martedì 16 ottobre 2012

La personalità di Virgilio poeta "augusteo"/ La lex Titia





Foro di Augusto 



Da giovane, appena tre anni dopo la morte di Cesare, Virgilio aveva tutte le ragioni per non stare dalla parte del secondo triumvirato, tale in virtù della lex Titia de III viris rei publicae constituendae consulari potestate creandis del 27 novembre del 43. 
Dopo Filippi, il provvedimento eccezionale col quale Antonio, Lepido e Ottaviano espropriavano i territori appartenenti alla Gallia Cisalpina, di cui era proconsole Marc’Antonio, a beneficio dei veterani di guerra, fu traumatico per il Mantovano, che nel 41 aveva solo ventinove anni. «La distribuzione delle terre d’Italia ai veterani, che non si limitò soltanto a deduzioni coloniarie, era un compito difficile e ingrato, affidato a Ottaviano. […] I lamenti della borghesia espropriata – dei Virgilii, dei Properzii, dei Tibulli – erano talora conditi di riverenza per il giovane Cesare, il quale – mediocre soldato, ma spietato politico – aveva fatto mozzare la testa al cadavere di Bruto, e mandarla a Roma, ammonimento a quelle borghesie cittadine che dopo le idi di Marzo non avevano esitato (per esempio a Pozzuoli o a Teano Sidicino) ad esaltare il cesaricidio» (Santo Mazzarino, L’Impero romano, I, Roma-Bari 2010, pp. 41-43).
Fu grazie all’intervento di Asinio Pollione presso il giovane Cesare che il podere tra Cremona e Mantova non gli fu confiscato. 
Del trauma resta traccia all’inizio della I egloga, allorché identificandosi in Titiro, che può tranquillamente continuare a dedicarsi ai canti silvestri sotto l’ombra di un ampio faggio, allo stesso tempo riesce a stare emotivamente tutto dalla parte di Melibeo costretto a lasciare la sua casa e i suoi campi (vv. 3-5: nos patriae finis et dulcia linquimus arva; / nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra), nonostante il ringraziamento espresso con accenti religiosi al nuovo deus (vv. 7-8: namque erit ille mihi semper deus; illius aram / saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus).


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