sabato 16 gennaio 2010

Recensione a "I miei premi" di Thomas Bernhard. di Sandro De Fazi

Non siamo intrattenuti che dai suoi acquisti d’abiti prima che lui si rechi a ritirare il cosiddetto Premio Grillparzer, o dalle complicità sentimentali con l’amatissima “zia” per la Borsa del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’Industria Tedesca, e lui non si preoccupa del denaro, per acquistare una casa solamente dopo aver ritirato il gettone del Premio Letterario della Libera Città Anseatica di Brema, previ accordi con un ingenuo mediatore, e i soldi non basteranno magari alla bisogna. Era Bernhard una brava persona? La vita appartiene all’opera o è vero il contrario?
Fin dall’età ellenistica la convenzione vuole dissociare l’autore sdoganato nella sua quotidianità esistenziale da quanto è da lui stesso attribuibile all’intenzionalità letteraria, ma nella nostra epoca preoccupante l’utilizzo delle modalità informatiche complica inevitabilmente il discorso alle Marie Corti future o agli improbabili biografi in presa diretta o per interposta persona se non addirittura postumi anche se editi in vita, e i quesiti diventano interminabili. Nelle trecento pagine di Vita di Moravia (1990) di Alberto Moravia e Alain Elkann non si trova il minimo cenno a Thomas Bernhard, a meno che il suo nome non sia assunto dietro inquietanti anamorfosi, nello svolgimento della parola scritta che tutto inghiotte a quattro palmenti. Bernhard è un parente scomodo, e chissà che Dario Bellezza, romanziere come ci teneva a definirsi oltreché grande poeta non abbia pensato a Perturbamento (1967) dello scrittore austriaco nello scrivere Turbamento (1984), romanzo ormai introvabile nelle librerie… La pagina di un autore presente su un network sociale, del resto, diremmo oggi, appartiene alla sua vita oppure all’opera? E chi si nasconde dietro il suo account, ovvero da chi è esso realmente gestito?
Non possiamo rispondere a queste domande basandoci su I miei premi, lo smilzo volumetto edito in Italia da Adelphi nel 2009, dove la prosa di Bernhard risulta magistralmente irritante. Eppure di lui si è occupato Pietro Citati, secondo il quale «Thomas Bernhard immagina che siamo prossimi alla fine del mondo, e tutti i suoi libri ci ricordano ogni istante – con l’abbaiare dei cani, gli urli dei vitelli uccisi, i gesti disumani dei suicidi – l’imminenza di questa fine, come Giovanni ricordava ai suoi contemporanei l’imminenza della catastrofe». Ed è stato distinto dalla più infuriata critica insieme a Flaubert, dai vari Tamaro (che secondo l’indimenticabile Anna Maria Ortese era e presumibilmente è ancora una brava persona) e Baricco dei nostri giorni.
La verità è che siamo sorpresi, in finale, dal Discorso in occasione della consegna del Premio Georg Büchner sul silenzio e sulle parole: «le parole che nello sconforto maneggiamo dentro il cervello, migliaia e centinaia di migliaia di parole logorate, per noi riconoscibili, attraverso infami verità, come infami menzogne e viceversa, attraverso infami menzogne, riconoscibili come infami verità in ogni lingua, in ogni relazione, le parole che ci azzardiamo a pronunciare e a scrivere, e a tacere a noi stessi sotto forma di discorso».
I miei premi di Thomas Bernhard sembrano le confessioni di un filibustiere ma noi non possiamo far coincidere necessariamente gli stati d’animo che Bernhard ci descrive attribuendoli a sé con gli stati d’animo di Bernhard in persona.


Sandro De Fazi

Pubblicato in "POESIA ITALIANA" 2/1/10
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