martedì 2 gennaio 2018

La mia spiegazione del “velo” - NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek



Il regista turco torna al meglio della sua ispirazione iniziale, non intaccata da tanto successo nel frattempo ottenuto. Napoli velata è un’opera esteticamente significativa nel rappresentare il meglio della napoletanità, capace di farsi universale anche oltre il tempo storico grazie, tra l’altro, ai molti scenari della città, tra cui spicca il Museo Archeologico.

Ma il film di Ferzan Ozpetek è importante e nuovo per l’apertura esoterica in esso presente, in termini di possibilità di letture molteplici della realtà, di energie spirituali che a vario titolo si intrecciano nei rapporti tra i personaggi. è insomma un film magico, opera aperta e “folle” in un senso anche inquietante ma in questo caso molto profondo, dà risposte significative sulle cose belle e anche brutte della vita, sempre con vitalità e poesia.

Si tratta anche di uno svelamento del “velo”, cui allude il titolo, gergalmente attribuito, di solito, a gay repressi che non si accettino e perciò chiamati “velate”. Qui invece è piuttosto la ricerca di una verità tanto ulteriore quanto primigenia, che forse alla fine non si troverà mai. Detto questo, i comportamenti disinvolti della protagonista, che va di avventura in avventura, sono più consoni allo stile di vita promiscuo del mondo omosessuale che non a quelli di una donna, per cui non si capisce perché non si sia scelto direttamente al suo posto un personaggio maschile.

Vero è che la dottoressa Adriana è clinicamente descritta con coerenza nel film. Ma sembra più un gay che una donna, sia pure fuori degli stereotipi convenzionali della femminilità.

Il finale è aperto e non lo si può svelare, perché è giusto che ogni spettatore si faccia liberamente una propria idea.

Mi limito soltanto a dire che, personalmente, credo a queste forze teurgiche che hanno attraversato l’arte e la letteratura già fin dagli antichi autori pagani, quindi per me la soluzione dell’intreccio è decisamente su questa linea. è quella che mi convince di più – lo spettatore saprà, dopo aver visto il film, a cosa mi riferisco -, senz’altro la più affascinante.

Va segnalata la superba bravura di Maria Luisa Santella, imprevedibile ed emozionante come sempre.


Peppe Barra offre uno spettacolo godibilissimo e, non in ultimo luogo, sono rilevanti naturalmente Giovanna Mezzogiorno, Lina Sastri, Anna Bonaiuto e Alessandro Borghi nei panni, o senza, dell’ambiguo Andrea.

1 commento:

  1. Mi ritrovo in queste parole, in questa spiegazione molto fine e meticolosa.
    Il significato di velo, inteso nella sua accezione più semplice di impedimento alla vista che si frappone fra gli occhi e gli oggetti, accompagna radicato e leggero ogni sfumatura di questo spettacolo a mio avviso lungimirante e caratteristico (finanche nella scelta dei personaggi).
    Grazie per la recensione!

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