sabato 29 aprile 2017
domenica 5 febbraio 2017
“Eugenio, romanzo (Werther), frammenti”
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| Louis Aragon |
Le Memorie
del primo amore costituiscono un frammento del romanzo che Leopardi voleva
scrivere, ma che non ha mai scritto, insieme alle Memorie della mia vita contenute nello Zibaldone e a varie altre prose sparse, soprattutto Storia di un’anima avente per
protagonista Giulio Rivalta.
La questione di un Leopardi romanziere è stata
affrontata per la prima volta da Manlio Torquato Dazzi, poi ripresa da Giuseppe
De Robertis (Saggio sul Leopardi,
Firenze, Vallecchi, 1973, pp. 137-140). Per la verità, Dazzi decideva alla fine
per un Leopardi non romanziere. E se per romanzo si intende qualsiasi testo
narrato, comprendendo con questa etichetta il genere dell’autobiografia o della
biografia o qualsiasi altro testo dove sia possibile riscontrare personaggi che
agiscano attraverso lo sviluppo di un’azione, questo romanzo leopardiano esiste
in nuce, in quanto ricostruibile, in
modo inevitabilmente arbitrario, se si assemblassero i frammenti di cui si è
detto. De Robertis, pur riconoscendo la suggestione del tentativo di Dazzi,
privilegia i Canti come reale
autobiografia sublime elaborata dal poeta. Ma l’intenzione di cimentarsi con
una narratività specifica nell’ambito del genere letterario è attestata da
Leopardi stesso nel lunghissimo elenco dei disegni letterari che ci ha
lasciato, dove è rintracciabile espressamente l’espressione:
“Eugenio, romanzo (Werther), frammenti”.
Si trattava dunque di un progetto di romanzo che
prendesse a modello Goethe e avesse carattere di frammentarietà. In
alternativa, abbiamo il titolo Storia di
un’anima. Fatto sta che questo romanzo non c’è come opera compiuta
dell’autore e, anche laddove si volesse considerare romanzo un testo narrato
(con personaggi) che si limitasse allo sviluppo di un presupposto teorico o
opera aperta, esso esiste solo implicitamente in quanto sottoposto all’arbitrio
tutto sommato illegittimo di un ipotetico curatore. L’esperimento effettuato da
Plinio Perilli e intitolato Storia di
un’anima (a nome di Giacomo Leopardi, Roma, Carlo Mancosu Editore, 1993)
potrebbe essere il romanzo leopardiano – utilizzando ampi stralci pure
dell’epistolario – ma con quali risultati estetici? Certo non convincenti, a
meno che non ricorriamo alla scivolosa categoria dell’antiromanzo e allora
sarebbe possibile acquisirlo nella discussione, ancora prematura all’epoca di
Leopardi (anche se il Fermo e Lucia
di Manzoni frattanto nel 1823 veniva a costituirsi quale laboratorio stimolante
e autoriflessione sul genere nascente quantomeno per la successiva redazione de
I promessi sposi) ma, daccapo, sempre
relativamente a un’opera che Leopardi non ha fatto.
Il che non vuol dire che non volesse comporla né
che l’antiromanzo non esista in nuce.
Sottotitolare con l’etichetta “romanzo” opere che non lo siano strutturalmente
sotto il profilo di una rigida canonizzazione - ormai non più necessaria, da
tempo – è diventata la risposta a un’esigenza di tipo commerciale, come fece
già Louis Aragon nel 1921 inserendo direttamente nel titolo l’etichetta: Anicet ou le panorama, roman.
martedì 25 ottobre 2016
Jean-Jacques
1. Bobbio[1]
avrebbe fatto meglio a scegliere Voltaire come portabandiera della sinistra
opposta alla destra. La rivoluzione francese non aveva avuto effetti benefici
sul piano industriale, ancora una volta aveva visto bene Rousseau, pensando che
in Francia nessuna rivoluzione sarebbe stata possibile. Anzi ne ebbe di
deleteri, perché l'Inghilterra e la Germania si svilupparono più in fretta e
senza rivoluzioni; in Francia ci fu un progresso senza sviluppo. Rousseau è il
primo “rossobruno” (che è più un’etichetta da gossip malriposto, qui utilizzata
per motivi di comodo, che non una vera categoria di riferimento) della storia:
il suo egualitarismo, che pur è nella lettera, ha un fondamento più
etico-politico che sociale; ma poi a tutti i philosophes - con cui però Rousseau ruppe i rapporti - non interessava
realmente incidere nel sociale. I giacobini erano autoritari e antiegualitari
di fatto.
2. A
parte il fatto che Rousseau è individualista e romantico, in specie l'ultimo, -
nonostante Il contratto sociale, anzi
proprio in ragione di quello, che è un trattato di diritto politico, e opera di
etnologo, come vide Lévi-Strauss – asociale e non illuminista, la sua è una
critica alla polis e insieme un
progetto ultramoderno di costruzione dell’individuo e del singolo, dentro/fuori
la storia.
3. Le Confessioni, che sono un romanzo molto più de Les liaisons dangeresuses di Choderlos de Laclos, hanno cadenze qua e là proustiane. Ovviamente Proust le aveva avute presenti quantomeno nel senso paradossale che c’è del Proust in Rousseau, si può dire, come c'è del Diels in Eraclito o del Marullo in Lucrezio. Si può leggere Proust in Rousseau, come sanno pochissimi lettori.
4. Il sapere è potere? È il sapere legato all’esperienza? La preparazione, che del sapere è un aspetto funzionale, consiste a sua volta nel saper fare? Se la risposta è sì, il sapere è potere perché la sua funzionalità è necessariamente relativa all’ambito teorico e operativo nel quale esiste la competenza specifica. Se quest’ultima non ci fosse, non si darebbero né sapere né potere.
Ma il sapere è potere proprio in ragione del limite (campo
di competenza) e non grazie a un ipotetico assoluto da cui si diramino le molte
tipologie del potere. Il limite dà luogo al potere, non il contrario. Un sapere
che fosse illimitato è inconcepibile, e in quanto tale inesistente e impotente.
I fondamenti logici della scienza sono dati a priori e non sono dimostrabili anche
se proprio da questi si arriva alla dimostrazione del dato scientifico non
opinabile, non sottoposto al gusto soggettivo che appartiene al corporeo e
all’illusorio. Certamente questo è stato vero in una certa fase della cultura
occidentale, quando l’uomo greco ancora non distingueva il mito dalla ragione e
nemmeno la scienza dalla filosofia.
5. Ubi
maior… - Ma il più forte non è necessariamente il più giusto.
Si può essere più forti in
nome del diritto, ma questo non dice ancora nulla in termini morali. E si cede
al più forte non per volontà ma per necessità o per disagio della civiltà. O
per prudenza: ancora una volta non per ragioni morali. Non per niente Rousseau
parla del diritto come di un “imbroglio inestricabile”: ne consegue che il
diritto proviene dalla forza, dal momento che “ogni forza che superi la precedente, le succede nel diritto” (Il contratto sociale, I, 3).
È ovvio
che si ubbidisce al diritto, che è una forza, né, essendo tale, si potrebbe
altrimenti. Perciò la forza non crea alcun diritto, perché si è visto che non
ha senso sottomettersi per dovere. Al contrario, è dovere la libertà, e è anche
un diritto umano originario ma che non coincide incondizionatamente col diritto
civile, è subordinata alla volontà generale e anzi “forzata” da quest’ultima diventando
l’antitesi della libertà naturale. La volontà generale non coincide con la volontà di ciascuno.
La volontà generale non può abbattersi sull’individuo, la legge per sua natura
non considera questo individuo particolare, di per sé ambivalente o flessibile
(nella partecipazione al disagio della civiltà – che poi non è che “questa”
civiltà). Analogamente il singolo non può usare la forza della legge contro la
volontà generale nemmeno come membro dello stato, a meno che non si tratti di
una sentenza della magistratura. Più la volontà dei singoli individui si allontana
dalla volontà generale, maggiore dovrà diventare la repressione esercitata dal
più forte. Così, se nell’età moderna è finita la schiavitù, questa in
realtà si è trasformata nel popolo che è inammissibile abbia suoi veri rappresentanti,
e su questo punto ancora Rousseau è categorico: “nel momento in cui un popolo
si dà dei rappresentanti non è più libero, non esiste più” (Il contratto sociale, III, 15).
Il mondo
antico aveva schiavi ma non rappresentanti del popolo, al contrario dei popoli
moderni che sono schiavi e hanno loro rappresentanti. La storia è anche un
regresso continuo e inesorabile ovvero progresso irrimediabile verso il peggio,
il che è una delle ambiguità di Rousseau mentre rivendica la necessità della
forza (dialettica) – contraddizione in termini rispetto allo stato di natura –
per conservare la libertà e l’uguaglianza.
6. “Quando dal Machiavelli e dal Vico si passa a leggere il Contratto sociale, si ha l’impressione
di non saper più in che mondo ci si trovi: certo, non nel mondo della storia
politica né della filosofia della politica. Il problema del Machiavelli era di
affermare la qualità propria e la necessità della politica come politica;
quello del Vico, d’intendere come la dura e violenta politica si congiunga con
la vita etica. Ma il problema del Rousseau non è di questa sorta, e, in fondo,
non è un problema che si riferisca all’indagine della realtà. Si tratta,
com’egli stesso dice, di escogitare una forma di associazione, nella quale
‘chacun s’unissant à tous, n’obéisse pourtant qu’à soi-même et reste aussi
libre qu’auparavant’” (Benedetto Croce, Elementi
di politica).
7. Rousseau dell’umanità pensava che fosse come un cane sofferente.
Questo vuol dire che sentiva più vicino a sé un cane che non l’umanità intera.
8. Come funziona l’oggetto teorico denominato contratto sociale?
È un funzionamento – scrive Althusser – “possibile soltanto
attraverso il ‘gioco’ di uno scarto teorico interno (Scarto I)”[2].
Questo Scarto permette la soluzione del problema politico attraverso il
contratto sociale. Ma, siccome quest’ultimo ha a sua volta la funzione di
smascherare proprio il gioco di questo scarto teorico, bisogna trasferire lo
Scarto I nella forma di uno Scarto II. Attraverso lo stesso meccanismo, lo
Scarto II rinvia a un III, il III a un IV. In altri termini, il funzionamento dell’oggetto
teorico contratto sociale è soltanto
possibile mediante una catena di soluzioni che, come una scatola cinese, è
costituita da vari scarti, ognuno dei quali rimanda al successivo. Ne consegue
che delle interpretazioni che sono state date del Contratto sociale – kantiana, hegeliana ecc. – nessuna è arbitraria
in quanto tutte coesistono fondandosi sulle molteplici possibilità del testo di
Rousseau.
La legittimità della legge di maggioranza, ossia il corpo
sociale depositario di quella legittimità, non deriva, come vorrebbe Locke,
dalla natura, bensì da una convenzione “giuridicamente anteriore”[3]
alla stipulazione della legge di maggioranza. L’uomo è passato dallo stato di natura
allo stato di guerra. Dalla rivoluzione agricola in poi, dal momento in cui è
iniziata la coltivazione della terra, la natura non è in guerra con l’uomo ma
gli ostacoli (effetto dello stato di guerra) da sormontare per preservare lo
stato di natura, sono interni ai
rapporti umani esistenti. Stato di guerra
è proprio da intendersi nel senso forte hobbesiano: “questo stato è un rapporto
costante e universale esistente tra gli uomini, dunque indipendente dagli
individui, fossero pure pacifici”[4].
Sono questi ostacoli, derivati dallo stato di guerra, a nuocere. Essi contrastano
il fatto che gli uomini cerchino di conservare lo stato di natura e minacciano
la vita libera.
Althusser chiama questo stato di guerra perpetua: alienazione. Agli ostacoli procurati
dallo stato di guerra, l’uomo oppone, per preservare la propria libertà, le forze “di cui dispone ‘ogni individuo’”[5].
L’uomo si è alienato nell’ambito dello stato di natura attraverso il processo
storico che è culminato nello stato di guerra. Nel momento in cui rientrano in
quelle forze i beni posseduti, è apparsa
una nuova categoria: l’interesse. L’istituzione
della società nasce proprio dall’opposizione degli interessi particolari. Ed è
logico che ogni interesse, per essere
particolare, necessariamente deve stare in competizione con altri interessi
particolari.
[1] Il riferimento qui è
naturalmente a Norberto Bobbio, Destra e
sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, Donzelli
Editore, 1994. È opportuno precisare che, se la dicotomia destra/sinistra
veniva problematicamente analizzata partendo dalla constatazione della fine
delle ideologie, o quantomeno della loro crisi, Bobbio stesso ribadiva in quel
volume l’obiezione per cui “le ideologie non sono scomparse affatto, anzi sono
più vive che mai. Alle ideologie del passato se ne sono sostituite altre, nuove
o che pretendono di essere nuove. L’albero delle ideologie è sempre verde” (p.
5). È inoltre utile segnalare per approfondire la questione il saggio di Marco
Revelli, Sinistra Destra. L’identità
smarrita, Bari, Laterza, 2007.
[2] Louis Althusser, L’impensato di J.-J. Rousseau, a cura di
Vittorio Morfino, introduzione di Augusto Illuminati, Milano, Mimesis
althusseriana, 2003, p. 24.
[3]
Althusser 2003, p. 26.
[4]
Althusser 2003, p. 27.
[5]
Althusser 2003, p. 28.
venerdì 14 ottobre 2016
Il dramma dell'ultimo Virgilio
Recensione di Salvatore Grandone, in Figure dell'immaginario. Rivista internazionale, 26 aprile 2017:
Leggi qui
lunedì 30 maggio 2016
Lunedì 30 maggio 2016
Vengono tante di quelle idee in
biblioteca, una raffica di idee e teorie estemporanee delle quali alcune
svaniscono dopo pochi secondi per la loro infondatezza, altre magari erano
valide ma volano via, altre ancora le appunto atecnologicamente a mano su due
quaderni, uno più piccolo e un altro grande, e anche tecnologicamente sul
tablet, che alla fine mi domando se tra tanto materiale non sia sufficiente
aver solo pensato. Ma la risposta è no, non mi piace lasciare le cose
incompiute, e lo scopo di quegli appunti è l’elaborazione successiva.
Je m'en fiche
Di fronte all’invidia
altrui non si sa mai come regolarsi. In linea di massima, l’invidia va
ignorata. Forse perché è un sentimento subdolo - degradante per primo per chi
lo prova, ma cazzi suoi, - non lo capisco in quanto non lo provo, e siccome non
lo provo mi è pure difficile riconoscerlo negli altri. Ma certamente non mi
abbasso a tanta inferiorità d’animo da elaborare un comportamento sullo stesso
piano che dovrebbe presupporre in primo luogo un dialogo su una parità di livello
che non riconosco. Se mi si estorce tale parità (la vita è fatta di tanti casi
e contesti e situazioni, che magari succede anche questo) non ha alcun valore e
resta il fatto che è stata estorta e quindi bella forza! non c’è stato nessun
mio riconoscimento: dove risulterebbe? Posso tutt’al più, di rado, provare
ammirazione ( sono abbastanza nobile da non andar elargendo ammirazione a tutto
spiano), che è un’altra cosa e quando c’è è un piacere esternarla. Oppure mi
regolo al momento: se la persona mi è simpatica (esistono invidiosi simpatici?
talvolta; è un ossimoro ma la vita è piena di contraddizioni) arrivo anche a
simulare una parità di grado e la cosa perfino mi diverte e la prendo come un
esercizio dialettico o teatrale. Tanto non era vero niente, almeno da parte
mia, soprattutto là dove ogni parlare è vano. Altrimenti, se mi è antipatica,
dipende dalle circostanze: o arrivo alla guerra aperta, che tuttavia deve
essere degna di venire combattuta: talora lo è; non mi dispiace litigare; ma
bisogna scegliersi un nemico valoroso, se no non ne vale la pena; oppure,
ignoro e passo oltre. E la maggioranza delle persone che incontriamo quotidianamente,
compresi i simulacri vagolanti per questo social, sono qualcosa che deve essere
superato. In linea di massima, je m’en fiche.
Giorgio Albertazzi
Cinematograficamente
con Resnais aveva dato il massimo. Avevo visto Giorgio Albertazzi varie volte, ricordo un Re Lear
prodigioso, credo nei primi anni '90, alla Reggia di Caserta, poi insieme alla
Proclemer (lei superba) in una Lectura
Dantis. Televisivamente il Jekyll con la sua regia è un capolavoro. In
particolare, avevo già prima avuto occasione di parlarci a metà degli anni '80,
non ricordo esattamente l'anno. Un bell'impatto; era un attore ma lo percepii
come uno scrittore, del resto era un grande artista colto, cosa non frequente, autore raffinato controcorrente soprattutto non allineato e capace di energia
medianica. Ricordo il modo in cui portava una delle sue sciarpe eleganti al
collo nonostante fosse un clima già estivo. Il mondo è oggi meno bello. Mi
spiace moltissimo. E da non dimenticare Adriano. Sit tibi terra levis.
giovedì 26 maggio 2016
Il centro è dappertutto
Che cosa è centrale? Tutto è centrale, quindi anche la comunicazione via Internet non è detto che non possa esserlo, in determinate e frammentarie circostanze. Ma il centro per sua natura è mobile, non dato una volta per tutte, e la vita stessa è fatta di segmenti e microcosmi provvisori la cui forma è frastagliata e molteplice. La vita è un caos caratterizzato dall'incertezza e dall'incompletezza. Tendenzialmente il centro si identifica col tempo presente ma anche con l'esperienza passata, o immaginata, o sognata tanto quanto l'aspettativa futura (quest'ultima da non viversi con accanimento, de futuris contingentibus non est determinata veritas) o con quanto è presente nel "noi" di un vissuto comune o nel dialogo con l'assenza. Il centro è comunque e sempre dappertutto.
mercoledì 11 maggio 2016
È davvero finito l'ellenismo?
L’autore de I tre moschettieri è Auguste Maquet, quasi sicuramente ma certo non
sono stati scritti da Alexandre Dumas.
Questo libro diventa emblematico
della vexata quaestio riguardante la nozione
di autore, su cui già Foucault si era espresso in una famosa
conferenza-dibattito (Che cos’è un
autore?). Anche gli antichi ci danno di questi problemi, non soltanto per
la questione omerica o petroniana e ne avevano loro stessi, visto che di alcuni
poeti si poteva già in età ellenistica ricostruire i dati identitari solamente
per via autoschediastica, e Luca Canali si domandava da ultimo se fosse davvero
mai esistito Catullo.
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