Beppe Fenoglio. è importante che un medium potente come
il cinema dia risalto a uno dei massimi
autori del Novecento letterario italiano insieme a Tomasi di Lampedusa e pochi
altri, poco conosciuto dal grande pubblico purtroppo assuefatto a ben altro, nonostante
la sua grandezza. Sono andato a vedere Una
questione privata di Paolo e Vittorio Taviani, domandandomi come si potesse
mai restituire sullo schermo la prosa di Fenoglio, per es.: “La bocca
socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di
Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba” (l’incipit). E sì che viene raccontata in
un romanzo breve, inferiore al capolavoro che è Il partigiano Johnny (pieno di anglismi e di inglese e di contaminazioni
stilistiche dove il reale sprofonda come a confondersi con l’autosufficienza superlativa
del testo), la storia della follia dell’amore di Milton per Fulvia, di cui la follia
della guerra civile fa perdere completamente le tracce. Ma la maestria dei
fratelli Taviani è riuscita a competere con la prosa di Fenoglio attraverso un
estetismo asciutto e senza retorica, limpido, essenziale eppure convincente e ben
riconoscibile (anche se qualche stupendo fotogramma mi ha fatto venire in mente
Salò di Pier Paolo Pasolini, però
senza l’estetismo estremo e lussureggiante di quel film)… Quale sarà il destino
di Milton? Un’altra opera aperta? “Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi
puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e
a un metro da quel muro crollò” (l’explicit).
Film da vedere e romanzo da rileggere, o leggere per chi non lo avesse ancora
fatto.
lunedì 6 novembre 2017
domenica 5 novembre 2017
Rapporto vita/arte
La "vita al
di fuori dell'opera", che per alcuni esteti decadenti coincideva con
l'arte - essendo per loro la vita un'opera d'arte, - si pone su una base
equivoca. Perciò ad esempio l'opera di Wilde è stata tutt'altro che mediocre,
la sua pagina è il riflesso di quella, e quindi è decadente: da integrare col
mito. Invece d'Annunzio è il primo scrittore italiano a costruire la vasta
macchina decadente riuscendo a essere più unitario (nel rapporto vita/arte) di
quanto non sia stato Wilde. Ma i due elementi
dialogano tra loro, la vita vissuta fuori della pagina non rientra nella
creazione artistica. Mi pare di cogliere un'assonanza con questo discorso nella
seguente, appropriata interpretazione del mito di Orfeo:
«Il poeta è un asceta della finzione,
perché la finzione è mascheramento della verità nell'immanenza.
Mi sono interrogato a lungo sulla vicenda di Orfeo ed Euridice, convincendomi
che Orfeo non si voltò a causa del desiderio di vedere Euridice: si voltò
perché aveva sbagliato strada. La poesia, infatti, misura sempre lo stesso
luogo e allo stesso fa ritorno. Poco importa se questo significa perdere per
sempre Euridice, cioè la vita stessa che scambiamo per la ragione del nostro
viaggio. Orfeo non poteva procedere, semplicemente. Questo è tutto.
La poesia non è vita, la poesia è camminare rimanendo fermi mentre tutto il
mondo scorre via nei pressi del poeta. Mentre comprende -letterale - che la
poesia è male incurabile e cura, perdizione - letterale- ed esorcismo.
Solo chi ha visto per caso sparire Euridice può ben per calcolo sparire alla
Madonna» (Andrea
Rossetti, Sono sparito alla Madonna.
Scritti sul mio teatro, prefazione di Stefano Giovanardi, Torino, Marco
Valerio Editore, p. 63)
“Fantasmi vesuviani” di Felice Piemontese
Ho trascorso il pomeriggio rileggendo Fantasmi vesuviani di Felice Piemontese (Hacca, 2009). Un frammento
di tempo ritrovato questo libro sulla cultura napoletana della seconda metà del
trascorso Novecento. Sono tante le personalità che si susseguono, tra maggiori
e minori: Lucio Amelio, Luigi Incoronato, Luigi Compagnone, Domenico Rea, e
soprattutto Giancarlo Mazzacurati, successivamente trasferitosi a Pisa, sempre
coinvolto dagli "irregolari" e lui stesso un "corpo estraneo" nella facoltà, e le cui lezioni di letteratura Italiana erano le
più frequentate - affollatissime, me ne ricordo bene - dell'ateneo napoletano.
E Anna Maria Ortese immancabilmente legata al racconto Il silenzio della ragione, ne Il mare non bagna Napoli, che suscitò com'è noto un'infinità di
risentite polemiche. Poi la fortuna postuma di Enzo Striano, il significativo
resoconto dell'incontro coi paesi del socialismo reale, lo sconosciutissimo
Albino Pierro candidato al Nobel, provocando lo sconcerto di Mario Luzi che
arrivò addirittura a invocare, sulle pagine del Corriere della sera, l'intervento della magistratura (erano gli
anni di Mani pulite) perché si indagasse sull'inammissibile affronto da lui
subito.
Ciò
che soprattutto colpisce è che nel libro nulla è concesso al lirismo, né alla
facile maniera che l'argomento "Napoli" avrebbe potuto indurre: il memoriale
va avanti come un commentarius cesariano
asciutto e implacabile nella sua precisione e imparzialità, mentre si
percepisce bene tra le righe l'attenzione appassionante del venerato maestro
per il labirinto di realtà e di destini quale è tuttora l'area napoletana.
lunedì 30 ottobre 2017
Noi vittoriani - VITTORIA E ABDUL di Stephen Frears
Stephen Frears è un regista che ho sempre apprezzato,
soprattutto per film come Prick Up - L'importanza
di essere Joe, Le relazioni
pericolose, The Queen. Questo Vittoria e Abdul è strepitoso. Ambientato nel periodo
tardo-vittoriano, sottolinea aspetti adorabili della personalità della regina
che suo malgrado aveva contrassegnato piuttosto negativamente un’intera epoca.
Il puritanesimo infatti derivava da precise esigenze economico-industriali cui,
tra gli altri, Stuart Mill cercava di portare una
luce critica, non tanto dalla personalità pure complessa di Vittoria. Qui è
negli ultimi suoi giorni, annoiata dal suo ruolo di “prigioniera” nel
susseguirsi di un cerimoniale che personalmente ritiene oramai inutile, avendo
perso tutti gli affetti significativi. Si incapriccia del giovane indiano
Abdul, che vuole sempre accanto a sé e che le ricorda il suo perduto Albert
sempre insostituibile ma cercato successivamente e forse disperatamente in un
più di una suggestione. Abdul l’aiuta a ritrovare vitalità a dispetto però di
una corte comprensibilmente preoccupata a causa dello spazio sempre più
ingerente che la sovrana, del resto imperatrice delle Indie, ma anche capo
della chiesa anglicana, gli permette di acquisire. E sembra sia una storia vera
(ma esistono le storie vere?) venuta effettivamente alla luce solo da qualche
anno, silenziata per più di un secolo dunque, qui spettacolarmente romanzata.
Oggi inevitabilmente si interseca col nostro minaccioso e minacciato scenario
internazionale, e da questo punto di vista suscita perplessità, ma in quegli
anni il predominio europeo non era stato ancora annullato dagli Stati Uniti, la
Gran Bretagna era la prima potenza mondiale e sicuramente non esistevano
problemi di globalizzazione. Perciò si può godere questo film come un
bellissimo apologo, commovente in finale e Judi Dench si conferma l’attrice
eccellente che è.
sabato 14 ottobre 2017
martedì 26 settembre 2017
DEL PURO AMORE
La
ragione non soltanto argomenta ma vede, prima in modo non chiaro,
successivamente formulando. Come il puro amore, l’opera pura è di-per-sé un
assoluto ugualmente in grado di cambiare la realtà. Sul piano esoterico,
l’amore puro, operando nell’opera, legato al tutto cosmico, non ripropone
affatto l’immobilismo dello status quo.
Esso è un fine in-sé, impolitico per definizione: vede la realtà e la cambia
nella vita spirituale prima che si faccia politica. Oppure, l’unico impegno
politico è quello sovversivo: la bellezza è un pericolo pubblico, e infatti la polis se ne difende. Stiamo
identificando l’amore con la poesia, dicendo che sia possibile solo nel luogo
dove si dà quest’ultima? Pure quando leggiamo Walter Pater, non capiamo
talvolta se stia parlando di arte o di eros.
Nel nostro caso no, perché una differenza è sostanziale, almeno tra amore e
amore. Infatti, mentre la concezione dell’amore generalmente diffusa nel luogo
comune parte da un movente irrazionale – quale amore non è una follia? -, per
poi organizzarsi razionalmente/politicamente in un rapporto di coppia, l’amore
puro è di-per-sé sempre non razionale in quanto assoluto, come la poesia esso
rompe definitivamente con le strutture della ragion pratica, ma non per questo
è improduttivo in termini di trasformazione della realtà (interiore). E quale
poeta non è, nel senso supremamente realistico di Platone, un folle, non dal
punto di vista clinico, soggetto e oggetto contemporaneamente?
Niente in definitiva è più creativo e
politico di questo amore, fondato sulla stessa energia libidica che anima
l’opera, e che si fa “impuro” quando si parcellizza in frammenti, più o meno
innumerevoli – la promiscuità di Pater -, separati l’uno dall’altro, momenti
autonomi di contraddizione, oscenità, caduta o peccato. Analogamente, non
esiste poeta che non s’illuda di cambiare il mondo, la realtà, fosse anche una
sola persona che lo legge.
sabato 9 settembre 2017
martedì 29 agosto 2017
sabato 24 giugno 2017
23 giugno 2017, presentazione de IL DRAMMA DELL’ULTIMO VIRGILIO
Presentazione di IL DRAMMA DELL’ULTIMO
VIRGILIO
Edizioni Saecula
Libreria Feltrinelli
Caserta, 23 giugno 2017
Relatori Adele Cozzella e Alfonso Piscitelli
Solo posti in piedi ieri presso La
Feltrinelli di Caserta, ne sono molto contento e ringrazio tutti i partecipanti
per la loro sensibilità verso un discorso così fondamentale per la nostra
cultura occidentale.
Virgilio con la sua magia mi ha dunque
portato in una sala stracolma, davanti a un attento e dottissimo pubblico. Ma,
a coronamento di tutto questo, c'è stata la presenza di tanta gioventù a
significare vitalità e speranza nel futuro.
È proprio vero che i giovani sono quelli
che hanno più esperienza in campo letterario.
Last but not least, un ringraziamento
speciale all'altissimo pneuma sapienziale di Augusto, che con la sua
magnificenza ha voluto la realizzazione del libro e di un così bell'evento.
martedì 20 giugno 2017
Muore Pio XIII a Venezia
Pio XIII, Lenny Belardo, interpretato
con camaleontica bravura da Jude Law nella serie-tv The Young Pope di Paolo Sorrentino, fuma, è giovane e bellissimo,
non vuole apparire in pubblico, tutte anomalie in sintonia con una geniale
rielaborazione teologico-filosofica del nietzscheano “ultimo papa”.
È conservatore più del precedente
omonimo, Pacelli; più simile a un imperatore bizantino nella fissa
rappresentazione di sé che non a Paolo VI nell’augusta ieraticità della forma;
sportivo e dinamico più di Wojtyla; chiuso a ogni minimo cambiamento e ostile
all’omosessualità, che confonde con la pedofilia, assai più di Benedetto XVI;
culturalmente più sofisticato di Bergoglio. Pronto dunque a una guerra che alla
fine lascerebbe sul campo, e ne è consapevole, i due terzi del clero.
Afferma che tutti i candidati al
sacerdozio fanno voto di castità e nessuno lo rispetta. È colui che ammette che
non potrà mai amare il prossimo suo come se stesso; di non essere profondo, ma
solo presuntuoso. Non è affatto caritatevole: non importa chi venga a bussare
alla sua porta perché non c’è niente al di fuori dell’obbedienza a Pio XIII.
Belardo insomma non crede in Dio,
secondo lui quelli che credono in Dio non credono in niente.
È capo di una sorta di chiesa
klossowskiana, fondata sulla netta distinzione tra ordine temporale e ordine
della Grazia, capaci di contraddirsi nell’avvicendarsi dei reciproci simulacri,
in una dismisura per più di un aspetto anticristica.
Ma neppure questa interpretazione basta
più. Pio XIII infine decide di far vedere il suo volto per la prima volta a
Venezia. La sua omelia in quella importante prima circostanza è piena di
domande antinomiche: siamo morti o siamo vivi? siamo vecchi o siamo giovani? ci
siamo persi o ci siamo trovati? Dio sorride. E lì, davanti alla folla che
finalmente lo vede e, entusiasta, lo acclama, colto da un malore, muore, in
piazza San Marco, all’improvviso: chiaro riferimento ad Albino Luciani, che di
Venezia era stato patriarca, sottratto al mondo dopo un brevissimo pontificato,
magis ostentus quam datus.
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