Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi. Vita di Gaetano Dimatteo


Prefazione di Elio Pecora
E’ fuori dubbio la singolarità di questo libro, che non appartiene al genere del romanzo e nemmeno a quello della biografia. Ma siamo in tanti a sapere che la vivezza e la vitalità di un libro solo di rado dipendono dal fatto di ascriverlo a un genere, di imprigionarlo in una categoria. 
Si tratta invece di un libro che dai generi prescinde in quanto mescola alla narrazione il pensiero vagante, l’annotazione, il rispecchiamento, la varietà e la velocità dell’appunto, il protrarsi di una citazione, il frammentarsi di un ricordo. E che del romanzo rifiuta la struttura vigilata, l’andamento concluso. Ne viene una scrittura che procede in un suo flusso inarrestabile e pure trattiene il lettore e lo conduce verso inaspettate rese, nemmeno più tali se sconfinano in nuove interrogazioni, verso inquietanti anamorfosi.
De Fazi si propone di raccontarci la vita di Gaetano Dimatteo, pittore e scenografo lucano, uomo di notevoli qualità , di affetti profondi e provati, di impegni costanti. E molte di queste pagine raccontano e rivelano l’artista e la complessità e la vastità del suo operare, ma prima ancora la sua tenerezza di figlio, di creatura sofferente, di amico attento e fedele, di persona che vive con passione e con partecipazione il suo tempo.
Ma una singola esistenza porta in sé e con sé tante altre esistenze, di certo quelle che l’hanno toccata così da vicino da nutrirla, motivarla, decuplicarne le forze e i doni. Allora la biografia diventa la storia di molti, l’annodarsi e lo snodarsi di vicende prossime e diverse. Il tempo si dilata, i luoghi si moltiplicano, le voci s’alleano in un coro.
Così, la vita di Dimatteo, s’intreccia e si confonde con quella di Dario Bellezza e di Anna Maria Ortese, qui presenti e pressanti. Leggiamo le loro lettere, ascoltiamo le loro telefonate, ne percepiamo le pene, ne cogliamo le incertezze, ne rileggiamo le prose e i versi, ne apprendiamo le delusioni, le rare contentezze. E l’amicizia si tinge di amore, la comprensione diviene vicinanza, condivisione di un cammino. E pittura e poesia, discorso aperto e chiusa confidenza arrivano ad essere espressione cercata e raggiunta rappresentazione.
Gli anni attraversati vanno dal Settanta all’oggi. Passano e si fermano Moravia, Elsa Morante, Penna, Amelia Rosselli, Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti. Parlano e si svelano, in un intreccio di umori, di verità tenere e aspre. Amici di Dimatteo, che ha dedicato mostre a Moravia e a Visconti, e che per decenni ha avuto l’affetto della Ortese, ha condiviso i lunghi soggiorni a Nova Siri di Bellezza, sono colti da De Fazi - che di alcuni di quei “protagonisti” è stato amico in un’età di cui ha forte nostalgia - con vigore e con grazia, con l’attenzione del poeta e del critico, ma soprattutto dell’uomo che pone gli affetti al di sopra di ogni altro sentire.
Perciò, in questo libro, l’estetica ha la meglio. Innalzando un altare di parole all’artista e all’uomo, e con lui e per lui a quel gruppo di autori al quale Dimatteo è stato fortemente legato, Sandro De Fazi prova quanto possa prevalere su ogni visione e ragione il sentimento, o quel che ancora Proust chiamava “l’intelligenza del cuore”: che è misura del mondo, sua inderogabile norma, sua vera interiore salute.
ELIO PECORA, 
Novembre 2009

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Coppola, Vinicio, «TI SCRIVO BREVEMENTE PER CHIEDERTI SCUSA DEI MIEI SILENZI», htpp://edicola.lagazzettadelmezzogiorno.it/


Si può scrivere di un amico senza inciampare nell’ovvio oppure nell’esaltante peana di un sentimento? Che per Kant era «sublime», mentre Platone non esitava a sentenziare: «L’amore vede i difetti, ma l’amicizia li ignora, anzi li ama». La risposta al quesito non può essere che una sola: sì, si può scrivere così di un amico.
Una siffatta risposta viene anche da Sandro De Fazi, autore del libro Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi (Edizioni Libreria Croce, pp. 174, euro 14) dedicato alla vita di Gaetano Dimatteo, pittore e scenografo.
Diciamo subito che non si tratta di un romanzo, anche se in tal modo viene definito tale nella copertina. Né tantomeno di una biografia. È invece il palpitante e suggestivo affresco di un’epoca e di una cultura che va purtroppo scomparendo. De Fazi punta i riflettori sugli aspetti più significativi dell’iter esistenziale dell’artista lucano, soffermandosi sulla ridda di illustri personaggi, per lo più poeti e scrittori, che lui ha conosciuto e frequentato: da Dario Bellezza ad Anna Maria Ortese, da Alberto Moravia ad Elsa Morante, a Pier Paolo Pasolini. [...]
Grazie alla sua policroma e seducente tavolozza, che per diversi aspetti richiama quella di De Pisis, Gaetano riporta in vita i suoi amici per descriverne, senza peli sulla lingua, vizi e virtù, tic e manie. [...]
A sua volta Dario insisteva sovente sul suo amore per la Basilicata: se fosse rimasta intatta, sarebbe diventata certamente la più bella regione d’Italia. A Nova Siri, tra l’altro, aveva scritto Turbamento, e poi poesie di una bellezza sconvolgente. Non vi è più apparso dal momento in cui si scorgevano sulla faccia i primi segni dell’Aids. Solitario e malinconico è anche il nostro Dimatteo: si rifugia nell’arte per ritrovare quella gioia di vivere che gli è negata nella vita di tutti i giorni. E grazie all’arte riesce ad esprimere la solitudine di chi vive in simbiosi con la natura. Una passione viscerale che diviene oggetto di numerose battaglie ecologiche, quali la difesa degli alberi di eucalyptus a Marina di Nova Siri, la salvaguardia del fiume Basento, l’eliminazione delle carrozze di amianto dalla stazione ferroviaria di Metaponto. E tra le sue battaglie possono annoverarsi altre di natura diversa, come quelle in difesa di Pasolini e di Visconti. Ad esempio, nei dipinti su Pier Paolo, trucidato all’Idroscalo di Roma, Gaetano condanna senza mezzi termini gli orrori contemporanei, gridando ai quattro venti tutta la verità di quel volto smagrito, di quella voce polemica, così violenta e dolcissima. [...]
Tra questi - è noto - brillava Helmut Berger, un Berger nel quale s’immedesimava lo stesso regista e che nella Caduta degli dei, travestito da donna, interpretava alla perfezione il ruolo di Martin, giovane rampollo della famiglia von Essenbeck. [...]
VINICIO COPPOLA

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Di Consoli, Andrea, Il libro – Sandro De Fazi, FILO ROSSO CHE RACCONTA, Il Quotidiano della Calabria, 13.12.09


Il libro di Sandro De Fazi su Gaetano Dimatteo, “Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi”, è una biografia critica, o, più esattamente, una parziale sinopia di quella che è stata l'avventura artistica, culturale e umana dell'illustre artista di Nova Siri. Questa biografia critica ha alle spalle un genere preciso, ovvero il diario in presa diretta, la testimonianza e l'esasperato biografiamo fraterno di quella che viene considerata in sede storiografica la “seconda scuola romana di poesia”. I suoi antecedenti illustri potrebbero essere considerati libri quali “Il poeta postumo” o “Proprietà perduta” di Franco Cordelli, ricognizioni filosofiche e diaristiche del Beat 72 e del Festival di Castelporziano, ma anche “La vita personale” di Renzo Paris, o i tanti ricordi di Elio Pecora su Wilcock, Morante, Moravia, Penna. Pure, sono da ricordare almeno “Morte di Bellezza” di Gregorini e certe malinconiche pennellate di Enzo Siciliano. Il libro di Sandro De Fazi ci racconta le amicizie, la formazione, le opere di questo protagonista lucano della scena romana, uno di quelli che ha avuto la fortuna di vivere in quella che nell'antologia “Renault 4” definimmo “Roma prima della morte di Moro”. Il vero spartiacque, però, per questi poeti e artisti, fu dapprima la morte di Moravia e, in seguito, la tragica morte di Dario Bellezza, “il miglior poeta della sua generazione”. De Fazi ci racconta il legame tra Dimatteo e Dario Bellezza, tra Dimatteo e Anna Maria Ortese, tra Dimatteo e Alberto Moravia, ma ci spiega soprattutto i suoi lavori più importanti: su Visconti, su Pasolini, sulla Ortese, ecc. Un libro imprescindibile per chi voglia conoscere più a fondo questo artista lucano, amato in Italia e amato in Lucania. Sappiamo poi tutti quanto Dimatteo abbia significato per la libertà civile del Sud. Fu lui, per esempio, a organizzare il grande raduno gay in Lucania nell'estate del 1985, facendo storcere il naso a qualche moralista fuori tempo massimo. E fu lui, per tanti anni, ad accompagnare Dario Bellezza in Lucania, a Nova Siri, a Metaponto, in Calabria e in Sicilia, permettendo quel duraturo e solido legame tra Bellezza e la Lucania. Il libro fornisce date, indicazioni, circostanze precise della vita di Dimatteo, senza mai cadere nella trappola dell'enfasi o dell'agiografia. Quello di De Fazi è un libro sobrio su un artista sobrio che ha saputo senza clangori commuovere col suo lavoro e far riflettere la statica società lucana sulla necessità di aprirsi a mondi sommersi, come quello omosessuale. Una figura di riferimento, quella di Dimatteo, per tutti quelli che hanno sognato e sognano una “società aperta” nella chiusa Lucania.
ANDREA DI CONSOLI

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p.d., La Gazzetta del Mezzogiorno, 29.12.09


Una data, 14 aprile 1985. Una lettera. Inizia così: “…ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi…”. È diventato il titolo del libro di Sandro De Fazi, prefazione di Elio Pecora, Edizioni Libreria Croce. Parole indirizzate da Anna Maria Ortese all’amico pittore di Nova Siri Gaetano Dimatteo. Le lettere sono tante, alcune pubblicate, molte altre no. Ma ancora di più sono state le telefonate della scrittrice, torrenziali, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Con un rischio sempre in agguato, perdere il filo del discorso e trasformare il telefono nel filo della pigrizia e della maldicenza. È uno dei momenti descrittivi più intensi del libro di De Fazi dedicato alla vita di Gaetano Dimatteo. Impresa ardua. Del resto, così onestamente scrive: “Sono ben consapevole, però, del sicuro dato di fatto – verso cui io oppongo resistenza – che la stesura della presente opera biografica coincida profondamente e mio malgrado con una certa quale impossibilità di scriverla…”.
Impossibile dice De Fazi. Intanto, racconta, di un mondo, quello dei “magnifici sei”, Alberto Moravia, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Dacia Maraini, Enzo Siciliano e Dario Bellezza, della Scuola romana di poesia, rievocata anche in un recente volume di Renzo Paris, intitolato La vita personale, edizioni Hacca. Dimatteo è stato parte di quel mondo, soprattutto tramite Bellezza che nel 1979, così definì la sua opera: “…concepisce la pittura come una attività solarmente tragica, con questa pittura vuole testimoniare del sud di cui è figlio una condizione sospesa fra passato e futuro, fra istinto di vita e istanza di morte…”. Fasti miseri e miserie fastose di quel tempo si succedono nel libro di De Fazi, ripercorrono una storia di deragliamenti che diventano quotidianità, spesso dolorosa e comunque regola per chi non vuole darsi alcuna regola, perché, scrive, inoltre “gli artisti sono notoriamente dei mostri solitari e non amano che se stessi”.
Molte sono le pagine dedicate a Bellezza che, nella sua vita ha avuto solamente due veri amici, uno dei due è Dimatteo. Il “poeta maledetto”, volle ribattezzare il pittore di Nova Siri, lo chiamò Depisis e lo “retrocesse” al rango d’autista. E in quella teatralità che si confonde con la vita e che ha accomunato i due, l’artista lucano divenne personaggio chiave, grimaldello nell’isolamento cercato da Bellezza al castello di Bollita, l’antico toponimo di Nova Siri. Dimatteo fu il liberatore di una Isabella Morra altra che si irrorava nel maniero sbagliato, non quello della vicina Valsinni, dove viveva reclusa la poetessa, ma nel dominio del suo presunto amante Diego Sandoval De Castro. Era una liberazione che avveniva anche attraverso la gola, solleticata dalle abili mani della madre del Depisis lucano, Giuseppina Santarcangelo, ovvero dai suoi piatti mediterranei, semplici e prelibati. Ma, come aggiunge De Fazi, “questo non è un libro di memorie, la ricerca del tempo perduto è impossibile”. Insomma, si va per schegge, segmenti, giudizi folgoranti come quello espresso da Moravia, nel 1989, alla Fiera internazionale di arte contemporanea a Bari: “La pittura di Dimatteo è raffinatissima.”
De Fazi, avverte più avanti che, comunque, “è tipico della classe media ‘mentire’ borghesemente e per esclusive ragioni di convenienza sociale”, non per ragioni etiche. Ma esiste ancora una classe media? Oppure è ormai un’assenza capace di sottrarre linfa vitale allo scandalo che provocano – ora non più – le opere e la vita stessa di Dimatteo? L’artista di Nova Siri, che non scoppia di salute, è più solo e questo libro non può che rinfrancarlo, perché oggi non ha neppure più il privilegio di autentici “nemici”. Può temere solamente i processi biologici alleati al tempo che passa, avversari spietati del sogno di gloria terreno che tutto decompongono. Poi, rimangono solo infiniti silenzi. Con tutto il rumore di fondo che c’è difficile mettersi in ascolto. Non è per caso se il volume è dedicato alla diva del cinema muto Louise Brooks.
p.d.

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Petrignani, Sandra, Piccoli ritratti di un’epoca, Panorama, 25.2.10


Gaetano Dimatteo era pittore e scenografo, persona fuori dall’ordinario e interno a un pezzo di cultura italiana, letteraria e cinematografica, che aveva in Visconti, Pasolini, Moravia, la Ortese e la Morante i suoi protagonisti. Nel libro-ritratto di Sandro De Fazi Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi. Vita di Gaetano Dimatteo (Edizioni Libreria Croce) questi personaggi, e tanti altri, entrano ed escono dalle pagine con una naturalezza che li rende vivi e presenti. Un libro singolare, appassionato e appassionante.
Sandra Petrignani


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Carissimo, ho letto la tua "biografia" di Dimatteo e mi sono commosso per la presenza di tanti amici andati e che amici. Hai voluto illuminare Roma attraverso Nova Siri e l'amicizia di Dario per Dimatteo, fino al punto da sacrificare molto. Ma va bene così, del rapporto di Dario con Dimatteo se ne sapeva poco. Grazie per avermelo mandato.
RENZO PARIS, E-mail del 29 novembre 2010



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GIARDINA, ANDREA Silenzi, amicizie, amori. Un romanzo di Sandro De FaziEidoteca 7.10.2013
Che libro è “Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi” di Sandro De Fazi (Edizioni Libreria Croce)? Se diamo retta al sottotitolo potremmo pensarlo come la biografia di Gaetano Dimatteo, uno dei maggiori pittori italiani contemporanei. Un saggio allora? O, forse, come ci suggerisce l’autore, un romanzo? A conti fatti, né l’una né l’altra cosa. Nel solco di una tradizione recente ma già consolidata (che ha in figure come Sebald il punto d’avvio), quello di De Fazi è unpastiche di riflessioni, narrazioni, inserti dialogici, lettere, che si muovono seguendo il flusso della divagazione.
Ne deriva un percorso che si muove in più direzioni sul filo della memoria, che del libro è, a ben vedere, la vera e indiscussa protagonista. In casi come questi, allora, rendere conto di ciò che il testo è o “vuol comunicare” diventa un compito quasi imbarazzante, perché qualsiasi operazione di semplificazione riduce proprio l’intento dell’autore, lo svilisce quasi. Tracciamo allora alcune coordinate consapevoli che il senso del lavoro di De Fazi sta nella somma dei particolari più che nella loro separazione analitica.
L’aspetto che più affascina sta nella scelta del tema. Il libro, infatti, raccontando alcuni snodi della vita di Dimatteo – la nascita a Nova Siri in Lucania, il rapporto con la madre, gli anni di Roma, le opere, la malattia – diventa l’occasione per riflettere sul senso, sulla pratica verrebbe da dire, dell’amicizia e dell’amore. Sulla scena del romanzo si muovono figure d’eccezione. Anna Maria Ortese, innanzitutto, e poi Dario Bellezza, Elsa Morante, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Elio Pecora. Con ognuno di loro Gaetano Dimatteo ha stabilito un rapporto confidenziale, che in molti casi può essere definito d’amicizia. Su tutti spicca certamente il legame che lo unì a Ortese.
L’autrice del Mare non bagna Napoli ebbe per Dimatteo una sincera ammirazione, che la condusse a sceglierlo come interlocutore delle sue lunghe e improvvise telefonate. Fu Dimatteo l’ultimo a cui parlò prima di morire. Spesso lo chiamava di notte, con lui era materna, ma anche incredibilmente aperta. Dimatteo aveva conosciuto Ortese negli anni Ottanta, quando la scrittrice venne riscoperta dalla casa editrice Adelphi. Da quel momento la frequentazione, pur nella lontananza, non si interruppe più, anzi, proprio per la distanza, nacque “il salotto telefonico” tra Ortese, Dario Bellezza e Dimatteo.
A loro Ortese si rivelava, raccontava il dramma dei “suoi amori fuggiti nel passato”. Nessuno come Di Matteo può dire di averla avuta vicina, di aver vissuto il suo disprezzo per il mondo e per i “falsi intellettuali e i cattivi maestri“ che non si traduceva mai però in disprezzo per la vita. Il ritratto ha tinte memorabili: Anna che “viveva in quanto sentiva”, Anna “claustrale nella scrittura”, geniale nella sua ingenuità, nella sua intelligenza sensibile e proteiforme, nel suo senso del dolore, nel suo sguardo appassionato sulle cose.
L’altra figura centrale del romanzo è quella di Dario Bellezza, il poeta romano che Dimatteo conobbe a Roma nel 1971, destinato a diventare noto per le sue provocazioni, soprattutto per l’esibizione rimbaudiana della propria omosessualità. Anche in questo caso De Fazi rende omaggio a un’amicizia, con le sue incomprensioni, con le sue sintonie, con la sua capacità di avvincere e di deludere. Con i suoi amori. Come quello disperato e davvero impossibile di Bellezza per Elsa Morante, per cui egli scrisse il romanzo Angelo. Amore che diventa sofferenza, vuoto incolmabile, fonte di dolore. E poi, attraverso Bellezza, la conoscenza della “vera natura” e della “follia creativa” di Luchino Visconti. A lui, al grande regista, rende omaggio Dimatteo con una “personale”organizzata a Capri nel 1983; come fece con Pasolini, a cui dedica la mostra “Chant d’amour per Pier Paolo Pasolini” presentata al Festival del Cinema di Berlino nel 2001.
Amori perduti, percorsi della memoria, atmosfere scomparse, parole destinate a rimanere, sovrapposizioni di piani temporali, sintonie più o meno occulte (si vedano le pagine dedicate a Visconti e a Thomas Mann). C’è tutto questo nel lavoro di De Fazi. E, su di sé, sul sé che è personaggio e autore, fa scorrere il tempo, con la coscienza del passare di tutto, dello svanire delle sensazioni, dell’annichilirsi di ciò che rendeva la vita degna di essere vissuta.
Così, la seconda parte del libro, orientata dalla prospettiva del titolo proustiano “Il tempo ritrovato”, diventa un omaggio al vuoto, alla disorientante percezione –conseguenza anche dell’attraversamento del proprio dolore – che oggi “amore sia scomparso dalla frequentazione dei nostri simili”.
ANDREA GIARDINA


http://www.edizionicroce.com/libro.asp?idLibro=164



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