena Lucente (scrittrice)
Rossella Salvato (docente di filosofia)

video:
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