domenica 5 febbraio 2017

“Eugenio, romanzo (Werther), frammenti”


Louis Aragon
Le Memorie del primo amore costituiscono un frammento del romanzo che Leopardi voleva scrivere, ma che non ha mai scritto, insieme alle Memorie della mia vita contenute nello Zibaldone e a varie altre prose sparse, soprattutto Storia di un’anima avente per protagonista Giulio Rivalta.
La questione di un Leopardi romanziere è stata affrontata per la prima volta da Manlio Torquato Dazzi, poi ripresa da Giuseppe De Robertis (Saggio sul Leopardi, Firenze, Vallecchi, 1973, pp. 137-140). Per la verità, Dazzi decideva alla fine per un Leopardi non romanziere. E se per romanzo si intende qualsiasi testo narrato, comprendendo con questa etichetta il genere dell’autobiografia o della biografia o qualsiasi altro testo dove sia possibile riscontrare personaggi che agiscano attraverso lo sviluppo di un’azione, questo romanzo leopardiano esiste in nuce, in quanto ricostruibile, in modo inevitabilmente arbitrario, se si assemblassero i frammenti di cui si è detto. De Robertis, pur riconoscendo la suggestione del tentativo di Dazzi, privilegia i Canti come reale autobiografia sublime elaborata dal poeta. Ma l’intenzione di cimentarsi con una narratività specifica nell’ambito del genere letterario è attestata da Leopardi stesso nel lunghissimo elenco dei disegni letterari che ci ha lasciato, dove è rintracciabile espressamente l’espressione:

“Eugenio, romanzo (Werther), frammenti”.

Si trattava dunque di un progetto di romanzo che prendesse a modello Goethe e avesse carattere di frammentarietà. In alternativa, abbiamo il titolo Storia di un’anima. Fatto sta che questo romanzo non c’è come opera compiuta dell’autore e, anche laddove si volesse considerare romanzo un testo narrato (con personaggi) che si limitasse allo sviluppo di un presupposto teorico o opera aperta, esso esiste solo implicitamente in quanto sottoposto all’arbitrio tutto sommato illegittimo di un ipotetico curatore. L’esperimento effettuato da Plinio Perilli e intitolato Storia di un’anima (a nome di Giacomo Leopardi, Roma, Carlo Mancosu Editore, 1993) potrebbe essere il romanzo leopardiano – utilizzando ampi stralci pure dell’epistolario – ma con quali risultati estetici? Certo non convincenti, a meno che non ricorriamo alla scivolosa categoria dell’antiromanzo e allora sarebbe possibile acquisirlo nella discussione, ancora prematura all’epoca di Leopardi (anche se il Fermo e Lucia di Manzoni frattanto nel 1823 veniva a costituirsi quale laboratorio stimolante e autoriflessione sul genere nascente quantomeno per la successiva redazione de I promessi sposi) ma, daccapo, sempre relativamente a un’opera che Leopardi non ha fatto.
Il che non vuol dire che non volesse comporla né che l’antiromanzo non esista in nuce. Sottotitolare con l’etichetta “romanzo” opere che non lo siano strutturalmente sotto il profilo di una rigida canonizzazione - ormai non più necessaria, da tempo – è diventata la risposta a un’esigenza di tipo commerciale, come fece già Louis Aragon nel 1921 inserendo direttamente nel titolo l’etichetta: Anicet ou le panorama, roman



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